DUECENTO ANNI FA
NASCEVA
IL
RIFORMATORE
DELL’OPERA TEDESCA
la Voce
del popolo
musica
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Anno 9 • n. 72
Mercoledì, 31 luglio 2013
IL PERSONAGGIO
I GRANDI DEL JAZZ
L’INTERVISTA
Fiume tra gli epicentri
musicali europei
Herb Jeffries, l’ultimo
dinosauro del jazz
Il primo violoncello
fiumano nel Quatar
Eduardo Hubert si racconta
e valuta il futuro del
Laboratorio“Dino Ciani”
Il vocalist siculo-americano che
combattè tutta la vita per i dirittti
civili dei Neri
L’esperienza di Petar Kovačić
nell’orchestra sinfonica
dell’emirato arabo
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8
RICHARD WAGNER FU IL PRINCIPALE PRECURSORE
DEL LINGUAGGIO MUSICALE MODERNO:
L’ESASPERATO CROMATISMO DEL TRISTANO
AVRÀ INFATTI UN EFFETTO FONDAMENTALE
NELLO SVILUPPO DELLA MUSICA CLASSICA. EGLI
TRASFORMÒ IL PENSIERO MUSICALE ATTRAVERSO
LA SUA IDEA DI DI GESAMTKUNSTWERK
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Mercoledì, 31 luglio 2013
I
musica
l Laboratorio e Festival pianistico
internazionale “Dino Ciani”- promosso
dall’Università degli Studi di Fiume,
con il sostegno del Consolato generale
d’Italia a Fiume in collaborazione con
la Comunità degli Italiani di Palazzo
Modello e sotto l’egida del presidente
della Repubblica Ivo Josipović – ha
avuto luogo dal 9 al 18 luglio ed ha
portato nel capoluogo quarnerino i
pianisti-docenti di livello internazionale
Violetta Egorova (Russia), Naum Grubert
(Paesi Bassi), Epifanio Comis (Italia),
Eduardo Hubert (Argentina), oltre alla
partecipazione del pianista fiumano
Goran Filipec, ideatore del progetto.
Qui di seguito proponiamo l’intervista
con Eduardo Hubert, pianista, docente,
compositore, direttore d’orchestra, nato
in Argentina, originario dalla Polonia, che
da quarant’anni vive in Italia. In questa
intervista, che ci ha concesso in esclusiva
qualche giorno prima di rientrare in Italia,
ci racconta, con grande disponibilità, la
sua esperienza di musicista, i suoi incontri
e il suo rapporto con la vita.
di eccellente qualità. Fiume nel mondo
non è conosciuta come città musicale,
però da quello che ho visto e udito, posso
dire che ci sono persone molto talentuose
e di altissima professionalità. Il festival in
futuro rappresenterà un’occasione d’oro
da non perdere, per tutti quelli che sono
interessati alla materia.
Come valuta questo progetto fiumano?
Quindi, a suo avviso, la musica
classica può avere un futuro roseo nel
capoluogo quarnerino?
È molto interessante. Ho avuto notizie di
questa iniziativa da un caro amico, che è
pure uno dei professori del Laboratorio,
Epifanio Comis e, tramite lui, ho
conosciuto Goran Filipec, che mi pare
una persona straordinaria, eccezionale;
come musicista poi è bravissimo. Devo
dire che siete veramente fortunati ad
avere un gioiello di pianista come Goran.
Se devo giudicare il festival “Dino Ciani”
in base alle mie esperienze personali,
rilevo che ho una discreta esperienza
nell’organizzazione di eventi di questo
tipo. Insieme a Martha Argerich ho curato
grossi festival in giro per il mondo e,
tirando le somme, devo dire che Goran
è riuscito a mettere in piedi una serie di
attività, sia didattiche che concertistiche,
È la prima volta che viene in Croazia?
Anni fa sono stato invitato a Lesina da
una violoncellista croata. Ero ospite di
un festival locale, un’ esperienza molto
interessante. È stata la mia unica tappa
in Croazia fino ad oggi. Vedo che qua a
Fiume si possono fare tantissime cose,
perché ci sono delle strutture pronte a
collaborare in ambito di musica classica.
Penso all’Accademia di musica, al Museo
di storia che dispone di un’eccellente
pianoforte, alla Comunità degli Italiani;
insomma, tanti posti dove è possibile
fare dell’ottima musica. Ormai questa
“avventura” è terminata, ma stiamo già
programmando il futuro e le possibilità
che si aprono dinanzi a noi sono notevoli.
Non esagero se affermo che Fiume può
diventare un punto di riferimento per
tutta questa parte d’Europa, per l’Italia, la
Slovenia e gli stati che circondano il Paese.
Quello che si vuole creare qua è un qualcosa
di diverso da quello che si vede in giro
normalmente. Ecco che allora dobbiamo
unire le forze, lavorare tutti insieme per
creare un polo di attrazione che sia in grado
di rispondere alle richieste di tutti quei
talenti che non riescono a trovare spazi, ma
che sono fortemente desiderosi di mostrare
le proprie abilità musicali. Bisogna farsi
carico di loro e credo che Goran Filipec sia il
personaggio più adatto. Devo dire che in lui
ho trovato, oltre che un compagno di note,
la Voce
del popolo
anche un amico; tra noi si è instaurato un
clima molto “produttivo”.
Ci può spiegare la sua composizione
che ha interpretato al concerto
d’inaugurazione del Laboratorio, che
si è tenuto nel Salone delle Feste della
Comunità degli Italiani?
Si tratta di un mio trittico argentino.
Queste tre composizioni sono nate in tre
periodi diversi della mia vita. Una è un
“Fantango”, fantasia in forma di tango
proveniente dalla sintesi di due nomi,
“fantasia” e “tango” sulle note di Bach (si
bemolle, la, do, si naturale); ”Humawala,
ispirato ad un momento di personale
approccio alle montagne della Cordigliera
delle Ande, ed anche esso deriva dalla
sintesi di due nomi: Humahuaca (regione
del nordovest argentino) e “vidala”,
(genere di canto del centro nord). Per
comporre Humawala ho vissuto un lungo
periodo a 3800 metri di altezza dal mare,
assaporandomi il nulla, sentivo soltanto
il vento e qualche vocina accompagnata
da un suono lontano. È un pezzo che si è
evoluto nel tempo al quale ho aggiunto
degli “smorzatori” alle corde per ottenere
degli effetti sonori particolari. Il terzo
pezzo è il “Malambo”, che ho scritto come
sigla di una trasmissione della RAI in 8
puntate chiamata appunto “Malambo”.
Si tratta della danza più conosciuta
del gaucho che si prodiga in acrobazie
e virtuosismi. Nella versione originale
esso viene accompagnato dal “bombo”,
strumento di percussione molto usato nel
folclore argentino.
Ci può spiegare le caratteristiche delle
sue composizioni e le influenze esterne
che condizionano le sue creazioni?
In questi tre brani è fondamentale la
musica argentina che rappresenta quasi
una costante nella mia produzione. Nel
periodo iniziale non era presente; le mie
prime composizioni erano per strumenti e
organici vari, tra cui il pianoforte. Si trattava
di brani “di ricerca” di cui la maggior parte
era orrenda (dice ridendo, ndr.). Ero come
tutti i giovani, credevo di essere bravissimo,
ero convinto che quello che facevo fosse
eccellente. Nel 1992 a Pesaro si tenne il X
Festival mondiale del sax, che riuniva i più
importanti esecutori di questo strumento.
Per l’occasione Federico Mondelci (il più
famoso sassofonista del Bel Paese, ndr.) mi
chiese di comporre un pezzo, e io scrissi
una composizione per sax, contralto e
orchestra, chiamato “Por las Americas”, una
specie di viaggio musicale tra il Nord e Sud
America che finisce con un danza argentina.
Piacque tantissimo, tanto da essere ripreso
dal sassofonista Frank Bongiorno che, un
anno più tardi, lo suonò alla Casa Bianca
per Bill Clinton. Poi, con il passare degli
anni, continuai a favorire la musica latinoamericana. Decisivo, nel 2000, fu l’inizio
della collaborazione con Martha Argerich
con la quale cominciai a collaborare e che mi
spinse a dare voce al mio animo argentino.
Da allora mi sono addentrato in questa
dimensione che privilegia la musica del mio
paese.
Martha Argerich, potere suonare con lei
è il sogno di ogni pianista. Ci racconti del
vostro rapporto.
Quando avevo 16/17 anni ebbi l’opportunità
di conoscerla, ma la cosa finì lì. Nel ’95 lei
venne a Roma al Teatro Olimpico per suonare
Beethoven, io mi presentai e lei ovviamente
non si ricordava di me. Cominciammo
a parlare e, tra una chiacchiera e l’altra,
diventammo amici. Ogni volta che passava
per Roma veniva a trovarmi, io la riempivo
di caffè, che a lei piace tanto, e parlavamo
per ore e ore di musica. Pian piano
incominciammo a maturare delle idee e
nel 2000, a Pescara, tenemmo un concerto
maratona di quattro ore e mezzo del quale
rimase entusiasta. A partire da quel momento
la Voce
del popolo
musica
Mercoledì, 31 luglio 2013
IL PERSONAGGIO
3
di Marin Rogić
A COLLOQUIO CON IL MAESTRO ARGENTINO EDUARDO HUBERT,
DOCENTE DEL LABORATORIO E FESTIVAL PIANISTICO INTERNAZIONALE «DINO CIANI»
«FIUMEPUÒDIVENTAREUNPUNTO
DIRIFERIMENTOINEUROPA
PERLAMUSICACLASSICA»
mi scelse come direttore artistico di molti
suoi festival, dall’Argentina a Lugano.
Lei vanta una lunghissima carriera. C’è un
momento particolare che le piace ricordare?
Sì una cosa c’è. Sono nato in Argentina, mia
mamma era cantante lirica, però dovette
abbandonare la sua professione quando io
venni al mondo. All’epoca era così, la donna
doveva lasciare da parte la propria carriera
per dedicarsi alla famiglia. Lei mi diceva
sempre: “Tu devi suonare al Teatro Colón
dove io sono stata diretta da Toscanini”. A
25 anni, terminati gli studi di ingegneria,
partii per l’Europa con l’intenzione di
dedicarmi al pianoforte; le parole di mia
madre evidentemente mi si erano impresse
in una qualche anticamera della memoria. Il
tempo passava e il Teatro Colón di Buenos
Aires rimaneva un sogno nel cassetto, finché
un giorno Martha mi parlò di un festival
nel detto Teatro. Suonai al Colón insieme
a Martha per ore, in un concerto per me
indimenticabile. Mia madre era morta due,
tre anni prima. Mi ricordo che quando salii
sul palco piansi dall’emozione. Questo è per
me uno dei ricordi più sublimi.
C’è il rischio che dopo tanti anni fare il
musicista diventi un mestiere ‘normale’,
diventi una routine?
Può succedere, dipende dalla persona. In me,
finora, il rischio non c’è, e lo stesso posso dire
anche di Martha.
Oggi, con le nuove tecnologie, internet
su tutte, quanto è difficile per un giovane
emergere con la musica classica?
Da un lato è abbastanza facile; uno può
mettere in rete creazioni proprie che in
breve tempo fanno il giro del mondo e,
durante questo tour, c’è la possibilità che
qualche professionista del mestiere le
ascolti. Dall’altro canto ciò è sfavorevole,
in quanto c’è così tanta roba da vedere
ed ascoltare che spesso i professionisti
all’ascolto snobbano internet perché
non sanno da dove partire. Io credo che
ci siano tanti talenti in giro. Una volta
c’erano meno possibilità, ma anche i
musicisti erano molti di meno. Le faccio
un esempio. In Cina, dopo la conquista
dei massimi podi da concerto da parte
del “famigerato” Lang Lang (giovane
pianista cinese, talento mondiale, ndr.),
si contano cinque milioni di pianisti;
non cinque mila, ma cinque milioni di
pianisti che stanno aspettando che si apra
una porticina sulla scena mondiale. Mi
hanno detto che alcuni di questi sono
veramente straordinari. Mettiamo che
siano solo l’uno percento, stiamo parlando
di cinquanta mila pianisti di primo
ordine. La domanda viene spontanea:
dove li mettiamo? Il pianista cinese è
molto differente da quello occidentale,
anche nella maniera di capire e sentire la
musica; però, con il passare degli anni,
questo margine sarà colmato ed allora
ci sarà da divertirsi (ride, ndr). Da loro
l’interesse per lo studio della musica
classica è in aumento, da noi in calo, e
questo è un dato su cui riflettere.
In che cosa consiste secondo lei la
bellezza della musica classica? Cosa la
affascina di questo mondo?
L’anno scorso ho diretto per la prima
volta la Settima sinfonia di Beethoven.
L’avevo studiata nei miei corsi di
direzione d’orchestra, però non l’ho mai
approfondita. Mi sono trovato davanti a
questa partitura e mi ha fatto un effetto
particolarissimo; sono stato preso da
una specie di sindrome di Stendhal
talmente acuta che addirittura non mi
faceva più dormire. Sono pagine di una
perfezione musicale talmente eccelsa –
con un organico strumentale limitato per
giunta – con emissioni sonore “divine”,
che non riesco nemmeno a descrivere a
parole. Una semplicità talmente profonda
che mi sono sentito male; parlandone
adesso mi viene la pelle d’oca. Rimango
stravolto di fronte a cotanta meraviglia.
Spesso durante le lezioni, quando vesto
i panni del maestro, mi capita di udire,
scoprire cose nuove, cose che, anche se
le ho già sentite centinaia di volte, mi
sorprendono di continuo. Non finirò mai
di meravigliarmi davanti alla potenza
della musica.
Che significato ha per lei essere
argentino oggi?
In buona parte mi sento argentino.
D’altronde, in questo momento, la mia
compagna è lì. Da oltre quarant’anni
lavoro e vivo in Italia e in una certa
maniera sono orgoglioso di sentirmi
parzialmente anche italiano. Però c’è
questa fatto di ‘argentinità’ che mi sento
dentro, gli anni più belli della mia vita li
ho passati in questo straordinario Paese
latino-americano. Quattro o cinque volte
all’anno ci torno, mi trovo con gli amici
e parliamo come se ci fossimo salutati il
giorno prima. Chiacchieriamo per nottate
intere e questa è una cosa molto bella che
in Italia non c’è; nello ‘Stivale’ si sta con
gli amici, arriva mezza notte e poi ognuno
va a casa propria. Invece in Argentina no,
il tempo sembra non influisca sulla vita.
Magari può sembrare un esempio banale,
ma racconta la calorosità delle persone.
Quale consiglio si sente di dare a un
giovane musicista alle prime armi?
Di essere sincero, di andare in fondo al
pezzo, di ascoltarsi e riascoltarsi. Questo
ultimo fatto è il più difficile, cercare di
ascoltare bene sé stessi è la cosa più
difficile, perché ti porta ad entrare dentro
te stesso. Poi di ricordarsi che la partitura
dice tutto, non mente mai.
Cosa ascolta in privato?
Mi piace ovviamente ascoltare la musica
classica, conoscere nuovi artisti. L’altro
giorno ho sentito alla radio croata un
compositore nazionale formidabile; mi
dispiace moltissimo di non essere riuscito
a segnarmi il nome. Questa è un’altra
conferma che in Croazia di talenti ce ne
sono.
Secondo lei, la musica può dare un
senso alla vita?
La dà costantemente, non importa se
sia classica o meno; c’è musica buona e
musica cattiva. La musica buona forma
la vita. Cosa sarebbe l’umanità senza
Mozart, Stravinskij, Bach?
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del popolo
del popolo
Mercoledì, 31 luglio 2013
L’ANNIVERSARIO
CONL’OPERAW
LARINASCITADELL’ART
F.Chopin, che nutriva spiccata antipatia per
gli ebrei, oppure Carl Orff, a suo tempo
membro del Partito nazionalsocialista,
e tanti altri geni musicali) e coloro che
non possono ignorare questo brutto
aspetto della personalità di Wagner e le
dichiarazioni apertamente insofferenti
nei confronti degli ebrei, che vengono
riportate puntualmente nelle biografie del
compositore.
Una geneaologia incerta
“I
l bisogno più urgente e più forte
dell’uomo perfetto e artista è di
comunicare sé stesso - in tutta
la pienezza della sua natura - all’intera
comunità. E non può arrivare a tanto se
non nel dramma”. È questo il pensiero
che forse meglio di qualunque altro
illustra l’essenza dell’opus musicale
di Richard Wagner, uno dei maggiori
compositori nella storia della musica e
un rivoluzionario del teatro lirico, del
quale quest’anno si celebra il 200.esimo
anniversario della nascita.
Pensatore-poeta-musicista, Wagner
concepì e realizzò un’audace e profonda
riforma dell’opera, esercitando al
contempo un’influenza indelebile sulla
cultura europea e mondiale. La sua arte
rivoluzionaria, in cui sono presenti,
dal punto di vista dei libretti, influenze
della tradizione della mitologia norrena,
germanica e dei poemi cavallereschi,
nonché quelle della filosofia di Arthur
Schopenhauer, e dal punto di vista
musicale influssi dell’intera storia
della musica classica, scatenò reazioni
contrastanti nel mondo artistico e divise
critici e appassionati in “wagneriani” e
“antiwagneriani”: fu anche per questo che
il compositore conobbe il successo solo
negli ultimi anni della sua vita. Il filosofo
Friedrich Nietzsche, durante il periodo di
amicizia con il compositore, considerò la
musica delle sue opere fino alla tetralogia
“L’anello del Nibelungo” come la rinascita
dell’arte tragica in Europa, rappresentando
il massimo esempio dello spirito dionisiaco
nella storia della musica stessa, cioè il suo
aspetto istintuale.
Personalità controversa
E mentre il suo ruolo di riformatore
e genio musicale non viene messo in
discussione, il compositore tedesco rimane
un personaggio controverso a causa del
suo antisemitismo e del fatto di essere
stato il compositore preferito di Adolf
Hitler (di che, ovviamente, non possiamo
fargliene una colpa, sebbene qualsiasi
associazione con il dittatore tedesco susciti
degli interrogativi). La musica del maestro
di Lipsia fu per il Führer, che si identificava
con Wagner, una vera e propria religione.
Autore del famigerato libretto “Il
giudaismo nella musica” (1850), Wagner si
trova al centro di una decennale polemica
nella quale si confrontano coloro che
ritengono che sia necessario discernere
la musica dal suo autore (altrimenti
diventerebbe “persona non grata” anche
Wilhelm Richard Wagner nacque a Lipsia
il 22 maggio 1813, nono figlio del giurista
e attore dilettante Carl Friedrich Wagner
(1770-1813) e di Johanna Rosine Wagner,
nata Pätz (1774-1848). Sei mesi dopo
la sua nascita, suo padre morì di tifo. La
madre sposò allora l’attore e poeta Ludwig
Geyer, secondo alcuni già suo amante
e forse vero padre di Wagner, che si era
occupato della famiglia dopo la morte di
Carl Friedrich. Dopo la morte del padre,
la famiglia si trasferì a Dresda. Nel 1828,
Wagner tornò a Lipsia, dove completò
le scuole secondarie, ma tuttavia non si
distinse per una particolare dedizione.
Era sempre incerto se intraprendere una
carriera di pittore, letterato, saggista,
scultore e persino architetto. Le sorelle di
Wagner studiavano il pianoforte, ma lui
preferiva ascoltare. Infatti, per la musica
aveva molta simpatia, ma nessuna voglia
di studiarla. Di temperamento molto
esuberante, si entusiasmava facilmente
anche per le piccole cose futili e sentiva
ardere dentro di sé lo “spirito” della
rivoluzione.
DUECENTOANNI FA NASCEVA RICHARD WAGNER. FU IL
PRINCIPALE PRECURSORE DEL LINGUAGGIO MUSICALE MODERNO:
L’ESASPERATO CROMATISMO DEL TRISTANO AVRÀ INFATTI UN
EFFETTO FONDAMENTALE NELLO SVILUPPO DELLA MUSICA
CLASSICA. EGLI TRASFORMÒ IL PENSIERO MUSICALE ATTRAVERSO
LA SUA IDEA DI GESAMTKUNSTWERK (OPERA TOTALE), SINTESI
DELLE ARTI POETICHE, VISUALI, MUSICALI E DRAMMATICHE
In Beethoven lo stimolo per la musica
Nel 1834 si iscrisse all’Università,
studiando alla Facoltà di filosofia
ed estetica. Nel frattempo, la sua
tendenza musicale andò sviluppandosi,
invadendolo a poco a poco. Lipsia era,
infatti, un’ambiente eminentemente
musicale, nel quale il giovane poteva
assistere a concerti nella Gewandhaus e
alle discussioni suscitate dalle sinfonie
di Beethoven e dalle nuove tendenze di
C.M. von Weber, autore dell’opera “Der
Freischütz” (Il franco cacciatore). Fu dopo
aver ascoltato alcuni brani di Beethoven,
fra i quali la Sinfonia in Do e gli intermezzi
dell’”Egmont”, che Wagner scoprì in sé il
bisogno di occuparsi di musica. Decise di
farsi una solida cultura musicale, iniziando
a studiare con il maestro Gottlieb Müller,
ma è con Theodor Weinlig, maestro
presso la Cantoria di Thomasschule, che
Wagner scoprì le vie dell’arte. Tant’è che
il giovane licenziò Weinlig dopo appena
sei mesi, dicendogli che oramai poteva
fare da sé “perché aveva appreso a
risolvere con facilità i più seri problemi del
contrappunto”.
|| Scenografia per il “Parsifal”
difficili. Per necessità della vita, iniziò a
dirigere l’orchestra nelle stagioni d’opera, che
non furono molto fortunate, ma fu durante
una di queste che egli rese particolare omaggio
a Vincenzo Bellini, scegliendo la “Norma” per
la sua serata d’onore, che presentò con parole
di viva ammirazione.
Intanto, iniziò ad occuparsi delle sue prime
concezioni lirico-drammatiche. Dopo “Le
Nozze” (Die Hochzeit), rimaste incompiute,
compose “Le Fate” (Die Feen, 1834), “Il divieto
d’amare” (Das Liebesverbot, 1836), ispirato
a Shakespeare, e “Rienzi” (1836), concepito
secondo il gusto della “grand opéra” francese,
allora di moda.
Fu in questo tempo – nel 1835 – che Wagner
sposò Minna Planer, attrice e cantante
assai bella, ma di modesto talento, che non
comprendeva gli ideali perseguiti da suo
marito.
Sfiduciato per le difficoltà incontrate, decise
di tentare la fortuna a Parigi nel 1840. Da
Riga, dove era stato direttore d’orchestra fino
al 1839, Wagner parte con la moglie verso la
capitale francese a bordo di un veliero, per
ragioni economiche. È un viaggio importante
nello svolgersi dell’arte di Wagner. Infatti,
nella leggenda dell’”Olandese volante” – la
nave condannata ad errare eternamente
sui mari, con il suo capitano blasfemo e la
ciurma, finché una donna non aavesse redento
il dannato – egli vede una nuova fusione di
elementi poetici e musicali. Sbarcato, dopo
un disastroso viaggio di più settimane, a
Boulogne-sur-mer, Wagner ha la fortuna di
incontrare e conoscere Giacomo Meyerbeer,
compositore di successo, che lo introduce ai
suoi amici influenti di Parigi. Vi trovò, però,
Una via irta di difficoltà
Gli inizi della sua carriera artistica furono
soltanto delusione, incomprensione e miseria,
dal momento che non riuscì a mettere in scena
alcuna opera.
Impegno civile e politico
Ritornato in patria, terminò “Il vascello
fantasma” (Der fliegende Holländer, 1841),
con cui si orientò decisamente verso le
tendenze romantiche, che impregnarono pure
“Tannhäuser” (1845) e “Lohengrin” (1848).
Quest’ultima opera fu terminata in Svizzera,
dopo la condanna a morte decretatagli
per la sua partecipazione ai moti politici
insurrezionali del 1849.
Infatti, Wagner aveva sempre pensato che
l’artista non possa e non debba isolarsi dai
movimenti che agitano e muovono l’umanità
e la società in cui vive. Gli studi di filosofia
e letteratura avevano suscitato in lui un
movimento di idee che lo avvicinavano sempre
più ai movimenti politici che scuotevano
l’Europa in quegli anni. Repressi i moti di
Dresda del maggio 1849, fuggì in Svizzera per
scampare al pericolo di morte, lasciando la
moglie Minna a Dresda. Fu questo un distacco
che divenne poi definitivo.
Mentre continuava sempre più liberamente e
attivamente la sua opera creativa, concretando
il poema dell’”Anello del Nibelungo”, già
abbozzato nel 1848, fu costretto a difendersi
la Voce
musica
del popolo
Mercoledì, 31 luglio 2013
5
a cura di Helena Labus Bačić
WAGNERIANA
TETRAGICAINEUROPA
e a spiegare i suoi ideali attraverso gli scritti.
Nel periodo dell’esilio a Zurigo nacquero i
suoi saggi “Arte e Rivoluzione”, “L’opera d’arte
dell’avvenire” e “Opera e Dramma” che sono
illustrazioni critiche e filosofiche del suo ideale
artistico di fronte al teatro musicale del suo
tempo. È sbagliato pensare che Wagner abbia
voluto attuare un programma preconcetto.
Infatti, le opere hanno preceduto i commenti
letterari e filosofici.
La riforma wagneriana dell’opera
Ma quali sono i concetti e i principi
musicali con i quali Wagner rivoluzionò
l’opera? Wagner, infatti, considerava l’opera
tradizionale italiana e francese, da lui
designata con il termine Oper, come “un
genere d’arte anti-naturale e di nessun valore”.
Le forme che l’opera tradizionale aveva
assunto erano caratterizzate da un’alternanza
fra momenti di supremazia della musica
sullo svolgimento del dramma e momenti di
sviluppo dell’azione a scapito dell’interesse
musicale. Che la musica presentasse caratteri
di autonomia e separazione dal contenuto
del dramma, situazione frequente nell’opera
tradizionale, era inaccettabile nell’ottica
wagneriana. La riforma di Wagner mirava
a riportare il dramma in una prospettiva
di centralità rispetto a alle preoccupazioni
esclusivamente musicali, modificando alla base
la struttura musicale dell’opera tradizionale
e dando vita al cosiddetto Musikdrama
(dramma musicale), nel quale musica e
dramma si compenetrano reciprocamente.
Questo significava concepire una forma
musicale interamente modellata sulla scena
rappresentata.
Fusione tra parola, suono e azione scenica
Wagner elimina la struttura alternata
di recitativo e aria chiusa creando un
flusso musicale ininterrotto in cui l’azione
drammatica si svolge senza fermate o
rallentamenti (“la melodia infinita”).
Questo flusso è costituito da un continuo
susseguirsi di brevi idee melodiche
che si legano saldamente a particolari
immagini, oggetti, concetti, personaggi
che si avvicendano sul palcoscenico: sono
i Leitmotiv, cellule musicali che acquistano
un particolare significato in virtù del legame
che instaurano con il referente drammatico
a cui vengono connesse. Prendiamo come
illustrazione l’”Anello del Nibelungo”, nel
quale ogni personaggio ha un suo proprio
Leitmotiv, che risuona in orchestra ogni
volta che il personaggio entra in scena o
viene nominato, sia espressamente che
implicitamente. I vari Leitmotiv si connettono
tra loro attraverso legami di somiglianza,
generazione, contrasto, sovrapposizione,
creando una vera e propria rete di relazioni
in grado di creare un insieme di significati
parallelo a quello del testo drammatico
e dell’azione scenica. Attraverso questi
procedimenti tecnici Wagner realizzò il suo
ideale estetico di completa fusione tra parola,
suono e azione scenica. Diversamente dalla
maggioranza degli altri compositori di opera
lirica, Wagner scrisse sempre da sé il libretto
e la sceneggiatura per i suoi lavori. Fu il
principale precursore del linguaggio musicale
moderno: l’esasperato cromatismo del
Tristano avrà infatti un effetto fondamentale
nello sviluppo della musica classica. Egli
trasformò il pensiero musicale attraverso la
sua idea di Gesamtkunstwerk (opera totale),
sintesi delle arti poetiche, visuali, musicali e
drammatiche.
”Tristano e Isotta” espressione dell’ideale wagneriano
Da tutto questo intenso lavoro creativo,
Wagner non riusciva a ricavare i mezzi per
vivere agiatamente. Lavorò come direttore
d’orchestra, accettando le offerte di Londra,
Pietroburgo, Mosca, Budapest, ma
rimanendo sempre senza una base. Un’oasi
di tranquillità e stabilità l’aveva trovata
in Svizzera, nell’ospitalità di un amico e
ammiratore che possedeva una villa presso
Zurigo e che gli mise a disposizione uno
châlet.
Wagner venne travolto da una forte
passione per Mathilde Wesendonck, moglie
dell’amico, che lo portò a sospendere la
composizione della trilogia “L’anello del
Nibelungo”. Si dedicò, in parte a Venezia
e in uno stato di esasperazione passionale
al limite del parossismo, a uno dei più
sublimi e vibranti poemi d’amore di ogni
tempo: il “Tristano e Isotta”. In esso,
l’arte wagneriana si affermò con tanta
pienezza e con tanta ricchezza di elementi
essenziali della sua riforma, da diventare
la sua espressione ideale. Wagner ne
era consapevole e dichiarò in merito:
“Qui, finalmente, io mi muovevo con la
più grande libertà e con la più completa
indipendenza da ogni considerazione
teorica; così che, durante la composizione,
riconobbi io stesso quanto il mio volo
oltrepassava i limiti del mio sistema”. Verdi
ebbe a dire a proposito che “dinanzi a
questo gigantesco edificio sto sempre con
terrore e stupore; e oggi ancora non so
proprio comprendere come l’abbia potuto
ideare e comporre un uomo”.
|| Carlosfeld e Malwine Garriges nel ruolo di Tristano e Isotta, Monaco, Nationaltheater, 1865
Bayreuth inaugurato con l’”Anello del Nibelungo”
Wagner lasciò poi temporaneamente
l’atmosfera del mito per comporre la
commedia musicale “I maestri cantori
di Norimberga” (Die Meistersinger von
Nürnberg, 1868). Ritornò infine all’opera
che egli considerava fondamentale
della sua riforma e la più concreta
espressione delle sue idealità etico-sociali.
Fondamento del dramma fu la concezione rivoluzionaria all’epoca - che l’oro (simbolo
dell’egoismo e dell’avidità di potere) è la
prima causa di tutti i mali che affliggono
l’umanità e che solo l’eliminazione di esso
e la suprema legge dell’amore possono
dare al mondo la pace e la vera felicità.
Nella saga nordica dei Nibelunghi gli parve
di trovare la sostanza corrispondente
alla sua idealità drammatica, che egli
espresse nel grandioso ciclo “L’anello del
Nibelungo” (Der Ring des Nibelungen),
costituito da un prologo - “L’oro del Reno”
(Das Reingold) - e da tre “giornate”: “La
Walkiria”, “Siegfried” e il “Crepuscolo
degli dei” (Goetterdämmerung). Con la
memorabile rappresentazione integrale
dell’”Anello” si inaugurò, nell’agosto del
1876, il teatro wagneriano di Bayreuth.
|| “Parsifal”
Richard e Cosima, un’unione ideale
Sul versante personale, Wagner ebbe
una vita piuttosto burrascosa. Nel 1854
conobbe per la prima volta Cosima Liszt,
figlia del celebre Franz Liszt (amico e
sostenitore di Wagner), accompagnando
il pianista e compositore ungherese a
Parigi. La ragazza fu profondamente
impressionata da Wagner. Maritata più
tardi a Hans von Bülow, Wagner la rivide
a Monaco e i rapporti divennero più
stretti. Quando Bülow venne con la moglie
in Svizzera, alcuni anni più tardi, per
cooperare con lui alla trascrizione delle
ultime partiture, Cosima incitò Wagner
a riprendere il “Siegfrid”, che era stato
abbandonato. Fu allora che maturò il vero
amore fra i due e Bülow rinunciò ai suoi
diritti a favore dell’amico, divorziando da
Cosima, che divenne la seconda moglie
di Wagner nel 1870. Da lei ebbe tre
figli: Isolde, Eva, che sposò un filosofo
precursore del nazismo, Houston Stewart
Chamberlain, e Siegfried. Cosima fu la
compagna di Wagner e della sua arte,
la guida saggia e sagace, l’unica donna
che lo abbia veramente compreso. Il
matrimonio fra i due fu un’unione felice,
ed ella si dedicò a Wagner con assoluta
fedeltà. Dopo la morte del marito, Cosima
assunse la guida del Festival di Bayreuth
in un nuovo teatro da lui personalmente
progettato e fatto costruire a Bayreuth,
dove lui e la famiglia si erano trasferiti
nel 1872. La sua linea di condotta si basò
sullo stretto mantenimento delle tradizioni
risalenti agli anni in cui suo marito era
in vita, mettendo al bando ogni possibile
innovazione e continuando a riproporre
le vecchie scenografie originali (gli
allestimenti furono poi rinnovati per volere
di Hitler in persona). Le va riconosciuto
però il merito di aver permesso che il
Festival, fortemente indebitato alla morte
di Wagner, sopravvivesse e consolidasse la
sua reputazione.
Negli ultimi anni di vita, Wagner compose
anche “Parsifal”, terminando la partitura a
Palermo nel 1882, dopo aver tratto preziosi
elementi scenici dal Duomo di Siena e
dai giardini fioriti di Amalfi. Si spense a
Venezia il 13 febbraio 1883.
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musica
Mercoledì, 31 luglio 2013
I GRANDI DEL JAZZ
H
erb Jeffries (o Jeffreis o Jeffrey)
- alias Umberto Alessandro
Ballentino, da Detroit, classe 1913 se Dio vuole il 24 settembre compirà cento
anni! - è l’ultimo dinosauro vivente del jazz.
Quantomeno, di quello che ha attraversato
il XX secolo dagli anni Trenta in poi.
Ma è anche la personalità più atipica del
firmamento della musica afroamericana
e, se vogliamo, della musica tout-court:
un Bianco che ha voluto sempre vivere,
professionalmente parlando, in mezzo ai
Neri; con i quali, peraltro, ha vissuto fin
da bambino, nella capitale dell’industria
automobilistica, a forte immigrazione
Nera, appunto, dalle piantagioni del Sud.
Una delle poche città statunitensi in cui la
segregazione e il razzismo non sono mai
andati oltre la pura formalità.
Un genoma da capogiro
C’è da dire che suo patrigno era un Nero:
africano. Etiope. La madre, invece, dalle
radici molto composite: nativi americani e
canadesi, irlandesi, francesi...
Il patrigno etiope, dicevo; da cui il cognome
(d’arte) Jeffries. Ma il padre era siciliano. Lo
perse, che nemmeno lo conosceva, durante
la Prima guerra mondiale.
Quando entra nel mondo della musica, è
l’ennesimo cantante italo-americano, che a
ruota segue Russ Colombo e precede Perry
Como e Frank Sinatra, Tony Bennett e Dean
Martin, Frankie Laine e Vic Damone, Jimmy
Durante e Al Martino, e un’intera pletora
di figli e nipoti canterini di Meridionali
italiani...
Comunque, musicisti e artisti mai in odore
di razzismo: è stata la stampa americana
a ventilare inimicizie, rancori, odi tra loro:
quando anni fa chiesi alla figlia di Billy
Eckstine, Gina, in che rapporti fossero
suo padre e Sinatra, che Eckstine aveva
scalzato dal trono americano per un
decennio, mi disse: perfetti, grandi amici!
A differenza di loro, Herb è più vicino alla
realtà afroamericana che non a quella wasp
o degli italo-americani. Disse una volta:
“Mio padre è nato nella Sicilia del secondo
Ottocento. Vi immaginate quanto sangue
moresco ci fosse nelle sue vene, dopo secoli
di dominio arabo e prim’ancora africanocartaginese nel Mediterraneo? E allora
come faccio a considerarmi Bianco? Al
massimo sono un all colours”.
A Chicago l’inizio della carriera
E’ men che ventenne, Herb, quando inizia
a cantare nei complessini sanguemisto
della città natale. Vanno di moda le voci
“alla Enrico Caruso”, tenorili, ma leggere,
romantiche. Dato che però dispone anche
di Sandro Damiani
|| Herb Jeffries
di corde baritonali, viene indirizzato in tal
senso; oltre tutto, il repertorio è formato da
pezzi swingati e jazzy.
Nel 1930 è a Chicago; lo nota il violinista
e bandleader Erskine Tate, colui, cioé, che
dieci anni prima ha portato il jazz in città,
avendo in orchestra ragazzotti tipo Louis
Armstrong e Freddy Keppard. Lo ingaggia e
dall’oggi al domani questo poco meno che
ventenne di bell’aspetto, si trova a cantare
al Savoy Dance Hall. All’epoca, a occhio
nudo si nota che non è un afroamericano:
capelli lisci, pelle olivastra (da siciliano,
insomma), voce profonda, ma pulita.
Epperò, Herb va già portando avanti il
discorso del suo “non essere” un bianco.
I colleghi di colore se la ridono: “Sì, va
beh... sei dei nostri; ma Bianco!”. Anche
Chicago, al pari di Detroit, è una città
multirazziale. Il segregazionismo è più nella
testa della borghesia Bianca che non come
pratica diffusa, basti pensare al Cotton
Club di Al Capone, dove si esibiscono/si
esibiranno Cab Callowey, Duke Ellingtone,
Billie Holiday, decine e decine di musicisti
e danzatori e danzatrici afroamericani.
Nonché Earl “Fatha” Hines, formidabile
pianista con un’orchestra da ballroom con i
fiocchi.
la Voce
del popolo
UNBIANCO
CHE SEMPRE
ÈVISSUTO
INMEZZO
AINERI
|| Il formidabile pianista e talent scout Earl “Fatha” Hines
Hines, imbattibile talent scout
Ed è proprio lui che l’anno appresso
“strappa” Herb a Tate. Con questa mossa
– e con quelle dei successivi vent’anni –
Hines dimostrerà di essere il musicista
Nero con il più fine degli orecchi quanto a
scoperta e lancio di cantanti. Dopo Jeffries,
sarà la volta di Billy Eckstine, quindi, su
suggerimento di quest’ultimo, di Sarah
Vaughan, e poi Earl Coleman, Johnny
Hartman (stiamo parlando del gotha dei
vocalist), per chiudere nei primi anni
Cinquanta con Helen Merrill, alias Helena
Minčetić, neviorkese di genitori croati
(spesso viene in vacanza a Veglia), oggi
regina bianca del canto jazz...E proprio con
Fatha, nel 1934, incide il suo primo disco:
“Just to be in Carolina”.
Infatuato del cinema
Quando Herb Jeffries si trova a un passo dal
successo con la Esse maiuscola, si infatua
del cinema! Siamo a metà dei Trenta.
Racconta: “Mi trovavo a passeggiare per le
strade della mia infanzia a Detroit, che mi
imbatto in un gruppetto di ragazzini Bianchi
che giocano ai cow-boy, mentre in un
angolo c’è un loro coetaneo Nero. Gli chiedo
perché se ne stia in disparte, mi pare strana
questa sorta di isolamento... razziale, ma il
ragazzino dice: “Come faccio a giocare ai
cow-boy, non c’é un eroe del West - Nero!”
Lo stesso giorno, Herb si precipita da un
amico produttore di race movie – i film
fatti dagli afroamericani per i circuiti/
ghetti afromericani. “Ne facciamo, si’, di
film western – gli dice - ma non abbiamo il
‘divo’: ci manca un Tom Mix, un Buck Jones,
inoltre le nostre pellicole i Bianchi non le
vedono”. A questo punto, Herb si offre:
“Un po’ di cerone, una passata sui capelli
con il ferro caldo e dei bigodini... ed eccovi
l’Eroe! Naturalmente, per film musicali, in
cui i cow-boy cantano, ballano il tip-tap,
suonano”...
tutto Detto, fatto.
Un cow-boy afro-americano
Nel giro di tre anni escono quattro di questi
film, il primo dei quali è “Harlem on the
Praire”. Il successo è enorme e se ne parlerà
per tanti di quegli anni che Jeffries alla fine
entrerà a pieno titolo nel National Cowboy
& Western Heritage Museum di Oklahoma
City, accanto ai citati Mix e Jones, e a John
Wayne, James Stewart, Randolph Scott,
Gregory Peck e tutti i più famosi pistoleri
dello schermo... Inoltre verrà omaggiato con
la Stella dell’Hollywood Walk of Fame al
6672 di Hollywood Boulevard. (Ne avrebbe
meritata una seconda, come cantante...
ma aspettiamo il centesimo compleanno,
chissà). Quando nel 2004, dopo che il
presidente Bill Clinton lo aveva proclamato
“National Tresaure“, il successore George
Bush Jr. gli dedica una serata alla Casa Bianca,
alla presenza del quartier generale politico
dell’Establishment statunitense; il Segretario
di Stato Colin Powell, commosso, gli fa: “Da
bambino ero orgoglioso di lei: anche noi Neri
finalmente avevamo il nostro eroico cow-boy!“.
Durante la parentesi cinematografica, Herb
canta con il complesso di Blanche Callowey,
a Los Angeles. Blanche ha un enorme
seguito: perché è brava, e perché è la sorella
di Cab, prima Blakstar dell’avanspettacolo
afroamericano.
Nella scuderia del Duca
Nel 1940 lo ingaggia nientemeno che Duke
Ellington, il quale al termine dell’audizione gli
dice: “Chi ti credi di essere, Al Jolson?”. Ossia
il famoso attore e cantante ebreo, protagonista
del primo film sonoro in assoluto (“The Jazz
Singer”, del 1928), nel ruolo di un Bianco che
sulla scena si fa passare per Nero...
Ellington amava mettere in imbarazzo il
prossimo. In seguito lo fece anche con colui che
gli resterà a fianco dieci anni: il cantante cieco
Al Hibbler: “Chi ti credi, Billy Eckstine?”. Al, per
tutto il resto della sua vita odierà Billy...
Il Duca, che è un genio, riesce immediatamente
la Voce
del popolo
musica
Mercoledì, 31 luglio 2013
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|| L’orchestra di Erskin Tate nel 1925. A sinistra Louis Armstrong
|| Herb Jeffries
L’AVVENTURA ARTISTICA E UMANA
DEL VOCALIST SICULO-AMERICANO HERB
JEFFRIES. OTTENNE GRANDE CELEBRITÀ
CINEMATOGRAFICA CON L’INTERPRETAZIONE
DI WESTERN-MUSICALS
a coniugare il sound della sua orchestra con il
timbro del Siculo-americano.
Nel 1941 La Duke Ellington Orchestra si
presenta agli oltre 1.500 spettatori del più
esotico dei teatri americani, il Mayan di Los
Angeles: lo spettacolo si intitola “Jump for Joy”.
Sul palco monteranno a turno quattro cantanti:
gli affermatissimi Dorothy Dandridge, Big Joe
Turner e Ivie Anderson e Herb Jeffries.
”Flamingo“, un successo strepitoso
L’anno dopo, il Duca e il suo cantante incidono
la canzone, che diverrà la piu’ venduta di tutto
il decennio: “Flamingo”. In realtà, il brano
nasce come pezzo strumentale, ne è autore un
giovane compositore romeno, Theodor Gruja,
che bazzica le sale da ballo in cerca di ingaggi.
Una sera prega Herb di convincere Ellington a
dare un’occhiata a una sua composizione. Prima
di tornare a casa, alle tre di notte, il vocalist fa
vedere lo spartito al capo. Il quale si mette al
pianoforte: gli piace, ma manca qualcosa. Le
parole. Secondo il Duca, infatti, questa è una
canzone adatta a Jeffries. Pochi giorni dopo la
incidono. Debuttano in sala nel 1942. Entro
il 1950 si saranno venduti undici milioni di
copie... Ad oggi, altri tre! Non è finita. Con le
varie versioni – del Trio Johnny Hodges-Eddie
Heywood-Shally Manne, del “quattromani
pianistico” Duke Ellington-Bill Streyhorn, del
pioniere del R&B Earl Bostic, del sax tenore
Benny Carter, del trombettista Herb Alpert
e i Tijuana Brass e del duo piano-violino
Michel Petrucciani-Stephane Grappelli –
“Flamingo” supererà i cinquanta milioni di
copie vendute.
Da notare che l’allora giovane Gruja
studiava composizione con Nadia
Boulanger, maestro, tra prima e dopo, di
Aaron Copland, George Gerschwin, Leonard
Bernstein, Philip Glass, Daniel Barenboim.,
Quincy Jones, Herbie Hancock, Astor
Piazzolla (il più scacio, è da dieci Grammy
Awards)...
Cultura, spiritualità e... affari
Nel 1947 lancia “Angel eyes”. Non è una
canzone, è una scommessa. Orecchiabile,
facilina di primo acchito... ma in quanti vi
si sono scornati, a parte lui, la Fitgerald,
Sinatra, Nat King Cole, Jimmy Scott e pochi
altri sulle decine e decine di interpreti
strafamosi. D’altronde, è sempre così: chi
lancia un pezzo, è poi la sua versione a
dettare legge, indipendentemente dalla
bravura di chi lo riproporrà.
Dagli anni Cinquanta, Herb Jeffries – che
nel frattempo, su insistenza del Duca,
prenderà il diploma liceale (High School)
- si immergerà negli studi più impensabili,
|| Jeffries fu attivo anche negli anni della maturità
abbracciando anche il mondo della
spiritualità indiana, dopo avere conosciuto
il guru bengalese Paramahansa Yogananda.
Ma siamo in America, non nel Nepal,
ovvero ciò non toglie al nostro di dedicarsi
anche agli affari, talché apre due locali
dall’identico nome “Flamingo”: uno a Los
Angeles e uno a Parigi.
Continuerà a cantare e incidere (con
le orchestre di Sidney Bechet, Lucky
Thompson, Russ Garcia, Buddy Baker
e Tommy Dorsey), ma scriverà pure
sceneggiature e dirigerà alcuni film (altri ne
farà, come attore), il più famoso dei quali è
“Mondo depravato” del 1967, protagonista
la terza moglie (da cui divorzierà lo stesso
anno): Tempest Storm, nome d’arte di
Annie Blanche Banks, la più nota star dello
“Strip-tease bourlesque” di Las Vegas.
Dicono che nessuna donna, nemmeno
Marilyn Monroe, abbia fatto andare in
bambola i maschietti che l’abbiano vista
anche solo camminare per strada; una
bellezza mozzafiato, da infarto: alla fine dei
Cinquanta assicurò il seno con i Lloyd per
un milione di dollari...
Negli anni Settanta e Ottanta incide album
dedicati ai colleghi scomparsi nel frattempo,
quali Nat King Cole e Bing Crosby, nonché
canzoni lanciate da Perry Como e dal suo
pupillo Tony Bennett.
Negli ultimi vent’anni, Herb ogni tanto
canta a qualche festival, tiene lezioni di
Poesia alle Università, si esibisce in letture
pubbliche. Essendo riuscito a conservare
buoni rapporti con i cinque figli avuti dalle
quattro mogli, è circondato oltre che da
loro, dai nipoti, dai pronipoti e dai propronipoti. Fa molta beneficienza, specie a
favore di associazioni che si dedicano ai
bambini autistici e in genere bisognosi di
cure particolari; sovvenziona lo studio della
musica nelle scuole pubbliche e private,
e non ha mai smesso di spendersi per i
diritti civili e dei Neri. Recentemente aveva
detto: “Sono nato in pieno odio razziale e
nella segregazione, alla fine ho visto sedere
sulla poltrona di Lincoln un Nero. Non ci
sono milioni che mi potrebbero ripagare di
quanto ho vissuto“.
Oggi, anzi da un paio di decenni, è un
monumento vivente... Su wiki.it non
compare, lo si cita come attore di B movie
nella voce dedicata a Tempest Storm;
in un sito ho scoperto (?) che per tutta
la vita si sarebbe camuffato da Nero
per poter entrare nelle grandi orchestre
afroamericane... Come se io mi volessi
“vendere” per nano al Circo Togni. Beata
fantasia...
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musica
Mercoledì, 31 luglio 2013
L’INTERVISTA
la Voce
del popolo
di Bruno Bontempo
PRIMI PASSI DELL’ESPERIENZA QATARIOTA
PER IL VIOLONCELLISTA FIUMANO
PETARKOVAČIĆ
SFUMATURE
ARABE
L
a scoperta del petrolio prima e,
più recentemente, delle riserve di
gas naturale, hanno trasformato il
Qatar nel Paese con il più alto reddito pro
capite del mondo. Pur essendo un Paese
islamico, molto legato alle tradizioni, si sta
aprendo, negli ultimi decenni, al turismo
e alla modernità, all’eccellenza nello sport
(nel 2022 ospiterà i Mondiali di calcio) e
nella cultura. Nel 1995 la petromonarchia
dell’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani
ha creato la Qatar Foundation (per due
anni e mezzo il suo nome l’abbiamo visto
sulle maglie della squadra di calcio del
Barcelona), un’organizzazione non-profit
che investe miliardi di dollari nella scienza,
nell’educazione e nello sviluppo della
società civile. È presieduta da Sua Altezza
Sheikha Mozah Bint Nasser Al Missned,
seconda delle tre mogli dell’emiro, che al
contrario di altre regine consorti del Medio
Oriente, è attivamente coinvolta nella vita
politica: laureata in sociologia, ricopre
diverse cariche nel suo Paese e all’estero,
anche a livello di ONU, tanto da figurare
al 79.esimo posto nella classifica delle 100
donne più potenti, stilata da Forbes. Tra le
onorificenze ricevute all’estero c’è anche
quella di Dama di Gran Croce dell’Ordine al
Merito della Repubblica Italiana.
Decisa ad abbattere le barriere culturali e
mentali, Sua Altezza Sheikha nel 2007 ha
fondato la Qatar Philharmonic Orchestra
- con l’obiettivo di portare nel mondo
un programma musicale unico nel suo
genere, caratterizzato dall’accostamento
di musica araba ed occidentale. E da poco
è stato fondato anche il Conservatorio.
Così, come sta accadendo a imprenditori e
professionisti di tutto il mondo, anche 101
professori d’’orchestra di trentatré Paesi
selezionati fra più di tremila candidati,
hanno ceduto alla sirena delle laute offerte.
Per la maggior parte sono tedeschi, anche
perché il direttore esecutivo è il monacense
Kurt Meister, chiamato a Doha per mettere
in piedi una filarmonica che al suo sesto
anno di vita si colloca già a livelli artistici
molto elevati. I professori d’orchestra hanno
portato le loro competenze, il loro bagaglio
umano e musicale dando corpo a un
complesso mosaico che si sta consolidando
sotto l’aspetto organizzativo e musicale.
Dopo una fase di avviamento che l’aveva
vista lavorare in condizioni logistiche
tutt’altro che ottimali, costretta a suonare al
Virgin Megastore, oggi tiene una quarantina
di concerti all’anno, all’auditorium di Doha,
al Katara Opera House e nel nuovo, grande
anfiteatro del Katara Cultural Village,
un vasto complesso con teatri, gallerie,
la Voce
del popolo
Anno 9 / n. 72 / Mercoledì, 31 luglio 2013
IN PIÙ Supplementi è a cura di Errol Superina
inpiumusica@edit.hr
Edizione
Progetto editoriale
Caporedattore responsabile
Errol Superina
MUSICA
Silvio Forza
Redattore esecutivo
Patrizia Venucci Merdžo
Impaginazione
Annamaria Picco
Collaboratori
Bruno Bontempo, Sandro Damiani, Marin Rogić, Helena Labus Bačić
Foto
Goran Žiković, archivio
ristoranti. Il primo direttore a salire sul
podio della Filarmonica del Qatar è stato il
grande Lorin Maazel, con una tournée in
alcuni dei maggiori teatri del mondo, tra cui
tre tappe italiane a Palermo, Lucca ed alla
Scala di Milano. Dopo Maazel, l’orchestra
è stata diretta dall’egiziano Abbassi e dal
greco Economou, al quale da settembre
subentrerà la sudcoreana Han-Na Chang.
Dallo scorso mese di maggio nell’organico
dell’orchestra c’è anche un musicista
fiumano, Petar Kovačić, 33.enne affermato
solista e primo violoncello dell’Orchestra
dell’Opera di Fiume. Vi è arrivato vincendo
un concorso bandito via internet: ha
inviato il suo curriculum e un’incisione su
videocassetta, poi è stato scelto tra i quattro
cellisti invitati a Doha per un’audizione dal
vivo, completamente spesati. Superato a
pieni voti il provino, gli è stato offerto un
contratto da sogno, sia per le prospettive
professionali (l’occasione di lavorare con
grandi maestri di varie parti del mondo),
sia per le condizioni economiche molto
vantaggiose.
“Francamente avevo aderito al bando
in quanto non comportava alcun costo
aggiuntivo - spiega l’imperturbabile
Petar, a Fiume per le vacanze estive (in
concomitanza con il Ramadan), dopo i
primi due mesi trascorsi a Doha -. Sorpreso,
per non dire frastornato, dalla grande
occasione che mi era capitata, accordato un
anno di aspettativa con il Teatro Zajc, decisi
di accettare la sfida e affrontare questa
avventura, anche e soprattutto per mettermi
alla prova e confrontarmi, una volta tanto,
con violoncellisti provenienti da varie parti
del mondo”.
Hai avuto modo di suonare altri brani
che non conoscevi?
Sì, la Sinfonia numero 2 di Skrjabin e la
numero 3 di Rachmaninov, poco presenti
nei programmi concertistici, che si
distinguono anche per la loro durata, quasi
50 minuti la prima, 40 la seconda. Anche la
prossima stagione si annuncia impegnativa,
con Richard Strauss, Shostakovich,
Prokofiev. Il nuovo maestro, Han-Na Chang,
poco più che trentenne, ha una grande
carica di energia e tante idee. Fin dalle
prime battute è apparso chiaro che sarà
molto interessante lavorare con lei, in virtù
del suo approccio allo studio delle partiture.
Violoncellista, bambina prodigio, allieva
di Misha Maisky e Rostropovic, a soli 11
anni vinse la quinta edizione del concorso
Rostropovic di Parigi. Laureata in filosofia a
Harvard, dal 2007 si dedica alla conduzione
orchestrale e ha tanta voglia di affermarsi,
di farsi conoscere. Si prospetta anche una
tourneé all’estero...
Quella che stai vivendo è decisamente
un’esperienza interessante, stimolante,
avvincente, sia sul piano professionale,
sia su quello umano.
A Doha la stagione musicale è molto
intensa, praticamente ogni settimana c’è un
concerto. Anche se non si fa il pienone, c’è
abbastanza pubblico, per la maggioranza
stranieri, americani e inglesi. Ai locali
interessa di più la musica di compositori
arabi, abbastanza presente nel nostro
repertorio. Abbiamo eseguito l’Arabic Suite
del compositore contemporaneo egiziano
Attia Sharara, ma il pubblico ha accolto con
particolare calore l’Arabian Concerto, del più
noto autore contemporaneo, Marcel Khalife,
un bell’esempio di mix tra musica classica
e melodie arabe. Di origini libanesi, prima
di diventare compositore era stato cantante
e suonatore di oud, il liuto arabo, quando
fu fondata la Filarmonica del Qatar diventò
consulente per il repertorio di musica araba.
Come ti sei inserito in questa realtà
multietnica
Tra l’altro hai avuto modo di esibirti
con un ensamble formato da soli
violoncellisti, sette per l’esattezza.
Un collega della sezione violoncellisti
della nostra orchestra ha organizzato un
concerto da camera nell’ampio atrio del
nuovo Museo di Arte Islamica di Doha,
una delle principali attrazioni culturali del
piccolo emirato, con la poco nota suite “Dai
tempi di Holberg” di Grieg e la “Bachiana
Brasileira No.1” di Villa-Lobos, trascritte e
adattate per violoncelli da Thomas-Mifune.
Per me è stata un’esperienza nuova e già
se ne prospettano altre per la prossima
stagione.
Ovviamente ognuno di noi si porta dietro
una propria linea culturale e di pensiero,
gusti e sensibilità musicali diverse, che
hanno bisogno di un’amalgama formativo
per convergere nella nuova realtà.
L’orchestra è caratterizzata da un alto grado
di preparazione dei singoli strumentisti,
per cui i diversi livelli di difficoltà si
superano rapidamente. Siamo dieci
violoncelli, l’organico più usuale è di otto,
ma per Berlioz è stato impegnato l’assetto
completo.
È una qualità sonora diversa, cui noi,
purtroppo, non siamo abituati, che
fa emergere tutta la passionalità e la
poderosità di questo strumento, il suo suono
incantatore, le sue qualità espressive.
Ho fatto amicizia con i due italiani
dell’orchestra, il contrabbassista pescarese
Matteo Gaspari e il clarinettista Simone
Zanacchi, di Piacenza, nonché con il
violoncellista bulgaro Ivaylo Daskalov,
che ha studiato al Conservatorio della
Svizzera Italiana di Lugano e parla
l’italiano. Abitiamo nello stesso residence,
che ospita quella metà degli orchestrali
che non hanno le famiglie a Doha - gli altri
sono sistemati nei cosiddetti compound -,
viaggiamo assieme per andare alle prove
e condividiamo un po’ del nostro tempo
libero.
La maggior parte degli orchestrali è qui
già dalla nascita dell’orchestra, alcuni sono
arrivati da single e hanno trovato i loro
partner all’interno della stessa orchestra. Il
ricambio è minimo. Ecco, a fine stagione
ci ha lasciato uno spagnolo, suonatore di
tuba, ingaggiato dalla Scala di Milano. Ed è
un punto d’onore per una Filarmonica così
giovane, ancora in via di formazione.
Come è stato il tuo impatto con lo stile di
vita del mondo arabo?
Doha è una città modernissima, ha una
popolazione di appena 400.000 abitanti,
ma soltanto il 20 per cento è formato
da popolazione autoctona, l’élite. Negli
alberghi, ristoranti, negozi lavorano quasi
esclusivamente stranieri e si comunica
in inglese. Poi ci sono gli immigrati da
Pakistan, India, Sri Lanka, Nepal, Filippine,
Bangladesh, Indonesia, Nord Africa, gente
povera, costretta ai lavori manuali più umili
e mal retribuiti.
Un discorso a parte è il clima. Le massime
a giugno si aggiravano sui 42-43 gradi,
ma l’aria non è secca come nel deserto.
Comunque la vita si svolge esclusivamente
in ambienti climatizzati, a 18-20 gradi e
le maniche corte sono sconsigliate. Niente
camminate a piedi, si gira solo in macchina.
L’auditorium è a una decina di chilometri
dal nostro residence, la vita è concentrata
attorno ad alcuni centri commerciali di tipo
occidentale, poi c’è la parte vecchia, con i
classici suk, e un lunghissimo e ben curato
lungomare con aiuole e palme e non si ha
la sensazione che alle spalle della città ci sia
il deserto.
Il tuo futuro?
Sono nel Qatar da poco più di due mesi
e ho un contratto di un anno. Dovrò
pensarci bene prima di valutare un possibile
trasferimento. A Fiume mia moglie è ben
inserita nel suo lavoro, insegna alla Scuola
di musica e raccoglie dei buoni risultati nel
lavoro con alcuni cori, poi c’è il problema
dei bambini, ancora abbastanza piccoli.
Questa era un’occasione da non perdere, ma
non è facile lasciare una vita già ben avviata
per affrontare le incognite del nuovo.