DUECENTO ANNI FA NASCEVA IL RIFORMATORE DELL’OPERA TEDESCA la Voce del popolo musica www.edit.hr/lavoce Anno 9 • n. 72 Mercoledì, 31 luglio 2013 IL PERSONAGGIO I GRANDI DEL JAZZ L’INTERVISTA Fiume tra gli epicentri musicali europei Herb Jeffries, l’ultimo dinosauro del jazz Il primo violoncello fiumano nel Quatar Eduardo Hubert si racconta e valuta il futuro del Laboratorio“Dino Ciani” Il vocalist siculo-americano che combattè tutta la vita per i dirittti civili dei Neri L’esperienza di Petar Kovačić nell’orchestra sinfonica dell’emirato arabo 2|3 6|7 8 RICHARD WAGNER FU IL PRINCIPALE PRECURSORE DEL LINGUAGGIO MUSICALE MODERNO: L’ESASPERATO CROMATISMO DEL TRISTANO AVRÀ INFATTI UN EFFETTO FONDAMENTALE NELLO SVILUPPO DELLA MUSICA CLASSICA. EGLI TRASFORMÒ IL PENSIERO MUSICALE ATTRAVERSO LA SUA IDEA DI DI GESAMTKUNSTWERK 2 Mercoledì, 31 luglio 2013 I musica l Laboratorio e Festival pianistico internazionale “Dino Ciani”- promosso dall’Università degli Studi di Fiume, con il sostegno del Consolato generale d’Italia a Fiume in collaborazione con la Comunità degli Italiani di Palazzo Modello e sotto l’egida del presidente della Repubblica Ivo Josipović – ha avuto luogo dal 9 al 18 luglio ed ha portato nel capoluogo quarnerino i pianisti-docenti di livello internazionale Violetta Egorova (Russia), Naum Grubert (Paesi Bassi), Epifanio Comis (Italia), Eduardo Hubert (Argentina), oltre alla partecipazione del pianista fiumano Goran Filipec, ideatore del progetto. Qui di seguito proponiamo l’intervista con Eduardo Hubert, pianista, docente, compositore, direttore d’orchestra, nato in Argentina, originario dalla Polonia, che da quarant’anni vive in Italia. In questa intervista, che ci ha concesso in esclusiva qualche giorno prima di rientrare in Italia, ci racconta, con grande disponibilità, la sua esperienza di musicista, i suoi incontri e il suo rapporto con la vita. di eccellente qualità. Fiume nel mondo non è conosciuta come città musicale, però da quello che ho visto e udito, posso dire che ci sono persone molto talentuose e di altissima professionalità. Il festival in futuro rappresenterà un’occasione d’oro da non perdere, per tutti quelli che sono interessati alla materia. Come valuta questo progetto fiumano? Quindi, a suo avviso, la musica classica può avere un futuro roseo nel capoluogo quarnerino? È molto interessante. Ho avuto notizie di questa iniziativa da un caro amico, che è pure uno dei professori del Laboratorio, Epifanio Comis e, tramite lui, ho conosciuto Goran Filipec, che mi pare una persona straordinaria, eccezionale; come musicista poi è bravissimo. Devo dire che siete veramente fortunati ad avere un gioiello di pianista come Goran. Se devo giudicare il festival “Dino Ciani” in base alle mie esperienze personali, rilevo che ho una discreta esperienza nell’organizzazione di eventi di questo tipo. Insieme a Martha Argerich ho curato grossi festival in giro per il mondo e, tirando le somme, devo dire che Goran è riuscito a mettere in piedi una serie di attività, sia didattiche che concertistiche, È la prima volta che viene in Croazia? Anni fa sono stato invitato a Lesina da una violoncellista croata. Ero ospite di un festival locale, un’ esperienza molto interessante. È stata la mia unica tappa in Croazia fino ad oggi. Vedo che qua a Fiume si possono fare tantissime cose, perché ci sono delle strutture pronte a collaborare in ambito di musica classica. Penso all’Accademia di musica, al Museo di storia che dispone di un’eccellente pianoforte, alla Comunità degli Italiani; insomma, tanti posti dove è possibile fare dell’ottima musica. Ormai questa “avventura” è terminata, ma stiamo già programmando il futuro e le possibilità che si aprono dinanzi a noi sono notevoli. Non esagero se affermo che Fiume può diventare un punto di riferimento per tutta questa parte d’Europa, per l’Italia, la Slovenia e gli stati che circondano il Paese. Quello che si vuole creare qua è un qualcosa di diverso da quello che si vede in giro normalmente. Ecco che allora dobbiamo unire le forze, lavorare tutti insieme per creare un polo di attrazione che sia in grado di rispondere alle richieste di tutti quei talenti che non riescono a trovare spazi, ma che sono fortemente desiderosi di mostrare le proprie abilità musicali. Bisogna farsi carico di loro e credo che Goran Filipec sia il personaggio più adatto. Devo dire che in lui ho trovato, oltre che un compagno di note, la Voce del popolo anche un amico; tra noi si è instaurato un clima molto “produttivo”. Ci può spiegare la sua composizione che ha interpretato al concerto d’inaugurazione del Laboratorio, che si è tenuto nel Salone delle Feste della Comunità degli Italiani? Si tratta di un mio trittico argentino. Queste tre composizioni sono nate in tre periodi diversi della mia vita. Una è un “Fantango”, fantasia in forma di tango proveniente dalla sintesi di due nomi, “fantasia” e “tango” sulle note di Bach (si bemolle, la, do, si naturale); ”Humawala, ispirato ad un momento di personale approccio alle montagne della Cordigliera delle Ande, ed anche esso deriva dalla sintesi di due nomi: Humahuaca (regione del nordovest argentino) e “vidala”, (genere di canto del centro nord). Per comporre Humawala ho vissuto un lungo periodo a 3800 metri di altezza dal mare, assaporandomi il nulla, sentivo soltanto il vento e qualche vocina accompagnata da un suono lontano. È un pezzo che si è evoluto nel tempo al quale ho aggiunto degli “smorzatori” alle corde per ottenere degli effetti sonori particolari. Il terzo pezzo è il “Malambo”, che ho scritto come sigla di una trasmissione della RAI in 8 puntate chiamata appunto “Malambo”. Si tratta della danza più conosciuta del gaucho che si prodiga in acrobazie e virtuosismi. Nella versione originale esso viene accompagnato dal “bombo”, strumento di percussione molto usato nel folclore argentino. Ci può spiegare le caratteristiche delle sue composizioni e le influenze esterne che condizionano le sue creazioni? In questi tre brani è fondamentale la musica argentina che rappresenta quasi una costante nella mia produzione. Nel periodo iniziale non era presente; le mie prime composizioni erano per strumenti e organici vari, tra cui il pianoforte. Si trattava di brani “di ricerca” di cui la maggior parte era orrenda (dice ridendo, ndr.). Ero come tutti i giovani, credevo di essere bravissimo, ero convinto che quello che facevo fosse eccellente. Nel 1992 a Pesaro si tenne il X Festival mondiale del sax, che riuniva i più importanti esecutori di questo strumento. Per l’occasione Federico Mondelci (il più famoso sassofonista del Bel Paese, ndr.) mi chiese di comporre un pezzo, e io scrissi una composizione per sax, contralto e orchestra, chiamato “Por las Americas”, una specie di viaggio musicale tra il Nord e Sud America che finisce con un danza argentina. Piacque tantissimo, tanto da essere ripreso dal sassofonista Frank Bongiorno che, un anno più tardi, lo suonò alla Casa Bianca per Bill Clinton. Poi, con il passare degli anni, continuai a favorire la musica latinoamericana. Decisivo, nel 2000, fu l’inizio della collaborazione con Martha Argerich con la quale cominciai a collaborare e che mi spinse a dare voce al mio animo argentino. Da allora mi sono addentrato in questa dimensione che privilegia la musica del mio paese. Martha Argerich, potere suonare con lei è il sogno di ogni pianista. Ci racconti del vostro rapporto. Quando avevo 16/17 anni ebbi l’opportunità di conoscerla, ma la cosa finì lì. Nel ’95 lei venne a Roma al Teatro Olimpico per suonare Beethoven, io mi presentai e lei ovviamente non si ricordava di me. Cominciammo a parlare e, tra una chiacchiera e l’altra, diventammo amici. Ogni volta che passava per Roma veniva a trovarmi, io la riempivo di caffè, che a lei piace tanto, e parlavamo per ore e ore di musica. Pian piano incominciammo a maturare delle idee e nel 2000, a Pescara, tenemmo un concerto maratona di quattro ore e mezzo del quale rimase entusiasta. A partire da quel momento la Voce del popolo musica Mercoledì, 31 luglio 2013 IL PERSONAGGIO 3 di Marin Rogić A COLLOQUIO CON IL MAESTRO ARGENTINO EDUARDO HUBERT, DOCENTE DEL LABORATORIO E FESTIVAL PIANISTICO INTERNAZIONALE «DINO CIANI» «FIUMEPUÒDIVENTAREUNPUNTO DIRIFERIMENTOINEUROPA PERLAMUSICACLASSICA» mi scelse come direttore artistico di molti suoi festival, dall’Argentina a Lugano. Lei vanta una lunghissima carriera. C’è un momento particolare che le piace ricordare? Sì una cosa c’è. Sono nato in Argentina, mia mamma era cantante lirica, però dovette abbandonare la sua professione quando io venni al mondo. All’epoca era così, la donna doveva lasciare da parte la propria carriera per dedicarsi alla famiglia. Lei mi diceva sempre: “Tu devi suonare al Teatro Colón dove io sono stata diretta da Toscanini”. A 25 anni, terminati gli studi di ingegneria, partii per l’Europa con l’intenzione di dedicarmi al pianoforte; le parole di mia madre evidentemente mi si erano impresse in una qualche anticamera della memoria. Il tempo passava e il Teatro Colón di Buenos Aires rimaneva un sogno nel cassetto, finché un giorno Martha mi parlò di un festival nel detto Teatro. Suonai al Colón insieme a Martha per ore, in un concerto per me indimenticabile. Mia madre era morta due, tre anni prima. Mi ricordo che quando salii sul palco piansi dall’emozione. Questo è per me uno dei ricordi più sublimi. C’è il rischio che dopo tanti anni fare il musicista diventi un mestiere ‘normale’, diventi una routine? Può succedere, dipende dalla persona. In me, finora, il rischio non c’è, e lo stesso posso dire anche di Martha. Oggi, con le nuove tecnologie, internet su tutte, quanto è difficile per un giovane emergere con la musica classica? Da un lato è abbastanza facile; uno può mettere in rete creazioni proprie che in breve tempo fanno il giro del mondo e, durante questo tour, c’è la possibilità che qualche professionista del mestiere le ascolti. Dall’altro canto ciò è sfavorevole, in quanto c’è così tanta roba da vedere ed ascoltare che spesso i professionisti all’ascolto snobbano internet perché non sanno da dove partire. Io credo che ci siano tanti talenti in giro. Una volta c’erano meno possibilità, ma anche i musicisti erano molti di meno. Le faccio un esempio. In Cina, dopo la conquista dei massimi podi da concerto da parte del “famigerato” Lang Lang (giovane pianista cinese, talento mondiale, ndr.), si contano cinque milioni di pianisti; non cinque mila, ma cinque milioni di pianisti che stanno aspettando che si apra una porticina sulla scena mondiale. Mi hanno detto che alcuni di questi sono veramente straordinari. Mettiamo che siano solo l’uno percento, stiamo parlando di cinquanta mila pianisti di primo ordine. La domanda viene spontanea: dove li mettiamo? Il pianista cinese è molto differente da quello occidentale, anche nella maniera di capire e sentire la musica; però, con il passare degli anni, questo margine sarà colmato ed allora ci sarà da divertirsi (ride, ndr). Da loro l’interesse per lo studio della musica classica è in aumento, da noi in calo, e questo è un dato su cui riflettere. In che cosa consiste secondo lei la bellezza della musica classica? Cosa la affascina di questo mondo? L’anno scorso ho diretto per la prima volta la Settima sinfonia di Beethoven. L’avevo studiata nei miei corsi di direzione d’orchestra, però non l’ho mai approfondita. Mi sono trovato davanti a questa partitura e mi ha fatto un effetto particolarissimo; sono stato preso da una specie di sindrome di Stendhal talmente acuta che addirittura non mi faceva più dormire. Sono pagine di una perfezione musicale talmente eccelsa – con un organico strumentale limitato per giunta – con emissioni sonore “divine”, che non riesco nemmeno a descrivere a parole. Una semplicità talmente profonda che mi sono sentito male; parlandone adesso mi viene la pelle d’oca. Rimango stravolto di fronte a cotanta meraviglia. Spesso durante le lezioni, quando vesto i panni del maestro, mi capita di udire, scoprire cose nuove, cose che, anche se le ho già sentite centinaia di volte, mi sorprendono di continuo. Non finirò mai di meravigliarmi davanti alla potenza della musica. Che significato ha per lei essere argentino oggi? In buona parte mi sento argentino. D’altronde, in questo momento, la mia compagna è lì. Da oltre quarant’anni lavoro e vivo in Italia e in una certa maniera sono orgoglioso di sentirmi parzialmente anche italiano. Però c’è questa fatto di ‘argentinità’ che mi sento dentro, gli anni più belli della mia vita li ho passati in questo straordinario Paese latino-americano. Quattro o cinque volte all’anno ci torno, mi trovo con gli amici e parliamo come se ci fossimo salutati il giorno prima. Chiacchieriamo per nottate intere e questa è una cosa molto bella che in Italia non c’è; nello ‘Stivale’ si sta con gli amici, arriva mezza notte e poi ognuno va a casa propria. Invece in Argentina no, il tempo sembra non influisca sulla vita. Magari può sembrare un esempio banale, ma racconta la calorosità delle persone. Quale consiglio si sente di dare a un giovane musicista alle prime armi? Di essere sincero, di andare in fondo al pezzo, di ascoltarsi e riascoltarsi. Questo ultimo fatto è il più difficile, cercare di ascoltare bene sé stessi è la cosa più difficile, perché ti porta ad entrare dentro te stesso. Poi di ricordarsi che la partitura dice tutto, non mente mai. Cosa ascolta in privato? Mi piace ovviamente ascoltare la musica classica, conoscere nuovi artisti. L’altro giorno ho sentito alla radio croata un compositore nazionale formidabile; mi dispiace moltissimo di non essere riuscito a segnarmi il nome. Questa è un’altra conferma che in Croazia di talenti ce ne sono. Secondo lei, la musica può dare un senso alla vita? La dà costantemente, non importa se sia classica o meno; c’è musica buona e musica cattiva. La musica buona forma la vita. Cosa sarebbe l’umanità senza Mozart, Stravinskij, Bach? 4 lalaVoce Voce del popolo del popolo Mercoledì, 31 luglio 2013 L’ANNIVERSARIO CONL’OPERAW LARINASCITADELL’ART F.Chopin, che nutriva spiccata antipatia per gli ebrei, oppure Carl Orff, a suo tempo membro del Partito nazionalsocialista, e tanti altri geni musicali) e coloro che non possono ignorare questo brutto aspetto della personalità di Wagner e le dichiarazioni apertamente insofferenti nei confronti degli ebrei, che vengono riportate puntualmente nelle biografie del compositore. Una geneaologia incerta “I l bisogno più urgente e più forte dell’uomo perfetto e artista è di comunicare sé stesso - in tutta la pienezza della sua natura - all’intera comunità. E non può arrivare a tanto se non nel dramma”. È questo il pensiero che forse meglio di qualunque altro illustra l’essenza dell’opus musicale di Richard Wagner, uno dei maggiori compositori nella storia della musica e un rivoluzionario del teatro lirico, del quale quest’anno si celebra il 200.esimo anniversario della nascita. Pensatore-poeta-musicista, Wagner concepì e realizzò un’audace e profonda riforma dell’opera, esercitando al contempo un’influenza indelebile sulla cultura europea e mondiale. La sua arte rivoluzionaria, in cui sono presenti, dal punto di vista dei libretti, influenze della tradizione della mitologia norrena, germanica e dei poemi cavallereschi, nonché quelle della filosofia di Arthur Schopenhauer, e dal punto di vista musicale influssi dell’intera storia della musica classica, scatenò reazioni contrastanti nel mondo artistico e divise critici e appassionati in “wagneriani” e “antiwagneriani”: fu anche per questo che il compositore conobbe il successo solo negli ultimi anni della sua vita. Il filosofo Friedrich Nietzsche, durante il periodo di amicizia con il compositore, considerò la musica delle sue opere fino alla tetralogia “L’anello del Nibelungo” come la rinascita dell’arte tragica in Europa, rappresentando il massimo esempio dello spirito dionisiaco nella storia della musica stessa, cioè il suo aspetto istintuale. Personalità controversa E mentre il suo ruolo di riformatore e genio musicale non viene messo in discussione, il compositore tedesco rimane un personaggio controverso a causa del suo antisemitismo e del fatto di essere stato il compositore preferito di Adolf Hitler (di che, ovviamente, non possiamo fargliene una colpa, sebbene qualsiasi associazione con il dittatore tedesco susciti degli interrogativi). La musica del maestro di Lipsia fu per il Führer, che si identificava con Wagner, una vera e propria religione. Autore del famigerato libretto “Il giudaismo nella musica” (1850), Wagner si trova al centro di una decennale polemica nella quale si confrontano coloro che ritengono che sia necessario discernere la musica dal suo autore (altrimenti diventerebbe “persona non grata” anche Wilhelm Richard Wagner nacque a Lipsia il 22 maggio 1813, nono figlio del giurista e attore dilettante Carl Friedrich Wagner (1770-1813) e di Johanna Rosine Wagner, nata Pätz (1774-1848). Sei mesi dopo la sua nascita, suo padre morì di tifo. La madre sposò allora l’attore e poeta Ludwig Geyer, secondo alcuni già suo amante e forse vero padre di Wagner, che si era occupato della famiglia dopo la morte di Carl Friedrich. Dopo la morte del padre, la famiglia si trasferì a Dresda. Nel 1828, Wagner tornò a Lipsia, dove completò le scuole secondarie, ma tuttavia non si distinse per una particolare dedizione. Era sempre incerto se intraprendere una carriera di pittore, letterato, saggista, scultore e persino architetto. Le sorelle di Wagner studiavano il pianoforte, ma lui preferiva ascoltare. Infatti, per la musica aveva molta simpatia, ma nessuna voglia di studiarla. Di temperamento molto esuberante, si entusiasmava facilmente anche per le piccole cose futili e sentiva ardere dentro di sé lo “spirito” della rivoluzione. DUECENTOANNI FA NASCEVA RICHARD WAGNER. FU IL PRINCIPALE PRECURSORE DEL LINGUAGGIO MUSICALE MODERNO: L’ESASPERATO CROMATISMO DEL TRISTANO AVRÀ INFATTI UN EFFETTO FONDAMENTALE NELLO SVILUPPO DELLA MUSICA CLASSICA. EGLI TRASFORMÒ IL PENSIERO MUSICALE ATTRAVERSO LA SUA IDEA DI GESAMTKUNSTWERK (OPERA TOTALE), SINTESI DELLE ARTI POETICHE, VISUALI, MUSICALI E DRAMMATICHE In Beethoven lo stimolo per la musica Nel 1834 si iscrisse all’Università, studiando alla Facoltà di filosofia ed estetica. Nel frattempo, la sua tendenza musicale andò sviluppandosi, invadendolo a poco a poco. Lipsia era, infatti, un’ambiente eminentemente musicale, nel quale il giovane poteva assistere a concerti nella Gewandhaus e alle discussioni suscitate dalle sinfonie di Beethoven e dalle nuove tendenze di C.M. von Weber, autore dell’opera “Der Freischütz” (Il franco cacciatore). Fu dopo aver ascoltato alcuni brani di Beethoven, fra i quali la Sinfonia in Do e gli intermezzi dell’”Egmont”, che Wagner scoprì in sé il bisogno di occuparsi di musica. Decise di farsi una solida cultura musicale, iniziando a studiare con il maestro Gottlieb Müller, ma è con Theodor Weinlig, maestro presso la Cantoria di Thomasschule, che Wagner scoprì le vie dell’arte. Tant’è che il giovane licenziò Weinlig dopo appena sei mesi, dicendogli che oramai poteva fare da sé “perché aveva appreso a risolvere con facilità i più seri problemi del contrappunto”. || Scenografia per il “Parsifal” difficili. Per necessità della vita, iniziò a dirigere l’orchestra nelle stagioni d’opera, che non furono molto fortunate, ma fu durante una di queste che egli rese particolare omaggio a Vincenzo Bellini, scegliendo la “Norma” per la sua serata d’onore, che presentò con parole di viva ammirazione. Intanto, iniziò ad occuparsi delle sue prime concezioni lirico-drammatiche. Dopo “Le Nozze” (Die Hochzeit), rimaste incompiute, compose “Le Fate” (Die Feen, 1834), “Il divieto d’amare” (Das Liebesverbot, 1836), ispirato a Shakespeare, e “Rienzi” (1836), concepito secondo il gusto della “grand opéra” francese, allora di moda. Fu in questo tempo – nel 1835 – che Wagner sposò Minna Planer, attrice e cantante assai bella, ma di modesto talento, che non comprendeva gli ideali perseguiti da suo marito. Sfiduciato per le difficoltà incontrate, decise di tentare la fortuna a Parigi nel 1840. Da Riga, dove era stato direttore d’orchestra fino al 1839, Wagner parte con la moglie verso la capitale francese a bordo di un veliero, per ragioni economiche. È un viaggio importante nello svolgersi dell’arte di Wagner. Infatti, nella leggenda dell’”Olandese volante” – la nave condannata ad errare eternamente sui mari, con il suo capitano blasfemo e la ciurma, finché una donna non aavesse redento il dannato – egli vede una nuova fusione di elementi poetici e musicali. Sbarcato, dopo un disastroso viaggio di più settimane, a Boulogne-sur-mer, Wagner ha la fortuna di incontrare e conoscere Giacomo Meyerbeer, compositore di successo, che lo introduce ai suoi amici influenti di Parigi. Vi trovò, però, Una via irta di difficoltà Gli inizi della sua carriera artistica furono soltanto delusione, incomprensione e miseria, dal momento che non riuscì a mettere in scena alcuna opera. Impegno civile e politico Ritornato in patria, terminò “Il vascello fantasma” (Der fliegende Holländer, 1841), con cui si orientò decisamente verso le tendenze romantiche, che impregnarono pure “Tannhäuser” (1845) e “Lohengrin” (1848). Quest’ultima opera fu terminata in Svizzera, dopo la condanna a morte decretatagli per la sua partecipazione ai moti politici insurrezionali del 1849. Infatti, Wagner aveva sempre pensato che l’artista non possa e non debba isolarsi dai movimenti che agitano e muovono l’umanità e la società in cui vive. Gli studi di filosofia e letteratura avevano suscitato in lui un movimento di idee che lo avvicinavano sempre più ai movimenti politici che scuotevano l’Europa in quegli anni. Repressi i moti di Dresda del maggio 1849, fuggì in Svizzera per scampare al pericolo di morte, lasciando la moglie Minna a Dresda. Fu questo un distacco che divenne poi definitivo. Mentre continuava sempre più liberamente e attivamente la sua opera creativa, concretando il poema dell’”Anello del Nibelungo”, già abbozzato nel 1848, fu costretto a difendersi la Voce musica del popolo Mercoledì, 31 luglio 2013 5 a cura di Helena Labus Bačić WAGNERIANA TETRAGICAINEUROPA e a spiegare i suoi ideali attraverso gli scritti. Nel periodo dell’esilio a Zurigo nacquero i suoi saggi “Arte e Rivoluzione”, “L’opera d’arte dell’avvenire” e “Opera e Dramma” che sono illustrazioni critiche e filosofiche del suo ideale artistico di fronte al teatro musicale del suo tempo. È sbagliato pensare che Wagner abbia voluto attuare un programma preconcetto. Infatti, le opere hanno preceduto i commenti letterari e filosofici. La riforma wagneriana dell’opera Ma quali sono i concetti e i principi musicali con i quali Wagner rivoluzionò l’opera? Wagner, infatti, considerava l’opera tradizionale italiana e francese, da lui designata con il termine Oper, come “un genere d’arte anti-naturale e di nessun valore”. Le forme che l’opera tradizionale aveva assunto erano caratterizzate da un’alternanza fra momenti di supremazia della musica sullo svolgimento del dramma e momenti di sviluppo dell’azione a scapito dell’interesse musicale. Che la musica presentasse caratteri di autonomia e separazione dal contenuto del dramma, situazione frequente nell’opera tradizionale, era inaccettabile nell’ottica wagneriana. La riforma di Wagner mirava a riportare il dramma in una prospettiva di centralità rispetto a alle preoccupazioni esclusivamente musicali, modificando alla base la struttura musicale dell’opera tradizionale e dando vita al cosiddetto Musikdrama (dramma musicale), nel quale musica e dramma si compenetrano reciprocamente. Questo significava concepire una forma musicale interamente modellata sulla scena rappresentata. Fusione tra parola, suono e azione scenica Wagner elimina la struttura alternata di recitativo e aria chiusa creando un flusso musicale ininterrotto in cui l’azione drammatica si svolge senza fermate o rallentamenti (“la melodia infinita”). Questo flusso è costituito da un continuo susseguirsi di brevi idee melodiche che si legano saldamente a particolari immagini, oggetti, concetti, personaggi che si avvicendano sul palcoscenico: sono i Leitmotiv, cellule musicali che acquistano un particolare significato in virtù del legame che instaurano con il referente drammatico a cui vengono connesse. Prendiamo come illustrazione l’”Anello del Nibelungo”, nel quale ogni personaggio ha un suo proprio Leitmotiv, che risuona in orchestra ogni volta che il personaggio entra in scena o viene nominato, sia espressamente che implicitamente. I vari Leitmotiv si connettono tra loro attraverso legami di somiglianza, generazione, contrasto, sovrapposizione, creando una vera e propria rete di relazioni in grado di creare un insieme di significati parallelo a quello del testo drammatico e dell’azione scenica. Attraverso questi procedimenti tecnici Wagner realizzò il suo ideale estetico di completa fusione tra parola, suono e azione scenica. Diversamente dalla maggioranza degli altri compositori di opera lirica, Wagner scrisse sempre da sé il libretto e la sceneggiatura per i suoi lavori. Fu il principale precursore del linguaggio musicale moderno: l’esasperato cromatismo del Tristano avrà infatti un effetto fondamentale nello sviluppo della musica classica. Egli trasformò il pensiero musicale attraverso la sua idea di Gesamtkunstwerk (opera totale), sintesi delle arti poetiche, visuali, musicali e drammatiche. ”Tristano e Isotta” espressione dell’ideale wagneriano Da tutto questo intenso lavoro creativo, Wagner non riusciva a ricavare i mezzi per vivere agiatamente. Lavorò come direttore d’orchestra, accettando le offerte di Londra, Pietroburgo, Mosca, Budapest, ma rimanendo sempre senza una base. Un’oasi di tranquillità e stabilità l’aveva trovata in Svizzera, nell’ospitalità di un amico e ammiratore che possedeva una villa presso Zurigo e che gli mise a disposizione uno châlet. Wagner venne travolto da una forte passione per Mathilde Wesendonck, moglie dell’amico, che lo portò a sospendere la composizione della trilogia “L’anello del Nibelungo”. Si dedicò, in parte a Venezia e in uno stato di esasperazione passionale al limite del parossismo, a uno dei più sublimi e vibranti poemi d’amore di ogni tempo: il “Tristano e Isotta”. In esso, l’arte wagneriana si affermò con tanta pienezza e con tanta ricchezza di elementi essenziali della sua riforma, da diventare la sua espressione ideale. Wagner ne era consapevole e dichiarò in merito: “Qui, finalmente, io mi muovevo con la più grande libertà e con la più completa indipendenza da ogni considerazione teorica; così che, durante la composizione, riconobbi io stesso quanto il mio volo oltrepassava i limiti del mio sistema”. Verdi ebbe a dire a proposito che “dinanzi a questo gigantesco edificio sto sempre con terrore e stupore; e oggi ancora non so proprio comprendere come l’abbia potuto ideare e comporre un uomo”. || Carlosfeld e Malwine Garriges nel ruolo di Tristano e Isotta, Monaco, Nationaltheater, 1865 Bayreuth inaugurato con l’”Anello del Nibelungo” Wagner lasciò poi temporaneamente l’atmosfera del mito per comporre la commedia musicale “I maestri cantori di Norimberga” (Die Meistersinger von Nürnberg, 1868). Ritornò infine all’opera che egli considerava fondamentale della sua riforma e la più concreta espressione delle sue idealità etico-sociali. Fondamento del dramma fu la concezione rivoluzionaria all’epoca - che l’oro (simbolo dell’egoismo e dell’avidità di potere) è la prima causa di tutti i mali che affliggono l’umanità e che solo l’eliminazione di esso e la suprema legge dell’amore possono dare al mondo la pace e la vera felicità. Nella saga nordica dei Nibelunghi gli parve di trovare la sostanza corrispondente alla sua idealità drammatica, che egli espresse nel grandioso ciclo “L’anello del Nibelungo” (Der Ring des Nibelungen), costituito da un prologo - “L’oro del Reno” (Das Reingold) - e da tre “giornate”: “La Walkiria”, “Siegfried” e il “Crepuscolo degli dei” (Goetterdämmerung). Con la memorabile rappresentazione integrale dell’”Anello” si inaugurò, nell’agosto del 1876, il teatro wagneriano di Bayreuth. || “Parsifal” Richard e Cosima, un’unione ideale Sul versante personale, Wagner ebbe una vita piuttosto burrascosa. Nel 1854 conobbe per la prima volta Cosima Liszt, figlia del celebre Franz Liszt (amico e sostenitore di Wagner), accompagnando il pianista e compositore ungherese a Parigi. La ragazza fu profondamente impressionata da Wagner. Maritata più tardi a Hans von Bülow, Wagner la rivide a Monaco e i rapporti divennero più stretti. Quando Bülow venne con la moglie in Svizzera, alcuni anni più tardi, per cooperare con lui alla trascrizione delle ultime partiture, Cosima incitò Wagner a riprendere il “Siegfrid”, che era stato abbandonato. Fu allora che maturò il vero amore fra i due e Bülow rinunciò ai suoi diritti a favore dell’amico, divorziando da Cosima, che divenne la seconda moglie di Wagner nel 1870. Da lei ebbe tre figli: Isolde, Eva, che sposò un filosofo precursore del nazismo, Houston Stewart Chamberlain, e Siegfried. Cosima fu la compagna di Wagner e della sua arte, la guida saggia e sagace, l’unica donna che lo abbia veramente compreso. Il matrimonio fra i due fu un’unione felice, ed ella si dedicò a Wagner con assoluta fedeltà. Dopo la morte del marito, Cosima assunse la guida del Festival di Bayreuth in un nuovo teatro da lui personalmente progettato e fatto costruire a Bayreuth, dove lui e la famiglia si erano trasferiti nel 1872. La sua linea di condotta si basò sullo stretto mantenimento delle tradizioni risalenti agli anni in cui suo marito era in vita, mettendo al bando ogni possibile innovazione e continuando a riproporre le vecchie scenografie originali (gli allestimenti furono poi rinnovati per volere di Hitler in persona). Le va riconosciuto però il merito di aver permesso che il Festival, fortemente indebitato alla morte di Wagner, sopravvivesse e consolidasse la sua reputazione. Negli ultimi anni di vita, Wagner compose anche “Parsifal”, terminando la partitura a Palermo nel 1882, dopo aver tratto preziosi elementi scenici dal Duomo di Siena e dai giardini fioriti di Amalfi. Si spense a Venezia il 13 febbraio 1883. 6 musica Mercoledì, 31 luglio 2013 I GRANDI DEL JAZZ H erb Jeffries (o Jeffreis o Jeffrey) - alias Umberto Alessandro Ballentino, da Detroit, classe 1913 se Dio vuole il 24 settembre compirà cento anni! - è l’ultimo dinosauro vivente del jazz. Quantomeno, di quello che ha attraversato il XX secolo dagli anni Trenta in poi. Ma è anche la personalità più atipica del firmamento della musica afroamericana e, se vogliamo, della musica tout-court: un Bianco che ha voluto sempre vivere, professionalmente parlando, in mezzo ai Neri; con i quali, peraltro, ha vissuto fin da bambino, nella capitale dell’industria automobilistica, a forte immigrazione Nera, appunto, dalle piantagioni del Sud. Una delle poche città statunitensi in cui la segregazione e il razzismo non sono mai andati oltre la pura formalità. Un genoma da capogiro C’è da dire che suo patrigno era un Nero: africano. Etiope. La madre, invece, dalle radici molto composite: nativi americani e canadesi, irlandesi, francesi... Il patrigno etiope, dicevo; da cui il cognome (d’arte) Jeffries. Ma il padre era siciliano. Lo perse, che nemmeno lo conosceva, durante la Prima guerra mondiale. Quando entra nel mondo della musica, è l’ennesimo cantante italo-americano, che a ruota segue Russ Colombo e precede Perry Como e Frank Sinatra, Tony Bennett e Dean Martin, Frankie Laine e Vic Damone, Jimmy Durante e Al Martino, e un’intera pletora di figli e nipoti canterini di Meridionali italiani... Comunque, musicisti e artisti mai in odore di razzismo: è stata la stampa americana a ventilare inimicizie, rancori, odi tra loro: quando anni fa chiesi alla figlia di Billy Eckstine, Gina, in che rapporti fossero suo padre e Sinatra, che Eckstine aveva scalzato dal trono americano per un decennio, mi disse: perfetti, grandi amici! A differenza di loro, Herb è più vicino alla realtà afroamericana che non a quella wasp o degli italo-americani. Disse una volta: “Mio padre è nato nella Sicilia del secondo Ottocento. Vi immaginate quanto sangue moresco ci fosse nelle sue vene, dopo secoli di dominio arabo e prim’ancora africanocartaginese nel Mediterraneo? E allora come faccio a considerarmi Bianco? Al massimo sono un all colours”. A Chicago l’inizio della carriera E’ men che ventenne, Herb, quando inizia a cantare nei complessini sanguemisto della città natale. Vanno di moda le voci “alla Enrico Caruso”, tenorili, ma leggere, romantiche. Dato che però dispone anche di Sandro Damiani || Herb Jeffries di corde baritonali, viene indirizzato in tal senso; oltre tutto, il repertorio è formato da pezzi swingati e jazzy. Nel 1930 è a Chicago; lo nota il violinista e bandleader Erskine Tate, colui, cioé, che dieci anni prima ha portato il jazz in città, avendo in orchestra ragazzotti tipo Louis Armstrong e Freddy Keppard. Lo ingaggia e dall’oggi al domani questo poco meno che ventenne di bell’aspetto, si trova a cantare al Savoy Dance Hall. All’epoca, a occhio nudo si nota che non è un afroamericano: capelli lisci, pelle olivastra (da siciliano, insomma), voce profonda, ma pulita. Epperò, Herb va già portando avanti il discorso del suo “non essere” un bianco. I colleghi di colore se la ridono: “Sì, va beh... sei dei nostri; ma Bianco!”. Anche Chicago, al pari di Detroit, è una città multirazziale. Il segregazionismo è più nella testa della borghesia Bianca che non come pratica diffusa, basti pensare al Cotton Club di Al Capone, dove si esibiscono/si esibiranno Cab Callowey, Duke Ellingtone, Billie Holiday, decine e decine di musicisti e danzatori e danzatrici afroamericani. Nonché Earl “Fatha” Hines, formidabile pianista con un’orchestra da ballroom con i fiocchi. la Voce del popolo UNBIANCO CHE SEMPRE ÈVISSUTO INMEZZO AINERI || Il formidabile pianista e talent scout Earl “Fatha” Hines Hines, imbattibile talent scout Ed è proprio lui che l’anno appresso “strappa” Herb a Tate. Con questa mossa – e con quelle dei successivi vent’anni – Hines dimostrerà di essere il musicista Nero con il più fine degli orecchi quanto a scoperta e lancio di cantanti. Dopo Jeffries, sarà la volta di Billy Eckstine, quindi, su suggerimento di quest’ultimo, di Sarah Vaughan, e poi Earl Coleman, Johnny Hartman (stiamo parlando del gotha dei vocalist), per chiudere nei primi anni Cinquanta con Helen Merrill, alias Helena Minčetić, neviorkese di genitori croati (spesso viene in vacanza a Veglia), oggi regina bianca del canto jazz...E proprio con Fatha, nel 1934, incide il suo primo disco: “Just to be in Carolina”. Infatuato del cinema Quando Herb Jeffries si trova a un passo dal successo con la Esse maiuscola, si infatua del cinema! Siamo a metà dei Trenta. Racconta: “Mi trovavo a passeggiare per le strade della mia infanzia a Detroit, che mi imbatto in un gruppetto di ragazzini Bianchi che giocano ai cow-boy, mentre in un angolo c’è un loro coetaneo Nero. Gli chiedo perché se ne stia in disparte, mi pare strana questa sorta di isolamento... razziale, ma il ragazzino dice: “Come faccio a giocare ai cow-boy, non c’é un eroe del West - Nero!” Lo stesso giorno, Herb si precipita da un amico produttore di race movie – i film fatti dagli afroamericani per i circuiti/ ghetti afromericani. “Ne facciamo, si’, di film western – gli dice - ma non abbiamo il ‘divo’: ci manca un Tom Mix, un Buck Jones, inoltre le nostre pellicole i Bianchi non le vedono”. A questo punto, Herb si offre: “Un po’ di cerone, una passata sui capelli con il ferro caldo e dei bigodini... ed eccovi l’Eroe! Naturalmente, per film musicali, in cui i cow-boy cantano, ballano il tip-tap, suonano”... tutto Detto, fatto. Un cow-boy afro-americano Nel giro di tre anni escono quattro di questi film, il primo dei quali è “Harlem on the Praire”. Il successo è enorme e se ne parlerà per tanti di quegli anni che Jeffries alla fine entrerà a pieno titolo nel National Cowboy & Western Heritage Museum di Oklahoma City, accanto ai citati Mix e Jones, e a John Wayne, James Stewart, Randolph Scott, Gregory Peck e tutti i più famosi pistoleri dello schermo... Inoltre verrà omaggiato con la Stella dell’Hollywood Walk of Fame al 6672 di Hollywood Boulevard. (Ne avrebbe meritata una seconda, come cantante... ma aspettiamo il centesimo compleanno, chissà). Quando nel 2004, dopo che il presidente Bill Clinton lo aveva proclamato “National Tresaure“, il successore George Bush Jr. gli dedica una serata alla Casa Bianca, alla presenza del quartier generale politico dell’Establishment statunitense; il Segretario di Stato Colin Powell, commosso, gli fa: “Da bambino ero orgoglioso di lei: anche noi Neri finalmente avevamo il nostro eroico cow-boy!“. Durante la parentesi cinematografica, Herb canta con il complesso di Blanche Callowey, a Los Angeles. Blanche ha un enorme seguito: perché è brava, e perché è la sorella di Cab, prima Blakstar dell’avanspettacolo afroamericano. Nella scuderia del Duca Nel 1940 lo ingaggia nientemeno che Duke Ellington, il quale al termine dell’audizione gli dice: “Chi ti credi di essere, Al Jolson?”. Ossia il famoso attore e cantante ebreo, protagonista del primo film sonoro in assoluto (“The Jazz Singer”, del 1928), nel ruolo di un Bianco che sulla scena si fa passare per Nero... Ellington amava mettere in imbarazzo il prossimo. In seguito lo fece anche con colui che gli resterà a fianco dieci anni: il cantante cieco Al Hibbler: “Chi ti credi, Billy Eckstine?”. Al, per tutto il resto della sua vita odierà Billy... Il Duca, che è un genio, riesce immediatamente la Voce del popolo musica Mercoledì, 31 luglio 2013 7 || L’orchestra di Erskin Tate nel 1925. A sinistra Louis Armstrong || Herb Jeffries L’AVVENTURA ARTISTICA E UMANA DEL VOCALIST SICULO-AMERICANO HERB JEFFRIES. OTTENNE GRANDE CELEBRITÀ CINEMATOGRAFICA CON L’INTERPRETAZIONE DI WESTERN-MUSICALS a coniugare il sound della sua orchestra con il timbro del Siculo-americano. Nel 1941 La Duke Ellington Orchestra si presenta agli oltre 1.500 spettatori del più esotico dei teatri americani, il Mayan di Los Angeles: lo spettacolo si intitola “Jump for Joy”. Sul palco monteranno a turno quattro cantanti: gli affermatissimi Dorothy Dandridge, Big Joe Turner e Ivie Anderson e Herb Jeffries. ”Flamingo“, un successo strepitoso L’anno dopo, il Duca e il suo cantante incidono la canzone, che diverrà la piu’ venduta di tutto il decennio: “Flamingo”. In realtà, il brano nasce come pezzo strumentale, ne è autore un giovane compositore romeno, Theodor Gruja, che bazzica le sale da ballo in cerca di ingaggi. Una sera prega Herb di convincere Ellington a dare un’occhiata a una sua composizione. Prima di tornare a casa, alle tre di notte, il vocalist fa vedere lo spartito al capo. Il quale si mette al pianoforte: gli piace, ma manca qualcosa. Le parole. Secondo il Duca, infatti, questa è una canzone adatta a Jeffries. Pochi giorni dopo la incidono. Debuttano in sala nel 1942. Entro il 1950 si saranno venduti undici milioni di copie... Ad oggi, altri tre! Non è finita. Con le varie versioni – del Trio Johnny Hodges-Eddie Heywood-Shally Manne, del “quattromani pianistico” Duke Ellington-Bill Streyhorn, del pioniere del R&B Earl Bostic, del sax tenore Benny Carter, del trombettista Herb Alpert e i Tijuana Brass e del duo piano-violino Michel Petrucciani-Stephane Grappelli – “Flamingo” supererà i cinquanta milioni di copie vendute. Da notare che l’allora giovane Gruja studiava composizione con Nadia Boulanger, maestro, tra prima e dopo, di Aaron Copland, George Gerschwin, Leonard Bernstein, Philip Glass, Daniel Barenboim., Quincy Jones, Herbie Hancock, Astor Piazzolla (il più scacio, è da dieci Grammy Awards)... Cultura, spiritualità e... affari Nel 1947 lancia “Angel eyes”. Non è una canzone, è una scommessa. Orecchiabile, facilina di primo acchito... ma in quanti vi si sono scornati, a parte lui, la Fitgerald, Sinatra, Nat King Cole, Jimmy Scott e pochi altri sulle decine e decine di interpreti strafamosi. D’altronde, è sempre così: chi lancia un pezzo, è poi la sua versione a dettare legge, indipendentemente dalla bravura di chi lo riproporrà. Dagli anni Cinquanta, Herb Jeffries – che nel frattempo, su insistenza del Duca, prenderà il diploma liceale (High School) - si immergerà negli studi più impensabili, || Jeffries fu attivo anche negli anni della maturità abbracciando anche il mondo della spiritualità indiana, dopo avere conosciuto il guru bengalese Paramahansa Yogananda. Ma siamo in America, non nel Nepal, ovvero ciò non toglie al nostro di dedicarsi anche agli affari, talché apre due locali dall’identico nome “Flamingo”: uno a Los Angeles e uno a Parigi. Continuerà a cantare e incidere (con le orchestre di Sidney Bechet, Lucky Thompson, Russ Garcia, Buddy Baker e Tommy Dorsey), ma scriverà pure sceneggiature e dirigerà alcuni film (altri ne farà, come attore), il più famoso dei quali è “Mondo depravato” del 1967, protagonista la terza moglie (da cui divorzierà lo stesso anno): Tempest Storm, nome d’arte di Annie Blanche Banks, la più nota star dello “Strip-tease bourlesque” di Las Vegas. Dicono che nessuna donna, nemmeno Marilyn Monroe, abbia fatto andare in bambola i maschietti che l’abbiano vista anche solo camminare per strada; una bellezza mozzafiato, da infarto: alla fine dei Cinquanta assicurò il seno con i Lloyd per un milione di dollari... Negli anni Settanta e Ottanta incide album dedicati ai colleghi scomparsi nel frattempo, quali Nat King Cole e Bing Crosby, nonché canzoni lanciate da Perry Como e dal suo pupillo Tony Bennett. Negli ultimi vent’anni, Herb ogni tanto canta a qualche festival, tiene lezioni di Poesia alle Università, si esibisce in letture pubbliche. Essendo riuscito a conservare buoni rapporti con i cinque figli avuti dalle quattro mogli, è circondato oltre che da loro, dai nipoti, dai pronipoti e dai propronipoti. Fa molta beneficienza, specie a favore di associazioni che si dedicano ai bambini autistici e in genere bisognosi di cure particolari; sovvenziona lo studio della musica nelle scuole pubbliche e private, e non ha mai smesso di spendersi per i diritti civili e dei Neri. Recentemente aveva detto: “Sono nato in pieno odio razziale e nella segregazione, alla fine ho visto sedere sulla poltrona di Lincoln un Nero. Non ci sono milioni che mi potrebbero ripagare di quanto ho vissuto“. Oggi, anzi da un paio di decenni, è un monumento vivente... Su wiki.it non compare, lo si cita come attore di B movie nella voce dedicata a Tempest Storm; in un sito ho scoperto (?) che per tutta la vita si sarebbe camuffato da Nero per poter entrare nelle grandi orchestre afroamericane... Come se io mi volessi “vendere” per nano al Circo Togni. Beata fantasia... 8 musica Mercoledì, 31 luglio 2013 L’INTERVISTA la Voce del popolo di Bruno Bontempo PRIMI PASSI DELL’ESPERIENZA QATARIOTA PER IL VIOLONCELLISTA FIUMANO PETARKOVAČIĆ SFUMATURE ARABE L a scoperta del petrolio prima e, più recentemente, delle riserve di gas naturale, hanno trasformato il Qatar nel Paese con il più alto reddito pro capite del mondo. Pur essendo un Paese islamico, molto legato alle tradizioni, si sta aprendo, negli ultimi decenni, al turismo e alla modernità, all’eccellenza nello sport (nel 2022 ospiterà i Mondiali di calcio) e nella cultura. Nel 1995 la petromonarchia dell’emiro Hamad bin Khalifa al-Thani ha creato la Qatar Foundation (per due anni e mezzo il suo nome l’abbiamo visto sulle maglie della squadra di calcio del Barcelona), un’organizzazione non-profit che investe miliardi di dollari nella scienza, nell’educazione e nello sviluppo della società civile. È presieduta da Sua Altezza Sheikha Mozah Bint Nasser Al Missned, seconda delle tre mogli dell’emiro, che al contrario di altre regine consorti del Medio Oriente, è attivamente coinvolta nella vita politica: laureata in sociologia, ricopre diverse cariche nel suo Paese e all’estero, anche a livello di ONU, tanto da figurare al 79.esimo posto nella classifica delle 100 donne più potenti, stilata da Forbes. Tra le onorificenze ricevute all’estero c’è anche quella di Dama di Gran Croce dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Decisa ad abbattere le barriere culturali e mentali, Sua Altezza Sheikha nel 2007 ha fondato la Qatar Philharmonic Orchestra - con l’obiettivo di portare nel mondo un programma musicale unico nel suo genere, caratterizzato dall’accostamento di musica araba ed occidentale. E da poco è stato fondato anche il Conservatorio. Così, come sta accadendo a imprenditori e professionisti di tutto il mondo, anche 101 professori d’orchestra di trentatré Paesi selezionati fra più di tremila candidati, hanno ceduto alla sirena delle laute offerte. Per la maggior parte sono tedeschi, anche perché il direttore esecutivo è il monacense Kurt Meister, chiamato a Doha per mettere in piedi una filarmonica che al suo sesto anno di vita si colloca già a livelli artistici molto elevati. I professori d’orchestra hanno portato le loro competenze, il loro bagaglio umano e musicale dando corpo a un complesso mosaico che si sta consolidando sotto l’aspetto organizzativo e musicale. Dopo una fase di avviamento che l’aveva vista lavorare in condizioni logistiche tutt’altro che ottimali, costretta a suonare al Virgin Megastore, oggi tiene una quarantina di concerti all’anno, all’auditorium di Doha, al Katara Opera House e nel nuovo, grande anfiteatro del Katara Cultural Village, un vasto complesso con teatri, gallerie, la Voce del popolo Anno 9 / n. 72 / Mercoledì, 31 luglio 2013 IN PIÙ Supplementi è a cura di Errol Superina inpiumusica@edit.hr Edizione Progetto editoriale Caporedattore responsabile Errol Superina MUSICA Silvio Forza Redattore esecutivo Patrizia Venucci Merdžo Impaginazione Annamaria Picco Collaboratori Bruno Bontempo, Sandro Damiani, Marin Rogić, Helena Labus Bačić Foto Goran Žiković, archivio ristoranti. Il primo direttore a salire sul podio della Filarmonica del Qatar è stato il grande Lorin Maazel, con una tournée in alcuni dei maggiori teatri del mondo, tra cui tre tappe italiane a Palermo, Lucca ed alla Scala di Milano. Dopo Maazel, l’orchestra è stata diretta dall’egiziano Abbassi e dal greco Economou, al quale da settembre subentrerà la sudcoreana Han-Na Chang. Dallo scorso mese di maggio nell’organico dell’orchestra c’è anche un musicista fiumano, Petar Kovačić, 33.enne affermato solista e primo violoncello dell’Orchestra dell’Opera di Fiume. Vi è arrivato vincendo un concorso bandito via internet: ha inviato il suo curriculum e un’incisione su videocassetta, poi è stato scelto tra i quattro cellisti invitati a Doha per un’audizione dal vivo, completamente spesati. Superato a pieni voti il provino, gli è stato offerto un contratto da sogno, sia per le prospettive professionali (l’occasione di lavorare con grandi maestri di varie parti del mondo), sia per le condizioni economiche molto vantaggiose. “Francamente avevo aderito al bando in quanto non comportava alcun costo aggiuntivo - spiega l’imperturbabile Petar, a Fiume per le vacanze estive (in concomitanza con il Ramadan), dopo i primi due mesi trascorsi a Doha -. Sorpreso, per non dire frastornato, dalla grande occasione che mi era capitata, accordato un anno di aspettativa con il Teatro Zajc, decisi di accettare la sfida e affrontare questa avventura, anche e soprattutto per mettermi alla prova e confrontarmi, una volta tanto, con violoncellisti provenienti da varie parti del mondo”. Hai avuto modo di suonare altri brani che non conoscevi? Sì, la Sinfonia numero 2 di Skrjabin e la numero 3 di Rachmaninov, poco presenti nei programmi concertistici, che si distinguono anche per la loro durata, quasi 50 minuti la prima, 40 la seconda. Anche la prossima stagione si annuncia impegnativa, con Richard Strauss, Shostakovich, Prokofiev. Il nuovo maestro, Han-Na Chang, poco più che trentenne, ha una grande carica di energia e tante idee. Fin dalle prime battute è apparso chiaro che sarà molto interessante lavorare con lei, in virtù del suo approccio allo studio delle partiture. Violoncellista, bambina prodigio, allieva di Misha Maisky e Rostropovic, a soli 11 anni vinse la quinta edizione del concorso Rostropovic di Parigi. Laureata in filosofia a Harvard, dal 2007 si dedica alla conduzione orchestrale e ha tanta voglia di affermarsi, di farsi conoscere. Si prospetta anche una tourneé all’estero... Quella che stai vivendo è decisamente un’esperienza interessante, stimolante, avvincente, sia sul piano professionale, sia su quello umano. A Doha la stagione musicale è molto intensa, praticamente ogni settimana c’è un concerto. Anche se non si fa il pienone, c’è abbastanza pubblico, per la maggioranza stranieri, americani e inglesi. Ai locali interessa di più la musica di compositori arabi, abbastanza presente nel nostro repertorio. Abbiamo eseguito l’Arabic Suite del compositore contemporaneo egiziano Attia Sharara, ma il pubblico ha accolto con particolare calore l’Arabian Concerto, del più noto autore contemporaneo, Marcel Khalife, un bell’esempio di mix tra musica classica e melodie arabe. Di origini libanesi, prima di diventare compositore era stato cantante e suonatore di oud, il liuto arabo, quando fu fondata la Filarmonica del Qatar diventò consulente per il repertorio di musica araba. Come ti sei inserito in questa realtà multietnica Tra l’altro hai avuto modo di esibirti con un ensamble formato da soli violoncellisti, sette per l’esattezza. Un collega della sezione violoncellisti della nostra orchestra ha organizzato un concerto da camera nell’ampio atrio del nuovo Museo di Arte Islamica di Doha, una delle principali attrazioni culturali del piccolo emirato, con la poco nota suite “Dai tempi di Holberg” di Grieg e la “Bachiana Brasileira No.1” di Villa-Lobos, trascritte e adattate per violoncelli da Thomas-Mifune. Per me è stata un’esperienza nuova e già se ne prospettano altre per la prossima stagione. Ovviamente ognuno di noi si porta dietro una propria linea culturale e di pensiero, gusti e sensibilità musicali diverse, che hanno bisogno di un’amalgama formativo per convergere nella nuova realtà. L’orchestra è caratterizzata da un alto grado di preparazione dei singoli strumentisti, per cui i diversi livelli di difficoltà si superano rapidamente. Siamo dieci violoncelli, l’organico più usuale è di otto, ma per Berlioz è stato impegnato l’assetto completo. È una qualità sonora diversa, cui noi, purtroppo, non siamo abituati, che fa emergere tutta la passionalità e la poderosità di questo strumento, il suo suono incantatore, le sue qualità espressive. Ho fatto amicizia con i due italiani dell’orchestra, il contrabbassista pescarese Matteo Gaspari e il clarinettista Simone Zanacchi, di Piacenza, nonché con il violoncellista bulgaro Ivaylo Daskalov, che ha studiato al Conservatorio della Svizzera Italiana di Lugano e parla l’italiano. Abitiamo nello stesso residence, che ospita quella metà degli orchestrali che non hanno le famiglie a Doha - gli altri sono sistemati nei cosiddetti compound -, viaggiamo assieme per andare alle prove e condividiamo un po’ del nostro tempo libero. La maggior parte degli orchestrali è qui già dalla nascita dell’orchestra, alcuni sono arrivati da single e hanno trovato i loro partner all’interno della stessa orchestra. Il ricambio è minimo. Ecco, a fine stagione ci ha lasciato uno spagnolo, suonatore di tuba, ingaggiato dalla Scala di Milano. Ed è un punto d’onore per una Filarmonica così giovane, ancora in via di formazione. Come è stato il tuo impatto con lo stile di vita del mondo arabo? Doha è una città modernissima, ha una popolazione di appena 400.000 abitanti, ma soltanto il 20 per cento è formato da popolazione autoctona, l’élite. Negli alberghi, ristoranti, negozi lavorano quasi esclusivamente stranieri e si comunica in inglese. Poi ci sono gli immigrati da Pakistan, India, Sri Lanka, Nepal, Filippine, Bangladesh, Indonesia, Nord Africa, gente povera, costretta ai lavori manuali più umili e mal retribuiti. Un discorso a parte è il clima. Le massime a giugno si aggiravano sui 42-43 gradi, ma l’aria non è secca come nel deserto. Comunque la vita si svolge esclusivamente in ambienti climatizzati, a 18-20 gradi e le maniche corte sono sconsigliate. Niente camminate a piedi, si gira solo in macchina. L’auditorium è a una decina di chilometri dal nostro residence, la vita è concentrata attorno ad alcuni centri commerciali di tipo occidentale, poi c’è la parte vecchia, con i classici suk, e un lunghissimo e ben curato lungomare con aiuole e palme e non si ha la sensazione che alle spalle della città ci sia il deserto. Il tuo futuro? Sono nel Qatar da poco più di due mesi e ho un contratto di un anno. Dovrò pensarci bene prima di valutare un possibile trasferimento. A Fiume mia moglie è ben inserita nel suo lavoro, insegna alla Scuola di musica e raccoglie dei buoni risultati nel lavoro con alcuni cori, poi c’è il problema dei bambini, ancora abbastanza piccoli. Questa era un’occasione da non perdere, ma non è facile lasciare una vita già ben avviata per affrontare le incognite del nuovo.