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Poster
Infarto miocardico acuto: fattori di rischio
P1
STUDIO
OSSERVAZIONALE
PROSPETTICO
SULLA
GESTIONE
DELL’IPERGLICEMIA IN CORSO DI SINDROME CORONARICA ACUTA
(SPIDER): LA RILEVANZA DEL PROBLEMA
A. Mafrici1, F. Avanzini2, V. Giudici1, G. Marelli3, G. Mariani3, P.M. Piatti4,
E. Riva5, M.C. Roncaglioni5, M.G. Franzosi5
1
ANMCO Lombardia, Milano, 2ANMCO Lombardia; Istituto Mario Negri,
Milano, 3AMD Lombardia, Milano, 4SID Lombardia, Milano, 5Istituto
Mario Negri, Milano
Obiettivo principale dello studio è la valutazione della prevalenza e della
prognosi di diabete mellito e/o iperglicemia in un campione
rappresentativo di pazienti con sindrome coronarica acuta (SCA) ricoverati
nelle Unità di Terapia Intensiva Cardiologica (UTIC) della regione
Lombardia.
Dal maggio 2009 all’aprile 2010 sono stati inclusi 1282 pazienti (70%
maschi e 30% femmine; età media 68±13 anni) ricoverati per SCA in 31
UTIC: ogni UTIC ha incluso un minimo di 40 pazienti ricoverati
consecutivamente, l’89% dei pazienti presentava infarto miocardico acuto
(47% con e 42% senza sopraslivellamento di ST) e l’11% angina instabile.
La prevalenza di diabete mellito noto è risultata pari al 24%, mentre il
7% dei pazienti aveva una condizione di iperglicemia (definita come
glicemia >180 mg/dl) all’ingresso in assenza di storia di diabete. Dei
pazienti con diabete noto il 58% presentava all’ingresso iperglicemia, con
valori medi di 284±101 mg/dl; nei pazienti iperglicemici senza storia di
diabete la glicemia media risultava pari a 232±14 mg/dl.
Rispetto ai soggetti senza diabete né iperglicemia, i diabetici risultavano
più frequentemente anziani e di sesso femminile, con più frequente
angina instabile o infarto senza sopraslivellamento di ST all’esordio, con
ricovero più tardivo, e con più fattori di rischio o patologie cardiovascolari
pregresse. I pazienti iperglicemici erano più anziani e più frequentemente
donne, presentavano più spesso infarto con sopraslivellamento di ST,
venivano ricoverati più precocemente e avevano più frequentemente una
presentazione complicata da arresto cardiaco e scompenso cardiaco.
La mortalità totale durante il ricovero nei pazienti senza diabete o
iperglicemia è risultata pari allo 1.9%; i diabetici sono morti nel 4.5% e i
soggetti con iperglicemia nel 12.1%.
In conclusione, quasi un terzo dei pazienti con SCA presenta un problema
di diabete e/o iperglicemia all’esordio e la loro prognosi è nettamente
peggiore rispetto ai pazienti che non presentano queste condizioni.
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STUDIO
OSSERVAZIONALE
PROSPETTICO
SULLA
GESTIONE
DELL’IPERGLICEMIA IN CORSO DI SINDROME CORONARICA ACUTA
(SPIDER): TRATTAMENTO E CONTROLLO
F. Avanzini1, A. Mafrici2, V. Giudici2, G. Marelli3, G. Mariani3, P.M. Piatti4,
E. Riva5, M.C. Roncaglioni5, M.G. Franzosi5
1
ANMCO Lombardia; Istituto Mario Negri, Milano, 2ANMCO Lombardia,
Milano, 3AMD Lombardia, Milano, 4SID Lombardia, Milano, 5Istituto
Mario Negri, Milano
Obiettivo principale dello studio è la valutazione del trattamento e
controllo dell’iperglicemia in un campione rappresentativo di pazienti con
sindrome coronarica acuta (SCA) ricoverati nelle Unità di Terapia Intensiva
Cardiologica (UTIC) della regione Lombardia.
Dal maggio 2009 all’aprile 2010 sono stati inclusi 1282 pazienti (70%
maschi e 30% femmine; età media 68±13 anni) ricoverati per SCA in 31
UTIC: ogni UTIC ha incluso un minimo di 40 pazienti ricoverati
consecutivamente, l’89% dei pazienti presentava infarto miocardico acuto
(47% con e 42% senza sopraslivellamento di ST) e l’11% angina instabile.
La prevalenza di diabete mellito noto è risultata pari al 24%, nel 14% dei
casi con iperglicemia (definita come glicemia >180 mg/dl) alla
presentazione e nel 10% dei casi senza. Una proporzione pari al 7% della
casistica aveva una condizione di iperglicemia all’ingresso in assenza di
storia di diabete. Dei pazienti con diabete noto il 58% presentava
all’ingresso iperglicemia, con valori medi di 284±101 mg/dl; nei pazienti
iperglicemici senza storia di diabete la glicemia media risultava pari a
232±14 mg/dl.
Un trattamento ipoglicemizzante nelle prime 24 ore è stato prescritto nel
22% dei pazienti: il 7% come insulina in infusione continua, il 10% come
insulina intermittente e.v. o s.c., il 3% come altre combinazioni di insulina
e nel 2% come ipoglicemizzanti orali. Il trattamento insulinico è stato
utilizzato nell’85% dei diabetici con iperglicemia, nel 48% nei diabetici
senza iperglicemia e nel 29% dei pazienti non diabetici ma con
iperglicemia ottenendo in questi 3 gruppi una glicemia media
rispettivamente di 166±41, 133±26, 160±44 mg/dl. Di contro, la
percentuale di pazienti che mantengono valori glicemici medi nelle prime
24 ore >180 mg/dl è risultata abbastanza elevata nei pazienti iperglicemici
all’ingresso: 34% nei diabetici e 21% nei non diabetici. La percentuale di
pazienti che hanno presentato almeno un episodio di ipoglicemia nella
28S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
prima giornata è stata in questi 3 gruppi rispettivamente pari a 11%, 9%
e 0%.
Dopo le prime 24 ore un trattamento insulinico e.v. e s.c. è stato utilizzato
rispettivamente nel 7% e 15% dei pazienti mentre gli ipoglicemizzanti
orali sono stati prescritti nel 7%.
Un intervento del diabetologo è stato richiesto nel 10% dei pazienti (nel
32% dei diabetici e nel 23% dei non diabetici con iperglicemia
all’ingresso).
La condizione di iperglicemia è frequente nelle sindromi coronariche acute
e viene trattata in maniera disomogenea nelle diverse UTIC con risultati
ancora lontani dall’ottimale.
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PTCA NELLO STEMI CON IPERGLICEMIA: DESCRITTORI CLINICI, ANALISI DI
SOPRAVVIVENZA E CORRELAZIONE CON I TRATTAMENTI
Marina De Roia1, Ariella De Monte1, Massimiliano Chiuch1,
Giulia Barbati3, Andrea Perkan2, Gianfranco Sinagra2, Luigi Cattin1
1
S.C. III Divisione di Medica, Servizio di Diabetologia, Azienda
Ospedaliero-Universitaria, Trieste, 2S.C. di Cardiologia, Azienda
Ospedaliero-Universitaria, Trieste, 3Dipartimento di Medicina
Ambientale e Salute Pubblica, Università degli Studi, Padova
Introduzione. Numerosi studi hanno rilevato che l’iperglicemia
all’ammissione ospedaliera per STEMI è frequente ed è un fattore di
rischio per mortalità e complicanze intraospedaliere.
Obiettivi dello studio. Valutare l’impatto prognostico dell’iperglicemia
all’ingresso nei non diabetici ricoverati in UTIC per STEMI trattato con
angioplastica, sulla rivascolarizzazione e sul decorso clinico intraospedaliero,
sulla mortalità e sugli eventi cardiovascolari a lungo termine.
Metodi. La coorte studiata comprende 791 pazienti con STEMI ricoverati
nella S.C. Cardiologia dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Trieste, i
cui dati cardiovascolari e metabolici intraospedalieri e di follow-up sono
stati inseriti in un database dedicato. L’intera coorte è stata suddivisa in
tre sottogruppi: normoglicemici, iperglicemici all’ingresso ma non
diabetici e diabetici.
Risultati. Gli iperglicemici sono meno ipertesi rispetto ai diabetici, mentre
i sintomi di angina o segni d’ischemia inducibile si manifestano meno negli
iperglicemici e nei diabetici rispetto ai soggetti normoglicemici. Tra i
parametri clinici la localizzazione anteriore dell’infarto ed il TIMI Index
prevalgono negli iperglicemici e nei diabetici. Gli iperglicemici hanno una
posizione intermedia per la classe Killip in senso crescente tra
normoglicemici e diabetici. Per quanto riguarda i parametri di laboratorio
la trigliceridemia appare inferiore nell’iperglicemia rispetto ai soggetti
con diabete ma sovrapponibile a quella dei normoglicemici; il filtrato
glomerulare calcolato è significativamente più compromesso negli
iperglicemici rispetto ai normoglicemici. Il grado di stenosi coronarica è
più elevato nei soggetti con iperglicemia rispetto ai normoglicemici. Il
decorso clinico da maggior evoluzione elettrocardiografica in onde Q e
valori di picco CPK MB più elevati negli iperglicemici e nei diabetici, che
hanno presentato nel decorso clinico valori di frazione di eiezione
ventricolare sinistra più bassi rispetto ai normoglicemici. Dopo
angioplastica lo scompenso cardiaco si è manifestato con andamento
crescente nei tre gruppi, ponendo il sottogruppo di iperglicemici in una
posizione intermedia tra normoglicemici e diabetici. Il trattamento
farmacologico non ha evidenziato differenze per quanto riguarda
l’impiego di ASA, clopidogrel, beta-bloccanti, ACE-I, nitrati e statina
durante la degenza e alla dimissione. La curva di mortalità secondo
Kaplan-Meier indica che la sopravvivenza degli iperglicemici si colloca in
posizione intermedia rispetto agli altri gruppi, con una chiara tendenza ad
una maggior mortalità tra gli iperglicemici rispetto ai normoglicemici
(p=0.073). L’analisi multivariata secondo il modello di Cox per la
sopravvivenza ha confermato che appartenere al gruppo con iperglicemia
aumenta di 1.6 volte il rischio di morte rispetto alla normoglicemia.
Conclusioni. Nella nostra coorte la glicemia all’ingresso in UTIC costituisce
un fattore di rischio cardiovascolare e di mortalità continuo e progressivo
e condiziona l’estensione dell’area infartuale e la persistenza di
disfunzione ventricolare. L’iperglicemia è predittiva della comparsa di
scompenso cardiaco anche nel corso del follow-up.
P4
GLYCATED HEMOGLOBIN IN ST-ELEVATION MYOCARDIAL INFARCTION:
ITS PROGNOSTIC ROLE AT SHORT- AND LONG-TERM
Claudio Picariello, Paola Attanà, Serafina Valente, Chiara Lazzeri,
Marco Chiostri, Gian Franco Gensini
Intensive Cardiac Coronary Unit, Heart and Vessel Department,
Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi, Florence
Background. Data on the prognostic role of glycated hemoglobin (HbA1c)
in patients with acute myocardial infarction are still controversial since
studies mainly differ for patients’ selection criteria and therapy.
Methods. We assessed the prognostic role of HbA1c for mortality at short
and long terms in 713 consecutive STEMI patients (both diabetic and
POSTER
without previously known diabetes), all submitted to mechanical
revascularization.
Results. In non diabetic patients, HbA1c ≥6.5% was found in 9.6% (50/518),
in diabetic patients in 55.9% (109/195). Among HbA1c ≥6.5%, diabetic
patients exhibited higher values of admission and peak glycemia (p=0.009
and p<0.001, respectively), insulin (p=0.043), C-peptide (p=0.031), and a
higher incidence of insulin resistance (p=0.020). Hb1ac showed a
significant correlation with admission glycemia (Spearman’s rho 0.459,
p<0.001) and with peak glycemia (Spearman’s rho 0.500, p<0.001).
Admission glycemia was an independent predictor for in-hospital in the
overall population (OR 1.85, 95%CI 1.17 to 2.94, p<0.001) and in patients
without previously known diabetes (OR 3.05, 95%CI 1.62 to 5.74, p<0.001).
At follow-up, Kaplan-Meier survival curve documented in our population
a significantly worse outcome in patients whose HbA1c was ≥6.5%
Conclusions. In consecutive STEMI patients (both diabetic and without
previously known diabetes), HbA1c values, though not related to early
mortality, helps in identifying patients who, in the early phase, develop an
abnormal glucose response to acute ischemia as indicated by higher
admission and worse in-hospital glucose control (as inferred by peak
glycemia). Moreover, increased HbA1c values are associated with lower
survival rate at follow-up.
P5
LA GESTIONE DELL’IPERGLICEMIA IN CORSO DI INFARTO MIOCARDICO
ACUTO MIGLIORA LA PROGNOSI NEI DIABETICI
Elisa Manicardi1, Elisabetta Catellani2, Massimo Michelini1, Elena Cioni2,
Roberto Iotti2, Antonella Piazza2, Lorenzo Finardi1, Francesca Borghi1,
Elisa Gasparini3, Valentina Annoni3, Daniela Giberti3, Sabrina Musini3,
Paolo Montanari3, Fausto Saracchi3, Angela Zollino3, Lisa Zambianchi3,
Valeria Manicardi3
1
S.O.S. di Diabetologia,2S.O.S. di Cardiologia, 3Dipartimento Internistico,
Ospedale di Montecchio, Reggio Emilia
Il diabete è considerato dalle linee guida ACC/AHA una delle 4 variabili ad
alto rischio,associate ad un aumento di mortalità nella fase acuta dell’infarto
miocardico (SCA) e l’iperglicemia all’ingresso è un indicatore indipendente
di prognosi infausta sia nei diabetici (D)che nei non diabetici (NonD). Molti
studi dal Digami del 1995 al Nice Sugar del 2009 hanno dimostrato che
trattare l’iperglicemia può migliorare la prognosi dei diabetici, purché si
evitino le ipoglicemie, ma i risultati degli studi più recenti sono controversi,
soprattutto per quanto riguarda i target glicemici da raggiungere.
Scopo dello studio. Valutare se la gestione della iperglicemia in corso di
SCA in pazienti ricoverati in un setting assistenziale del mondo reale
influenza la prognosi.
Metodi. Sono entrati nello studiotuttii pazienti ricoverati per SCA dal
gennaio 2006 al dicembre 2008 presso l’Area Intensiva dell’Ospedale di
Montecchio,che dal 2000 partecipa alla Rete per l’Infarto miocardico
acutodella provincia di Reggio Emilia ed al programma PRIMA-RER(PTCA
entro 90’ nello STEMI)e che dal 2002 applica un algoritmo di terapia
insulinica intensiva (Digami modificato) nei pazienti con glicemia ≥200 mg
all’ingresso, con stop all’infusione per glicemia di 110 mg/dl.
Risultati. I pazienti arruolati sono stati 335 di cui 97 D (età 73±11 anni,
60% M), pari al 28.5% e 238 NonD (età 71±14 anni, 66%M); il 34% dei D
vs il 41% dei NonD ha avuto uno STEMI (p<0.04) e il 54% degli STEMI nei
D vs il 51% nei NonD (NS) è stato trattato con PTCA 1aria. La glicemia
all’ingresso nei D è risultata di 213±88 vs 121±37 mg/dl nei NonD (p<0.001)
e l’HbA1c 7.6±1.4 vs 5.6% (p<0.001); 53 pazienti (15.8%) avevano
all’ingresso una glicemia ≥200 mg/dl (274±80 mg/dl), di cui 44 D e 9 NonD
(pari al 45% dei D vs 3.7% dei NonD, p<0.001). I 53 pazienti con glicemia
≥200 sono stati trattati con trattamento insulinico intensivo per 24/48 ore
fino ad avere glicemia ≤140, ma >110 mg/dl. La glicemia in 2a giornata
era 137±41 mg/dl nei D vs 100±27 nei NonD, e alla dimissione 126±40 nei
D vs 105±33 nei NonD (p<0.001),e nel gruppo con glicemia ≥200
all’ingresso i valori erano scesi a 147±45 in 2a giornata e a 132±40 alla
dimissione. La FE% alla dimissione è risultata più compromessa nei D
(44.8±9.2%) vs i NonD (47.7±11%; p<0.05); solo il 40% dei D vs il 57% dei
NonD ha conservato una FE >50% e il 23.8% dei D vs il 17.4% dei NonD
ha una FE <35% (p<0.02). Nessuna ipoglicemia nei pazienti trattati. La
mortalità è risultata simile nei D (7.2%) vs i NonD (7.9%, ns), e l’età media
dei deceduti più elevata nei D (81±7 anni) vs i NonD (75±12 anni, p<0.05).
Ma la mortalità è risultata significativamente più elevata nei pazienti con
glicemia all’ingresso ≥200 vs <200 sia sul totale (12 vs 7.1%,p<0.01), e
soprattutto nei D (14 vs 2%, p<0.001), e nei D che in 2° giornata avevano
ancora una glicemia a digiuno >140 vs ≤140 mg/dl (9.3 vs 2%, p<0.001).
Conclusioni. L’iperglicemia nella fase acuta dell’infarto si conferma un
indicatore indipendente di aumentata mortalità. Il controllo
dell’iperglicemia nelle prime 24 ore migliora la prognosi nei diabetici.
P6
IMPATTO DELLA SINDROME METABOLICA SULLA DURATA DEI RICOVERI
OSPEDALIERI IN PAZIENTI CON SINDROME CORONARICA ACUTA
SOTTOPOSTI AD ANGIOPLASTICA
Marco Vatrano, Roberto Ceravolo, Cristina Nesta, Alessandro Ferraro,
Vittorio Pascale, Francesco Borrello, Giuseppe Ciconte,
Vincenzo Antonio Ciconte
U.O. di Emodinamica e Cardiologia Interventistica, A.O. “PuglieseCiaccio”, Catanzaro
Background. La sindrome metabolica (SM) rappresenta un “cluster” di
fattori di rischio che determinano sostanzialmente un aumentato rischio
trombotico. È comune, infatti, il riscontro di diverse alterazioni
metaboliche in pazienti ricoverati per sindrome coronarica acuta (SCA) sia
senza sopraslivellamento del tratto ST-T (nSTE) sia per infarto miocardico
acuto con tratto ST-T sopraslivellato (STE). Le attuali linee guida
consigliano, in entrambi i casi, di adottare una terapia riperfusiva
meccanica nel più breve tempo possibile al fine anche di ridurre i tempi ed
i costi della degenza. Scopo dello studio è stato quello di verificare se la
diagnosi di SM possa aver determinato un’ospedalizzazione prolungata,
inficiando i vantaggi sopra descritti.
Metodo. Sono stati arruolati 100 pazienti consecutivi (50 M/50 F; età 65±12
anni) con SCA, diagnosticata secondo le linee guida internazionali, in cui
è stato effettuato, al momento del ricovero, accurato esame clinico
dell’apparato cardiovascolare, ECG standard, ecocardiogramma M e Bmode, nonché gli esami ematochimici di routine. Ciascun paziente è stato
sottoposto ad angiografia ed angioplastica coronarica, immediatamente
o entro le prime 24 ore in relazione alla tipologia della SCA. La diagnosi
di SM è stata posta secondo le più recenti raccomandazioni.
Risultati. L’analisi dei dati ci ha consentito di documentare una durata
della degenza significativamente più lunga (p=0.03) nella popolazione
generale in cui veniva posta diagnosi di SM. Dividendo i pazienti per
tipologia di SCA, solo in pazienti con SCA-STE l’ospedalizzazione si è
prolungata di circa cinque giorni (p=0.045), mentre nei pazienti con
SCA-nSTE si è osservato un trend analogo di circa 2 giorni, tuttavia
non significativo. La successiva analisi multivariata, in cui sono state
incluse tutte le altre variabili che prolungavano significativamente
l’ospedalizzazione (età, anemia), ha individuato, nella popolazione
totale, come principali predittori della durata complessiva del ricovero:
l’età (r2 corretto=0.192, p<0.001), la SM (r2 corretto=0.168, p<0.001) e
l’anemia (r2 corretto=0.026, p<0.001). Dividendo la popolazione per
tipologia di SCA, la SM rappresenta l’unico predittore indipendente
del prolungamento della degenza, spiegandone il 12.3% (p=0.024)
della variabilità complessiva. Nei pazienti con SCA-nSTE l’età rappresenta
l’unico predittore indipendente (r2 corretto=0.382, p<0.001).
Conclusioni. I nostri dati dimostrano che, in pazienti con SCA sottoposti
ad angioplastica, la diagnosi di SM determina una degenza
significativamente superiore, soprattutto nel gruppo SCA-STE, con
un’inopinabile ripercussione sulla spesa sanitaria da quantificare con
specifiche valutazioni.
P7
L’IPERINSULINEMIA È CORRELATA CON L’INFARTO MIOCARDICO
PERIPROCEDURALE NEI PAZIENTI SOTTOPOSTI A PCI
Laura Gatto1, Annunziata Nusca2, Rocco Contuzzi2,
Giacomo Di Giovanni2, Francesco Marino2, Germano Di Sciascio2,
Giorgio Scaffidi1
1
Pronto Soccorso Cardiologico, A.O. San Giovanni-Addolorata, Roma,
2
Dipartimento di Scienze Cardiovascolari, Università Campus BioMedico, Roma
Premessa. L’insulina esercita un’azione vasodilatatoria ed inibisce
l’interazione fra piastrine ed endotelio, stimolando la produzione di
ossido nitrico endoteliale. In altre parole, l’iperinsulinemia, un marker di
resistenza all’insulina, è caratterizzata da una downregulation della via
del recettore insulinico mediato dalla chinasi antiaterogena PI3 e da una
persistente attività della via della chinasi proaterogena MAP. Si determina
così un’esaltata produzione di citochine infiammatorie, una disfunzione
endoteliale e la proliferazione di cellule muscolari lisce nella parete
vasale.
Scopo. Abbiamo voluto valutare la relazione fra i livelli di insulina e
l’infarto miocardico periprocedurale (IMA), identificato come Tipo 4a nella
definizione universale dell’infarto miocardico (Eur Heart J 2007;28:252538), in pazienti sottoposti ad angioplastica percutanea (PCI).
Metodo. Sono stati arruolati prospetticamente 146 pazienti (età 66±9
anni; BMI 27.5±3.9) sottoposti a PCI per angina stabile o sindrome
coronarica acuta. Cinquanta pazienti avevano una precedente storia di
diabete mellito (19 insulinodipendenti, 26 in terapia ipoglicemizzante
orale e solo 5 in esclusiva dietoterapia). In tutti i pazienti sono stati
prelevati campioni ematici prima della PCI per valutare i livelli di glicemia
e di insulinemia (limite massimo normale <20 mU/ml). I valori di troponina
I (TnI) e di creatinchinasi-MB (CK-MB) sono stati rilevati sia prima della
procedura che dopo 8 e 24 ore. L’IMA periprocedurale è definito come un
incremento post-procedura di CK-MB e/o TnI >3 volte il limite massimo
normale (3.6 e 0.06 ng/ml, rispettivamente).
Risultati. Il valore medio di insulina era 10.1±6.4 mU/ml. I pazienti che
hanno avuto un’IMA periprocedurale avevano livelli di insulinemia
significativamente più alti (11.4 ± 6.9 vs 9.2±5.9 mU/ml, p=0.05). Secondo
la correlazione di Pearson, i valori di insulina hanno mostrato una
relazione positiva con i livelli post-procedurali di TnI (r=0.32, p<0.001) e di
CK-MB (r=0.4, p<0.001). Inoltre i pazienti con iperinsulinemia (>20 mU/ml)
hanno una maggiore incidenza di aumento di qualunque livello di TnI in
confronto con l’altro gruppo (88 vs 57%, p=0.012).
Conclusioni. Questo studio suggerisce che elevati livelli di insulinemia al
tempo della procedura di angioplastica sono associati ad aumentata
incidenza di danno miocardico periprocedurale nei pazienti sottoposti a
PCI.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
29S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
P8
presentato severa disfunzione ventricolare sinistra e scompenso cardiaco
durante la degenza, non sono stati documentati decessi né in fase acuta
RELAZIONE TRA FATTORI DI RISCHIO CORONARICO ED ETÀ NEI PAZIENTI
né al follow-up a lungo termine (3 anni).
COLPITI DA INFARTO MIOCARDICO CON SOPRASLIVELLAMENTO DEL
Conclusioni. Il tabagismo è risultato il fattore di rischio cardiovascolare
TRATTO ST
più frequente nei pazienti colpiti da infarto miocardico in età giovanile,
Marzia De Biasio, Daniele Muser, Roberta Sappa, Umberto Clapis,
specialmente nel sesso maschile, e spesso è associato a bassi livelli
Ilaria Armellini, Mauro Driussi, Sergio Terrazzino, Claudio Fresco,
plasmatici di colesterolo HDL. Campagne d’informazione dirette alla
Davide Zanuttini, Guglielmo Bernardi, Giorgio Morocutti,
P8
popolazione mirate alla lotta al fumo potrebbero ridurre
Leonardo Spedicato, Teodoro Bisceglia, Alessandro Proclemer
RELAZIONE
TRA
FATTORI
DI
RISCHIO
CORONARICO
ED
ETÀ
NEI
PAZIENTI
COLPITI
DA INFARTO il rischio di eventi coronarici nei giovani adulti.
significativamente
S.O.C. di Cardiologia, Dipartimento Cardiotoracico, Udine
MIOCARDICO
CON
SOPRASLIVELLAMENTO
TRATTO STe la tipologia dei
Obiettivi.
Scopo
dello
studio è confrontareDEL
la prevalenza
fattori di rischio coronarico nei pazienti colpiti da infarto miocardico con
sopraslivellamento del tratto ST in età giovanile (≤45 anni) e non-giovanile
P10
(>45 anni).
FATTORI DI RISCHIO E ANATOMIA CORONARICA DEI PAZIENTI COLPITI DA
Metodi. Il gruppo di studio è rappresentato dai pazienti colpiti da infarto
INFARTO MIOCARDICO IN ETÀ GIOVANILE: CONFRONTO TRA UOMINI E
Obiettivi. consopraslivellamento del tratto ST (STEMI) in età giovanile
miocardico
DONNE
(≤45 anni), ricoverati presso l’UTIC di un centro Hub del Nord-Est d’Italia,
Marzia De Biasio, Daniele Muser, Roberta Sappa, Umberto Clapis,
arruolati in modo prospettico dal 2007 al 2010; il gruppo di confronto è
Ilaria Armellini, Mauro Driussi, Guglielmo Bernardi, Giorgio Morocutti,
Metodi.
rappresentato da pazienti colpiti da STEMI in età maggiore di 45 anni e
Alessandro Proclemer
ricoverati nello stesso centro nello stesso periodo. Sono stati considerati i
S.O.C. di Cardiologia, Dipartimento Cardiotoracico, Udine
seguenti fattori di rischio: diabete mellito, dislipidemia, tabagismo,
Obiettivi. Scopo dello studio è individuare le analogie e le differenze tra
ipertensione arteriosa, familiarità per cardiopatia ischemica.
i pazienti di sesso maschile e femminile colpiti da infarto miocardico in
Risultati. Dal 2007 al 2010 sono stati ricoverati 651 pazienti colpiti da
età giovanile (≤45 anni).
infarto miocardico con STEMI (età media 65±12 anni, 75% di sesso
Metodi. Sono stati inclusi i pazienti ricoverati per sindrome coronarica
Risultati.
maschile): 52 con età ≤45 anni (8%) e 599 con età >45 anni (92%). La
acuta (infarto miocardico con e senza sopraslivellamento del tratto ST) ed
tabella riassume le differenze tra i due gruppi.
età ≤45 anni, nel periodo compreso tra il settembre 2003 e il novembre
2010.
Risultati. Sono stati individuati 140 pazienti con sindrome coronarica
Fattori di rischio coronarico nello STEMI:
confronto tra giovani e non
acuta: 95 pazienti (68%) con infarto miocardico con sopraslivellamento
Giovani
Non giovani
p
del tratto ST (STEMI) e 45 pazienti (32%) con infarto miocardico senza
(n=52)
(n=599)
sopraslivellamento persistente di ST (NSTEMI). I pazienti di sesso maschile
Età media
40
68
<0.05
sono risultati 111 (79%) e quelli di sesso femminile 29 (21%). Per quanto
Sesso maschile
45 (86%)
441 (73%)
<0.05
Diabete mellito
6 (11%)
183 (30%)
<0.005
riguarda i fattori di rischio coronarico, gli uomini sono più
Familiarità
21 (40%)
66 (11%)
<0.000001
frequentemente fumatori (61 vs 41%, p<0.005), mentre non vi sono
Fumo
37 (71%)
152 (25%)
<0.000001
differenze statisticamente significative per familiarità per cardiopatia
Iperlipidemia
39 (75%)
139 (23%)
<0.000001
ischemica (46 casi, 33%), ipertensione arteriosa (38 casi, 27%), obesità (20
Ipertensione arteriosa
8 (15%)
256 (42%)
<0.0001
Sede anteriore
26 (50%)
278 (46%)
NS
casi, 14%), diabete mellito (11 casi, 8%) e profilo lipidico. Negli uomini lo
Coronaropatia critica
STEMI è significativamente più frequente del NSTEMI (75% e 25%
Monovasale
35 (67%)
253 (42%)
<0.000001
rispettivamente), mentre nelle donne i due tipi d’infarto hanno simile
Bivasale
10 (19%)
156 (26%)
<0.000001
Trivasale
3 (5%)
177 (29%)
NS
prevalenza (46% e 54%) (p=0.006). Il 93% dei pazienti è stato sottoposto
Stenosi critica del tronco comune
0
86 (14%)
NS
a coronarografia, con riscontro di coronarie indenni più frequente nelle
Terapia
donne (23.1 vs 2.9%, p<0.01). Il movimento enzimatico dei marker di
PTCA
48 (92%)
549 (91%)
NS
necrosi miocardica è risultato maggiore negli uomini, ma questo dato non
PTCA primaria
40/48 (83%)
399 (72%)
NS
Medica
4 (7%)
26 (4%)
NS
è associato a maggior rischio di complicanze intraospedaliere o peggior
CABG
0
19 (3%)
NS
prognosi a breve, medio e lungo termine.
Conclusioni. L’infarto miocardico giovanile è più frequente negli uomini
Conclusioni.
che
nelle donne; il profilo dei fattori di rischio non mostra particolari
Conclusioni. I pazienti colpiti da infarto miocardico in età giovanile sono
differenze significative, tranne per il tabagismo; il quadro angiografico
più frequentemente di sesso maschile, fumatori, dislipidemici, con
di coronarie indenni/non critiche o di patologia critica di vasi esili/distali è
familiarità per cardiopatia ischemica rispetto ai non giovani (in cui i
più frequente nelle donne rispetto agli uomini, perciò le donne sono più
fattori di rischio più frequenti sono il diabete e l’ipertensione). I giovani
frequentemente trattate con sola terapia medica (55 vs 14%, p<0.005) e
hanno prevalentemente una coronaropatia critica monovasale. Nel
meno frequentemente sottoposte a procedura di angioplastica coronarica
nostro centro non vi sono differenze significative per quanto riguarda il
(41 vs 84%, p<0.005) rispetto agli uomini.
trattamento; infatti il 92% della popolazione è sottoposta ad
angioplastica coronarica.
P9
IL TABAGISMO E L’INFARTO MIOCARDICO GIOVANILE
Marzia De Biasio, Daniele Muser, Umberto Clapis, Roberta Sappa,
Davide Zanuttini, Ilaria Armellini, Giorgio Morocutti, Claudio Fresco,
Alessandro Proclemer, Guglielmo Bernardi
S.O.C. di Cardiologia, Dipartimento Cardiotoracico, Udine
Obiettivi. Scopo dello studio è individuare la prevalenza del tabagismo
nei pazienti colpiti da sindrome coronarica acuta in età giovanile.
Metodi. Sono stati inclusi i pazienti ricoverati per sindrome coronarica
acuta (infarto miocardico con e senza sopraslivellamento del tratto ST) ed
età ≤45 anni, nel periodo compreso tra il settembre 2003 e il novembre
2010; il confronto è stato effettuato tra 3 categorie: fumatore attuale, ex
fumatore (>1 anno), non fumatore.
Risultati. Dal settembre 2003 al novembre 2010 sono stati ricoverati 140
pazienti con sindrome coronarica acuta (il 5% dei ricoveri totali per
sindrome coronarica acuta): 95 pazienti (68%) con infarto miocardico con
sopraslivellamento del tratto ST (STEMI) e 45 pazienti (32%) con infarto
miocardico senza sopraslivellamento persistente di ST (NSTEMI). Abitudine
al fumo (24 sigarette/die in media, range 5-60) era riferita da 80 pazienti
(57%), 17 (12%) avevano smesso da oltre 1 anno e 43 non avevano mai
fumato. I fumatori sono risultati più spesso di sesso maschile rispetto ai
non fumatori (85 vs 67%, p<0.05). Lo STEMI è risultato più frequente nei
fumatori rispetto ai non fumatori (76 vs 56%); la coronarografia ha
documentato generalmente una malattia critica monovasale (spesso a
carico della discendente anteriore) e il quadro angiografico non è risultato
statisticamente diverso nei 3 gruppi. Non vi sono differenze
statisticamente significative per quanto riguarda la prevalenza di diabete
mellito, obesità, ipertensione arteriosa, presenza di colesterolo LDL >115
mg/dl e/o trigliceridemia >150 mg/dl, famigliarità per cardiopatia
ischemica; invece, il 37% dei fumatori e il 25% delle fumatrici avevano
valori protettivi di colesterolo HDL (>46 mg/dl nelle donne e >40 mg/dl
negli uomini) (p<0.005). Il picco di troponina I è risultato più alto nel
gruppo dei fumatori, ma questo dato non è stato associato a maggior
rischio di complicanze intraospedaliere; solo 3/140 pazienti hanno
30S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
P11
RELATIONSHIP AND PROGNOSTIC EFFECTS OF CURRENT SMOKING AND
TYPE D PERSONALITY IN PATIENTS TREATED WITH PRIMARY
PERCUTANEOUS CORONARY INTERVENTION
Marco Vatrano1, Roberto Ceravolo1, Cristina Nesta1, Alessandro Ferraro1,
Vittorio Pascale1, Francesco Borrello1, Giuseppe Ciconte1, Paola Rotella2,
Vincenzo Antonio Ciconte1
1
Hemodynamic and Interventional Cardiology Unit, “Pugliese-Ciaccio”
Hospital of Catanzaro, Catanzaro, 2Psychiatric Physician, Catanzaro
Smoking status, a powerful independent predictor of morbidity and
mortality, is correlated with several psychological, social, biological, and
pharmacological aspects. From this perspective, it is important to identify
individual difference variables, particularly personality traits that increase
the chance to discontinue cigarette smoking. The combined tendency to
experience negative emotions and to inhibit the expression of these
emotions is indicated “Type D personality” and is known as an
independent risk marker for clinical outcome in cardiac disease. Despite
this effect of Type D personality on cardiovascular disease, what remains
unclear is if this trait of personality may influence smoking cessation after
a myocardial infarction (MI) with possible prognostic consequences.
Methods. 42 patients with ST-elevation myocardial infarction (STEMI),
treated with primary percutaneous coronary intervention (P-PCI), were
enrolled in this study. Type-D Scale -16 (DS16) were administered on
hospital admission. The mean follow-up period was 1.5 years.
Results. After controlling for demographic and clinical confounders nonType D patients reported statistically significant higher percent of smoking
cessation (from 27% to 9%) when compared with Type D group (22%,
from inclusion to the first years of follow-up analysis). After adjustment
for covariates, Type D patients and current smoking showed a
summarizing and worse effect on cardiovascular outcome (p<0.001).
Conclusions. Type D personality affects smoking cessation, worsening the
prognosis after MI above and beyond the effect of each of the two
variables. These findings indicate that smoking cessation is beneficial after
MI and highlight the importance of smoking cessation as a therapeutic
target especially in patients with Type D personality.
POSTER
P12
TRATTO D’ANSIA NEI PAZIENTI CON CARDIOMIOPATIA DA STRESS TIPO
TAKO-TSUBO: CONFRONTO CON I PAZIENTI CON INFARTO MIOCARDICO
ACUTO
Stefano Del Pace1, Guido Parodi1, Benedetta Bellandi1, Linda Zampini1,
Francesco Venditti1, Matilde Ardito2, David Antoniucci1,
Gian Franco Gensini1
1
Dipartimento di Cardiologia, 2S.O.D. Clinica delle Organizzazioni,
Ospedale di Careggi, Università degli Studi, Firenze
Background. La cardiomiopatia da stress tipo tako-tsubo (CTT) è una
sindrome cardiaca acuta che simula l’infarto miocardico con
sopraslivellamento del tratto ST (STEMI), colpisce prevalentemente le
donne in età post-menopausale ed è frequentemente precipitata da
eventi stressanti. La patogenesi della CTT è tuttora sconosciuta. Alcuni
autori ipotizzano una possibile connessione fra CTT e la malattia ansiosa,
ma nessun precedente studio ha mai analizzato la relazione fra tratto
ansioso e CTT. Questo lavoro si propone di valutare il potenziale ruolo del
tratto ansioso nello sviluppo e nell’evoluzione clinica della CTT.
Metodi. Nel presente studio prospettico caso-controllo sono stati arruolati
50 pazienti consecutivi, ricoverati presso il nostro Ospedale con diagnosi
di CTT, secondo i Criteri della Mayo Clinic. Ulteriori cinquanta pazienti
ammessi per infarto miocardio acuto anteriore con tratto ST
sopraslivellato (STEMI), appaiati per caratteristiche cliniche come età, sesso
ed ipertensione, sono stati arruolati ed inclusi nello studio come gruppo
di controllo. Durante il ricovero, a tutti i pazienti è stato richiesto di
compilare la Spielberger State-Trait Anxiety Inventory (STAI) al fine di
autovalutare il proprio tratto ansioso (Tratto-A). Gli outcome analizzati al
follow-up sono stati i seguenti: morte, ricorrenza di CTT e
riospedalizzazione.
Risultati. Il valore medio del test STAI è stato di 46±12 nei pazienti con
CTT e di 45±14 nei pazienti con STEMI (p=0.815). Un tratto d’ansia elevato
(valore di scala STAI ≥40) è stato documentato in 30 (60%) dei pazienti
con CTT ed in 26 (52%) dei pazienti con STEMI (p=0.387). All’analisi
multivariata, predittori di CTT sono risultati: un basso picco di valore di
creatinina chinasi (HR 0.999; 95% CI 0.998-0.999; p=0.018) ed un
precedente evento stressante (HR 45.487; 95% CI 6.471-319.759; p=0.001);
il tratto ansioso non era compreso fra questi. Non sono state riscontrate
differenze significative fra gli outcome dei pazienti CTT con o senza tratto
d’ansia elevato.
Conclusioni. Nei pazienti con CTT un tratto d’ansia elevato è di riscontro
comune, ma non è significativamente più frequente rispetto a quanto
osservato nei pazienti con STEMI. Inoltre, un tratto d’ansia elevato non
sembra essere associato ad una prognosi clinica peggiore, né essere un
elemento predittore di CTT. Da dati del nostro studio non possiamo
raccomandare una valutazione routinaria del tratto ansioso nei pazienti
con CTT.
Infarto - prognosi
P13
IL SOTTOSLIVELLAMENTO DEL TRATTO ST IN V5 E V6 IN PAZIENTI CON
INFARTO MIOCARDICO ACUTO ANTERIORE È UN PREDITTORE DI
MALATTIA TRIVASALE
Claudia Pavesi1, Silvia Salaro1, Gabriele Crimi2, Silvia Pica1,
Antonella Potenza1, Maurizio Ferrario2, Gaetano M. De Ferrari2
1
Dipartimento di Cardiologia, Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo,
Università degli Studi, Pavia, 2Dipartimento di Cardiologia, Fondazione
IRCCS Policlinico San Matteo, Pavia
Introduzione. Nei pazienti con infarto miocardico acuto con
sopraslivellamento del tratto ST (STEMI) l’identificazione precoce di
pazienti ad alto rischio permette di indirizzare questi ultimi a centri
terziari esperti per eseguire PCI primaria (pPCI). È noto che i pazienti con
malattia coronarica trivasale hanno una prognosi peggiore. Lo scopo di
questo studio è stato quello di valutare la presenza di marker
elettrocardiografici di malattia trivasale all’interno di un ampio gruppo
di pazienti consecutivi con STEMI anteriore sottoposti a pPCI. In particolare
è stato analizzato il possibile ruolo predittivo della presenza di
sottoslivellamento del tratto ST nelle derivazioni inferiori e laterali.
Metodi. Sono stati valutati tutti i pazienti consecutivi con diagnosi clinica
di STEMI anteriore (definito tramite i reperti elettrocardiografici)
sottoposti ad angioplastica primaria nel nostro Centro negli anni 20052007 (n=329 su 716 pazienti con STEMI). Per accertare il sopraslivellamento
e il sottoslivellamento (≥0.1 mV 80 ms dopo il punto J) del tratto ST è stato
utilizzato il primo ECG a 12 derivazioni disponibile. I pazienti sono stati
seguiti per un tempo medio >1000 giorni.
Risultati. L’età media dei pazienti era di 62±13 anni, il 77% era maschio e
il tempo medio intercorso tra la sintomatologia e la pPCI (pain-to-balloon)
era di 5 ore. La lesione colpevole è stata riscontrata a carico dell’arteria
interventricolare anteriore in 305 pazienti (93%); una malattia trivasale
era presente in 71 pazienti (22%). Nel corso del follow-up questi pazienti
hanno mostrato una mortalità maggiore (29%) rispetto ai non trivasali
(13%, p=0.002). Non è stata riscontrata correlazione tra il
sottoslivellamento del tratto ST nelle derivazioni inferiori (presente in 148
pazienti, 45%) e in D1 o aVL (presente in 23 pazienti, 10%) e la malattia
trivasale. Abbiamo invece trovato associazione tra il sottoslivellamento
del tratto ST nelle derivazioni V5 e V6 e un significativo maggior rischio
(p<0.001) di malattia trivasale con OR rispettivamente di 5.5 (95% CI 2.412.4) e di 3.3 (95% CI 1.7-6.1). Il valore predittivo positivo relativo alla
presenza di malattia trivasale è risultato rispettivamente del 55% e del
41% per la presenza del sottoslivellamento del tratto ST in V5 e V6.
Conclusioni. Precedenti studi hanno suggerito che in pazienti con STEMI
anteriore la somma del sopraslivellamento del tratto ST nelle derivazioni
interessate sia correlata con ladimensione dell’infarto e conla mortalità a
breve termine. Il presente studio indica che la presenza di
sottoslivellamento del tratto ST nelle derivazioni V5 e V6 è un forte
predittore di malattia coronarica trivasale e può contribuire alla precoce
stratificazione del rischio e al triage dei pazienti.
P14
IMPLICAZIONI DELL’UTILIZZO ROUTINARIO DEL GRACE SCORE PER LA
STRATIFICAZIONE DEL PAZIENTE CON SINDROME CORONARICA ACUTA
(UA/NSTEMI)
Alessio Lilli, Marco Tullio Baratto, Jacopo Del Meglio, Marco Chioccioli,
Nicola Musilli, Rosa Poddighe, Lorenza Robiglio, Francesco Vivaldi,
Massimo Magnacca, Alessandro Comella, Giancarlo Casolo
U.O. di Cardiologia, Ospedale Unico della Versilia, Lido di Camaiore
Background. Nella pratica clinica è raccomandata la stratificazione del
rischio nei pazienti con SCA UA/NSTEMI al fine di scegliere la migliore
strategia. Il GRACEscore è stato proposto come strumento efficace.
Scopo e metodi. Scopo dell’analisi è valutare l’impatto dell’utilizzo del
GRACE score nella pratica clinica.Abbiamo pertanto analizzato i pazienti
giunti alla nostra attenzione con diagnosi di SCA in 2 anni. Nei primi 12
mesi (Gruppo 1) la stratificazione del rischio era lasciata al giudizio clinico.
Nei secondi 12 mesi (Gruppo 2) era fortemente raccomandata la
stratificazione mediante GRACE score. I dati clinici e strumentali
riguardanti il ricovero sono stati raccolti attraverso un database in maniera
indipendente alla dimissione. Durante il periodo in esame 530 pazienti
con SCA sono giunti alla nostra attenzione e 331 (77% NSTEMI) sono stati
inclusi nella presente analisi poiché avevano dati completi che
consentivano di calcolare il GRACE score. Nei pazienti del Gruppo 1 il
GRACE è stato calcolato esclusivamente a posteriori. Nei pazienti del
Gruppo 2 è stato registrato se la stratificazione del rischio era stata
eseguita o meno, ed il valore assoluto del risultato. Il calcolo era eseguito
a posteriori nei pazienti del Gruppo 2 non stratificati all’ammissione. I due
Gruppi sono stati confrontati per valutare se l’implementazione della
stratificazione modificava sensibilmente l’approccio al paziente con SCA.
Infine sono state messe a confronto le complicanze intraospedaliere legate
all’approccio invasivo (morte, IMA periprocedurale e nefropatia da
contrasto, CIN) nei pazienti stratificati e non del Gruppo 2.
Risultati. Globalmenteil 18.4% dei pazienti arruolati avevano un rischio
intraospedaliero considerato basso, il 35.6% intermedio ed il 45.9%
elevato, senza differenze significative tra i due periodi considerati (16.8 vs
19.1%, 40.6 vs 33.5%, 42.6 vs 47.4%, Gruppo 1 vs Gruppo 2
rispettivamente, p NS per tutti). Nel Gruppo 2 il GRACE score è stato
calcolato all’ammissione nel 72%dei casi. La percentuale di pazienti
trattati con strategia invasiva non è risultata significativamente diversa
nei due periodi (65.3% vs 61.3%, p NS) tuttavia nel sottogruppo con basso
rischio clinico la percentuale di pazienti sottoposta a studio invasivo
precoce è stata inferiore (88 vs 80%, p NS). Non sono state riscontrate
differenze significative per quanto riguarda l’approccio invasivo nel
gruppo a rischio intermedio (73 vs 71%, p NS) o a rischio elevato (49vs
47%, p NS). Nessun paziente è deceduto.La percentuale complessiva di
IMA periprocedurale è risultatadel 9.2% con una differenza tra pazienti
con e senza stratificazione (7.8 vs 12.5%, p NS). L’IMA non è risultato
correlato al GRACE score (7.1-9.5-5.8% nei gruppi a basso medio ed alto
rischio rispettivamente). La percentuale osservata complessiva di CIN è
stata dell’11.5% con un trend correlato ai gruppi di rischio GRACE: 0-7.117.6% nei gruppi a basso medio ed alto rischio.La percentuale di CIN è
stata significativamente più elevata nei pazienti senza GRACE score (15 vs
10%). Anche in questo caso dopo aver rivalutato in GRACE in postprocessing la percentuale di CIN mostrava una correlazione con il grado di
rischio per SCA (0-14.3-21.4%).
Conclusioni. L’implementazione del GRACE score non ha modificato
sostanzialmente l’approccio al paziente con SCA nella nostra esperienza
clinica se non in una quota di pazienti a rischio basso in cui è stata ridotta
la percentuale di pazienti sottoposti a studio invasivo. Il rischio GRACE
non si correla con il rischio di IMA periprocedurale ma ben caratterizza il
rischio di CIN. La stratificazione del rischio sebbene raccomandata non
viene eseguita nei pazienti a più alto rischio di sviluppare complicanze
procedurali.
P15
INCIDENZA E RILEVANZA PROGNOSTICA DELL’INSUFFICIENZA RENALE
ACUTA IN PAZIENTI CON SINDROME CORONARICA ACUTA
Angelo Cabiati1, Emilio Assanelli1, Silvio Bertoli2, Gianfranco Lauri1,
Ivana Marana1, Jeness Campodonico1, Marco Moltrasio1, Marco Grazi1,
Monica De Metrio1, Mara Rubino1, Giancarlo Marenzi1
1
Centro Cardiologico Monzino, Università degli Studi, Milano,
2
U.O. di Nefrologia e Dialisi, IRCCS, Multimedica, Sesto San Giovanni
Introduzione. L’insufficienza renale acuta (acute kidney injury; AKI)
frequentemente complica il decorso di una sindrome coronarica acuta (SCA).
Numerosi fattori possono contribuire alla sua insorgenza in quest’ambito:
instabilità emodinamica, utilizzo di mezzo di contrasto durante le procedure
di rivascolarizzazione coronarica, emorragie maggiori associate con l’uso di
terapie antitrombotiche, ecc. Indipendentemente dalle sue cause, lo
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
31S
Tabella1
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
sviluppo di AKI è sempre stato posto in relazione con un decorso clinico
Il punteggio, ottenuto dagli OR derivati dal modello multivariato,
sfavorevole e con un aumento della mortalità ospedaliera. La maggior parte
identifica tre gruppi di rischio (basso se <2, intermedio tra 2 e 7, alto se >7).
degli studi ha identificato AKI con l’oligo-anuria o con un consistente
Il secondo gruppo, 315 pazienti, è stato utilizzato per validare il punteggio
incremento dei valori di creatinina (Cr). Tuttavia, anche minimi e transitori
derivato dal modello logistico. Nella Tabella 2 vengono riportati i risultati
aumenti di Cr sembrano condizionare una prognosi sfavorevole. Di fatto,
derivati dall’applicazione dello score clinico e bioumorale ottenuti nella
fino a oggi, non è mai stata applicata una definizione omogenea di AKI ai
popolazione complessiva.
pazienti con SCA. Di conseguenza, la reale incidenza di questa complicanza,
Tabella 2
come del resto la sua rilevanza clinica e prognostica in rapporto alla sua
Tabella 2
severità, non sono ancora note. In questo studio sono state valutate, in
Score
Gruppo di validazione (315)
Tutti i pazienti (1215)
un’ampia popolazione non selezionata di pazienti con SCA, l’incidenza di
% pazienti (n)
% eventi (n)
% pazienti (n)
% eventi (n)
OR (CI)
≤2
28 (89)
2 (5)
33 (323)
4 (12)
1
AKI basandosi sulla classificazione proposta da AKIN/RIFLE, già validata in
2< score ≤7
51 (161)
14 (22)
54 (619)
16 (99)
4.9 (2.7-9.1)*
altri contesti clinici, e la sua possibile associazione con la mortalità e la
>7
21 (65)
49 (32)
13(273)
54 (148)
30.7 (16.4-57.2)*
degenza ospedaliera.
*rischio intermedio vs basso rischio e alto rischio vs basso rischio: p<0.0001; alto rischio
Metodi. Sono stati analizzati retrospettivamente 1480 pazienti con SCA
vs
rischio intermedio: OR 6.2, p<0.0001.
Conclusioni.
(1163 STEMI; 317 NSTEMI) ricoverati presso la nostra UTIC per più di 48
ore. In tutti i pazienti è stata misurata la Cr all’ingresso in ospedale e,
Conclusioni. Nella nostra casistica di pazienti consecutivi non selezionati
quotidianamente, fino alla dimissione. AKI è stata classificata in 3 stadi:
viene confermato il valore prognostico di parametri clinici e laboratoristici
Stadio 1, caratterizzato da incremento dei valori di Cr ≥0.3 mg/dl; Stadio
di comune utilizzo per una miglior definizione del livello assistenziale
2, incremento dei valori di Cr da 2 a 3 volte rispetto al valore iniziale;
personalizzato al singolo paziente.
Stadio 3, incremento di Cr >3 volte oppure un valore assoluto di Cr >4
mg/dl, con un aumento di almeno 0.5 mg/dl, oppure necessità di dover
ricorrere ad un trattamento sostitutivo renale, indipendentemente dallo
P17
stadio AKI prima dell’inizio dello stesso.
CONTA DEI LEUCOCITI NEUTROFILI ALL’INGRESSO COME PREDITTORE DI
Risultati. 204 (14%) pazienti hanno sviluppato AKI nel corso del ricovero. Di
EVENTI CARDIACI MAGGIORI INTRAOSPEDALIERI IN PAZIENTI CON
questi, 143 (70%) hanno raggiunto lo stadio 1, 15 (7%)P17
lo stadio 2, e 46
INFARTONEUTROFILI
MIOCARDICO SENZA
SOPRASLIVELLAMENTO
DEL TRATTO ST
(23%) lo stadio 3. La mortalità ospedaliera è risultata significativamente
CONTA DEI LEUCOCITI
ALL’INGRESSO
COME PREDITTORE
DI EVENTI CAR
Maria Zaccaria, Pietro Palmisano, Vincenzo Palumbo, Domenico Zanna,
maggiore nei pazienti con AKI rispetto a quelli senza AKI (22 vs 0.7%;
MAGGIORI
INTRAOSPEDALIERI
IN
PAZIENTI
CON
INFARTO
MIOCARDICO
Filippo Masi, Donato Quagliara, Stefano Favale
p<0.001). Nell’intera popolazione, inoltre, la mortalità ospedaliera è
SOPRASLIVELLAMENTO
DEL TRATTO
ST
Dipartimento
di Cardiologia,
Università degli Studi, Bari
risultata progressivamente crescente in rapporto alla severità
dell’AKI: 0.7%
Introduzione. L’infiammazione gioca un ruolo chiave nella patogenesi
(no AKI), 9.8% (AKI stadio 1), 40% (AKI stadio 2) e 54% (AKI stadio 3)
delle sindromi coronariche acute. In questo contesto abbiamo indagato il
(p<0.001). Un’analoga tendenza è stata osservata in relazione alla durata
ruolo della conta dei neutrofili e dei livelli di PCR sierica all’ingresso, nel
del ricovero in UTIC: 4.8±3 giorni (no AKI), 7.5±5.4 giorni (AKI stadio 1),
predire gli eventi cardiaci maggiori intraospedalieri in pazienti con infarto
10.1±6.7 giorni (AKI stadio 2) e 10.5±8.6 giorni (AKI stadio 3) (p<0.001).
Introduzione.
miocardico senza sopraslivellamento del tratto ST (NSTEMI).
Conclusioni. Lo studio conferma che il decorso dei pazienti con SCA è
Metodi. In 274 pazienti (61% maschi, età media 72±13 anni), privi di
frequentemente complicato da AKI (14% dei casi), e che la classificazione
processi infiammatori in atto, ammessi nel nostro Centro tra Gennaio
AKIN/RIFLE è in grado di riflettere, così come in altri contesti clinici non
2006 e Dicembre 2009 con diagnosi di NSTEMI, sono stati valutati la conta
strettamente cardiologici, la prognosi a breve termine dei pazienti con SCA.
dei neutrofili e il livello di PCR sierica all’ingresso. Questi indici di flogosi
Metodi.
sono stati correlati con un end point combinato che includeva: morte
cardiaca, scompenso cardiaco acuto, reinfarto, angina post-infartuale;
P16
sono stati correlati inoltre con la frazione di eiezione del ventricolo
VALORE PREDITTIVO DI UNO SCORE CLINICO E BIOUMORALE NELLA
sinistro (FEVS) all’ingresso e con l’estensione della coronaropatia
STRATIFICAZIONE DEL RISCHIO ALL’INGRESSO IN UTIC DI 1125 PAZIENTI
all’esame angiografico.
CONSECUTIVI
NON SELEZIONATI
P16
Risultati. Durante la degenza 85 pazienti (31%) hanno avuto eventi
Alberto Roman-Pognuz1, Margherita Cinello1, Matteo Cassin1,
maggiori
intraospedalieri
di cui: 4 (4%)DEL
morte cardiaca, 63 (74%)
VALORE
PREDITTIVO
DI
UNO
SCORE
CLINICO
E
BIOUMORALE
NELLA
STRATIFICAZIONE
Daniela Rubin2, Pietro Bulian2, Piero Cappelletti2, Franco Macor1,
scompenso
cardiaco acuto, 5 (6%) reinfarto, 14 (16%) angina
1
1
1 Risultati.
1
RISCHIO
ALL’INGRESSO
IN UTIC
DI 1125
PAZIENTI
CONSECUTIVI
NON SELEZIONATI
Riccardo
Neri
, Fauzia Vendrametto
, Gianluigi
Rellini
, Elvira Loiudice
,
postinfartuale. I pazienti che hanno presentato eventi avevano una conta
Gian Luigi Nicolosi1
di neutrofili più alta rispetto ai pazienti senza eventi (9567±6063 vs
1
Cardiologia, ARC, 2Patologia Clinica, A.O. S. Maria degli Angeli,
8048±3937/mL; p=0,015) ed una PCR più alta (52.4±57.3 vs 32.5±57.8
Pordenone
mg/dL; p=0.029) (Figura). I pazienti con FEVS <40% all’ingresso avevano
Introduzione. La stratificazione precoce del rischio del paziente
una conta di neutrofili più alta rispetto ai pazienti con FEVS >40%
cardiopatico acuto può contribuire a identificare i casi a rischio maggiore
all’ingresso (9717±5742 vs 7854±3960/mL; p=0.010) ed una PCR più alta
eIntroduzione.
quindi a selezionare il livello assistenziale e l’intensità delle cure più
(44.2±52.2 vs 23.9±45.8 mg/dL; p=0.040) (Figura). Vi era infine, una
adeguati al singolo paziente.In passato sono stati studiati vari indicatori
relazione diretta tra il numero di vasi coronarici coinvolti all’angiografia
(demografici, clinici, bioumorali e strumentali) di rischio di eventi cardiaci
e livello di PCR (monovasali 23.1±38.3, bivasali 27.7±28.8, trivasali
maggiori in pazienti ricoverati in UTIC per una patologia acuta.Nella
52.3±61.7 mg/dL; ANOVA p=0.026).
maggior parte dei casi questi indicatori sono stati valutati in popolazioni
Conclusioni. In pazienti con NSTEMI, una più alta conta dei neutrofili e un
Conclusioni.non
selezionate, nell’ambito di studi randomizzati che generalmente
più alto livello di PCR all’ingresso, si associano ad un più alto rischio di
riflettono pienamente la tipologia dei pazienti del mondo reale.
eventi maggiori intraospedalieri.
Scopo dello studio. Definire il valore prognostico di diversi parametri
clinici, bioumorali e strumentali di utilizzo routinario in UTIC, nell’ambito
di
pazienti
consecutivi
non selezionati al fine di sviluppare e validare un
Scopo
dello
studio.
modello predittivo di rischio di semplice applicazione, che consenta
un’ottimizzazione del livello di cure fornito e quindi un miglior utilizzo
delle risorse disponibili.
Metodi e risultati. Dei 1215 pazienti consecutivi ricoverati presso l’UTIC
della nostra Azienda Ospedaliera tra il giugno 2003 e il maggio 2005 sono
Metodi e risultati.
stati analizzati parametri clinici, laboratoristici (cTnI, BNP, hsCRP, WBC,
creatinina, glicemia, assetto lipidico) e strumentali (ecocardiogramma,
ECG, Rx torace) di utilizzo routinario. Il campione è stato suddiviso in due
gruppi con estrazione casuale. Il primo gruppo, 900 pazienti, è stato
utilizzato per sviluppare un modello logistico, predittivo dell’endpoint
(morte e/o IMA e/o scompenso cardiaco acuto durante la degenza
ospedaliera, a 30 giorni e a 6 mesi dalla dimissione), sulla base del
P18
punteggio degli OR di rischio di eventi (Tabella 1).
LA PROTEINA C-REATTIVA ULTRASENSIBILE (PCR) NELLA FASE PRECOCE
Tabella 1
Tabella1
BNP >224 pg/ml
Età >74 anni
FEVS ≤40%
Creatinina >1.2 mg/dl
cTnI>0.13 ng/ml
Glicemia >126 mg/dl
HsCRP >3
Comorbilità*
WBC >10.5/mcl
Punteggio
3
2
2
1
1
1
1
1
1
OR (analisi multivariata)
3.88
2.29
2.05
1.93
1.79
1.76
1.65
1.59
1.56
*insufficienza renale (creatinina >2), malattie polmonari croniche, diabete mellito,
malattie vascolari cerebrali o periferiche, neoplasie, epatopatia.
32S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
Tabella 2
DELL’INFARTO MIOCARDICO ACUTO ANTERIORE CON SEVERA
DISFUNZIONE VENTRICOLARE SINISTRA
Luca Mircoli, Chiara Addamiano, Jolanda Baglivo, Laura Lenatti,
Cristina Malafronte, Isidoro Pera, Luigi Piatti, Gianluca Tiberti,
Felice Achilli
Dipartimento di Cardiologia, Ospedale di Lecco, Lecco
Introduzione. La PCR che è ormai unanimemente considerata come
importantefattore di rischio cardiovascolare nel paziente con cardiopatia
ischemica cronica. Il valore clinico di tale parametro nelle fasi molto
precoci dell’infarto miocardico acuto con elevazione del tratto S-T (STEMI)
non è tuttavia ancora stato chiaramente determinato.
Metodi. Sono stati selezionati 60 pazienti (età, anni 64.3±9.1; 34 maschi,
18 femmine) giunti presso il PS dell’Ospedale di Lecco negli anni 2007/2008
con diagnosi di STEMI della parete anteriore con segni ecografici di
disfunzione ventricolare sinistra (FE <45%), inviati a trattamento
OSPEDALIERA
Introduzione.
POSTER
immediato mediante angioplastica coronarica (PTCA) primaria efficace
con ripristino di flusso TIMI 3 sul ramo correlato all’infarto. I pazienti già
trattati con statine non sono stati considerati. All’arrivo in PS e prima della
PTCA (T0) in ciascun paziente sono stati valuti: 1) la classe clinica sec. Killip,
2) la PCR ultrasensibile (mg/dl) aggiunta al contesto degli esami urgenti di
routine e 3) un ecocardiogramma. PCR ed ecocardiogramma sono stati
ripetuti dopo 5 giorni (T5). Tutti i pazienti sono stati posti in trattamento
immediato con statina +opportuna terapia medica convenzionale. I valori
di PCR sono stati correlati 1) con le classi Killip, 2) coi valori di picco CK, 3)
coi valori di frazione di eiezione (FE%) e 4) con le modificazioni di FE
(ΔFE%) a T5.
Risultati. Il tempo medio symptoms to balloon è stato 256 min (range 110510). I valori di PCR, tendenzialmentebassi a T0, aumentavano
significativamente a T5 (1.6±3.5 vs 3.1±4.16, p<0.05). La PCR era normale
(<1 mg/l) nel 66% dei pazienti a T0 e nel 16% a T5 (p<0.001). I valori di PCR
a T5 correlavano coi valori di picco CK (r=0.72, p<0.05) e con la classe Killip
(p<0.05). L’FE% era 40.2±12.1a T0 e 43.7±11.1 aT5 (p=ns). Tuttavia era
evidente che i valori di PCR a T5 erano significativamente più bassi nei
pazienti con miglioramento della funzione sistolica (ΔFE% positivo, n=42),
rispetto a quelli senza modificazione o peggioramento (ΔFE% invariato o
negativo, n=18) (1.3±2.1 vs 4.5±3.8, p<0.05).
Conclusioni. I valori diPCR valutati durante le prime ore di uno STEMI
anteriore appaiono sostanzialmente normali nella maggioranza dei
soggetti incrementando significativamente nei giorni successivi
nonostante un efficace trattamento riperfusivo mediante PTCA e
farmacologico con statine. L’entità dell’incremento correla con la classe
Killip d’esordio, col picco CK ed è predittivo di un peggiore recupero della
funzione ventricolare sinistra.
selezionata di pazienti con STEMI complicato da SC trattati con terapia
massimale e analizzato le possibili variabili cliniche associate con la
mortalità ospedaliera.
Metodi. Sono stati valutati, retrospettivamente, 55 pazienti con STEMI
complicato da SC ricoverati presso la nostra UTIC e sottoposti a
rivascolarizzazione coronarica percutanea, contropulsazione aortica e
ventilazione meccanica e terapia medica massimale. Ai fini dell’analisi, i
pazienti sono stati suddivisi in due gruppi a seconda che fossero
Metodi.
sopravvissuti (Gruppo 1, n=24), o meno (Gruppo 2, n=31), all’evento acuto
(mortalità complessiva della popolazione 56%). Le principali
caratteristiche cliniche di base e quelle relative al decorso ospedaliero sono
state confrontate nei due gruppi.
Risultati. I pazienti del Gruppo 1 presentavano un’età inferiore a quella
del Gruppo 2, mentre le altre caratteristiche di base risultavano simili
(Tabella). I parametri emogasanalitici (pH, pCO2, pO2) all’arrivo in
Risultati.
ospedale erano simili nei due gruppi, così come la tendenza alla loro
normalizzazione entro le prime ore di ventilazione meccanica. Tuttavia,
nel Gruppo 2, diversamente dal Gruppo 1, è stata osservata una
persistente elevazione dei valori dei lattati plasmatici ai controlli eseguiti
2 e 24 ore dopo (basale: 8.8±4.3 mmol/L [Gruppo 1] vs 6.9±5.9 mmol/L
[Gruppo 2], p=NS; controllo a 2 ore: 5.6±3.9 mmol/L [Gruppo 1] vs 8.7±5.1
mmol/L [Gruppo 2], p=0.017; controllo a 24 ore: 1.7±1 mmol/L [Gruppo 1]
vs 5.4±5.1 mmol/L [Gruppo 2], p<0.001).
Conclusioni. La mortalità dei pazienti con STEMI complicato da SC e
trattati con terapia massimale si associa ad una mancata o ritardata
Conclusioni
normalizzazione dei lattati nelle prime 24 ore di assistenza ventilatoria
meccanica, a parità di disfunzione cardiaca acuta. Restano da chiarire
le cause della loro persistente elevazione, la loro rilevanza
nell’influenzare la prognosi e il possibile impatto clinico come
bersaglio terapeutico.
P19
B-TYPE NATRIURETIC PEPTIDE LEVELS PREDICT EXTENT AND SEVERITY OF
CORONARY DISEASE IN NON-ST ELEVATION CORONARY SYNDROMES
AND NORMAL LEFT VENTRICULAR SYSTOLIC FUNCTION
Alberto Palazzuoli1, Giovanni Antonelli1, Maria Caputo1, Anna Calabrò1,
Maria Stella Campagna1, Beatrice Franci1, Ranuccio Nuti1, Alan Maisel2
1
Cardiology Section, Department of Internal Medicine and Metabolic
Disease, University of Siena, Siena, 2Cardiac Care Unit and Heart Failure
Program, San Diego Veterans Affairs Medical Center, San Diego, USA
Background. Recently the use of natriuretic peptide has been employed
in patients with coronary artery disease (CAD) with ST elevation and nonST elevation. BNP is able to predict systolic dysfunction, adding new
prognostic information with respect to traditional markers. However is
not known if there is a relation between coronary artery disease severity
and BNP levels.
Methods. This study compared B-type natriuretic peptide (BNP) levels in
patients with stable angina (SA) and acute coronary syndromes (ACS) with
non-ST elevation in relation to angiographic lesions using TIMI and
Gensini Scores. We studied 282 patients with CAD without ST elevation
and preserved systolic function. BNP samples were measured in all
recruited patients within 24 hours of hospitalization
Results. BNP values were progressively increased in relation with diagnosis:
SA (52.6±49.4 pg/mL), UA (243.3±212 pg/mL), NSTE-ACS (421.7± 334
pg/mL) (p<0.0001 and p<0.007 respectively). No statistically significant
difference was observed between patients with SA and controls (21.2±6.8
pg/mL). Analysis of BNP in relation to number of involved vessels
demonstrated significantly increased levels in patients with multivessel
disease compared to patients with 1 or 2 vessel disease (1- 86.2±46.3
pg/mL; 2- 127±297 pg/mL; 3- 295±318 pg/mL; 4- 297±347 pg/mL p<0.001
and p<0.003). Evaluation of BNP using Gensini Score showed a strong
relation between BNP and coronary disease extension (r=0.38,
p<0.0001).This trend was maintained in all CAD groups (SA r=0.54; UA
r=0.36 NSTE-ACS r=0.28).
Conclusions. Circulating BNP levels appear elevated in ACS with diffuse
coronary involvement, even in the absence of systolic dysfunction. BNP is
also associated with multivessel disease and coronary disease extension.
P20
STEMI COMPLICATO DA SHOCK CARDIOGENO: PARAMETRI CLINICI
CORRELATI ALLA MORTALITÀ OSPEDALIERA
Mara Rubino, Marco Grazi, Gianfranco Lauri, Ivana Marana,
Monica De Metrio, Angelo Cabiati, Marco Moltrasio,
Jeness Campodonico, Emilio Assanelli, Giancarlo Marenzi
Centro Cardiologico Monzino, IRCCS, Università degli Studi, Milano
Introduzione. Lo shock cardiogeno (SC) rappresenta la principale causa di
morte ospedaliera nei pazienti con infarto miocardico acuto con
sopraslivellamento del tratto ST (STEMI). Nonostante un progressivo
aumento dell’aggressività terapeutica, basata sul precoce ricorso a
rivascolarizzazione coronarica, contropulsazione aortica e ventilazione
meccanica abbiano consentito una drastica riduzione della mortalità
complessiva dei pazienti con SC, questa risulta ancora elevata, e comunque
superiore al 30% anche nelle casistiche più favorevoli. Dal punto di vista
prognostico non è ancora chiaro quale ulteriore strategia terapeutica
possa essere di vantaggio ai pazienti che già ricevono un trattamento
ritenuto ad oggi massimale. L’identificazione di possibili variabili cliniche
associate alla mortalità nei pazienti con SC rappresenta un passo
fondamentale per poter identificare nuovi potenziali target terapeutici. In
questo studio abbiamo esaminato le caratteristiche di una popolazione
Età (anni)
Donne, n
Diabete, n
FEVS (%)
Intervallo sintomi-PCI (ore)
CK-MB picco (ng/ml)
Pregresso infarto, n
Coronaropatia trivasale, n
Gruppo 1
(n=24)
66±12
6 (25%)
3 (12%)
33±13
13±24
399±301
8 (33%)
6 (25%)
Gruppo 2
(n=31)
74±10
6 (19%)
9 (29%)
29±13
15±27
447±467
13 (42%)
13 (42%)
p
0.009
NS
NS
NS
NS
NS
NS
NS
P21
LA FUNZIONE ATRIALE NELL’INFARTO MIOCARDICO ACUTO: ANALISI
MULTIPARAMETRICA MEDIANTE 2D SPECKLE TRACKING
Ketty Savino1, Alessio Lilli2, Clara Riccini1, Elisabetta Bordoni1,
Giorgio Maragoni3, Claudio Cavallini4, Giuseppe Ambrosio5
1
Cardiologia, Università di Perugia, Laboratorio Diagnostica per
Immagini, ASL 3 Umbria, Perugia, 2U.O. di Cardiologia della Versilia,
Lido di Camaiore, 3U.O. di Cardiologia, Ospedale di Spoleto, Spoleto,
4
S.C. di Cardiologia, Azienda Ospedaliera di Perugia, Perugia,
5
Cardiologia e Fisiopatologia Cardiovascolare, Università di Perugia,
Perugia
Introduzione. È noto come l’infarto miocardico acuto (IMA) induca
rimodellamento atriale sinistro. Il volume atriale indicizzato rappresenta
un fattore prognostico indipendente di mortalità nell’IMA. Recentemente
è stata proposta la valutazione della funzione atriale con la tecnica dello
strain bidimensionale mediante speckle tracking (2DS).
Scopo dello studio. Valutare, mediante 2DS, le modificazioni della
funzione atriale sinistra (contrazione e rilasciamento) in pazienti con
primo IMA trattati con PTCA primaria.
Materiale e metodi. Studio prospettico di pazienti consecutivi con primo
IMA trattati con PTCA primaria di successo che al momento della
dimissione eseguivano ecocardiogramma standard di ottima qualità
tecnica. La funzione atriale sinistra con 2DS veniva valutata mediante la
determinazione di tutti i picchi di strain (S) e di strain rate (Sr) atti ad
analizzare le componenti di rilasciamento, passiva e contrattile. Followup clinico a 12 mesi. I dati eco della popolazione con IMA (Gruppo I)
venivano messi a confronto con una popolazione sana di controllo
(Gruppo C).
Risultati. Sono stati arruolati 59 pazienti (48M), età media 62.58±11.64
anni. Il gruppo C è costituito da 11 soggetti sani. Il confronto dei due
gruppi ha mostrato differenze significative di tutti gli indici di S e Sr di
funzione atriale (Tabella). La sede dell’IMA non influenzava
significativamente la funzione atriale mentre la disfunzione sistolica
ventricolare si (p<0.05 per tutti gli indici misurati) (Tabella). In particolare,
l’entità e l’estensione dell’area disfunzionante, valutata mediante WMSI,
correlava significativamente con la funzione atriale (r=-0.56, p<0.001).
Infine, i pazienti con eventi al follow-up di 12 mesi (12 eventi: morte,
scompenso cardiaco e necessità di rivascolarizzazione) erano quelli con
una funzione atriale più compromessa (Tabella).
Conclusioni. Nell’IMA la funzione atriale sinistra è ridotta e coinvolge sia
la componente di contrazione che quella di rilasciamento. Le
modificazioni della funzione atriale sinistra sono significativamente
maggiori nei pazienti con disfunzione sistolica ventricolare sinistra. I
pazienti con eventi al follow-up hanno maggiori alterazioni della funzione
atriale. Sono necessari ulteriori e più ampi studi per valutare l’utilità clinica
di questi dati.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
33S
Conclusioni.
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
Results. Final diagnosis was STEMI in 46% of cases and NSTEMI in 54%.
Median age was 65.9 years (range 39-92) for STEMI vs 71.3 years (range 3797) for NSTEMI (p<0.0001); males were 70.2% in the STEMI group and
65.1% in the NSTEMI group (p=0.31). The proportion of smokers (36 vs
18%, p=0.001) and hypercholesterolemia (54 vs 42.9%, p=0.037) was
higher in the STEMI group, while prior MI (17.5 vs 6.8%, p=0.003) and
prior revascularization by CABG (p=0.049) were higher in the NSTEMI
group. No statistically significant differences were noted for hypertension
(70.2% for STEMI and 68.3% for NSTEMI, p=0.69) and previous stroke
(2.5% in STEMI vs 6.3% in NSTEMI, p=0.08). At discharge all patients
received optimal medical therapy according to current guidelines: aspirin
(95.1%), beta-blockers (91.4%), RAAS inhibitors (85.1%) and statins
(86.3%). Median length of stay was 11.4 days (range 1-40) for NSTEMI vs
9.7 days (range 1-90) for STEMI (p=0.03). Overall mortality at 6.5 years was
38.1% for NSTEMI vs 22.4% for NSTEMI (p<0.0001).
Conclusions. Among patients with acute MI identified by elevated
biomarkers and ST criteria, NSTEMI was associated with older age, worse
cardiovascular history and higher long-term mortality compared to STEMI.
Terapia antitrombotica
P22
P24
PROGNOSI A 6 MESI IN PAZIENTI OSPEDALIZZATI PER SCOMPENSO
CARDIACO E CARDIOPATIA ISCHEMICA: IL PROGETTO CUORE 24 ORE
Simona Falcone1, Silvia Chiocchini1, Piercarlo Ballo1, Alfredo Zuppiroli2
1
S.C.di Cardiologia, Ospedale S. Maria Annunziata, ASL 10, Firenze,
2
Dipartimento di Cardiologia, ASL 10, Firenze, Firenze
Background. La cardiopatia ischemica e lo scompenso cardiaco
costituiscono
patologie
cardiovascolari
ad
elevato
impatto
socioeconomico. Programmi strutturati di continuità assistenziale
costituiscono un presupposto di base per l’ottimale gestione di tali
patologie.
Obiettivo. Valutare la prognosi a 6 mesi all’interno di un programma
strutturato finalizzato al follow-up post-dimissione di pazienti ricoverati
per sindrome coronarica acuta o per scompenso cardiaco.
Metodi. Durante un periodo di 15 mesi, in tre presidi ospedalieri fiorentini
(Ospedale Santa Maria Annunziata, Ospedale Santa Maria Nuova ed
Ospedale Nuovo San Giovanni di Dio) sono stati arruolati 335 pazienti (età
media 73.8±11.0 anni, 38% donne; 68.5% dopo un ricovero per sindrome
coronarica acuta e 31.5% dopo un ricovero per scompenso cardiaco). I
pazienti sono stati stratificati in tre fasce di rischio (alta, intermedia e
bassa) e quindi seguiti da personale medico ed infermieristico in maniera
differenziata a seconda della fascia di rischio, sia con controlli
ambulatorialisia con contatti telefonici con possibile monitoraggio ECG a
distanza. Ogni paziente ha avuto la possibilità di contattare
telefonicamente 24 ore su 24 il personale sanitario infermieristico e/o
medico. Come endpoint sono stati considerati la mortalità totale ed i
nuovi ricoveri in urgenza non programmati.
Risultati. Nei 6 mesi di follow-up previsti dal protocollo, il tasso di nuovo
ricovero in urgenza è risultato del 14.9% nel gruppo con scompenso
cardiaco e del 10.0% nel gruppo con sindrome coronarica acuta (p=0.26),
mentre la mortalità è stata del 14.9% nel gruppo con scompenso cardiaco
e del 0.9% nel gruppo con sindrome coronarica acuta (p<0.0001). Gli unici
2 decessi nella popolazione affetta da sindrome coronarica acuta sono
avvenuti a più di 30 giorni dall’arruolamento, mentre circa la metà (8 su
15) dei decessi nel gruppo scompenso si è verificata entro i 30 giorni
dall’arruolamento. All’analisi multivariata, età e frazione di eiezione erano
i più importanti predittori di morte e ricovero in urgenza. È stato fatto
largo uso delle chiamate telefoniche (programmate 687, non
programmate 368), corrispondenti ad un tasso di 3.1 chiamate per
paziente.
Conclusioni. All’interno di un programma strutturato di follow-up, pazienti
con sindrome coronarica acuta hanno mostrato una mortalità a 6 mesi
considerevolmente più bassa rispetto a pazienti con scompenso cardiaco.
EFFETTO PROGNOSTICO DELL’ANEMIA SUBCLINICA IN PAZIENTI
SOTTOPOSTI AD ANGIOPLASTICA PRIMARIA TRATTATI CON INIBITORI
DELLE GLICOPROTEINE IIb/IIIa
Marco Vatrano, Roberto Ceravolo, Cristina Nesta, Alessandro Ferraro,
Vittorio Pascale, Francesco Borrello, Giuseppe Ciconte,
Vincenzo Antonio Ciconte
U.O. di Emodinamica e Cardiologia Interventistica, A.O. “PuglieseCiaccio”, Catanzaro
Background e scopo dello studio. La comparsa di anemia in pazienti
ospedalizzati per infarto miocardico acuto è comune e, a volte, riconosce
un’eziologia iatrogena dovuta all’utilizzo di inibitori delle glicoproteine
(GP) piastriniche IIb/IIIa. Scopo del presente studio è valutare se il
trattamento con i farmaci sopraindicati, ed in particolar modo abciximab
e tirofiban, sia correlato ad una riduzione significativa dei livelli basali di
emoglobina ed ematocrito, in assenza di anemia, con eventuali ricadute
prognostiche.
Metodo. Sono stati arruolati 171 pazienti consecutivi (144M/27F; età
61±6.5anni) con sindrome coronarica acuta (SCA) e sopraslivellamento del
tratto ST-T (STEMI), diagnosticata secondo le linee guida internazionali, in
cui è stato effettuato, al momento del ricovero, accurato esame clinico
dell’apparato cardiovascolare, ECG standard, ecocardiogramma M e Bmode, nonché gli esami ematochimici di routine. Ciascun paziente è stato
immediatamente sottoposto ad angiografia coronarica con angioplastica
primaria, con l’ausilio peri-procedurale degli inibitori IIb/IIIa. Tutti i
pazienti arruolati presentavano normali valori basali e pre-dimissione di
emoglobina ed ematocrito. Il follow-up, condotto mediante visite
ambulatoriali e/o intervista telefonica, è stato di 12 mesi.
Risultati. L’analisi dei dati ci ha consentito di documentare una significativa
riduzione, rispetto ai valori basali, di HGB e HCT in tutti i pazienti trattati
sia con tirofiban che con abciximab in assenza di fenomeni emorragici
evidenti e necessità di emotrasfusione. Il tirofiban, tuttavia, determinava
un calo significativamente superiore rispetto all’abciximab (p=0.000). La
successiva analisi multivariata ha indicato la terapia antitrombotica come
determinate dell’11% della variabilità complessiva dei livelli di HGB
(p=0.000) ed HCT (p<0.011). La glicemia basale e l’età aggiungevano un
ulteriore 7% e 3%, rispettivamente. Dopo correzione per le variabili
confondenti il tasso di eventi cardiovascolari è risultato significativamente
superiore (p<0.001) nei pazienti in cui si verificava il calo maggiore della
concentrazione di emoglobina e di ematocrito.
Conclusioni. I nostri dati dimostrano che, in pazienti con SCA-STEMI
trattati con angioplastica primaria, l’utilizzo degli inibitori delle GPIIb/IIIa
modifica significativamente l’assetto emoreologico della linea rossa, anche
senza determinare anemia. Tale alterazione, per quanto subclinica,
determina effetti prognostici, da confermare con successivi studi
prospettici randomizzati.
P23
LONG-TERM PROGNOSIS OF PATIENTS WITH ST-ELEVATION AND NON-STELEVATION MYOCARDIAL INFARCTION ADMITTED TO A DISTRICT
GENERAL HOSPITAL WITHOUT INVASIVE CAPABILITIES
Luciano Moretti2, Benedetta Ruggeri1, Pierfrancesco Grossi2,
Donatella Paliotti2, Maggie Testa2, Carlo Bonanni2
1
Clinical Governance Service, 2Division of Cardiology, Ospedale Mazzoni,
Ascoli Piceno
Background. In contemporary practice the diagnosis of myocardial
infarction (MI) is based on chest pain history and elevated biomarkers,
while classification is dichotomized by ECG between ST-elevation MI
(STEMI) and non-ST-elevation MI (NSTEMI). Several historical studies
investigated long-term prognosis on the basis of non-Q-wave versus Qwave MI classification whereas fewer recent studies have used the newer
MI definition and classification.
Methods. Between January 2004 and December 2005, 350 AMI patients,
pertaining administratively to our catchment area, were consecutively
admitted to our Institution. AMI were classified as STEMI or NSTEMI. We
performed a retrospective analysis in order to describe clinical
characteristics, in-hospital management and 6.5 years mortality of all
patients who survived the acute phase of MI according to the presence of
ST elevation (STEMI) or not (NSTEMI).
34S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
P25
USO DEL TIROFIBAN IN FASE PERIOPERATORIA IN PAZIENTI CON RECENTE
IMPIANTO DI DES E SOSPENSIONE OBBLIGATA DELLA DOPPIA
ANTIAGGREGAZIONE
M. Cacucci, O.Durin, D. Tovena, M. Nanetti, P. Agricola, G. Inama
Dipartimento Cardio-Cerebro-Vascolare, Ospedale Maggiore, Crema
Background. I pz sottoposti a impianto di stent (ST) coronarico richiedono
il trattamento con doppia antiaggregazione (DA) per 1 mese in caso di
BARE ST e 6 mesi in caso di DES. La sua sospensione comporta un rischio
elevato di trombosi intraST che a sua volta si associa ad una mortalità del
40%. Se inoltre l’eventuale trombosi si dovesse sviluppare in fase
perioperatoria si assocerebbe a severa morbilità per le limitate possibilità
di intervento. In alcuni casi la DA viene sospesa per affrontare condizioni
cliniche gravi: emorragie, interventi chirurgici (IC) salvavita e chirurgia
oncologica. Nel caso delle emorragie e degli IC eseguiti in emergenzaurgenza la sospensione della DA è obbligatoria e non aggirabile ed è
seguita dalla sua riassunzione dopo stabilizzazione clinica. Nel caso degli
IC non procrastinabili ma comunque programmabili nel breve periodo
l’unica possibilità è l’uso di antiaggreganti potenti ma reversibili.
POSTER
Metodi. Il tirofiban (TI) è un inibitore reversibile della glicoproteina IIb/IIIa,
con emivita di circa 6 ore. La sua inibizione blocca la via finale comune
dell’attivazione delle piastrine, sostituendo quindi la DA. I pz con stent
che devono subire un IC necessario e procrastinabile di almeno una
settimana, nel nostro Ospedale sono sottoposti al protocollo con TI.
Questo prevede la sospensione della DA 7 giorni prima dell’IC in regime
di ricovero(nel reparto chirurgico). L’inizio del TI in base al peso ed alla
funzione renale, previo singolo bolo, 5 giorni prima dell’intervento. Il TI
viene sospeso 4 ore prima dell’operazione. La ripresa del farmaco avviene
due ore dopo la chiusura della ferita chirurgica, senza bolo. Quando
possibile consigliamo al chirurgo di lasciare in sede un drenaggio per il
controllo del sanguinamento. Se la situazione clinica rimane stabile, il pz
rimane nel reparto di provenienza e viene sottoposto a monitoraggio
della pressione arteriosa e dell’ECG ed al controllo dell’emocromo e
dell’ECG a 12 derivazioni ogni 6 ore per 24 ore. In generale, il TI viene
continuato per 48 ore e poi sostituito da ASA 100 mg/die e clopidogrel 75
mg/die, preceduto da carico di 300 mg. In caso di IC sull’addome la DA
viene ripresa solo a canalizzazione avvenuta. In presenza di emorragia si
sospende il TI, si procede con emotrasfusioni e si consiglia al chirurgo la
revisione del campo operatorio per risolvere eventuali perdite correggibili.
Se questo è possibile si riprende il protocollo dalla sua interruzione.
Risultati. Sono stati sottoposti al protocollo descritto 11 pz. Due avevano
ricevuto multipli DES meno di 10 giorni prima della necessità di sottoporsi
a IC (per occlusione intestinale persistente). Gli altri erano tutti pz con
impianto di DES entro 6 mesi e con successivo riscontro di patologia
oncologica. Tutti i pz hanno tollerato il protocollo descritto, non hanno
presentato complicanze cardiovascolari, né emorragie. Ci sono stati soli
due decessi ma legati a problematiche non cardiache.
Conclusioni. Nella nostra esperienza il protocollo con TI in pz con necessità
di DA e nello stesso tempo con indicazione a IC non differibile ci sembra
sicuro ma soprattutto molto efficace, considerando inoltre l’assenza di
opzioni ugualmente affidabili.
P26
RISCHIO EMORRAGICO NEI PAZIENTI CON SINDROME CORONARICA
ACUTA, TRATTATI CON PCI E INIBITORI DELLE GLICOPROTEINE IIb/IIIa, E
SOTTOPOSTI A CONTROPULSAZIONE AORTICA
Elena Crudeli, Sandro Gelsomino, Marco Chiostri, Cristina Giglioli,
Gian Franco Gensini, Serafina Valente
Dipartimento Cuore e Vasi, Careggi, Firenze
Introduzione. Il trattamento con gli inibitori delle glicoproteine IIb/IIIa
(GPI) è indicato nelle sindromi coronariche acute (SCA) ad alto rischio
trattate con angioplastica coronarica (PCI); il loro uso è consigliato anche
nei pazienti che sono in shock cardiogeno; in questi ultimi pazienti viene
spesso impiantato un contropulsatore aortico (IABP). L’obiettivo del nostro
lavoro è stato quello di valutare se il trattamento con GPI aumentava il
rischio di complicanze emorragiche nei pazienti contropulsati.
Materiali e metodi. Dal primo gennaio 2004 al 31 dicembre 2007, sono
stati ricoverati nella nostra terapia intensiva cardiologica (UTIC) 389
pazienti con SCA trattati con PCI e sottoposti a contropulsazione aortica.
Tra questi, 257 (66%) prima della procedura sono stati trattati con GPIs
(gruppo 1). Tutti i pazienti sono stati trattati con eparina non frazionata,
ASA, clopidogrel. Tra i pazienti del gruppo 1, 159 pazienti (61.86%) sono
stati trattati con abciximab (bolo 0.25/kg seguito da infusione 0.125
μg/kg/min per 12 ore) e 98 pazienti (38.13%) sono stati trattati con
tirofiban (0.4 μg/Kg/min in 30 min seguito da infusione 0.1 μg/kg/min).
Metodi statistici. I dati sono riportati come frequenze e percentuali; le
variabili predittive di complicanze sono state identificate con l’analisi di
regressione logistica riportando i relativi odds ratio (OR).
Risultati. La mortalità dei pazienti trattati con GPI è stata del 13.6% (35
pazienti), nel gruppo 2 è stata del 25% (33 pazienti) (p=0.02). Complicanze
si sono verificate complessivamente in 103 pazienti (26.4%) senza
differenze significative tra i due gruppi (gruppo 1: 68, 26.4%; gruppo 2:
35, 26.5%; p=0.9). Le complicanze emorragiche si sono verificate in 81
pazienti (20.8%), con incidenza simile nei due gruppi (p=0.721). Tra di
esse, sia l’incidenza di sanguinamenti maggiori, che quella di
sanguinamenti minori, è risultata paragonabile tra i due gruppi (maggiori:
9.33% gruppo 1 vs 7.57% gruppo 2, p=0.51; minori: 12.06 vs 12.12%,
rispettivamente, p=0.9). La maggioranza dei sanguinamenti maggiori
(n=24, 29.6%) si sono verificati in pazienti di oltre 80 anni, senza
differenza tra i due gruppi (p=0.5). Inoltre, la necessità di trasfusione di
globuli rossi concentrati è risultata simile nel gruppo 1 e nel gruppo 2
(21.2% [n=28] vs 20.2% [n=52], p=0.63). Alla regressione logistica, l’età
(OR 3.30), l’obesità, (OR3.16) e il numero di piastrine pre-PCI (OR 2.26) si
sono dimostrati predittori indipendenti di sanguinamento. Il trattamento
con anti-IIb/IIIa (OR0.87) invece, non è risultato significativo.
Conclusioni. Il nostro studio dimostra che nei pazienti affetti da sindrome
coronarica acuta, trattati con PCI, che necessitano di assistenza con IABP,
l’uso di inibitori delle glicoproteine IIb/IIIa non aumenta il rischio di
complicanze emorragiche.
P27
BIVALIRUDINA: AGEVOLE GESTIONE DI UNA COMPLICANZA EMORRAGICA
Ivan Meloni, Pierluigi Merella, Stefano Mameli, Simone Fadda,
Maria Letizia Stochino, Gavino Casu
U.O.C. di Cardiologia, Ospedale San Francesco, Nuoro
Background. La bivalirudina è un inibitore diretto e reversibile della
trombina: a differenza delle eparine, che agiscono a monte della cascata
coagulativa, la bivalirudina agisce direttamente sulla trombina. La buona
maneggevolezza del farmaco deriva dalle favorevoli caratteristiche
farmacocinetiche (biodisponibilità 100%, breve emivita, prevalente
eliminazione per scissione proteolitica, ridotta escrezione renale) e
farmacodinamiche (legame trombinico diretto e reversibile). La
biodisponibilità del 100% determina una cinetica lineare tra dose ed
efficacia, rendendo inutile il controllo dell’ACT dopo la somministrazione;
la breve emivita e la reversibilità del legame con la trombina consentono
una rapida cessazione dell’effetto dopo sospensione dell’infusione
endovenosa (questo, oltre ad essere utile in caso di complicanze
emorragiche, consente anche una rapida rimozione dell’introduttore
arterioso post procedura); la prevalente eliminazione per via proteolitica
ne permette l’uso anche in caso di IRC; il legame diretto con la trombina
assicura l’efficacia anche in caso di deficit di AT III e una mancata
attivazione piastrinica. Vari studi hanno valutato l’efficacia e la sicurezza
della bivalirudina: bivalirudina ha dimostrato una efficacia sovrapponibile
all’uso combinato di eparina + inibitori glicoproteina IIb/IIIa a fronte di
una riduzione sensibile e statisticamente significativa dei sanguinamenti
maggiori (ad esempio, nel REPLACE 2 i sanguinamenti maggiori erano 2.4
vs 4.1%, p<0.0001), con massimizzazione dei vantaggi nella popolazione
anziana (età >75 anni) e con ridotta clearance della creatinina. In
particolare, tali vantaggi diventano più evidenti tanto maggiore è la
probabilità pre-test di sanguinamento. Tra questi risultano sicuramente i
pazienti in TAO che afferiscono alla sala di emodinamica per una SCA;
l’uso di anti-IIb/IIIa in tali pazienti è un fattore predittivo di
sanguinamento precoce (OR 3.8, p=0.002), soprattutto se associato al sesso
femminile (OR 2.6, p=0.02) (BASKET Trial).
Caso clinico. Maschio, 54anni, peso 60 kg. Nessun fattore di rischio noto,
non storia di cardiopatia ischemica. Ricovero in emergenza presso
ospedale rurale per STEMI anteriore, trattato con trombolisi
(tenecteplase), ASA 300 e.v., clopidogrel 300 mg, eparina in infusione sec.
aPTT; dopo l’iniziale riperfusione, ottenuta dopo circa un’ora dall’inizio
della terapia trombolitica, il paziente viene trasferito presso la nostra
UTIC per eseguire un’angiografia coronarica. Durante il trasporto, a circa
3 ore dalla trombolisi, ricomparsa della sintomatologia con nuovo
sopralivellamento del tratto ST in sede anteriore. All’arrivo c/o il nostro
centro (a circa 4 ore dalla fibrinolisi) quadro di franca sopraelevazione di
ST in anteriore, con paziente fortemente sintomatico per angor e classe
di Killip III (ipotensione con PAS <90mmHg, quadro di pre-edema
polmonare). È stata pertanto effettuata coronarografia d’emergenza
(approccio femorale dx) che ha evidenziato sub-occlusione con flusso
TIMI1 di IVA media e occlusione cronica (con quadro di bridging
collaterals) su CDx media; contestualmente è stata eseguita PTCA rescue
sulla culprit lesion (IVA media) con impianto di BMS e ottimo risultato
angiografico finale (flusso TIMI3). Dopo la procedura di PTCA, per il
persistere di ipotensione e instabilità emodinamica, è stato effettuato
posizionamento di IABP (mantenuto per le successive 48 ore in UTIC),
sempre attraverso l’approccio femorale dx. La terapia farmacologica
somministrata è stata la seguente: secondo carico di clopidogrel (300 mg);
in considerazione della insufficiente coagulazione nonostante la
infusione di eparina fino all’arrivo c/o il nostro centro (ACT 140) e del
carico trombotico della lesione, si è deciso di somministrare bivalirudina
bolo + infusione sec. peso corporeo. Dopo circa 15’di infusione di
mantenimento, sospensione della bivalirudina e posizionamento di
sondino nasogastrico per la comparsa di sanguinamento (ematemesi). La
dose globale di bivalirudina somministrata è stata di 70 mg. Dopo 30’
dalla sospensione dell’infusione di bivalirudina si è osservata una
cessazione completa del sanguinamento gastrico; non si è reso necessario
ricorrere ad alcun trattamento specifico del sanguinamento, giudicato
come lieve (Hb pre-procedura: 16.1; Hb alla dimissione 14.1; livello
minimo di Hb raggiunto durante ricovero: 14.0). Nei giorni successivi,
dopo rimozione IABP, non si è osservata alcuna complicanza in sede di
puntura femorale (8F).
Conclusioni. Nella nostra esperienza, la bivalirudina rappresenta una
valida alternativa alla associazione tra anti-IIb/IIIa ed eparina nei pazienti
ad elevato rischio di sanguinamento, sia per la riduzione del numero di
complicanze emorragiche, come evidenziato in letteratura, che per la più
agevole gestione delle medesime, qualora si verifichino.
P28
MONITORAGGIO DELL’AGGREGAZIONE PIASTRINICA E SVILUPPO DI
EVENTI IN PAZIENTI CON SCA RIVASCOLARIZZATI MEDIANTE PTCA ED
IMPIANTO DI STENT
Federica Giordano1, Ilaria Jacomelli1, Mariano Pellicano1,
Tania Dominici1, Sabino Carbotta1, Carmela Basile1,
Fabio Maria Pulcinelli2, Francesco Barillà1
1
Dipartimento Cuore e Grossi Vasi, 2Dipartimento di Medicina
Sperimentale, Policlinico Umberto I, La Sapienza Università, Roma
Background. La terapia antiaggregante con ASA e clopidogrel si è
dimostrata fondamentale per la riduzione di eventi coronarici a breve e
lungo termine nei pazienti con CAD rivascolarizzati mediante PTCA e
stenting. A causa della variabilità di risposta al Clopidogrel, nonostante il
trattamento combinato, un elevato numero di pazienti rimane ad alto
rischio per lo sviluppo di eventi nel follow-up.
Scopo dello studio. Valutare l’efficacia del monitoraggio dell’aggregazione
piastrinica, con le eventuali modifiche della terapia in caso di necessità,
sull’incidenza di eventi cardiovascolari (CV) nel follow-up di pazienti con
SCA trattati con angioplastica coronarica ed impianto di stent.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
35S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
Materiali e metodi. Dal gennaio 2008 al gennaio 2010, sono stati arruolati
136 pazienti (gruppo A) di cui 98 uomini e 38 donne (88 STEMI e 48 NSTEMI;
età media 60±10) sottoposti a PTCA ed impianto di stent medicato. Oltre la
doppia terapia antiaggregante (clopidogrel 75 mg/die dopo una dose di
carico di 300 mg e ASA 100 mg/die), i pazienti sono stati trattati con
omeprazolo 20 mg/die. La risposta alla terapia antiaggregante è stata
valutata con lo studio dell’aggregazione piastrinica, a sette giorni (T1), 1
mese (T2), 3 mesi (T3), 6 mesi (T4) e 12 mesi (T5) dalla SCA. Nei pazienti che
hanno mostrato una scarsa risposta antiaggregante alla terapia con
clopidogrel l’omeprazolo è stato sostituito con pantoprazolo al dosaggio
di 40 mg/die. Nei casi in cui permaneva una insoddisfacente risposta al
clopidogrel è stata raddoppiata la dose di questo farmaco a 150 mg/die.
Allo scopo di valutare il decorso clinico, tutti i pazienti sono stati sottoposti
a controlli clinici e strumentali (ECG da sforzo ed eventuale esame
coronarografico) a 1 mese, 3 mesi, 6 mesi e 12 mesi dalla rivascolarizzazione.
Il gruppo A è stato messo a confronto con un gruppo di 125 pazienti con
SCA ricoverati presso il nostro reparto negli anni 2006-2007 (gruppo B), di
cui 87 uomini e 38 donne (età media 61±9 anni), omogeneo per
caratteristiche cliniche, trattamento interventistico e medico, che non è
stato monitorato con prove aggregometriche nel follow-up.
Risultati. Nel gruppo A 114 pazienti (83.8%) hanno mostrato una buona
risposta alla terapia con clopidogrel al dosaggio standard (75 mg/die),
mentre 22 pazienti (16.2%) hanno necessitato di modifiche al trattamento
medico per scarsa risposta alla terapia con clopidogrel. Riguardo
all’insorgenza di eventi durante il follow-up, nel gruppo A 128 pazienti
(94.1%) sono rimasti asintomatici e non hanno mostrato ischemia
inducibile, mentre 8 pazienti (5.9%) hanno avuto una recidiva di malattia
con riospedalizzazione. Nel gruppo B, invece, 19 pazienti (15.2%) hanno
riavuto una SCA o hanno presentato ischemia inducibile all’ECG da sforzo.
Conclusioni. I dati del nostro studio dimostrano che il monitoraggio
dell’aggregazione piastrinica con le eventuali modifiche della terapia,
quando necessarie, è di fondamentale importanza per la riduzione degli
eventi CV nel follow-up dopo PTCA con impianto di stent.
P29
QUAL È IL MIGLIOR TRATTAMENTO ANTIPIASTRINICO PER I NONRESPONDERS AL CLOPIDOGREL DOPO IMPIANTO DI DRUG ELUTING
STENT? RISULTATI DI UNO STUDIO PROSPETTICO MONOCENTRICO
Orlando Piro, Attilio Varricchio, Vittorio Monda, Ida Monteforte,
Francesco Granata, Elisabetta Moscarella, Emanuele Cigala,
Giulio Bonzani
U.O.C. di Cardiologia Interventistica, Dipartimento di Cardiologia, AORN
Monaldi, Napoli
Background. Diversi studi hanno dimostrato che l’insufficiente
soppressione della reattività piastrinica all’adenosina difosfato (ADP) dopo
trattamento con clopidogrel si associa ad incrementato rischio di eventi
cardiovascolari avversi dopo intervento di rivascolarizzazione percutanea
(PCI). La maggioranza di tali studi ha utilizzato l’aggregometria a
trasmissione di luce (LTA) per testare la reattività piastrinica residua posttrattamento. L’utilizzo della LTA ha caratteristiche che la rendono non
idonea come metodica “point-of-care”. Un nuovo metodo “point-ofcare”, l’aggregometria pistrinica con elettrodi multipli (MEA), ha
recentemente dimostrato di essere uno strumento rapido e riproducibile
per determinare la reattività piastrinica in vivo su sangue intero, con un
potere predittivo simile alla LTA.
Obiettivi. Lo scopo di questo studio prospettico osservazionale
monocentrico era di determinare la più idonea strategia antiaggregante
nei pazienti non-responders al clopidogrel, affetti da cardiopatia ischemica
cronica (CAD) sottoposti a PCI con impianto di drug eluting stent (DES).
Metodi. Tra gennaio 2010 ed ottobre 2010, 502 pazienti consecutivi, con
CAD ed indicazione ad impianto di DES, venivano inseriti nello studio.
Tutti i pazienti avevano ricevuto una dose di carico di 300 mg di
clopidogrel almeno 24 ore prima della procedura di rivascolarizzazione.
Il giorno della procedura il sangue arterioso veniva prelevato direttamente
dall’introduttore arterioso ed analizzato, con metodica MEA, tramite uno
strumento chiamato Multiplate. Il cut-off per identificare i non-responders
era di 468 AU*min. I pazienti responders continuavano il mantenimento di
clopidogrel a 75 mg/die, come da protocollo internazionale standardizzato.
I pazienti non-responders, prima della procedura di PCI, venivano
sottoposti a carico orale di 60 mg di prasugrel con l’intento di continuare
il mantenimento con il prasugrel stesso, per almeno un anno, al dosaggio
di 10 mg/die. L’endpoint primario era definito come l’associazione di
“definite stent-thrombosis (ST)” e morte per ogni causa ad 1 mese.
Risultati. La letteratura internazionale individua nei pazienti nonresponders al clopidogrel (con metodica MEA), sottoposti ad impianto di
DES, un gruppo a rischio significativamente aumentato di “definite stentthrombosis” a 30 giorni. Nel nostro studio dei 502 pazienti sottoposti ad
impianto di DES 164 (32.7%) risultavano non-responders al clopidogrel.
L’endpoint primario entro i 30 giorni si è verificato in 7 pazienti normalresponders al clopidogrel (7/338, 2.07%) ed in 1 caso nei pazienti non responders trattati con prasugrel (1/164, 0.6%, p<0.05).
Conclusioni. La non responsività al clopidogrel, determinata con metodica
MEA, è associata ad un incrementato rischio di ST/morte. Il nostro studio
dimostra: 1) l’efficacia della metodica MEA nel guidare la terapia
antipiastrinica nei pazienti sottoposti a PCI. 2) l’efficacia della tienopiridina
prasugrel nel ridurre il rischio di ST/Morte nel gruppo di pazienti con CAD
cronica, non-responders al clopidogrel, sottoposti a PCI con impianto di
DES.
36S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
P30
ASPIRIN SENSITIVITY IN CARDIOVASCULAR PATIENTS WHO NEED DOUBLE
ANTIPLATELET THERAPY: SAFETY AND EFFICACY OF RAPID ORAL
DESENSITIZATION PROTOCOL
Ada Cutolo1, Guerrino Zuin1, Cristina Saramin2, Nerina Burlon2,
Antonio Raviele1
1
Cardiovascular Department, 2Pharmacology Department, Ospedale
dell’Angelo, Mestre Venezia, Mestre
Background. Acetylsalicylic acid in association of thienopyridine agent is
commonly indicated in patients with acute coronary syndrome and in
patients undergoing stent implantation but a minority of such patients
have history of acetylsalicylic acid sensitivity.
Objective. We report our experience in the use of a rapid oral aspirin
desensitization protocol in allergic patients.
Methods. From January to December 2010, patients admitted to our ICCU
needing double antiplatelet therapy with an history of aspirin sensitivity
underwent the rapid oral desensitization protocol. The protocol was
performed with 6 sequential doses of aspirin, with a starting dose of 1
mg followed by 5 mg, 10 mg, 20 mg, 40 mg until a final dose of 100 mg.
Doses were increased every 30 to 120 minutes, with the overall procedure
lasting 5.5 hours. None of the patients were pretreated with
antihistamines or corticosteroids. Blood pressure, pulse, saturation and
adverse reaction were monitored closely during the application of the
protocol and every day until discharge.
Results. We performed aspirin desensitization protocol in 12 patients (7
men, 5 women), mean age 70±12 years. The self-reported history of
aspirin sensitivity was cutaneous urticaria in 9 cases, angioedema in 2
cases and asthma in 1 case. Acute coronary syndrome was admission’s
diagnosis in 9 patients (in 8 cases NSTE, in 1 case STE), stable coronary
artery disease needing elective revascularization in 3 patients.
Revascularization was performed in 10 patients: percutaneous coronary
intervention was performed in 7 patients (DES implantation in 3 cases,
BMS implantation in 3 cases, simple angioplasty in 1 case); urgent
coronary artery bypass grafting was performed in 3 patients. All the
patients underwent aspirin desensitization before the revascularization.
The desensitization procedure was completed in all patients. There were
no events in all cases but one, in which nonserious adverse reaction
occurred as mild cutaneous reaction at 40 mg dose and it disappeared
after few hours. There were no other adverse events during the
hospitalization. Aspirin was prescribed at discharge in 11 patients and in
8 of these aspirin was associated with a thienopyridine (double
antiplatelet therapy). The only patient who did not receive aspirin had
a diagnosis at discharge of X syndrome.
Conclusions. In our experience rapid oral aspirin desensitization protocol
is safe and effective in coronary artery disease patients who need double
antiplatelet therapy.
P31
HIGH RESIDUAL PLATELET REACTIVITY AFTER CLOPIDOGREL LOADING
AND CLINICAL OUTCOME AFTER DRUG-ELUTING STENTING FOR CHRONIC
TOTAL OCCLUSION
Renato Valenti, Ruben Vergara, Angela Migliorini, Nazario Carrabba,
Giampaolo Cerisano, Guido Parodi, Piergiovanni Buonamici,
David Antoniucci
Divisione di Cardiologia Invasiva I, Ospedale di Careggi, Firenze
Background. No data exist about the impact of high residual platelet
reactivity (HRPR) after 600 mg clopidogrel loading on long-term clinical
outcome in patients undergoing drug-eluting stent (DES) implantation
for chronic total occlusion (CTO).
Methods. Consecutive patients who attempt percutaneous coronary
intervention (PCI) for CTO (>3 months) had prospective in vitro platelet
reactivity assessment by light transmittance aggregometry after a loading
dose of 600 mg of clopidogrel using adenosine 5’-diphosphate (ADP).
Patients with platelet aggregation by 10 μmol/l ADP ≥70% were defined
as HRPR. Clopidogrel therapy 75 mg daily was recommended indefinitely.
The endpoint of the study was cardiac mortality. Cardiac survival was
assessed by Kaplan-Meier estimation and independent predictors of
cardiac mortality were evaluated by forward stepwise Cox regression
analysis.
Results. From March 2005 to September 2009, 484 consecutive patients
underwent PCI for CTO. A successful PCI was achieved in 384 patients
(79%). All patients with successful recanalization were treated with DES.
The incidence of HRPR after clopidogrel loading was 18.2%. HRPR was
associated with a lower incidence of male (79 vs 88%; p=0.033) while there
were no differences in other baseline characteristics between patients
with HRPR and patients with LRPR. Successful CTO-PCI rates were similar
between groups (75 vs 80%). No procedural deaths occurred. The 2-year
cardiac mortality rate was 97±1.6% in the LRPR group and 84±6% in the
HRPR group (p=0.001). By forward stepwise regression analysis, HRPR after
clopidogrel loading resulted an independent predictor of cardiac death
(HR 3.23; p=0.015); the other predictors were age (HR 1.15; p<0.001) and
EF <40% (HR 6.25; p=0.004).
Conclusions. HRPR after 600-mg clopidogrel loading is a strong prognostic
marker of increased risk of cardiac death also in patients who underwent
PCI for CTO, irrespective of the successful CTO-PCI.
POSTER
P32
EFFICACIA E TOLLERABILITÀ DELLA DOPPIA TERAPIA ANTIAGGREGANTE
CON CLOPIDOGREL ED INDOBUFENE NEI PAZIENTI CON CAD SOTTOPOSTI
A PTCA ED IMPIANTO DI STENT
Tania Dominici, Mariano Pellicano, Ilaria Jacomelli, Federica Giordano,
Francesca Moschella Orsini, Andrea Madeo, Vincenzo Paravati,
Francesco Barillà
Dipartimento Cuore e Grossi Vasi, Policlinico Umberto I, La Sapienza
Università, Roma
Background. L’efficacia della doppia terapia antiaggregante con
ASA+clopidogrel in pazienti con SCA sottoposti ad angioplastica ed
impianto di stent è stata ampiamente dimostrata da numerosi studi.
Ricerche in vitro ed in vivo hanno dimostrato che anche l’indobufene
agisce sulla funzionalità piastrinica inibendo reversibilmente la COX-2 e
bloccando la sintesi del TxA2. L’indobufene, quindi, potrebbe costituire
un’alternativa per i pazienti allergici all’ASA.
Scopo dello studio. Valutare efficacia e tollerabilità dell’associazione
clopidogrel-indobufene, nel trattamento dei pazienti con SCA
rivascolarizzati con angioplastica coronarica ed impianto di stent.
Materiali e metodi. Tra aprile 2005 e dicembre 2008 sono stati arruolati 22
pazienti (gruppo A), 15 uomini ed 7 donne, ricoverati presso la nostra UTIC
per sindrome coronarica acuta, di cui 10 STEMI (45%) e 12 NSTEMI (54%).
Tutti i pazienti sono stati trattati in fase acuta con angioplastica coronarica
ed impianto di stent, in associazione agli inibitori delle glicoproteine
IIb/IIIa. Dopo una dose di carico di clopidogrel, sono stati trattati durante
tutto il ricovero e per 18 mesi con clopidogrel 75 mg/die più indobufene
al dosaggio di 100 mg due volte al giorno. L’indobufene è stato
somministrato in sostituzione dell’ASA, in quanto i pazienti selezionati
risultavano allergici all’acido acetilsalicilico. Il gruppo A è stato messo a
confronto con un altro gruppo di 20 pazienti (Gruppo B), 14 uomini e 6
donne, con le stesse caratteristiche: SCA ed allergia all’ASA, trattati con
PTCA ed impianto di stent in associazione agli inibitori delle glicoproteine
IIb/IIIa. Questi pazienti, dopo aver ricevuto una dose di carico di 300 mg
di clopidogrel, per 18 mesi hanno assunto solamente clopidogrel 75
mg/die. Nei pazienti di entrambi i gruppi l’efficacia e la tollerabilità della
terapia antiaggregante è stata valutata con controlli clinici e di laboratorio
ad 1 settimana, 3, 6, 12 e 18 mesi; nei pazienti del gruppo A è stato
eseguito inoltre lo studio dell’aggregazione piastrinica. L’efficacia dei
trattamenti antiaggreganti nei due gruppi di pazienti è stata valutata
sulla base dello sviluppo di MACE nel follow-up, mentre la valutazione
della riserva coronarica è stata eseguita mediante test ergometrico
secondo schemi ormai standardizzati a 3-6-12-e 18 mesi.
Risultati. Tutti i pazienti del gruppo A hanno tollerato ottimamente il
trattamento combinato clopidogrel-indobufene; nessuno di loro ha
manifestato eventi avversi nel follow-up. Solamente 1 su 22 pazienti ha
avuto un evento coronarico nel follow-up presumibilmente perché aveva
sospeso l’indobufene al terzo mese di trattamento. Due pazienti del
gruppo B, invece, hanno avuto una nuova SCA e 1 ha presentato una
positivizzazione del test da sforzo nel periodo di follow-up. Tutti e tre i
pazienti all’esame coronarografico avevano recidiva di malattia a livello
degli stent impiantati.
Conclusioni. I dati del nostro studio dimostrano che la terapia combinata
clopidogrel-indobufene ha un’ottima tollerabilità ed efficacia nel
trattamento di pazienti con SCA rivascolarizzati con angioplastica
coronarica ed impianto di stent.
follow up, 8.1% of women vs 8.9% of men (p = 0.482) early discontinued
and 5% of women vs 4.8% of men (p = 0.897) late discontinued the
antiplatelet therapy. Women and men who discontinued OAT had a
similar incidence of MACE, 24.3 vs 25.9% (p=0.849), but higher than
population adherent to antiplatelet therapy 10.2% F vs 14.2% M
(p=0.105).
Conclusions. The study shows similar antiplatelet therapy adherence
among women and men. Early discontinuation of OAT is associated with
increased MACE with no significant differences in long-term outcome
between the genders.
P34
P33
SOMMINISTRAZIONE DI CLOPIDOGREL VIA SONDINO NASO-GASTRICO IN
CORSO DI INFARTO MIOCARDICO ACUTO E VALUTAZIONE
DELL’AGGREGABILITÀ PIASTRINICA
Davide D’Andrea, Fulvio Furbatto, Marco Boccalatte, Mario Scarpelli,
Ciro Mauro
Cardiologia-UTIC, AORN “A. Cardarelli”, Napoli
Obiettivo. L’angioplastica primaria è la terapia di prima scelta nell’infarto
miocardico acuto. Un lungo periodo di duplice terapia antiaggregante
(acido acetilsalicilico e tienopiridine) è fortemente raccomandato, specie
nel caso in cui vengano utilizzati stent medicati. In casi in cui l’unica via di
somministrazione possibile per le tienopiridine è rappresentata dal
sondino naso-gastrico, come ad esempio in pazienti non coscienti ed con
intubazione oro-tracheale, non ci sono dati riguardo l’efficacia
terapeutica. Abbiamo quindi analizzato la percentuale di aggregazione
piastrinica per capire se i sistemi di valutazione della funzione piastrinica
siano utili per guidare la terapia ottimale delle sindromi coronariche
acute.
Metodi. In 10 pazienti consecutivi giunti alla nostra osservazione con
STEMI, non coscienti ed intubati, veniva somministrata la dose di carico
(600 mg) di clopidogrel, polverizzando le pillole e sospendendole in 20 ml
di fisiologica, mentre l’aspirina (250 mg) veniva somministrata i.v. L’utilizzo
di farmaci inibitori della GPIIb/IIIa era a discrezione dell’operatore durante
la procedura. Prelievi venivano eseguiti utilizzando la vena antecubitale
per valutare l’aggregazione piastrinica con Multiplate prima della
coronarografia e dopo 2, 6 e 24 ore la dose di carico; un ulteriore prelievo
veniva effettuato al momento della dimissione del paziente.
L’aggregazione piastrinica, misurata con Multiplate, era quantificata
dall’area sotto la curva (AUC) di unità di aggregazione (AU*min).
Risultati. Nella nostra popolazione il 70% dei pazienti raggiungeva un
livello soddisfacente di inibizione dell’attività piastrinica (AUC 130±18
AU/min). Nel restante 30% in cui dopo 2 ore l’antiaggregazione era bassa,
veniva somministrato inibitore della GpIIbIIIa (abcximab), ma solo in due
pazienti su tre. Dopo 6 ore dalla dose di carico il paziente con un livello
molto basso di antiaggregazione piastrinica manifestava i segni clinici ed
elettrocardiografici di reinfarto, evolvendo in una trombosi acuta
intrastent ARC III, trattata e risolta con abcximab. Alla dimissione (4.4
giorni) tutti i pazienti mostravano una soddisfacente inibizione piastrinica.
Conclusioni. I sistemi di analisi dell’aggregazione piastrinica sono in grado
di predire correttamente ed in maniera semplice e rapida profili a rischio
di eventi trombotici ed emorragici ed in caso di sindromi coronariche
acute, ed in particolare nell’infarto miocardico, possono essere usati per
guidare la terapia antipiastrinica e modellarla a secondo delle
caratteristiche di ogni singolo paziente, evitando da un lato possibili
trombosi intrastent acuta e/o subacuta e dall’altro di sovradosare farmaci
in grado di aumentare notevolmente il rischio emorragico.
DUAL ANTIPLATELET THERAPY DISCONTINUATION AFTER DES
IMPLANTATION: GENDER DIFFERENCES IN LONG-TERM PROGNOSIS
Giuseppe Musumeci1, Roberta Rossini1, Laurian Mihalcsik1,
Corrado Lettieri2, Michele Romano2, Davide Capodanno3,
Renato Rosiello2, Giuseppe Tarantini4, Nikoloz Lortkipanidze1,
Francesca Buffoli2, Paola Mantovani2, Matteo Baroni1, Giulio Guagliumi1,
Dominick Angiolillo5, Orazio Valsecchi1, Antonello Gavazzi1
1
Dipartimento Cardiovascolare, Ospedali Riuniti di Bergamo, Begamo,
2
Divisione di Cardiologia, Ospedale Carlo Poma, Mantova,
3
Istituto di Cardiologia, Ospedale Ferrarotto, Università di Catania,
Catania, 4Dipartimento Cardiovascolare, Università di Padova, Padova,
5
University of Florida-Shands Jacksonville, Jacksonville, USA
Background. Gender differences exist in the prevalence and severity of
coronary artery disease. Limited data are available to explore gender
differences in prognosis of discontinuation of oral antiplatelet therapy
(OAT) after drug-eluting stents (DES) implantation.
Aim. To determine gender differences in discontinuation of OAT after DES
implantation and to evaluate its effects on long-term prognosis.
Methods. A prospective observational cohort study was conducted on
1358 consecutive patients (pts), successfully treated with DES and
discharged on dual OAT with aspirin (100 mg/day) and clopidogrel (75
mg/day). Clopidogrel was maintained for at least 12 months. Pts were
followed-up for 32.4±11.3 months. Major adverse cardiac events (MACE),
defined as death, acute coronary syndrome leading to hospitalization,
non-fatal stroke and antiplatelet therapy adherence were recorded.
Results. A total of 8.8% of pts discontinued one or both antiplatelet
agents within the first 12 months (early discontinuation) and 4.8%
withdrew aspirin after 1 year (late discontinuation). Pts who discontinued
OAT had a higher incidence of MACE (25.5 vs 13.3%, p<0.001). Of the 1358
patients, 282 (20.7%) were women (F) and 1076 (79.7%) men (M). MACE
rate was similar between genders (12.1% F vs 15.8% M, p=0.134). During
LIVELLI DI LEPTINA E PAZIENTI NON-RESPONDER A CLOPIDOGREL
SOTTOPOSTI A RIVASCOLARIZZAZIONE PERCUTANEA: UNA “RELAZIONE
PERICOLOSA” MAI DESCRITTA FINORA
Laura Gatto1, Annunziata Nusca2, Rocco Contuzzi2,
Giacomo Di Giovanni2, Germano Di Sciascio2, Giorgio Scaffidi1
1
Pronto Soccorso Cardiologico, A.O. San Giovanni-Addolorata, Roma,
2
Dipartimento di Scienze Cardiovascolari, Università Campus BioMedico, Roma
Scopo. Molti studi hanno dimostrato una significativa variabilità
interindividuale nella risposta delle piastrine a seguito del trattamento
con clopidogrel. Un’elevata residua reattività piastrinica è stata associata
ad una peggiore prognosi nei pazienti destinati ad angioplastica
percutanea (PCI). La leptina è un ormone peptidico di 167 aminoacidi
prodotto dal tessuto adiposo, coinvolta soprattutto nella regolazione
dell’assorbimento dei cibi e nella spesa energetica. Studi clinici hanno
mostrato che elevati livelli di leptina rappresentano un fattore di rischio
cardiovascolare indipendente. Inoltre i recettori della leptina sono espressi
sulla superficie delle piastrine e questo ormone adipocitico può
promuovere l’aggregazione piastrinica ADP-mediata. Lo scopo di questo
studio è stato di valutare la possibile relazione fra i livelli di leptina e la
risposta al clopidogrel nei pazienti sottoposti a PCI.
Materiali e metodi. Sono stati arruolati prospetticamente 153 pazienti
sottoposti a PCI (100 pazienti trattati per la prima volta con clopidogrel
alla dose di carico di 600 mg prima della procedura e 53 pazienti in terapia
cronica con clopidogrel a 75 mg/die). In tutti i pazienti i livelli di leptina
sono stati misurati prima della PCI col metodo ELISA ed è stato utilizzato
un valore superiore a 15 ng/ml per identificare i pazienti iperleptinemici.
L’aggregazione piastrinica è stata misurata col metodo VerifyNowP2Y12
P35
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
37S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
ed espresso come PRU (P2Y12 Reaction Unit). In accordo col valore PRU
post-trattamento, la popolazione in studio è stata divisa in tre terzili (PRU
≤196, n=51; 197>PRU≤267, n=52; PRU >267, n=50).
Risultati. Non responders al clopidogrel sono stati considerati quei pazienti
con PRU post-clopidogrel ≥240 e/o con una riduzione percentuale
dell’aggregazione piastrinica dopo trattamento, paragonato col valore di
base (Δ aggregazione), inferiore al 30%. I livelli di leptina erano
significativamente più elevati nel terzo terzile (6.56±5.21 vs 8.46±8.29 vs
12.96±18.06 ng/ml; p per il trend=0.022). I non-responders al clopidogrel
hanno mostrato elevati livelli di leptina in confronto ai pazienti
responders: 11.41±15.71 vs 7.32±6.48 ng/ml, p=0.035 (in accordo col PRU
≥240 post-trattamento) e 10.65±14.31 vs 7.03±5.97 ng/ml, p=0.031 (in
accordo col Δ aggregazione <30%). I livelli di leptina ≤15 ng/ml erano
associati ad un minore PRU post-trattamento (219.69±81.29 vs
262.63±66.78; p=0.006) e ad una maggiore riduzione percentuale
dell’aggregazione piastrinica (25.95±24.35 vs 11.42±28.30%; p=0.007).
Conclusioni. Questi risultati dimostrano per la prima volta una relazione
molto stretta fra la leptina e la mancata risposta all’azione del clopidogrel
(pazienti non-responders). Un valore di leptina >15 ng/ml identifica
pazienti con un’elevata reattività residua delle piastrine, in cui può essere
indicata una terapia antiaggregante piastrinica più aggressiva.
P36
VALUTAZIONE DEL RISCHIO EMORRAGICO NEI PAZIENTI CON SCA:
CONFRONTO TRA I DATI DELLA POPOLAZIONE AFFERITA ALLA NOSTRA
UNITÀ OPERATIVA E QUELLI DELLA POPOLAZIONE GENERALE DELLO
STUDIO MANTRA, IN RAPPORTO ALLE CLASSI DI ETÀ E ALLE COMORBILITÀ
E ALLA SORVEGLIANZA CLINICA ED EMATOLOGICA
Maria Gabriella Carmina, Gabriella Celona, Giovanna Geraci,
Paola Vaccaro, Francesco Enia
U.O.C. di Cardiologia-UTIC, Ospedale V. Cervello, Palermo
Vengono esaminati i pazienti con SCA, afferiti alla nostra U.O., nel periodo
compreso dal settembre 2009 al settembre 2010. I pazienti, dopo consenso
informato, sono stati inseriti nel data base dello studio Mantra. Gli autori
valutano il rischio emorragico nei pazienti trattati con inibitori delle
piastrine, in relazione alle classi di età, alle comorbilità, ai tempi di
somministrazione, alle altre terapie somministrate. I dati della nostra
popolazione vengono poi confrontati con quelli generali dello studio
Mantra.
P37
BLEEDING COMPLICATIONS DURING ACUTE CORONARY SYNDROMES:
ANALYSIS OF AVOIDANCE STRATEGIES
Francesco Summaria1, Marina Mustilli2, Enrico Romagnoli1,
Alessandro Sciahbasi1, Federica Ferraiuolo3, Giuseppe Ferraiuolo2
1
U.O.C. di Cardiologia, ASL Roma B, Policlinico Casilino, Roma, 2U.O.S.D.
UTIC, Ospedale S. Pertini, Roma, 3I Cattedra di Malattie dell’Apparato
Cardiovascolare, Università degli Studi “La Sapienza”, Roma
Acute coronary syndromes (ACS) represent a significant burden on
healthcare systems. Different registries have demonstrated a dramatic
improvement in ACS outcomes over the last years. Thanks to the wider
uptake of therapies with proven efficacy during the acute phase and in
the follow-up period, great benefits have been achieved in mortality and
relapses. In the last decade in consideration of the role of
atherothrombosis in the pathophysiology the paradigm that adding
different antithrombotic regimens can improve the outcome was
consolidated. But the “antithrombotic cocktail” utilized at present during
the acute phase in real world unselected populations is associated with an
excess of bleeding and this “price” affects the prognosis. For these reasons
actually a number of data address the target of the treating strategies in
balancing the avoidance of the event (number needed to treat: NNT) with
the avoidance of an excess of bleedings (number needed to harm: NNH).
Bleeding complications are not infrequent during ACS occurring in 2-5%of
patients with prognostic and pharmacoeconomic consequences related to
length and cost of hospital stay. In general we can classify the predictors
of bleeding in: a) patient related: older age, female gender, weight,
previous bleeding, impaired renal function, comorbidities, metabolic
pathways genetically determined (i.e. cytochrome P4502C1917
polymorphism) b) drug related: type and regimen of antithrombotic
association, excess drug dosing, cross-over of antithrombotic agents c)
procedure related: vascular access (radial vs femoral), time to PCI (duration
of pre-treatment), time to CABG, d) device related (DES vs BMS vs
endothelial progenitor cell capturing stent). As a consequence bleeding
risk calculators are proposed to rule out this excess of risk so they should
be implemented in the early phase of risk stratification of ACS patients at
the time of hospital admission in addiction to more used ischemic events
risk calculators. Another aspect is related to comorbidities and sub-clinical
diseases in whom the antithrombotic drugs or the urgent need of surgical
treatment represent an unmasking factor for bleeding also in the subacute or follow-up period. In this situation the availability of a less
intensive anticoagulation (in OASIS 5 with fondaparinux vs enoxaparin),
reversible platelet inhibitor (ticagrelor), or different pathways of
anticoagulation via direct thrombin inhibitor (bivalirudin) can also reduce
the extra risk of bleeding. Recently, the use of endothelial progenitor cell
capturing stent offer another option in the bleeding risk management
related to the possibility to stop the antiplatelet therapy, if necessary,
without an increased risk of stent thrombosis. The potential to improve
38S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
outcomes in ACS pts is hence related to a multistep approach starting from
a case-by-case early and mid-term bleeding risk assessment. In conclusion
waiting the next effective and safer anti-thrombotic drug the present
challenge is improving strategies integrating global patient risk profile
with antithrombotic and procedural safety. We report our center
experience with a case of an 80-year-old female with a history of
hypertension, diabetes, hypercholesterolemia, obesity, chronic renal
failure, Hct 34%, permanent atrial fibrillation, previous bicameral
pacemaker implantation, previous CABG (LIMA on LAD, SVG on OM and
SVG on RCA), admitted for NSTEMI (ST-segment shift in the infero-lateral
leads-CK-MB = 12 ng/dl, TnI = 2 ng/ml). On admission, the GRACE risk score
was 30% (in-hospital composite death or MI) and the CRUSADE bleeding
score was 66 (risk of in-hospital major bleeding 19.7%). The patient was
pretreated with aspirin and a loading dose of 600 mg of clopidogrel.
According to our in-hospital protocol for high bleeding risk score we
performed, via transradial approach, a coronary angiography on
bivalirudin showing a critical lesion involving the SVG on RCA. After the
filter Wire EZ (Boston Scientific) deployment distal to the lesion a direct
stenting with 4.0x28 mm (Genous, Orbus) at 18 atm was performed and
overexpanded with a non-compliant balloon 4.5x15 mm (Quantum,
Boston Scientific). After filter retrieval the angiographic result was
excellent with a final TIMI 3 flow. The hospital stay was uneventful and the
patient was discharged on triple antithrombotic regimen (ASA 100 mg,
clopidogrel 75 mg stopped after 2 weeks, acenocumarol with INR ranging
from 2.0 to 2.5). At 1 month follow-up the patient was asymptomatic.
Insufficienza cardiaca
P38
SCOMPENSO IN CAMPANIA (CA.SCO): RAZIONALE E PROTOCOLLO
Soccorso Capomolla, Antonio Palermo, Alberto Gigantino,
Vittorio Calmieri, Giovanni Gregorio a nome del Gruppo di Lavoro
CA.SCO ANMCO CAMPANIA
Premessa. Lo scompenso cardiaco cronico (SCC)è una sindrome clinica
caratterizzata da un’elevata prevalenza ed incidenza. L’epidemiologia
ospedalieraevidenzia come tale sindrome costituisce il terzo DRG in
termini di frequenza ed il primo in termini di assorbimento di risorse.
Tuttavia, nonostante il miglioramento del profilo terapeutico, è possibile
osservare una discontinuità assistenziale tra i modelli gestionali ed il
territorio.
Obiettivi. Lo studio CA.SCO(campania scompenso) è stato designato per:
1) analizzare il setting organizzativo e gestionale del medico di famiglia;
2) creare una rete tra medico ospedaliero e medico di medicina generale;
3) verificare il fabbisogno territoriale della continuità assistenziale;
verificare l’efficacia di processo diself-auditing nella titolazione della
terapia da parte della medicina territoriale.
Disegno dello studio. Osservazionale.
Metodi. Sono state identificatele aree provinciali, per ogni area sono stati
identificati i medici referenti ospedalieri; per ogni medico ospedaliero
sono stati identificati i medici di medicina generale afferenti. Lo studio
prevedeva una fase di start-up con analisi del setting organizzativo dei
medici di medicina generale; una fase osservazionale (01/10/201031/10/2010) con arruolamento consecutivo di pazienti con scompenso
cardiaco; il follow-up a 3 e 6 mesi dall’arruolamento. La raccolta dati
prevedeva dati anagrafici, storia clinica, stato clinico, self auditing
sull’implementazione della terapia e dell’uso appropriato delle procedure.
Per la raccolta dati è stato predisposto un software di raccolta ed invio
dati. Tuttavia la stessa scheda è stata predisposta anche in materiale
cartaceo.
Risultati. Sono stati arruolati 22 centri con medici referenti (14% Avellino;
14% Caserta; 9% Benevento; 36% Napoli; 27% Salerno). I medici iscritti al
programma sono stati 175 medici di medicina generale; 117 (70%) hanno
arruolato pazienti. Durante la fase osservazionale sono stati arruolati 281
pazienti con una media diarruolamento di 2,4 pazienti/medico. L’invio
telematico è avvenuto per il 32% dei dati inviati; la restante quota è stata
inviata per modello cartaceo.
Conclusioni. Questa esperienza campana ha evidenziato una buona
integrazione dei soggetti della rete per la continuità assistenziale del
paziente con scompenso cardiaco. la rete telematica come elemento a
supporto risulta poco utilizzata. È in corso il follow-up della popolazione
arruolata; la fine dello studio evidenzierà il ruolo di tale rete integrata e
di questo nuovo modello di continuità assistenziale.
P39
SCOMPENSO IN CAMPANIA (CA.SCO): SETTING ORGANIZZATIVO DEL
MEDICO DI MEDICINA GENERALE PER LA GESTIONE DEL PAZIENTE CON
SCOMPENSO CARDIACO CRONICO
Antonio Palermo, Soccorso Capomolla, Alberto Gigantino,
Vittorio Calmieri, Giovanni Gregorio a nome del Gruppo di Lavoro
CA.SCO ANMCO CAMPANIA
Premessa. L’epidemiologia ospedalieraevidenzia come tale sindrome
costituisce il terzo DRG in termini di frequenza ed il primo in termini di
assorbimento di risorse. Questo indicatore proxy dell’efficienza gestionale
territoriale mostra una importante criticità in termini di discontinuità
assistenziale. Tuttavia, nonostante il miglioramento del profilo
terapeutico, è poco noto il setting organizzativo e gestionale della
medicina territoriale.
Results.
POSTER
Obiettivi. Uno degli obiettivi dello studio CA.SCO (campania scompenso)
è stato quello di analizzare il setting organizzativo e gestionale del medico
di famiglia.
Metodi. Sono state identificate le aree provinciali, per ogni area sono
stati identificati i medici referenti ospedalieri; per ogni medico
ospedaliero sono stati identificati i medici di medicina generale
afferenti. Lo studio prevedeva una fase di start-up con analisi del setting
organizzativo dei medici di medicina generale; In particolare è stato
distribuito un questionario inerente alle seguenti aree: 1) organizzazione
dello studio; 2) compiti gestionali; 3) competenze relazionali; 4)criteri di
definizione della stabilità clinica; 5) criteri di organizzazione del followup; 6) timing controllo esami strumentali (ECG, ecocardiogramma, esami
bioumorali).
Risultati. Sono stati raccolti 175 questionari. Il 42% dei medici lavora in
studio singolo, il 48% in studio associato. Solo il 10% degli studi esegue
esami strumentali di I livello. Il 3% è dotato di software con alert per
indicatori gestionali dello scc.Il 19% dei professionisti ritiene poco
praticabile la prevenzione cardiovascolare, il 23% dichiara difficile
eseguire una diagnosi precoce o identificare una precoce in stabilizzazione
dello SCC. Il 69% organizza il timing del follow-up basandosi sulla classe
NYHA e sulla stabilità clinica. Per il 41% la stabilità clinica coincide con
l’assenza di sintomi; 11% valuta l’esame obiettivo come indicatore di
stabilità ed il 5% le variazioni di peso e gli esami bioumorali. Solo il 7%
dei professionisti per il giudizio di stabilità integra sintomi segni ed esami
strumentali. Il 47% degli esami è richiesto a 3 mesi, il 39% a 6 mesi, 13%
ad 1 anno.
Conclusioni. I risultati preliminari di questo studio evidenziano un setting
organizzativo disomogeneo con un ridotto utilizzo di strumenti ed
indagini a supporto della decisione clinica. La modalità gestionale ed il
timing degli esami evidenziano un gap tra indicazioni delle linee guidaed
attuazione dei processi sanitari. Queste informazioni possono essere di
notevole interesse per chi esegue pianificazione e programmazione
sanitaria territoriale e per le società scientifiche al fine di promuovere un
trasferimento territoriale delle competenze gestionali per tale sindrome
clinica.
P40
ACUTE PULMONARY EDEMA COMPLICATED BY RESPIRATORY FAILURE:
TREATMENT WITH NON INVASIVE VENTILATION
Marco Poli, Paolo Trambaiolo, Marina Mustilli, Massimo De Luca,
Vjerica Lukic, Valentina Basso, Federica Ferraiuolo, Maurizio Simonetti,
Filippo Corsi, Giuseppe Ferraiuolo
UTIC, Ospedale Sandro Pertini, Roma
Background. The respiratory failure associated with acute cardiogenic
pulmonary edema (ACPE), characterizes a important subgroup of patients
with treatment difficulties. These patients when receiving noninvasive
positive pressure ventilation (NPPV) via helmet, experienced more
effective output with respect to the single therapy
Objectives. Evaluate the clinical application of NPPV in ACPE complicated
by respiratory effort (RE) hospidalized in ICCU.
Population. From January to June 2010, 28 ACPE complicated by RE have
been treated with medical therapy and NPPV via helmet. RE is defined by
a D-pCO2 >2 mmHg value at entry. D-pCO2 is the difference between pCO2
measured and awaited (pCO2awaited = 1,5*HCO3+8).
Intervention. The helmet is made of transparent latex-free PVC. The
helmet is secured by two armpit breces at two hooks on the metallic
ring that joins the helmet with a soft collar. The pressure increase during
ventilation makes the soft collar seal comfortability to the neck and the
shoulders, avoiding air leakage. The tow ports of the helmet act as inlet
and outlet of the gas flow. the inspiratory and expiratory valves are
those of mechanical ventilator. Patients with cardiogenic shock, chronic
respiratory failure (CRF), anaemia, and other not cardiac causes of
dispnea have been excluded. Initial ventilatory settings were continuous
positive airway pressure (CPAP) mode,5 cm H2O, with pressure support
ventilation of 10 to 20 cm H2O titrated to achieve a respiratory rate less
than 25 breaths/min and an exhaled tidal volume of 7 mL/kg or more.
Ventilator settings were adjusted following arterial blood gases (ABG)
results.
Results. Failure to improve ABG values was the reason for ETI in 2 patients
(7%). One patient has died during treatment (3.5%). two patients did not
tolerate the helmet (7%). No complications developed for the use of the
helmet. The average duration of NPPV was 27±12h. After 12 hours of the
NINV in these patients has determined an improvement of the cardiac
frequency from 109±16 to 81±12 (p=0.002), respiratory frequency from
38±6 to 19±3 (p=0.002). Arterial blood saturation increased from 74±14 to
96±5% (p<0.0001), pH from 7.21±0.10 to 7.40±0.09 (p=0.001), pO2 from
52±16 to 100±31 (p<0.001) as well, while pCO2 decreased from 66±17 to
41±10 (p=0.02). Significant variations of systolic and diastolic blood
pressure where not reported.
Conclusions. The application of NPPV in clinical practice in ICCU is a
cardiologist’s effective and safe alternative to ETI for a patients affected
by respiratory failure associated with ACPE.
Conclusions.
P41
MIXED VENOUS OXYGEN SATURATION. ITS ROLE IN THE ASSESSMENT OF
PATIENTS DEVELOPING CARDIOGENIC SHOCK AFTER ST-ELEVATION
MYOCARDIAL INFARCTION (STEMI)
Marco Poli, Paolo Trambaiolo, Marina Mustilli, Massimo De Luca,
Vjerica Lukic, Valentina Basso, Federica Ferraiuolo, Maurizio Simonetti,
Filippo Corsi, Giuseppe Ferraiuolo
UTIC, Ospedale Sandro Pertini, Roma
Background. Low mixed venous saturation (SvO2) can reveal global tissue
hypoxia and therefore can predict an increase of myocardial oxygen
consumption (MvO2) and a poor prognosis in patients with cardiogenic
shock after ST-elevation myocardial infarction (STEMI). Early goal directed
therapy, aiming to an SvO2 ≥70%, has been shown to be a valuable
strategy in patients
P41 with a low output syndrome.
MIXED VENOUS
SATURATION.ITS
ROLE IN THE
ASSESSMENT OF PATIENTS
Aim of this retrospective
studyOXYGEN
was to determine
the agreement
between
CARDIOGENIC
SHOCK
AFTER
ST-ELEVATION
MYOCARDIALshock
INFARCTION (STEMI)
SvO2 and early hemodynamic
status
of patients
with cardiogenic
after STEMI.
Methods. During observation period (16-months), 79 patients were
admitted in our ICU for cardiogenic shock after STEMI; patients who
Background. balloon pump (n=15) and/or mechanical
required an intra-aortic
ventilation (n=21) were excluded from the analysis. The hemodynamic
management of studied patients was based on guideline treatment, and
to maintain individual
cardiac index and mixed venous oxygen saturation
Aim
between 1.5 and 2.7 l/min/m2 and 55 and 65%, respectively, all patients
were treated with
an inotropic agent (dobutamine or levosimendan).
Methods.
Heart rate (HR), arterial blood pressure (ABP), central venous pressure
(CVP), SvO2, pulmonary artery pressure (PAP), lactate plasma levels (LAC)
and cardiac index (CI) were recorded for 24.2±2.9 hours. To optimize
systemic afterload and coronary perfusion, mean arterial blood pressure
(MAP) was individually maintained between 50 and 75 mmHg using
sodium nitroprusside to decrease or norepinephrine to increase systemic
vascular resistances, as clinically indicated.
Results. In the dobutamine group (n=24) the mean SvO2 value was
68.2±11.8% with mean CVP of 13.0±4.9 mmHg, LAC of 6.3±4.2 mmol/l and
APACHE II score of 21.7±7.3; in-hospital mortality in this group was 32.0%.
Results.
The levosimendan group (n=19) showed a CVP of 13.7±4.6 mmHg, mean
SvO2 values of 78.6±10.2%, LAC of 3.3±2.3 mmol/l and APACHE II score of
22.2±5.4; in-hospital mortality in this group was 28.0%.
Conclusions. SvO2, in our study, was significantly (p<0.001) lower in the
dobutamine group
(68.2±11.8%) compared to the levosimendan group
Conclusions.
(78.6±10.2%); this difference correlated with an increase in oxygen
consumption and extraction ratio, and it is associated with negative
metabolic effects.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
39S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
troponina I 0.35±0.28 vs 0.37±0.3 ng/ml p=0.002, creatinina 2.01±0.19 vs
1.58±0.53 mg/dl p=0.001, VFG 43.27±15.7 vs 36.22±18 ml/min p<0,001. 6
pazienti (10.71% del totale - 2 maschi, età 76.3±6 anni) sono stati
riospedalizzati per la terza volta, ad un tempo medio dal secondo ricovero
di 63±18 giorni e di 221±36 giorni dal primo, durata ricovero 7.5±3.2
giorni, classe NYHA 3.83±0.2 vs 3.31±0.7 p=0.001, FEVS 30.5±6.9 vs
27.8±8.2% p=0.002, BNP 2634±547 vs 2250±821 pg/ml p<0.001, troponina
I 0.48±0.26 vs 0.35±0.28 ng/ml p=0.001, creatinina 2.2±0.7 vs 2.01±0.19
mg/dl p=0.001, VFG 32.25±18 vs 43.27±15.7 ml/min p<0.001. Nel periodo
in esame 20 pazienti (35.7% del totale) sono deceduti per cause cardiache:
di quelli con un solo ricovero 3 durante la degenza (5.34% di mortalità
intraospedaliera) e 9 nel follow-up (16% dei pazienti al 1° ricovero); di
quelli con due ricoveri 3 durante la degenza (16.6% di mortalità
intraospedaliera) ed 1 durante il follow-up (5.5% dei pazienti al 2°
ricovero); di quelli con tre ricoveri 3 durante la degenza (50% di mortalità
intraospedaliera) e 1 durante il follow-up (16.6% dei pazienti al 3°
ricovero).
Conclusioni. Nella nostra popolazione il numero di ricoveri, in uno stesso
paziente, è risultato lo stratificatore prognostico più importante di morte
cardiaca, unitamente al peggioramento della FEVS e della classe NYHA.
Nei ricoveri successivi al primo si è evidenziato un incremento del BNP e
della troponina I. Il quadro complessivo delle variabili suddette, già al
primo ricovero e nel successivo follow-up, consente di individuare i
pazienti a maggior rischio di eventi “hard”.
P43
P42
INDICATORI DI RISCHIO DI RIOSPEDALIZZAZIONE O MORTE CARDIACA NEI
PAZIENTI CON INSTABILIZZAZIONE DI SCOMPENSO CARDIACO
Ettore Savini, Giuseppe Marziali, Paolo Paoloni, Domenico Ciliberti,
Massimiliano Tullio, Lucio Cardinali, Liliana Pennacchietti,
Domenico Gabrielli
U.O. di Cardiologia, Ospedale Civile Murri, Fermo
Scopo dello studio. Numerosi studi hanno evidenziato l’utilità del brain
natriuretic peptide (BNP), dalla troponina I e di altre variabili nella
diagnosi e nella stratificazione prognostica dei pazienti con scompenso
cardiaco da disfunzione ventricolare sinistra. Abbiamo inteso analizzare
retrospettivamente i dati relativi a pazienti ricoverati nella nostra Unità
Operativa di Cardiologia in un arco temporale di 18 mesi (da giugno 2009
a novembre 2010) riguardo a eventi “hard”.
Materiali e metodi. Nello studio sono stati analizzati i dati di pazienti
ricoverati per insufficienza cardiaca acuta de novo o riacutizzata come
sopra descritto. Sono stati valutati all’ingresso: Classe NYHA, FEVS, BNP,
troponina I, creatinina, VFG e correlati con la riospedalizzazione e la morte
cardiaca.
Risultati. I dati riguardano 56 pazienti, 23 maschi, età 68.2±11 anni. Al
primo ricovero (durata 10.7±4 giorni) si evidenziava FEVS 31.4±9.4%,
classe NYHA 3.0±0.5, BNP 1939.67±560 pg/ml, troponina I 0.37±0.3 ng/ml,
creatinina 1.58±0.53 mg/dl, VFG 36.22±18 ml/min. 18 pazienti (32.14% del
totale - 7 maschi, età 73.1±5 anni) sono stati riospedalizzati, ad un tempo
medio dal primo ricovero di 152±26 giorni (durata del ricovero 8.56±3
giorni), classe NYHA 3.31±0.7 vs 3.0±0,5 p=0.002, FEVS 27.8±8.2 vs
31.4±9.4% p<0.001, BNP 2250±821 vs 1939.67±560 pg/ml p=0.001,
40S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
EFFETTI DELLA TERAPIA CON ERITROPOIETINA SU FUNZIONE
VENTRICOLARE DESTRA E SINISTRA IN PAZIENTI CON CARDIO-RENAL
ANEMIA SYNDROME
Alberto Palazzuoli1, Anna Calabrò1, Susanna Benincasa1,
Stefany Grothgar1, Giovanni Paganini1, Matteo Beltrami1,
Beatrice Franci1, Donald Silverberg2, Ranuccio Nuti1
1
Sezione di Cardiologia, Dipartimento di Medicina Interna e Malattie
Metaboliche,Ospedale Le Scotte, Università di Siena, Siena,
2
Department of Nephrology, Tel Aviv Medical Center, Tel Aviv, Israel
Scopo dello studio. L’anemia è frequentemente presente nei pazienti con
scompenso cardiaco cronico, classe NYHA avanzata e disfunzione sistolica.
Il trattamento con eritropoietina (EPO) migliora la tolleranza all’esercizio
e la qualità della vita, sebbene poco si conosca riguardo all’effetto della
correzione della stessa sulla struttura e sulla funzione cardiaca.
Materiali e metodi. Nel nostro studio sono stati arruolati 51 pazienti con
scompenso cardiaco avanzato e anemia ed è stato valutato l’effetto della
β-EPO sul volume ventricolare sinistro (LV), sulla massa (LVM), sulla
frazione d’eiezione (LVEF), sulla funzione longitudinale destra (TAPSE) e
sinistra (MAPSE), sulla pressione arteriosa polmonare (PAPs) e sul pattern
diastolico (E/Ea) e sono stati misurati i livelli di BNP. Lo studio è stato
condotto in doppio cieco. Al gruppo A è stata somministrata EPO
sottocutanea, mentre al gruppo di controllo (Gruppo B) soluzione salina
per 4 mesi. Nel gruppo A il trattamento è stato proseguito per altri 8 mesi.
Entrambi i gruppi hanno ricevuto trattamento con ferro per os per 12
mesi. I parametri ecocardiografici e il BNP sono stati valutati a 4 e 12 mesi.
Risultati. Nei pazienti del gruppo A durante la fase in doppio cieco (primi
4 mesi), è stata dimostrato un miglioramento della LVEF (32.3±6.1 vs
30.8±5.6, p<0.05) e del MAPSE (14.5±2.2 vs13.7±2.1, p<0.01), una riduzione
del volume sistolico (p<0.02) rispetto al basale e al gruppo B. Nessuna
differenza è stata riscontrata per quel che riguarda il volume diastolico, la
massa, la PAPs e il TAPSE. A 12 mesi persiste il miglioramento del volume
sistolico, della LVEF e del MAPSE (p<0.001), e una riduzione significativa
della massa nel gruppo A (p<0.01). Inoltre si ha un miglioramento del
TAPSE e una riduzione significativa della PAPs (p<0.01) nel gruppo A
rispetto al gruppo B e al basale. Nessuna differenza significativa è stata
rilevata nel periodo di controllo della funzione diastolica (E/Ea). I livelli di
BNP si sono ridotti nel gruppo A (602±270 vs 405±235 pg/ml, p<0.01).
Conclusioni. Il trattamento con EPO migliora la funzione ventricolare
destra e sinistra e determina una riduzione del rimodellamento cardiaco
e dei livelli di BNP. Questi cambiamenti positivi appaiono correlati alla
correzione dell’anemia con EPO.
P44
DISFUNZIONE RENALE E SCOMPENSO CARDIACO. ESPERIENZE
PRELIMINARI SULL’UTILIZZO DI NGAL COME MARCATORE PRECOCE DI
DANNO TUBULARE RENALE
Marika Bonadies, Simone Mazzetti, Pietro Delfino, Ilenia Fracchioni,
Emilia D’Elia, Valentina Casali, Giuseppe Specchia, Andrea Mortara
Unità di Cardiologia Clinica e Scompenso Cardiaco, Policlinico di Monza,
Monza
È ormai dimostrato come nei pazienti ricoverati per scompenso cardiaco
(SC) acuto, il peggioramento della funzione renale durante la fase di
ospedalizzazione sia un importante predittore di eventi nel successivo
follow-up. Nella pratica clinica il riscontro del danno renale è in genere
affidato al controllo dei valori di creatinina plasmatica (CR) e alla stima
della velocità di filtrazione glomerulare (VFG), parametri che si modificano
tardivamente a danno renale avvenuto. Come marcatore precoce di
disfunzione tubulare è stata invece proposta una nuova proteina, la
lipocalina associata alla gelatinasi neutrofila (NGAL) rilevabile sia nel
sangue che nelle urine. Diversi sono i campi di applicazione di tale
biomarcatore, ma ancora limitati appaiono i dati disponibili nello SC acuto
POSTER
e cronico. Soprattutto sono presenti ancora importanti problematiche
metodologiche che riguardano i veri limiti di normalità e le modalità e/o
i tempi di misurazione.
Nel presente studio ancora in corso, ci siamo posti l’obiettivo di testare, in
un gruppo consecutivo di pazienti ricoverati per scompenso acuto presso
il nostro PS (dispnea, BNP >300 pg/ml, congestione polmonare e necessità
di furosemide >40 mg e.v.), due strategie di misurazione dell’NGAL
plasmatico (metodo Biosite): 1) all’ingresso e alla dimissione dall’ospedale
(media ricovero 6±2gg), e 2) all’ingresso ed ogni giorno fino al 5° giorno
di ricovero se almeno un valore di NGAL era patologico, altrimenti ogni
giorno per 3 giorni se il valore di NGAL era sempre normale (<60 ng/ml,
limite intrinseco del sistema).
Vengono presentati i risultati dei primi 20 pazienti (10 nel primo gruppo
e 10 nel secondo gruppo) ricoverati per SC acuto (età media 73.3±11 anni,
BNP all’ingresso 809.3±498.3 pg/ml, dose di diuretico all’ingresso 91.7±63.5
mg). NGAL basale è risultato significativamente correlato ai valori di
creatinina (r=0.80, p<0.001) e di VFG (r=0.67, p<0.03) all’ingresso, ma non
con i valori alla dimissione (CR r=0.32, VFG r=0.48). Nella rivalutazione alla
dimissione è stato osservato un peggioramento della funzione renale in
5 su 10 pazienti ma il valore di NGAL basale non è risultato
significativamente diverso nei due gruppi.
In 4 dei 10 pazienti che hanno eseguito misurazioni ripetute si è osservato
un significativo peggioramento della CR e VFG rispettivamente in 2°
giornata (n=1), in 3° giornata (n=2) e in 4° giornata (n=1). In tutti i casi è
stato osservato un significativo incremento di NGAL nelle 24h precedenti
(aumento medio 95%, range 25-200%). Nei 6 pazienti con valori normali
di NGAL nelle misurazioni ripetute non vi è stata nessuna variazione di
funzione renale.
In conclusione, il timing di misurazione di questo nuovo biomarcatore
NGAL appare determinante per riuscire a predire quei pazienti che
ricoverati per scompenso acuto svilupperanno un peggioramento della
funzione renale. Il valore basale di NGAL appare correlato al grado di
disfunzione renale all’ingresso ma sembra presentare un basso potere
predittivo di disfunzione renale durante il ricovero. Attualmente sembra
più informativa una misurazione giornaliera del valore di NGAL durante
i primi 3-5 giorni di degenza. Dal nostro studio infatti si conferma una
capacità predittiva soprattutto a breve termine con un incremento di
NGAL che precede di almeno 24 ore le variazioni di CR e di VFG.
P45
ULTRAFILTRAZIONE DOMICILIARE CON DIALISI PERITONEALE NELLO
SCOMPENSO CARDIACO AVANZATO
Paola Lusardi1, Gian Maria Iadarola2, Antonella Vallero2,
Elisabetta Petitti1, Massimo Minelli1, Francesco Quarello2
1
S.C. di Cardiologia, 2S.C. di Nefrologia e Dialisi, P.O. Torino Nord
Emergenza San G. Bosco, ASL TO2, Torino
Sfruttare la dialisi peritoneale (DP) nella gestione dello scompenso
cardiaco (SC) avanzato presenta diversi vantaggi clinici (ultrafiltrazione
continua, modulazione del bilancio idrosalino senza ripercussioni
emodinamiche, ripristino della risposta alla terapia diuretica, riduzione
del fabbisogno di farmaci inotropi e vasodilatatori, correzione di
alterazioni metaboliche quali iperazotemia, acidosi, iposodiemia,
iperpotassiemia, rimozione di sostanze neuro-ormonali ad attività
miocardio-depressiva, stabilizzazione del paziente in previsione di una
terapia definitiva, es. chirurgia, assistenza ventricolare o trapianto
cardiaco) e logistici (trattamento domiciliare, bassi costi, semplicità della
tecnica).
Nell’ambito del P.O. T.N.E. San G. Bosco si è costituito un gruppo di
lavoro multidisciplinare al fine di avviare nuove metodiche
terapeutiche/gestionali dei pazienti con SC avanzato afferenti all’ASL TO2,
affrontando, oltre alle problematiche cliniche dei pazienti, anche quelle
dietologiche, sociali, psichiche.
Obiettivi del progetto. Riduzione della classe funzionale dello SC,
riduzione dei giorni di ospedalizzazione, incremento della durata della
sopravvivenza, miglioramento degli indici di qualità di vita, riduzione dei
costi relativi a farmaci, ospedalizzazioni, trattamenti acuti, deospedalizzazione del trattamento di ultrafiltrazione.
Verranno arruolati nel progetto i pazienti domiciliari affetti da SC refrattario
con terapia medica ottimizzata, in cui siano già state prese in considerazione
la terapia elettrica e chirurgica, appartenenti ai livelli INTERMACS 4 e 5
(Interagency Registry for Mechanical Assisted Circulatory Support) o con
profilo di classe più severo, dopo stabilizzazione e svezzamento da terapia
infusionale o ultrafiltrativa extracorporea ospedaliera. In particolare
verranno arruolati i pazienti corrispondenti al profilo di “Frequent flyer”,
ovvero quei pazienti non ospedalizzati che richiedono frequenti
rivalutazioni cliniche in emergenza o ospedalizzazioni per terapia
diuretica, ultrafiltrazione o infusione temporanea di terapia vasoattiva.
I pazienti che, per caratteristiche anatomiche o difficoltà socioassistenziali, non potranno avviare la DP e coloro che avranno rifiutato il
trattamento costituiranno la casistica di controllo.
In basale e nel follow-up verranno eseguiti esami ematochimici (studio
della funzione renale, epatica, assetto marziale, BNP, EGA), esame urine,
Rx torace, ECG, ecocardiogramma, ecografia polmonare, monitoraggio
ambulatoriale della pressione arteriosa (ABPM), ECG secondo Holter, test
da sforzo cardiopolmonare, studio del sonno, somministrazione di un
questionario per la qualità della vita, calcolo del CVM-HF (Cardio-Vascular
Medicine Heart Failure) o, nei pazienti in valutazione per trapianto
cardiaco, dell’HFSS (Heart Failure Survival Score).
P46
CONTROLLO TELEMETRICO DELLA PRESSIONE ARTERIOSA E DELLA
SATURAZIONE DI OSSIGENO: IMPATTO SULL’OSPEDALIZZAZIONE IN
PAZIENTI AFFETTI DA SCOMPENSO CARDIACO
Vittorio Palmieri1, Salvo Pezzullo2, Vincenzo Lubrano1, Stefania Bettella1,
Sorrentino Carmela1, Cesare Russo3, Aldo Celentano1
1
U.O.C. di Cardiologia, P.O. dei Pellegrini, ASL NA1, Napoli,
2
Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Università
“Federico II”, Napoli, 3Department of Medicine, Columbia University,
New York, NY, USA
È controverso se il telemonitoraggio è in grado di ridurre le ospedalizzazioni
nello scompenso cardiaco (SC). Abbiamo valutato l’impatto della stretta
monitorizzazione per via telemetrica da domicilio di pressione arteriosa
(PA), frequenza cardiaca (FC) e saturazione di ossigeno (spO2) su:
ospedalizzazione via pronto soccorso per SC e morte per tutte le cause
(eventi primari), e su ospedalizzazioni per SC non via PS (eventi secondari),
e su ospedalizzazioni e morte per tutte le cause (eventi compositi) in un
gruppo di pazienti affetti da SC e storia di ripetute ospedalizzazioni.
Metodi. In una finestra temporale di 1 anno abbiamo selezionato
consecutivamente pazienti ricoverato per SC acuto, stadio C-D,
anamnesticamente in classe funzionale NYHA II-III almeno per 3 mesi
precedenti il ricovero indice, e con almeno una delle seguenti
caratteristiche aggiuntive: storia di almeno 1 ricovero per scompenso
cardiaco nell’anno precedente ed FE nota riscontrabile alla dimissione
<40%, oppure una storia di ripetuti ricoveri per edema polmonare acuto
nonostante FE riscontrabile alla dimissione >50%. Sono stati esclusi
pazienti con: sindrome coronarica acuta, prognosi infausta per cause non
cardiache, basso grado di auto-sufficienza e di capacità logico-cognitiva.
Tali pazienti hanno ricevuto un apparecchio semiautomatico per la
monitorizzazione della PA, FC, e saturazione di O2 sO2 (V100, General
Electric), collegato ad un modem analogico per trasmissione dati ad una
centrale d’ascolto posta in ospedale (Telbios SpA).
Risultati. Sono stati reclutati 23 pazienti (68% dei qualificanti), cha avevano
età media di 70 anni (min-max: 44-80), e comprendevano: 26% donne, 17%
con SC diastolico, 61% con cardiopatia ischemica, 52% broncopatici cronici,
57% con insufficienza renale cronica, 30% anemici, 17% con insufficienza
mitralica ≥3+, 65% con pressione sistolica del piccolo circolo stimata alla
dimissione <35 mmHg, 60% in ritmo sinusale alla dimissione. Il tempo
medio di osservazione in telemetria è stato di 315 giorni (min-max 55-622).
L’evento primario è stato registrato in otto pazienti (35%, 1 decesso
improvviso, p=0.058) in un tempo medio di 193 gg (min-max: 7-451). Gli
eventi compositi sono stati 12 (52%, p=0.1) in un tempo medio di 206 gg
(min-max: 7-478). Il numero medio di ospedalizzazioni totali non
programmate (incluso ordinari o DH) per SC è passato da 2.2±1.3 nell’anno
precedente l’inizio della monitorizzazione a 0.9±1.2 (<0.01). In generale, la
PA tendeva a ridursi durante la monitorizzazione (p=0.05). Entro coloro
che andavano incontro a decompensazione cardiaca, in media i valori dei
parametri di monitorizzazione nel periodo (1-7 gg) immediatamente
precedente l’evento erano comparabili con quelli del periodo di inizio
monitoraggio (122±28 vs 122±25 mmHg; 66±9 vs 65±12 mmHg, 73±13 vs
75±14 bpm, 96±2 vs 96±3%).
Conclusioni. Nello SC il carico socio-sanitario globale rimane elevato.
Tuttavia, il monitoraggio intensivo potrebbe ridurre le ospedalizzazioni
per SC via pronto soccorso, che tuttavia non sembrano efficacemente
predette da PA, FC e sO2.
P47
CASE REPORT: UTILIZZO DI CICLI DI LEVOSIMENDAN IN PAZIENTI
CANDIDATI A TRAPIANTO CARDIACO PER EVITARE INSUFFICIENZE
VENTRICOLARI DESTRE POST-TRAPIANTO E MIGLIORARE L’OUTCOME
CLINICO
Luca Checco1, Tullio Usmiani1, Pierluigi Sbarra1, Massimo Boffini2,
Riccardo Saviolo3, Marco Ribezzo2, Riccardo Bonato2, Erika Simonato2,
Mauro Rinaldi2, Sebastiano Marra1
1
S.C. di Cardiologia 2, 2S.C. di Cardiochirurgia, 3S.C. di Cardiologia 1,
A.O.U. S.Giovanni Battista Molinette, Torino
Introduzione. L’ipertensione polmonare secondaria a cardiopatia del
ventricolo sinistro, con valori di gradiente trans-polmonare >15 mmHg e
resistenze vascolari polmonari >3 unità Wood, irreversibili ai test
farmacologici, ha rappresentato da sempre una contro-indicazione al
trapianto cardiaco ortotopico.
Razionale. La somministrazione di cicli di levosimendan e.v. in questa
tipologia di pazienti, indipendentemente dalla classe funzionale NYHA o
dalla clinica, può ridurre le pressioni polmonari e mantenere un quadro
normopressorio o di lieve ipertensione polmonare per 60-90 giorni,
permettendo l’esecuzione in relativa sicurezza di trapianto cardiaco senza
successiva insufficienza del ventricolo destro da aumento irreversibile del
post-carico.
Metodi. Dal 1 gennaio 2006 al 31 dicembre 2009 sono stati eseguiti
all’AOU S.Giovanni Battista di Torino 114 trapianti di cuore; 36 pazienti
avevano ipertensione polmonare secondaria con aumento del gradiente
transpolmonare e delle resistenze arteriolari irreversibili a test
farmacologico con nitroprussiato di sodio (per concomitante importante
risposta ipotensiva sistemica); 13 di loro sono sottoposti a ciclo di
levosimendan (somministrazione e.v. senza bolo, alla dose di 0.2
gamma/kg/min per 24 ore); inoltre, 12 pazienti della attuale lista di attesa
trapianto cuore sono stati sottoposti per lo stesso motivo a ciclo e.v. di
levosimendan.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
41S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
Tutti i pazienti sottoposti a ciclo di levosimendan hanno effettuato un
cateterismo cardiaco destro pre-levosimendan, e successivamente tra 1
settimana e 1 mese e tra 3 mesi e 6 mesi dal ciclo.
Risultati. Dopo la somministrazione di levosimendan e prima del trapianto
cardiaco, è stato eseguito un follow up clinico e strumentale a 7 giorni,
entro 1 mese, entro 3 mesi, con un miglioramento di tutti i parametri: la
classe funzionale era migliorata in tutti i pazienti: NYHA I: 6 (24%), II: 7
(28%), III: 12 (48%), IV: 0, il valore medio del NT-proBNP era 1216±280
pg/dL, il VO2 picco della popolazione era di18.9 ml/kg/min e nessuno dei
pazienti aveva avuto un peggioramento della malattia, inteso come
potenziamento della terapia anti-scompenso, peggioramento dei valori
NT-proBNP >25%, ricovero ospedaliero. Nei 13 pazienti sottoposti a
trapianto cardiaco non si sono registrate complicanze in fase acuta e subacuta; si è registrato 1 decesso a 14 mesi dal trapianto per complicanze
legate a rigetto persistente. A 1 e 6 mesi dal trapianto cardiaco, la classe
funzionale dei 13 pazienti era NYHA I: 6 (46%), II: 4 (31%), III: 3 (23%), IV:
0, il valore medio del NT-proBNP era 280±127 pg/dL e nessuno dei pazienti
aveva avuto un peggioramento della malattia, inteso come persistenza
dei dati di ipertensione polmonare, scompenso cardiaco destro,
peggioramento dei valori NT-proBNP >25%, ricovero ospedaliero.
Conclusioni. Associato alla terapia standard, il trattamento con
levosimendan (isolato o a cicli periodici trimestrali) può portare ad una
stato di reversibilità l’ipertensione polmonare secondaria a cardiopatia
del ventricolo sinistro, permettendo a questa tipologia di pazienti
l’esecuzione di trapianto di cuore prima negata, senza riscontro di
insufficienza ventricolare destra post-trapianto.
intra-capillary pressure, as found in diabetic nephropathy or hypertension.
However, in the presence of decreased renal blood flow due to glomerular
filtration decline, old age-related, or caused by fall in effective circulating
blood volume, an unfavorable effect on renal function by ACE-I is
generally recognized.
Purpose. To detect specific clinical predictors of renal worsening in CHF
patients who are prescribed ACE-I.
Methods. According to a retrospective cohort design, we followed two
groups of patients with CHF, whether right or biventricular CHF-, all
treated with ACE-I (enalapril or lisinopril), located in III NYHA class and
characterized by left ventricular ejection fraction (LVEF) <50%, by
distinguishing them on the basis of the scheduled dose of ACE-I:
average-low dose (≤10 mg per day) or “high” dose (i.e. >10 mg/day) of
enalapril or lisinopril. In addition, standard treatment, shared by the
two groups, included beta-blockers (carvedilol or bisoprolol), loop
diuretics (furosemide or torsemide), aldosterone receptor antagonists
and nitrates long acting, administered at various doses. Patients with
serum creatinine (Cr) >2.2 mg/dl at baseline were excluded. Aggravated
renal dysfunction (ARD) was defined by Cr increase >30% from the levels
found at admission. Cox proportional hazards model was used for
identifying the predictors of ARD among the following exposure
variables: ACE-I “high” dose (i.e. >10 mg/day of enalapril or lisinopril),
age, basal LVEF, history of repeated intensive intravenous loop diuretic
therapies (iv diur), diabetes, basal Cr, absence of beta-blocker in the
scheduled therapy.
Results. 57 patients were recruited, whose 15 treated with enalapril or
lisinopril daily dose >10 mg. During a mean follow-up of 718 days, ARD
occurred in 17 (29.8%) patients. By multivariate Cox analysis, only ACE-I
P48
high dose therapy (HR: 12.4681, CI: 2.1614-71.9239, p=0.0050) and basal
CONTROPULSAZIONE AORTICA COME BRIDGE AL TRAPIANTO: OUTCOME
Cr (HR: 1.2344, CI: 1.0414-1.4632, p=0.0157) were shown to predict ARD.
CLINICO A BREVE E LUNGO TERMINE
In addition, using the 2x2 contingency tables, “high” doses of ACE-I were
1
1
1
P48
Alessandra Fontana , Natasha Gorislavets , Attilio Iacovoni ,
shown to fail to predict ARD in both CHF patients without iv diur and CHF
1
1
1
CONTROPULSAZIONE
AORTICA
COME Sebastiani
BRIDGE AL
A BREVE E
Filippo
Taddei , Umbertina
Veritti , Roberta
, TRAPIANTO: OUTCOME
patientsCLINICO
with diabetes.
1
1
1
2
Roberto
, Amedeo Terzi , Paolo Ferrazzi , Renata De Maria ,
LUNGOFiocchi
TERMINE
Conclusions. In III NYHA class CHF patients, “high” doses of ACE-I and a
1
Antonello Gavazzi
higher basal Cr were found to predict ARD over a two-year follow-up. Iv
1
Dipartimento Cardiovascolare, Ospedali Riuniti, Bergamo, 2Istituto di
diur seem to increase the risk of nephrotoxicity associated with prolonged
Fisiologia Clinica del CNR, Dipartimento Cardiologico, A.O. Niguarda
“high-dose” ACE-I regimen; whereas in diabetic CHF patients the “high”
Ca’ Granda, Milano
doses of ACE-I appear not to harm the glomerular filtration.
Scopo. Il contropulsatore aortico (IABP) è spesso utilizzato come bridge al
trapianto cardiaco (TC) ma in questo contesto ci sono pochi studi riguardanti
Scopo. clinico a breve e lungo termine. Il presente studio retrospettivo
l’outcome
Insufficienza cardiaca - prognosi
riporta 8 anni di esperienza in un singolo centro con l’applicazione
dell’IABP in una serie consecutiva di pazienti (pz) con scompenso cardiaco
P50
avanzato in lista d’attesa per TC e in fase di instabilizzazione.
PROGNOSTIC VARIABLES OF ACUTE DECOMPENSATED HEART
Metodi e risultati. Tra i pz adulti inseriti in lista di attesa per TC nel periodo
FAILURE IN ISCHEMIC CARDIOMYOPATHY FOLLOWING CARDIOVERTERcompreso
il 2003 ed il 2010, 13 pazienti (età 54±12 anni) per le
Metodi e tra
risultati.
DEFIBRILLATOR IMPLANTATION
condizioni disevera ipoperfusione sono stati trattati con impianto di IABP
Lanfranco Antonini1, Vincenzo Pasceri1, Cristina Mollica2,
come bridge al TC. Il tempo medio del mantenimento delI’IABP fino al
Francesca Leone1, Antonella Meo1, Antonio Varveri1, Stefano Aquilani1,
trapianto è stato di 33 giorni (min 2, max 118 giorni). Le condizioni cliniche
Massimo Santini1
sono migliorante in 10 pz con incremento dei valori di pressione arteriosa
1
San Filippo Neri, Roma, 2Scienze Statistiche, La Sapienza Università,
media (da 68 a 79 mmHg, p 0,001), riduzione della pressione venosa
Roma
centrale (da 15 a 12 mmHg, p n.s.) e miglioramento degli indici di
Background. Patients with ischemic cardiomyopathy and left ventricular
funzionalità renale ed epatica (v. tabella).
dysfunction (ejection fraction, EF ≤35%) receiving a cardioverterdefibrillator (ICD) for primary prevention of sudden death (MADIT II
Parametri
Pre-IABP
Post-IABP
p
criteria) are still at high risk of heart failure and cardiovascular death.
Creatinina (mg/dl)
1.99±0.89
1.31±0.65
0.006
Methods to predict events in this group of patients area lacking.
Sodiemia (mM/L)
129±6.3
134±5.1
0.003
Methods. We studied 191 consecutive subjects (180 men) on an outGOT (U/L)
155±348
49±28
NS
patients basis, with ventricular systolic dysfunction (EF ≤35%) and
GPT (U/L)
271±28
49±33
NS
Bilirubina totale (mg/dl)
2.3±2.1
1.7±1.9
0.029
previous myocardial infarction. All fulfilling MADIT II criteria received
optimal medical therapy for heart failure and implanted an ICD (60%
dual chamber, 21% single chamber and 19% biventricular). The followDurante IABP 3 pz sono deceduti, 2 per insufficienza multi-organo e 1 per
up was 12 months. 2D-echo was performed just before ICD implantation,
infezione, 9 sono stati sottoposti con successo a TC e sono tutti vivi con un
ABPM and hematological samples 2 weeks later. Age, EF, creatinine
follow-up medio post-trapianto di 47 mesi, ad eccezione di 1 pz che è
level, hemoglobin concentration, mean 24-hour systolic blood pressure,
deceduto dopo 89 mesi da TC per una complicanza infettiva; 1 pz è stato
mean 24-hour diastolic blood pressure, mean 24-hour heart rate, brain
sottoposto ad intervento di by-pass ao-co, rimodellamento ventricolare
natriuretic peptide, QRS duration, % paced beats, biventricular pacing,
sinistro ed anuloplastica mitralica ed è vivo con un follow-up di 49 mesi.
gender and diabetes were considered. Cox proportional-hazards
Un pz dopo rimozione del contropulsatore, mantenuto per 118 giorni, ha
regression analysis was used to explore relationship of events to
presentato ischemia dell’arto inferiore, sede di inserzione del IABP,
univariate variables. ROC curves were built for each independent
Conclusioni.
trattata
con successo mediante intervento chirurgico di disostruzione.
variable. The cumulative risk of experiencing endpoints was estimated
Conclusioni. Nei pazienti affetti da scompenso cardiaco avanzato in
by Kaplan-Meier method. Survival curves of subgroups were compared
attesa di TC e in fase di peggioramento il IABP permette una efficace
using log-rank test.
stabilizzazione clinica, con miglioramento della funzione d’organo, è
Results. Events occurred in 48 patients (25%); 8 deaths for refractory heart
sicuro ed è ben tollerato anche per lunghi periodi. Le complicazioni sono
failure and 40 hospitalizations for acute decompensated heart failure.
rare e trattabili.
Low mean 24-hour systolic blood pressure (HR 0.96, 95% CI 0.93-0.99
p=0.01), serum creatinine (HR 1.63, 95% CI 1.07-2.51 p=0.02), low
hemoglobin concentration (HR 0.80, 95% CI 0.64-0.99 p=0.04) and older
P49
age (HR 1.04, 95% CI 1.01-1.08 p=0.03) were independent predictors of
IN RIGHT OR BIVENTRICULAR CHRONIC HEART FAILURE PATIENTS,
events. ROC curves showed the best cut-off values at 73 for age (area
PROLONGED HIGH DOSE ACE-INHIBITOR REGIMEN IS ASSOCIATED WITH
under the curve = 0.68, p<0.0001, sensitivity 69%, specificity 66%, positive
INCREASED RISK OF NEW ONSET OR AGGRAVATED RENAL DYSFUNCTION:
predictive value 40%, negative predictive value 86%); m24h SBP cut-off
RESULTS OF AN OBSERVATIONAL RETROSPECTIVE COHORT STUDY
106 mmHg (AUC 0.66, p=0.0004, sensitivity 52%, specificity 71%, PV+ 37%,
Renato De Vecchis1, Giuseppina Di Biase2, Antonio Ciccarelli2,
PV- 81%), hemoglobin concentration 13.1 g/dl (AUC 0.63, p=0.004,
Adelaide Fusco1, Carmela Cioppa1, Anna Giasi1, Carmelina Ariano1,
sensitivity 67%, specificity 57%, PV+ 37%, PV- 81%) blood creatinine cutDario Paolino1, Salvatore Cantatrione1
1
off 1.4 mg/dl (AUC 0.66, p=0.0004, sensitivity 60%, specificity 66% PV+
Cardiology Unit, Presidio Sanitario Intermedio “Elena d’Aosta”, Napoli,
2
38%, PV- 83%). Kaplan-Meier survival analysis confirmed a significant
Neurorehabilitation Unit, Clinica “Santa Maria del Pozzo”, Somma
cumulative risk of groups with higher creatinine levels p=0.002, lower Hb
Vesuviana (NA)
concentration p=0.005, lower mean 24-hour systolic blood pressure,
Background. The renoprotective effect of ACE-inhibitors (ACE-I) is thought
p=0.007 and older age p<0.0001.
to be related to their property to induce a reduction in high glomerular
42S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
POSTER
27.8±8.2% p=0.002, BNP 2634±547 vs 2250±821 pg/ml p<0.001, troponina
I 0.48±0.26 vs 0.35±0.28 ng/ml p=0.001, creatinina 2.2±0.7 vs 2.01±0.19
mg/dl p=0.001, VFG 32.25±18 vs 43.27±15.7 ml/min p<0.001. Nel periodo
in esame 20 pazienti (35.7% del totale) sono deceduti per cause cardiache:
di quelli con un solo ricovero 3 durante la degenza (5.34% di mortalità
intraospedaliera) e 9 nel follow-up (16% dei pazienti al 1° ricovero); di
quelli con due ricoveri 3 durante la degenza (16.6% di mortalità
P51
intraospedaliera) ed 1 durante il follow-up (5.5% dei pazienti al 2°
PROGNOSTIC FACTORS OF MID-TERM CLINICAL OUTCOME IN CONGESTIVE
ricovero); di quelli con tre ricoveri 3 durante la degenza (50% di mortalità
HEART FAILURE PATIENTS
intraospedaliera) e 1 durante il follow-up (16.6% dei pazienti al 3°
1
1
1
1
Mauro Feola , Enrico Lombardo , Camillo Taglieri , Salvatore Piccolo ,
ricovero).
2
Antonello Vado
Conclusioni. Nella nostra popolazione il peggioramento della creatinina,
1
Cardiovascular Rehabilitation-Heart Failure Unit, Ospedale SS. Trinità,
ma non del VFG, ha rappresentato un fattore di rischio per eventi “hard”
2
Fossano, Cardiology Division, Ospedale S. Croce, Cuneo
(riospedalizzazione o morte cardiaca). Il fattore più importante di morte
P51
Risk stratification in congestive heart failure (CHF) patients is based on a
nel follow-up è stata la necessità di riospedalizzazione; la classe NYHA, la
PROGNOSTICvariety
FACTORS
OF MID-TERM
CLINICALvariables.
OUTCOMEWe
IN analysed
CONGESTIVE
HEART FAILURE
of clinical
and laboratory
different
troponina I ed il BNP risultano anche essi correlati con la prognosi, come
PATIENTS parameters (renal function, plasma BNP, water composition,
dai dati della letteratura.
echocardiographic and functional determinations) in predicting mid-term
outcome in CHF patients discharged after decompensation.
Methods. All subjects with NYHA class II-IV were enrolled at hospital
P53
discharge. NYHA class, BNP, water body composition, non-invasive cardiac
ADIPONECTIN IN OUTPATIENTS WITH CORONARY ARTERY DISEASE:
output and echocardiogram were analysed. Death, cardiac transplantation
INDEPENDENT PREDICTORS AND RELATIONSHIP WITH HEART FAILURE
and hospital readmission for CHF were scheduled.
Samuele Baldasseroni1, Salvatore Scarantino1, Claudia Di Serio2,
Results. Two-hundred and thirty-seven (64.5% males, age 71) patients
Nadia Bartoli1, Alice Foschini1, Andrea Josafat Marella1,
Methods. were discharged after obtaining normal hydration; left ventricular
P53
Alessandra Pratesi1, Gian Franco Gensini1, Niccolò Marchionni2,
ejection fraction (LVEF) was 43.2±16.2%, cardiac output was 3.8±1.1
l/min
ADIPONECTINFrancesca
IN OUTPATIENTS
Tarantini2 WITH CORONARY ARTERY DISEASE: INDEPENDENT PREDICTORS
and BNP at discharge resulted 401.3±501.7 pg/ml. During the 14-month
1
AND RELATIONSHIP
WITH of
HEART
Department
HeartFAILURE
and Vessels, Azienda Ospedaliero Universitaria
follow-up 15 (6.3%) patients died, one (0.4%) underwent cardiac
Results.
Careggi, Florence, 2Department of Critical Care Medicine and Surgery,
transplantation and 18 (7.6%) were readmitted for CHF (event group); in
University of Florence, Florence
203 (85.6%) no events were observed (no-event group). Higher NYHA class
Background and aims. Chronic heart failure (HF) is characterized by a
(2.1±0.7 vs 1.9±0.4 p=0.01), BNP at discharge (750.2±527.3 vs 340.7±474.3
neurohormonal dysfunction associated with chronic inflammation. A role
pg/ml, p=0.002) and impaired LVEF (33.7±15.7 vs 44.5±15.8%, p=0.0001)
of metabolic
Background
and
aims. derangement in the pathophysiology of HF has been recently
and creatinine (1.7±0.6 vs 1.2±0.8 mg/dl, p=0.004) were noticed
in the
reported. Adiponectin, an adipose tissue-derived cytokine, seems to play
event group. At multivariate Cox analysis LVEF (p=0.0009), plasma
an important role in cardiac dysfunction. We investigated the variation
creatinine (p=0.006) and BNP at discharge (p=0.001) were associated with
of circulating adiponectin in patients with coronary artery disease (CAD),
adverse mid-term outcome. Kaplan-Meier survival curves demonstrated
with or without HF, in order to identify its independent predictors.
that adding cut-off points for creatinine 1.5 mg/dl and discharged BNP of
Methods and results. 107 outpatients with CAD were enrolled in the study
250 pg/ml discriminated significantly prognosis (p=0.0001; log rank 21.09).
and divided into three Groups: CAD without left ventricular systolic
BNP anddysfunction
Conclusions.Conclusions. In predicting mid-term clinical prognosis in CHF patients,
Methods
results. (Group 1); CAD with left ventricular dysfunction without heart
at discharge ≥250 pg/ml added with a plasma creatinine >1.5 mg/dl are
failure symptoms (Group 2); CAD with overt heart failure (Group 3).
strong adverse predictors.
Plasma adiponectin was determined by ELISA. Adiponectin concentrations
increased progressively from Group 1 (7.6±3.6 ng/ml) to Group 2 (9.1±6.7
ng/ml) and 3 (13.7±7.6 ng/ml), with the difference reaching statistical
significance in Group 3 versus 1 and 2 (p<0.001). A multivariable model of
analysis demonstrated that the best predictors of plasma adiponectin
were BMI, NT-proBNP and HDL cholesterol. However, even after adjusting
for all three independent predictors, the increase of adiponectin in Group
3 still remained statistically significant (p=0.015).
Conclusion.
Conclusion. Our data confirm the rise of adiponectin in overt HF; this
increase could anticipate the wasting syndrome that characterizes advanced
disease. The levels of circulating adipokine seem to be mainly predicted by
the metabolic profile of patients and by biohumoral indicators, rather
than by clinical and echocardiographic indexes of HF severity.
Conclusions. Mean 24h systolic blood pressure, hematological variables
such as creatinine and hemoglobin concentration and age can stratify risk
of death and acute decompensated heart failure in patients with ischemic
cardiomyopathy and ICD in whom 2D-echo ejection fraction is not
predictive.
P52
OSPEDALIZZAZIONE O MORTE CARDIACA NEI PAZIENTI CON
INSTABILIZZAZIONE DI SCOMPENSO CARDIACO
Ettore Savini, Massiliano Tullio, Christos Katsanos, Sonia Leone,
Sandra Di Marco, Lorena Di Gioacchino, Liana Mennecozzi,
Domenico Ciliberti, Domenico Gabrielli
U.O. di Cardiologia, Ospedale Murri, Fermo
Scopo dello studio. Numerosi studi hanno evidenziato come il
peggioramento della funzionalità renale influisca negativamente nella
prognosi dei pazienti con scompenso cardiaco da disfunzione ventricolare
sinistra. Abbiamo inteso correlare questo dato con indicatori prognostici
sicuramente riconosciuti, come la FEVS ed il BNP, riguardo a eventi “hard”
(ri-ospedalizzazione e morte cardiaca), in una popolazione afferita alla
nostra Unità Operativa di Cardiologia in un arco temporale di 18 mesi (da
giugno 2009 a novembre 2010).
Materiali e metodi. Nello studio sono stati analizzati i dati di pazienti
ricoverati per insufficienza cardiaca acuta de novo o riacutizzata come
sopra descritto. Sono stati valutati all’ingresso: Creatinina, VFG ed altri
indicatori prognostici e correlati con la riospedalizzazione e la morte
cardiaca.
Risultati. I dati riguardano 56 pazienti, 23 maschi, età 68.2±11 anni. Al
primo ricovero (durata 10.7±4 giorni) si evidenziava FEVS 31.4±9.4%,
classe NYHA 3.0±0.5, BNP 1939.67±560 pg/ml, troponina I 0.37±0.3 ng/ml,
creatinina 1.58±0.53 mg/dl, VFG 36.22±18 ml/min. 18 pazienti (32.14% del
totale - 7 maschi, età 73.1±5 anni) sono stati riospedalizzati, ad un tempo
medio dal primo ricovero di 152±26 giorni (durata del ricovero 8.56±3
giorni), classe NYHA 3.31±0.7 vs 3.0±0.5 p=0.002, FEVS 27.8±8.2 vs
31.4±9.4% p<0.001, BNP 2250±821 vs 1939.67±560 pg/ml p=0.001,
troponina I 0.35±0.28 vs 0.37±0.3 ng/ml p=0.002, creatinina 2.01±0.19 vs
1.58±0.53 mg/dl p=0.001, VFG 43.27±15.7 vs 36.22±18 ml/min p<0.001. 6
pazienti (10.71% del totale - 2 maschi, età 76.3±6 anni) sono stati
riospedalizzati per la terza volta, ad un tempo medio dal secondo ricovero
di 63±18 giorni e di 221±36 giorni dal primo, durata ricovero 7.5±3.2
giorni, classe NYHA 3.83±0.2 vs 3.31±0.7 p=0.001, FEVS 30.5±6.9 vs
P54
APPLICAZIONI DELL’ANGOLO SPAZIALE QRS-T NELLA VALUTAZIONE
PROGNOSTICA DELLO SCOMPENSO CARDIACO
Federico Boncagni, Federico Guerra, Alessandro Capucci
Clinica di Cardiologia, Ospedali Riuniti, Ancona
Premessa. L’angolo spaziale QRS-T è l’angolo compreso tra la
rappresentazione vettoriale della depolarizzazione e della ripolarizzazione
cardiache e rappresenta un marker delle alterazioni del processo di recupero
dell’eccitabilità miocardica. Negli ultimi dieci anni diversi studi hanno
dimostrato l’associazione tra l’aumento in ampiezza dell’angolo QRS-T e lo
sviluppo di eventi cardiovascolari fatali, in particolare aritmie ventricolari,
IMA e scompenso cardiaco. Lo scopo del nostro studio è stato valutare
l’associazione tra l’angolo spaziale QRS-T e le caratteristiche cliniche ed
ecocardiografiche dei pazienti affetti da scompenso cardiaco cronico.
Materiali e metodi. Sono stati inseriti nello studio 84 pazienti consecutivi
(78M, 6F; età media: 68.0±13.9 anni) afferiti alla Clinica di Cardiologia
degli Ospedali Riuniti di Ancona nel biennio 2009-2010, con pregressa o
nuova diagnosi di scompenso cardiaco. In ciascun paziente è stato
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
43S
P54
CONGRESSO PROGNOSTICA
NAZIONALE DIDELLO
CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
APPLICAZIONI DELL’ANGOLO SPAZIALE QRS-T NELLA42°
VALUTAZIONE
SCOMPENSO CARDIACO
Premessa.registrato un ECG standard a 12 derivazioni e sono state effettuate una
valutazione clinica (anamnesi patologica, fattori di rischio cardiovascolare,
classe NYHA, terapia domiciliare) ed ecocardiografica (diametro
telesistolico e telediastolico del VS, spessore del setto e della parete
posteriore del VS in telediastole, FEVS). L’angolo spaziale QRS-T è stato
calcolato come funzione inversa del coseno tra l’asse elettrico del QRS e
l’asse elettrico dell’onda T. Le componenti spaziali X, Y, Z degli assi di QRS
Materiali eedimetodi.
T sono statericavate dalle deflessioni nette del complesso QRS e della
T nelle derivazioni V6, V5, aVF e V2.
Risultati. L’angolo spaziale medio QRS-T è risultato più ampio nei pazienti
con pregresso IMA (119.2±40.9° vs 93.6±48.2°; p=0.015) e nei pazienti
ricoverati per riacutizzazione di scompenso (124.1±35.4° vs 93.0±49.2°;
p=0.002). I pazienti in classe NYHA più elevata hanno mostrato un angolo
QRS-T significativamente più alterato (ampiezza media 78.5±44.0°,
122.6±40.6°, 145.9±23.6° nei pazienti rispettivamente in classe NYHA I, II,
Risultati. III; p<0.001) ed è stata riscontrata una correlazione lineare positiva tra
ampiezza dell’angolo QRS-T e FEVS (p<0.001). L’angolo QRS-T, peraltro, si
è dimostrato più ampio nei pazienti trattati con diuretici dell’ansa
(115.3±38.7° vs 86.7±50.6°; p=0.013) e con statine (117.64±39.47° vs
90.75±47.51°; p=0.018).
Conclusioni. Nella nostra casisica l’angolo spaziale QRS-T si è dimostrato
in rapporto con il deterioramento della contrattilità del ventricolo sinistro
e delle condizioni clinico-funzionali del paziente. Da questo punto di vista,
Conclusioni.
l’angolo QRS-T potrebbe costituire un utile parametro non invasivo per
la valutazione prognostica e la gestione terapeutica dei pazienti con
scompenso cardiaco.
P56
ROLE OF PASSIVE LEG RAISING TO EVALUATE PRELOAD RESPONSIVENESS
IN PATIENTS WITH CARDIOGENIC SHOCK AFTER ST-ELEVATION
MYOCARDIAL INFARCTION (STEMI) TREATED WITH INOTROPIC THERAPY
Marco Poli, Paolo Trambaiolo, Marina Mustilli, Massimo De Luca,
Vjerica Lukic, Valentina Basso, Federica Ferraiuolo, Maurizio Simonetti,
Filippo Corsi, Giuseppe Ferraiuolo
UTIC, Ospedale Sandro Pertini, Roma
Background. Optimal cardiac filling is essential for maintaining an
adequate cardiac output and organ perfusion in patients with cardiogenic
shock (CS) after ST elevation myocardial infarction (STEMI). “Static”
hemodynamic parameters including central venous pressure (CVP) and
pulmonary artery occlusion pressure (PAOP) have been used to estimate
preload, although their predictive value on fluid responsiveness is not
accurate in the presence of huge variations of intrathoracic pressure.
Passive leg raising (PLR) represents a “self-volume challenge” that could
predict fluid response; the transient hemodynamic effect of PLR on left
ventricular stroke volume (SV) detect preload responsiveness in patients
with CS after STEMI. Hemodynamic stabilization, preload optimization
and correct management of inotropic and fluid therapy is of utmost
importance in this patients with a low output syndrome.
Aim of this retrospective study was to determine the agreement between
PLR and early hemodynamic status of patients with CS after STEMI.
Methods. During observation period (16-months), 79 patients were
admitted in our ICU for CS after STEMI; patients who required an intraaortic balloon pump (n=15) and/or mechanical ventilation (n=21)
andwhichwere notmonitoredwith PiCCO (n=31) were excluded from the
analysis. The final pool included in the study was 12 patients. The
hemodynamic management of studied patients was based on guideline
treatment, and to maintain individual cardiac index between 1.5 and 2.7
L/min/m2, all patients were treated with an inotropic agent. Heart rate (HR),
arterial blood pressure (ABP), CVP, PAOP, lactate plasma levels (LAC), SV,
Intra-thoracic blood volume (ITBV), Global end-diastolic volume (GEDV),
were recorded in a supine position (baseline position) and after that
patients were in a supine position with the lower limbs elevated 30° to 45°.
Each hemodynamic measurement was recorded within the first 5 mins.
Patients were considered as fluid preload responsiveness if PLR induced SV
increased by ≥10%. To optimize systemic afterload and coronary perfusion,
mean arterial blood pressure (MAP) was individually maintained between
60 and 75 mmHg using sodium nitroprusside to decrease vascular
resistances, or detect preload responsiveness with PLR. When the MAP was
lower 60 mmHg.if the patient was nonresponders was used norepinephrine
to increase systemic, as clinically indicated. We measured SV using
PiCCOmonitor, we calculated changes in SV, induced by PLR. Among 12
P55
patients included in this study, 5 had a SV increase of >10% after PLR.
ELEVATED LEVEL OF RESISTIN PREDICTS OUTCOME IN PATIENTS WITH
Results. In responders group (n=5) SV was significantly increased by PLR
ISCHEMIC HEART DISEASE AND HEART FAILURE
from 47±14 mL to 50±14 mL (p<0.001). In this patient infusion within 15
Samuele Baldasseroni1, Francesco Orso1, Claudia Di Serio2,
min by 100 mL of 6% hydroxyethyl starch (Voluven) increased SV from
Salvatore Scarantino1, Nadia Bartoli1, Andrea Josafat Marella1,
47±14 mL to 53±15 mL (p<0.001). In nonresponders group (n=7) SV was
Alice Foschini1, Alessandra Pratesi1, Gian Franco Gensini1,
not significantly increased by PLR, from 42±12 mL to 45±11 mL. In this
Niccolò Marchionni2, Francesca Tarantini2
patient volume expansion increased SV of 45±14 mL.
1
Department of Heart and Vessels, Azienda Ospedaliero Universitaria
Conclusions.
Changes in SV and radial pulse pressure induced by PLR are
Careggi, Florence, 2Department of Critical Care Medicine and Surgery,
P55
accurate and interchangeable indices for predicting fluid responsiveness
University
of
Florence,
Florence
ELEVATED LEVEL OF RESISTIN PREDICTS OUTCOME IN PATIENTS WITH ISCHEMIC HEART DISEASE
in patients with CS after STEMI.
Background.
AND HEART
FAILURE Resistin, a pro-inflammatory adipokine, is significantly
involved in the atherosclerotic mechanisms of ischemic heart disease (IHD)
and its high level predicts the heart failure (HF) development. We
evaluated the ability of this adipokine to predict outcomes in patients
P57
with ischemic heart disease with or without left ventricular systolic
CONTROLLO TERAPEUTICO DELLA DISFUNZIONE VENTRICOLARE DESTRA
dysfunction.
IN PAZIENTI OBESI CON INIZIALE IPERTENSIONE ARTERIOSA POLMONARE
Background.
Methods and results. All of 107 consecutive outpatients enrolled in the
N. Siniscalchi, T. Cerciello, F. Olivieri, L.I. Siniscalchi, N. Caturano,
study had a coronary angiographic diagnosis of IHD. Patients were divided
M. De Biase, F. Fiorente
according to tertiles of serum resistin concentration as following: Group
Dipartimento di Geriatria, Gerontologia e Malattie del Metabolismo1 (n=36, resistin ≤9.5 ng/ml), Group 2 (n=35, resistin >9.5 and ≤14.3 ng/ml),
SUN Napoli, Ospedale Civile di Sarno (SA)
Methods
and
results.
and Group 3 (n=36, resistin >14.3 ng/ml). Compared to other two Groups,
L’ipertensione polmonare (IP) è una complicazione frequente in pazienti
patients in Group 3 presented more frequently signs and symptoms of HF
(pz) obesi con problemi di ipoventilazione e disfunzione ventricolare dx
and advanced NYHA class (NYHA III-IV), elevated NT-proBNP, reduced
(DVD). La somministrazione tempestiva di farmaci vasodilatatori ed
eGFR. At univariate analysis Group 3 had a significant higher mortality
emoreologici può, migliorando l’emodinamica cardiopolmonare, ritardare
rate at follow-up (955±464 days) compared to other two groups (Figurela comparsa del cuore polmonare e ridurre il rischio di mortalità.
Kaplan Meyer curves). After adjustment for age, gender, severity of HF,
Scopo della presente ricerca è stato valutare la tollerabilità e l’efficacia
renal function and comorbidity, patients in Group 3 had a significant
terapeutica della somministrazione di enalapril (E) + ranolazine (R) in pz
higher risk of death (HR 6.36 95%CI 1.38-29.3, p<0.018).
obesi con iniziale IP ed DVD. Gli endpoint dello studio sono stati considerati
Conclusion. Our data confirms that an elevated level of resistin was
Conclusion.
un miglioramento dei sintomi cardiorespiratori, un aumentato consumo
associated with presence and severity of HF in patients affected by IHD.
di O2 al test ergometrico e una riduzione o regressione della DVD.
Resistin level >14.3 ng/ml is able to predict independently the risk of death
Dopo consenso informato, sono stati arruolati 28 pz obesi di sesso
in this clinical setting.
femminile in età media di 57.4 anni, tutti con evidenza ecocardiografica
di ridotta funzionalità del ventricolo dx (FE media ≥48%), pressione
arteriosa sistolica polmonare ≥30 mmHg, saturazione ematica di O2 ≤90%
e pressione parziale di O2 arterioso ≤60 mmHg a riposo, o dopo stress o
durante il sonno. Nessun paziente scelto per lo studio era fumatore o
affetto da ipertensione arteriosa o cardiopatia ischemica, diabete mellito,
gravi malattie polmonari o epatorenali.
All’inizio e dopo 3-6 mesi dello studio sono stati eseguiti gli esami generali
di laboratorio, ECG-12 derivazioni a riposo, Doppler 2D ecocardiogramma,
Rx torace, test spirometrici, angiocardioscintigrafia radio-isotopica, test
da sforzo su tappeto rotante con protocollo di Bruce e misurazione del
consumo di O2 al picco dell’esercizio.
Tutti i pazienti dopo adeguato washout farmacologico, sono stati
randomizzati per uno studio aperto a gruppi paralleli della durata di 6
mesi ad uno dei seguenti gruppi di trattamento:
44S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
POSTER
1) E 10 mg/die+ R 750 mg x 2/die+ Eutirox 25 micrg/die + ossigenoterapia
a lento flusso 18 ore/die (solo nelle prime 2 settimane dello studio);
2) E 10 mg/die + pentossifillina 600mg/die+ ossigenoterapia come per il
gruppo 1.
Alla fine dello studio i valori basali e quelli dopo 3-6 mesi di trattamento
sono stati analizzati con test “t” di Student per dati appaiati.
Un totale di 23 pazienti ha completato lo studio senza reazioni avverse.
Dopo 6 mesi di trattamento, rispetto ai dati basali i valori di O2
emogasanalitici hanno mostrato in entrambi i gruppi un significativo
miglioramento (p<0.05) ed anche significativa è risultata la riduzione della
pressione sistolica polmonare (p<0.05). Solo il gruppo 1 ha evidenziato un
significativo miglioramento (p<0.05) dei parametri ecografici di
funzionalità ventricolare dx rispetto ai valori di partenza, e un aumentato
consumo di O2 al picco massimo dell’esercizio (p<0.05).
In conclusione, questo studio dimostra che in pazienti obesi di sesso
femminile con DVD ed iniziale ipertensione arteriosa polmonare la
somministrazione di E+R può a medio termine ridurre la DVD, migliorare
la riserva cardio polmonare e ritardare l’evento dell’insufficienza cardiaca
grave.
P58
EFFICACIA TERAPEUTICA A BREVE TERMINE DELL’ASSOCIAZIONE
LISINOPRIL PIÙ RANOLAZINE NEL PAZIENTE OBESO CON DISFUNZIONE
VENTRICOLARE SINISTRA ED INIZIALE DISFUNZIONE POLMONARE
F. Olivieri, T. Cerciello, L.I. Siniscalchi, M. Caturano, A. Cioffi, R. Orlando,
N. Siniscalchi
Dipartimento di Geriatria, Gerontologia e Malattie del MetabolismoSUN Napoli, Ospedale Civile di Sarno (SA)
Un’alterata capacità di diffusione polmonare (DLco) può essere presente in
pazienti (pz) obesi con disfunzione ventricolare sinistra (DSV) e può
peggiorare il test ergometrico. Questa complicazione a carico delle vie aeree
è un marker di danno specifico mediato ed impone un veloce approccio
terapeutico onde prevenire l’instaurarsi dell’insufficienza cardiaca cronica.
L’inattivazione della bradichinina intrapolmonare ACE-dipendente e un
sovraccarico intracellulare di Ca e Na mediato dall’attivazione dei recettori
AT1 possono svolgere un ruolo centrale nel sostenere la disfunzione
polmonare e precipitare l’insufficienza cardiaca cronica.
Scopo dello studio è stato selezionare pz obesi ad alto rischio e dimostrare
se l’associazione lisinopril (L) + ranolazine (R) possa migliorare la diffusione
alveolare e il test ergometrico. Pz ambulatoriali di entrambi i sessi in
numero di 26, in età media 62±3.2 anni con evidenza ecocardiografica di
DSV ed alterata DLco furono arruolati dopo consenso informato in uno
studio randomizzato in doppio cieco con un rapporto 1:1 a trattamento
con L 10 mg/die + pentossifillina (P) 600 mg/die o L 10 mg/die + R 750 mg
x 2/die, e sono stati studiati per 3 mesi. Nessun pz era fumatore, alcoolista,
o affetto da ipertensione arteriosa, diabete mellito, patologie epatorenali
e cardiache.
Tutti i pz basalmente e dopo 4,8 e 12 settimane di trattamento sono
stati valutati con esami ematochimici routinari: ECG - 12 derivazioni,
ecocardiografia transtoracica-2D Doppler, Test da sforzo al treadmill con
protocollo di Bruce e misurazione del consumo di O2 massimale, Rx torace,
prove spirometriche a riposo, emogasanalisi arteriosa, valutazione di DLco.
I confronti statistici tra valori basali e dopo terapia sono stati eseguiti
mediante test “t” di Student per dati appaiati ed un valore di p<0.05 è
stato considerato significativo.
22 pz hanno completato il protocollo stabilito. Alla fine dello studio in
entrambi i gruppi si è evidenziato un miglioramento della funzione
ventricolare sinistra misurata nei vari parametri. Solo il gruppo L+R ha
evidenziato all’emogasanalisi un miglioramento significativo (p<0.05) delle
pressioni parziali arteriose di O2, CO2 e della differenza artero venosa di O2.
Sempre nel gruppo L+R si è potuto dimostrare un significativo
miglioramento (p<0.05) della durata del test ergometrico e del consumo
massimale di O2 dopo 12 settimane di trattamento insieme col significativo
miglioramento (p<0.05) degli indici spirometrici e dei valori di DLco.
I nostri risultati indicano che l’associazione L+R migliora a breve termine
in pz obesi con DSV e alterata DLco, la riserva cardiopolmonare e può
ritardare la morbilità e mortalità da insufficienza cardiaca cronica.
P59
IL TEST DEI SEI MINUTI MANTIENE UN RUOLO DI RILIEVO NELLA
STRATIFICAZIONE PROGNOSTICA DEL PAZIENTE ANZIANO CON
SCOMPENSO CARDIACO CRONICO
A.B. Scardovi1, R. De Maria2, A. Ferraironi1, L. Gatto3, T. Di Giacomo1,
M. Renzi1, R. Ricci1
1
U.O. di Cardiologia, Ospedale S. Spirito, Roma, 2CNR Istituto di
Fisiologia Clinica, Milano, 3Cardiologia, A.O. San Giovanni-Addolorata,
Roma
Premessa. La ridotta tolleranza allo sforzo è una delle caratteristiche
principali dei pazienti (pz) affetti da scompenso cardiaco cronico (SC). In
questi pz sia il test dei sei minuti o “six-minute walking test” (6MWT) che
il test cardiopolmonare (CPX) sono in grado di delineare con precisione
l’entità della compromissione funzionale. Tuttavia il 6MWT è di più
semplice applicazione, non richiede attrezzatura dedicata come il CPX ed
appare pertanto utilizzabile in tutti i centri che si occupano di SC. La
maggior parte degli studi tuttavia ha utilizzato, ai fini prognostici, i
parametri identificati dal CPX. Finora non è stato effettuato uno studio di
confronto diretto tra i due test in una popolazione di pz anziani con SC.
Scopo dello studio. Il nostro obiettivo è stato quello di confrontare il
valore prognostico dei due test funzionali nella stratificazione prognostica
di pz anziani affetti da SC.
Metodi. Abbiamo valutato prospetticamente170 pz anziani con SC, in fase
ambulatoriale e in condizioni di stabilità clinica e terapia ottimizzata
attraverso uno studio completo clinico, di laboratorio e strumentale che
comprendeva anche il 6MWT e il CPX. L’endpoint combinato era la morte
o l’ospedalizzazione per cause cardiovascolari.
Resultati. L’età media dei pz era71±11 anni, il 28% erano donne, il 43%
era affetto da SC ad eziologia ischemica, il 18% era in III classe funzionale
NYHA, il 70% era in terapia con beta-bloccanti, il13% aveva una
disfunzione diastolica del ventricolo sinistro di grado avanzato. La media
della frazione di eiezione ecocardiografica del ventricolo sinistro (FE) era
44±13%, la media del BNP era 358±482 pg /ml. La distanza media percorsa
durante il 6MWT era 329±104 m. Al CPXil carico di lavoro medio raggiunto
era71±11 watt, la media del consumo di ossigeno al picco dell’esercizio
(PVO2) era 13.2±4 ml/kg/min, la media della pendenza della retta di
regressione che correla la ventilazione con la produzione di CO2 (VE/VCO2
slope) era 34±7. In 79 pz (46%) veniva rilevato il respiro periodico durante
esercizio. Durante un periodo di osservazione di 13 mesi, 18 pz sono
deceduti per cause cardiovascolari e globalmente 51 pz hanno raggiunto
l’endpoint combinato di decesso o ospedalizzazione per cause
cardiovascolari. La distanza percorsa durante il 6MWT correlava con il
PVO2 (r=0.47, p<0.0001). In un modello multivariato di Cox, gli unici
predittori indipendenti dell’endpoint combinato erano la distanza media
percorsa durante il 6MWT (HR 0.996, CI 95% 0.992-0.999), la FE (HR 0.962,
CI 95% 0.938-0.985) e il PVO2 (HR 0.883, CI 95% 0.790-0.987).
Conclusioni. Nei pz anziani con SC il 6MWT non rappresenta solamente
unprimo approccio, semplice e affidabile per valutare la tolleranza allo
sforzo ma detieneun valore prognostico indipendente rispetto al PVO2
rilevato durante CPX. Questa osservazione è molto importante poiché, a
differenza del CPX, il 6MWT èmolto diffuso, è sicuro, economico, non
richiede un addestramento prolungato del personale sanitario e certamente
è molto più adatto ed effettuabile in un contesto di popolazione anziana.
P60
EFFICACIA DELLA TERAPIA SOSTITUTIVA RENALE CONTINUA IN PAZIENTI
CON SCOMPENSO CARDIACO RIACUTIZZATO E NELLA PREVENZIONE E
TRATTAMENTO DELLA NEFROPATIA DA CONTRASTO: ESPERIENZA DI UNA
SUBINTENSIVA CARDIOLOGICA
Valentina Spini, Emanuele Cecchi, Salvatore Mario Romano,
Marco Chiostri, Emma Gelera, Gian Franco Gensini, Cristina Giglioli
Subintensiva Cardiologica Medico-Chirurgica, Dipartimento del Cuore e
dei Vasi, Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi, Firenze
Introduzione. Negli ultimi anni la terapia sostitutiva renale continua
(CRRT) è divenuta sempre di più largo impiego nelle unità cardiologiche
ad elevata assistenza grazie anche alla realizzazione di macchinari più
semplici e più facilmente gestibili. Tali dispositivi consentono di eseguire
dalla semplice rimozione di liquidi alla realizzazione di una vera e propria
emodialisi. Le indicazioni più frequenti alla CCRT sono rappresentate dallo
scompenso cardiaco riacutizzato (SCR) refrattario ai diuretici e dalla
prevenzione/trattamento della nefropatia da contrasto (NDC).
Scopo. Valutare l’impiego della CRRT in pazienti con SCR e nella
prevenzione/trattamento della NDC in pazienti con insufficienza renale
cronica (IRC).
Metodi. La CRRT è stata impiegata presso la nostra Subintensiva
Cardiologica in 100 pazienti (età media 72.2 anni), di cui 46 con SCR
(gruppo A) e 31 con IRC da sottoporre a procedure con mezzo di contrasto
(mdc) (gruppo B); del gruppo B, 15 sono stati sottoposti a CRRT prima e
dopo il mdc e 16 solo dopo. In 23 pazienti la CRRT è stata impiegata per
insufficienza renale acuta da altre cause. Il gruppo A è stato confrontato
con un gruppo di 42 pazienti con SCR paragonabili per sesso, età e segni
e sintomi di scompenso cardiaco trattati con diuretici endovenosi.
Risultati. Il gruppo A mostrava dopo CRRT una riduzione significativa di
segni e sintomi di scompenso, nonché dei rilievi radiografici di congestione
polmonare e versamento pleurico rispetto al gruppo di pazienti con SCR
trattati solo con diuretici. Nel gruppo B i pazienti trattati con CRRT prima e
dopo mdc (CRRT pre-post) presentavano valori di creatininemia più elevati
rispetto al gruppo di pazienti trattati solo dopo (CRRT post) (3.7±1.6 vs
2.7±1.7 mg/dl, rispettivamente; p=ns). Alla dimissione i valori di
creatininemia risultavano 2.5±0.8 nel gruppo CRRT pre-post vs 2.5±1.2 mg/dl
nel gruppo CRRT post, con riduzione significativa solo nel gruppo CRRT prepost. Durante il follow-up dei pazienti del gruppo B (durata mediana 14.7
mesi) la progressione dell’IRC è stata osservata in 3/15 pazienti (20%) nel
gruppo CRRT pre-post e in 8/16 pazienti (50%) nel gruppo CRRT post. È
stata inoltre osservata una maggiore mortalità nel gruppo CRRT post sia
per tutte le cause (11 decessi vs 3 decessi nel gruppo CRRT pre-post) che per
cause cardiache (4 decessi vs nessuno nel gruppo CRRT pre-post).
Conclusioni. Questo studio dimostra la possibilità di eseguire la CRRT
presso un reparto di Subintensiva Cardiologica e l’efficacia di questa
metodica nei pazienti con SCR e nella prevenzione/trattamento della NDC.
Nei pazienti con SCR la CRRT è in grado di determinare una significativa
maggior riduzione dei segni e sintomi di scompenso e risoluzione del
quadro radiografico di congestione polmonare e versamento pleurico
rispetto alla sola terapia diuretica endovenosa. Nei pazienti con IRC
sottoposti a procedure che richiedono l’impiego di mdc, la CRRT prima e
dopo l’impiego di mdc è risultata associata con una minor progressione
dell’insufficienza renale e mortalità cardiaca e per tutte le cause rispetto
ai pazienti trattati con CRRT solo dopo mdc.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
45S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
Scompenso cardiaco:
meccanismi neuroumorali e cardio-oncologia
P61
VALUTAZIONE BNP E TROPONINA IN PAZIENTI TALASSEMICI
P. Giuliano1, L. Cuccia2, Z. Borsellino2, B. Palma3, M. Capra2, A. Stabile1
1
U.O. di Cardiologia, 2U.O.C. di Ematologia con Talassemia, 3Laboratorio
Analisi, AORNAS Civico, Palermo
I peptidi natriuretici atriali sono rilasciati principalmente in risposta
all’incremento dei volumi cardiaci e all’aumento delle pressioni
intraventricolari. Recenti studi prospettano possibili meccanismi “locali”,
indipendenti dal sovraccarico di volume e pressione, capaci di provocare
un incremento sensibile dei valori di BNP, ma al di sotto dei valori soglia
per la diagnosi di scompenso cardiaco (>100 pg/ml). Sono stati pubblicati
numerosi studi sulla cardiopatia ischemica e nel diabete che concludono
suggerendo che per questa popolazione l’aumento del BNP è “un indice
prognostico sfavorevole”. Le recenti linee guida sulla talassemia
classifichino l’uso del BNP in classe IIb, livello di evidenza C. Alcuni autori
hanno recentemente pubblicato un articolo sul valore predittivo del BNP
nel rivelare una disfunzione diastolica latente.
Nel nostro studio abbiamo dosato i valori di BNP e della troponina
(nell’ipotesi di danno miocardico) in 50 pazienti talassemici confrontando
i risultati con i valori di frazione d’eiezione e funzione diastolica (E/Em)
valutati con ecocardiografia in tutti i pazienti e con RNM T2 Star in 35
pazienti. Abbiamo ritenuto il valore di BNP <20 normale per la classe di età
presa in considerazione (nei soggetti normali di pari età i valori sono al di
sotto di 10).
Risultati. Tutti i pazienti avevano i valori della troponina normali: 10
pazienti con BNP ≤20, FE >60%; 34 pazienti con BNP ≥20 e ≤80, tutti con
FE >60%; 6 pazienti con BNP >80, questi con FE <60% e cardiopatia nota
o con aritmie atriali (flutter o fibrillazione atriale).
Conclusioni. I livelli del BNP sono risultati fuori norma in un alta
percentuale di pazienti (80%). Valori francamente patologici sono stati
rilevati in pazienti con cardiopatia clinicamente nota. Un’ampia
percentuale di pazienti (34/50, 68%) avevano valori fuori norma, oltre 20
meno di 80 pg/ml di BNP ma mantenevano una FE normale (>60%) e
mostravano indici di funzione diastolica normale (E/Em <10). I meccanismi
che spiegano questo rilievo possono essere molteplici: i valori di
emoglobina della popolazione esaminata sono certamente inferiori a
quelli di una popolazione normale, ma è possibile ipotizzare che il BNP
possa essere un indice aspecifico di rischio in una popolazione che è
destinata a sviluppare nel tempo cardiopatie.
P62
RESISTIN IN ISCHEMIC HEART DISEASE AND HEART FAILURE: THE ROLE OF
KIDNEY FUNCTION
Samuele Baldasseroni1, Claudia Di Serio2, Francesco Orso1,
Salvatore Scarantino1, Nadia Bartoli1, Andrea Josafat Marella1,
P62
Alice Foschini1, Alessandra Pratesi1, Niccolò Marchionni2,
RESISTIN IN ISCHEMIC
HEART
DISEASE
AND HEART FAILURE: THE ROLE OF KIDNEY
2
Francesca
Tarantini
1
Department of Heart and Vessels, Azienda Ospedaliera Careggi,
Florence, 2Department of Critical Care Medicine and Surgery,
University of Florence, Florence
Objectives. Aim of this study was to evaluate resistin levels in patients with
coronary artery disease (CAD) with or without chronic heart failure (HF),
Objectives.
in order to define its independent predictors.
Methods. 107 outpatients with CAD were enrolled in the study and
Methods.
divided into three groups: CAD without left ventricular systolic
dysfunction (Group 1); CAD with left ventricular dysfunction without heart
failure symptoms (Group 2); CAD with overt heart failure (Group 3).
Plasma resistin was determined by ELISA.
Results. Resistin progressively increased from Group 1 (10.7±5.0 ng/ml) to
Results.
Group 2 (11.8±5.8 ng/ml) and 3 (17.0±6.8 ng/ml), with the difference
reaching statistical significance in Group 3 versus 1 and 2 (p=0.001). A
multivariable model of analysis demonstrated that the best predictor of
plasma resistin level was the estimated glomerular filtration rate
(p<0.001), indicating that reduction of kidney function was the main cause
of the adipokine increase observed in patients with CAD and overt HF.
Conclusions.
Conclusions. Our data confirm the rise of resistin plasma levels previously
described in patients affected by chronic HF; however, in our study, this
relationship seemed to be mediated mainly by the level of kidney
function, rather than the severity of ventricular dysfunction, per se.
46S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
P63
IL PARATORMONE PLASMATICO È UN INDICATORE DI CONGESTIONE
NELLO SCOMPENSO CARDIACO
Giovanna Rodio1, Francesco Massari1, Fasianos Efstratios2,
Angela Potenza1, Mariella Sanasi1, Vincenzo Nuzzolese1
1
Cardiologia-UTIC, 2Nefrologia, Altamura (BA)
Background. Lo scompenso cardiaco (SC) è caratterizzato dall’attivazione
del sistema renina-angiotensina-aldosterone con conseguente
sovraccarico di fluidi, riduzione del calcio plasmatico e iperparatiroidismo
secondario. Secondo tale meccanismo, è verosimile che la congestione
nello SC sia associata ad un aumento del paratormone plasmatico.
Scopo dello studio. È stato quello di valutare la concentrazione plasmatica
del paratormone (PTH) come possibile biomarker di congestione nella SC.
Materiale e metodo. Abbiamo valutato in 265 pazienti ricoverati per SC
con età 75±11 anni, 142 maschi, 120 con scompenso cardiaco acuto, classe
HYHA 2.8±0.8, FEVS 42±12%, creatininemia 1.2±0.6 mg/dl, BNP 1026±1269
pg/ml, (dati espressi come medie±SD). In tutti i pazienti, abbiamo
determinato la concentrazione plasmatica del PTH e l’esistenza di
congestione mediante la valutazione di segni clinici (edemi declivi o
ortopnea), del BNP (>500 pg/ml; Architect-Abbott) e l’analisi corporea
bioimpedenziometrica (Cardio-EFG, Akern, Firenze; BIAVECTOR per cutoff inferiore al 50° percentile del polo inferiore dell’ellissoide di
confidenza).
Risultati. Gli edemi erano presenti in 75 pz (28%), l’ortopnea in 73 (27%),
142 (53%) presentavano un BNP elevato e 96 (36%) risultavano congesti
al BIAVECTOR. 171 pazienti (65%) presentavano almeno un parametro
positivo per congestione. Il PTH era di 194±164 pg/ml nella popolazione
totale ed è risultato significativamente elevato nel gruppo di pazienti con
congestione clinica, ormonale e bioimpedenziometrica. Una
concentrazione di PTH maggiore di 91 pg/ml ha presentato una sensibilità
dell’83%, specificità del 57%, valore predittivo positivo del 75% e
negativo del 65% (ROC AUC=0.75, 95% CI 0.7-0.8; p=0.0001) nel
diagnosticare pazienti con almeno un segno o indice di congestione. La
performance del PTH è risultata superiore alla clearance della cretinina
(0.75 vs 0.63; p=0.0001).
Conclusioni. Questo studio conferma l’ipotesi che l’aumentata produzione
di paratormone si associa ad un sovraccarico di fluidi e il suo dosaggio può
rappresentare un ulteriore strumento di valutazione della congestione
nello scompenso cardiaco.
P64
COMPARATIVE EVALUATION OF B-TYPE NATRIURETIC PEPTIDE AND MIDREGIONAL PRO-A-TYPE NATRIURETIC PEPTIDE CHANGES FROM
ADMISSION TO DISCHARGE IN PROGNOSIS OF HOSPITALIZED PATIENTS
FOR ACUTE HEART FAILURE
Alessandra Buiatti1, Marco Merlo1, Elisabetta Stenner2, Giulia Barbati3,
Marco Anzini1, Gaetano Morea1, Walter Zalukar4, Bruno Biasioli2,
Gianfranco Sinagra1
1
Cardiovascular Department, A.O.U. Ospedali Riuniti, Trieste,
2
Laboratory Medicine Department, A.O.U. Ospedali Riuniti, Trieste,
FUNCTION
3
Department of Environmental Medicine and Public Health, University
of Padua, Padua, 4Emergency Department, A.O.U. Ospedali Riuniti,
Trieste
Background. BNP changes (cBNP) during hospitalization are used for
therapeutic monitoring and prognosis in patients (pts) admitted for acute
heart failure (HF). Neverthless the wide intraindividual biological
variability (CVi) of BNP, the analytical imprecision and the influence of
other co-morbidity (i.e. renal failure) led to discordant results concerning
the real clinical usefulness of cBNP. Mid-regional pro-A-type natriuretic
peptide (MRproANP) was demonstrated to be non-inferior with respect to
BNP for HF diagnosis and prognosis and could show a lower CVi.
Consequently, we evaluated the hypothesis that MRproANP changes
(cMRproANP) could be a more useful prognostic marker compared to
cBNP.
Methods. In this retrospective study we enrolled 44 consecutive pts
hospitalized for acute HF (mean age 68±11 years, 75% males, LVEF:
36±15%, NYHA III-IV: 98%), and followed for a median follow up of 5
(range: 2-14) months. BNP (Access2-Beckman Coulter) and MRproANP
(Kryptor-Dasit) paired data (admission-pre discharge) were obtained in all
pts. ROC analysis was applied to evaluate prognostic accuracy of both
markers.
Results. HF aetiology was: ischemic heart disease (48%), primary
cardiomyopathies (27%), ventricular dysfunction secondary to
hypertension (16%), valve heart disease (29%). 26 (59%) pts had renal
failure (MDRD <60 ml/min). In our study population 17 (39%) pts
experienced cardiovascular death/heart transplantation/readmission for
HF (D/HTx/HFAd), among them median cBNP and cMRproANP were -34
(-53;-10) and 1 (-13; 11) μg/L, respectively. Among event free pts (61%)
median cBNP and cMRproANP were -55 (-71;-33) and -21 (-40;-4) μg/L,
respectively. ROC curve analysis showed that the areas under curve were
similar for cBNP (0.71; 95%CI 0.55-0.87) and cMRproANP (0.75; 95%CI 0.600.90).
Conclusions. cMRproANP seems to be more stable if compared to cBNP,
as suggested by the lower CV interquartile dispersion of MRproANP.
Furthermore, in contrast with cBNP, cMRproANP seems to increase in
patients with adverse outcome while shows a marked fall in event free
patients. Thus, although the prognostic accuracy is similar, cMRproANP is
probably easier to use in the clinical practice compared to cBNP.
POSTER
P65
ACUTE GLUCOSE DYSMETABOLISM IN ACUTE HEART FAILURE
SYNDROMES WITHOUT PREVIOUSLY KNOWN DIABETES
Claudio Picariello, Paola Attanà, Chiara Lazzeri, Serafina Valente,
Marco Chiostri, Gian Franco Gensini
Intensive Cardiac Coronary Unit, Heart and Vessel Department, Azienda
Ospedaliero-Universitaria Careggi, Florence
Background. No data is so far available on the relation between glucose
values and insulin resistance and mortality, both at short and long term,
in patients with acute heart failure syndromes (AHF).
Methods. We prospectively assessed in 100 consecutive non-diabetic AHF
patients whether acute glucose metabolism, as indicated by fasting
glycemia and insulin resistance (HOMA index) was able to affect short and
long-term mortality.
Results. In the overall population, 51 patients showed admission glucose
values >140 mg/dl. No significant difference was observed in admission
and peak glycemia, insulin and C-peptide values and in HOMA-index
between dead and survived patients. At multivariate logistic backward
stepwise analysis the following variables were independent predictors for
in-ICCU mortality (when adjusted for LVEF): fibrinogen (1 mg/dl increase)
[OR (95% CI) 0.991 (0.984 to 0.997); p=0.004]; NT-proBNP (100 UI increase)
[OR (95% CI) 1.005 (1.002 to 1.009); p=0.004]; leukocytes count (1000/μl
increase) [OR (95% CI) 1.252 (1.070 to 1.464); p=0.005]. Estimated
glomerular filtrate rate (eGFR) was independently correlated with longterm mortality (HR 0.96 (95% CI) 0.94 to 0.98, p<0.001].
Conclusions. In consecutive patients with acute heart failure without
previously known diabetes, we documented, for the first time, that acute
glucose dysmetabolism (as indicated by fasting glucose and insulin values
and insulin resistance) is not able to affect mortality at short and long
terms. Inflammatory activation (as indicated by leukocytes count and
fibrinogen) and NT-pro BNP were independent predictors for early death
while eGFR was able to affect long term mortality.
evidenzia una forte correlazione tra acido urico e parametri
ecocardiografici di disfunzione diastolica, pertanto scopo del nostro lavoro
è quello di valutare se l’inibizione della xantina ossidasi con allopurinolo,
alla luce di queste osservazioni, possa produrre un miglioramento delle
proprietà diastoliche del miocardio.
Metodi. Sono stati arruolati 53 pazienti con scompenso cardiaco
secondario a cardiomiopatia dilatativa in condizioni cliniche stabili (età
media 66.1±10.3; frazione di eiezione 34±8%) e randomizzati in doppio
cieco ad allopurinolo 300 mg/die (A, n=26), o placebo (P, n=27) per 3 mesi.
I pazienti sono stati sottoposti ad un esame ecocardiografico completo,
esame obiettivo e prelievo per ematochimici e per la determinazione dei
livelli sierici di NT-proBNP all’inizio ed al termine del periodo di
trattamento.
Risultati. All’inizio dello studio le caratteristiche cliniche ed
ecocardiografiche non differivano nei 2 gruppi di pazienti. Al termine del
trimestre di trattamento è stata riscontrata una riduzione significativa
della velocità dell’onda E mitralica nel gruppo A (0.70±0.23 vs 0.58±0.23,
p=0.01) ma non nel gruppo P (0.62±0.34 vs 0.62±0.35, p=0.98); il rapporto
E/E’ è migliorato nel gruppo A (15.9±12.7 vs 10.6±6.6, p=0.03), mentre è
rimasto stabile nel gruppo P (9.7±5.2 vs 9.9±5.8, p=0.63). I livelli sierici di
NT-proBNP si sono ridotti nel gruppo A (1864±2935 vs 1376±2152, p=0.01),
mentre non si sono modificati nel gruppo P (1157±1368 vs 1111±1350,
p=0.72). Si è inoltre evidenziata una correlazione statisticamente
significativa tra variazioni di E/E’ e concentrazioni di NT-proBNP (p=0.002,
r=0.54) ed una relazione borderline tra variazioni di uricemia e variazioni
di NT-proBNP (p=0.053, r=0.30).
Conclusioni. In pazienti con scompenso cardiaco secondario a
cardiomiopatia dilatativa il trattamento con allopurinolo apporta un
beneficio significativo sulla funzione diastolica ventricolare ed il suo
utilizzo correla con una riduzione statisticamente significativa del NTproBNP.
P68
P66
L’IPERPARATIROIDISMO SECONDARIO NELLO SCOMPENSO CARDIACO DI
GRADO MEDIO-SEVERO DA DISFUNZIONE SISTOLICA
Giovanna Rodio, Francesco Massari, Angela Potenza,
Raffaella Landriscina, Nicola Laterza, Cosimo Cardano,
Vincenzo Nuzzolese
Cardiologia-UTIC, Ospedale Umberto I, Altamura (BA)
Introduzione. Nell’insufficienza cardiaca cronica la perdita di calcio legata
all’iperaldosteronismo ed all’utilizzo di diuretici può determinare un
iperparatiroidismo compensatorio ritenuto responsabile dell’elevata
morbilità per fratture spontanee.
Scopo. Ci è sembrato pertanto interessante studiare il comportamento del
paratormone nello scompenso cardiaco e di correlarlo con quello del BNP,
indice riconosciuto di gravità dello stesso, ancorché indirizzato alla
correzione delle conseguenze del disordine neuroormonale che ne
caratterizza la patogenesi. Abbiamo valutato in un gruppo di pazienti con
scompenso cardiaco cronico di grado medio severo da disfunzione sistolica
i valori sierici del paratormone sia al momento del ricovero che alla
dimissione e li abbiamo confrontati con i valori del BNP.
Metodo. Abbiamo arruolato 80 casi di scompenso cardiaco in III-IV classe
NYHA, datante da almeno 4 settimane, con cardiopatie di diversa
eziologia, FE <50% (valore medio 35%), funzionalità renale integra o poco
compromessa, 41 di sesso maschile, 39 di sesso femminile, età media 64.6
anni; la degenza media è stata di 9 giorni; sono stati presi in
considerazione i valori del paratormone sierico e del BNP all’ingresso ed
al momento della dimissione o trasferimento in reparto di riabilitazione.
Risultati. I valori del paratormone hanno superato in tutti i casi il valore
di 65 pg/ml; il valore medio all’ingresso è risultato di 238.4 pg/ml ed alla
dimissione di 188.26 pg/ml, con un decremento del 21.04%. Il valore
medio del BNP all’ingresso è risultato di 1301.9 pg/ml ed alla dimissione di
869.4 pg/ml, con un decremento del 33.23%.
Conclusioni. I livelli sierici del paratormone sono risultati particolarmente
elevati in tutti i casi di scompenso cardiaco cronico di grado medio o severo
da disfunzione sistolica. Tali valori si sono ridotti con il miglioramento del
quadro clinico, con un decremento percentuale inferiore però a quello
del BNP. La risposta a questo diverso comportamento tra BNP e
paratormone va probabilmente ricercato nella consistente perdita di calcio
nelle urine come conseguenza delle elevate dosi di furosemide che ha
rallentato la discesa dei livelli di paratormone. Studi successivi potranno
dimostrare se, come per il BNP, valori elevati di paratormone implicano
un aumento delle recidive e della mortalità per scompenso.
P67
L’ALLOPURINOLO RIDUCE IL LIVELLI PLASMATICI DI NT-proBNP E
MIGLIORA LA FUNZIONE DIASTOLICA VENTRICOLARE SINISTRA IN
PAZIENTI CON SCOMPENSO CARDIACO CRONICO
Corinna Bergamini, Mariantonietta Cicoira, Andrea Rossi,
Daiana Cassater, Luisa Zanolla, Corrado Vassanelli
Divisione Clinicizzata di Cardiologia, Dipartimento di Medicina,
Università degli Studi, Verona
Introduzione. In pazienti con scompenso cardiaco cronico le
concentrazioni sieriche di acido urico sono frequentemente elevate e
l’iperuricemia riflette un’alterazione del metabolismo ossidativo ed
iperattivazione dell’enzima xantina ossidasi. Uno studio clinico recente
PREDITTIVITÀ A LUNGO TERMINE DELLE VARIAZIONI DI BRAIN
NATRIURETIC PEPTIDE PLASMATICO (NT-proBNP) DOPO TERAPIA DI
UNLOADING CON NITROPRUSSIATO SODICO IN PAZIENTI CON
SCOMPENSO CARDIACO CRONICO AVANZATO
Pierluigi Sbarra, Chiara Calcagnile, Luca Checco, Costanza Grasso,
Marina Iacovino, Matteo Marchetti, Antonella Fava, Tullio Usmiani,
Sebastiano Marra
Cardiologia 2, Ospedale Molinette, Torino
Scopo dello studio. Nell’ambito dei pazienti (pz) affetti da scompenso
cardiaco cronico (SCC) avanzato è necessaria la ricerca di nuovi fattori
predittivi che possano contribuire ad una stratificazione prognostica per
poter identificare i soggetti con peggiore prognosi e a maggior rischio a
breve e a lungo termine. Nella nostra casistica abbiamo analizzato il valore
prognostico, a lungo termine, delle variazioni del NT-proBNP dopo
l’esecuzione di un ciclo di unloading con nitroprussiato sodico (NaNTP) in
pazienti affetti da scompenso cardiaco cronico avanzato con stima
indiretta di elevate pressioni di riempimento ventricolare sinistro.
Metodo. Sono stati arruolati 75 pz consecutivi (55 uomini, con età media
di 64±3.17 anni) affetti da SCC avanzato a genesi ischemica in 52 pz (69%)
e a genesi dilatativa primitiva in 13 pz (17%); 55 in classe NYHA III, 20 in
NYHA IV. I pz sono stati sottoposti a terapia di unloading con NaNTP
(verifica modificabilità pattern emodinamico), in assenza di altra terapia
e.v. associata, per 6 cicli notturni (di 12 ore) alla massima dose tollerata
(dose di partenza di 0.25 gamma/kg/min). In tutti i pz si è misurato il
dosaggio plasmatico del NT-proBNP, pre e post ciclo di unloading. I pz
sono poi stati rivalutati ambulatorialmente ad una distanza media dal
ricovero di 1095.4±37.8 giorni. In base alle variazioni del NT-proBNP, la
popolazione è stata suddivisa in 2 gruppi (Gr): Gr “responder” (A) con
decremento del livello plasmatico di pro-BNP ≥20% e Gr “no responder”
(B) con decremento di NT-proBNP <20%. L’endpoint primario
corrispondeva agli eventi cumulativi (valutati a 3 anni): morte, recidiva di
scompenso cardiaco acuto e riospedalizzazione per scompenso.
Risultati. Dati ecocardiografici al momento del ricovero: frazione di
eiezione 28.2±6.5%; E/Ea 17.5±2.8%. I livelli plasmatici medi di NT-proBNP
(pre e post-ciclo) erano pari a: 9828.34±8462.26 pg/ml e 7085.27±5856.31
pg/ml. Analisi degli eventi (morte, recidiva di scompenso acuto e
reospedalizzazione per scompenso) per gruppi (gruppo A “responder” e
gruppo B “no responder”): gruppo A di 42 pz con 13 eventi (30%); gruppo
B di 33 pz con 17 eventi (52%); la differenza tra i due gruppi era
statisticamente significativa (p=0.0005).
Conclusioni. Nell’ambito dei paziente affetti da scompenso cardiaco
cronico avanzato con stima indiretta di elevate pressioni di riempimento
ventricolare sinistro, sottoposti a ciclo di unloading con NaNTP, il
decremento del 20% dei valori di NT-proBNP (rispetto al basale) identifica
un gruppo di paziente con prognosi migliore a lungo termine (circa 3
anni).
P69
STATO DI IDRATAZIONE MISURATO CON IMPEDENZA IN PAZIENTI CON
INSUFFICIENZA CARDIACA. CORRELAZIONI CON ALTRI PARAMETRI
Stefano Baracchi, Silvia Ottochian, Pierluigi Tenderini
Divisione di Cardiologia, Ospedale Civile SS. Giovanni e Paolo, Venezia
Metodo. Abbiamo misurato, con un apparecchio portatile Cardio-EFG, il
contenuto idrico corporeo con l’impedenza (le due grandezze sono
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
47S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
P69
STATO DI IDRATAZIONE MISURATO CON IMPEDENZA IN PAZIENTI CON INSUFFICIENZA CARDIACA.
P69
CORRELAZIONI
CON ALTRI
PARAMETRI
STATO
DI IDRATAZIONE
MISURATO
CON IMPEDENZA IN PAZIENTI CON INSUFFICIENZA CARDIACA.
CORRELAZIONIcorrelate)
CON ALTRIinPARAMETRI
in myocardial strain at both 7 and 14 days: 48±2% and 24±4%,
inversamente
65 pazienti seguiti dal nostro ambulatorio per
respectively, vs 61±0.3%, both p<0.02 vs sham. This early LV dysfunction
lo scompenso cardiaco. L’informazione è utile per seguire l’andamento
Metodo.
detected with ST was paralleled by an increase in collagen content:
clinico
e per stabilire l’efficacia della terapia diuretica e la necessità di
Metodo.
5±0.4% at 14 days vs 3±0.3% (sham; p=0.005).
modificarne i dosaggi.
Conclusions. Myocardial strain identifies LV systolic dysfunction earlier
I valori di riferimento sono: contenuto idrico normale 73.3% (da 72.7 a
P69
than conventional echocardiography, and parallels histological changes
74.3); disidratazione lieve da 72.6 a 71%, moderata da 70.9 a 69%, grave
STATO DI IDRATAZIONE MISURATO CON IMPEDENZA IN PAZIENTI CON INSUFFICIENZA CARDIACA.
earlier than FS. Still, the clear mechanisms of anti ErbB2-induced
sotto
69%; iperidratazione lieve da 74.4 a 81%, moderata da 81.1 a 87%,
CORRELAZIONI CON ALTRI PARAMETRI
cardiotoxicity are to be elucidated. We plan to study such mechanisms,
grave oltre 87%.
and to apply ST technique in clinical practice, in order to evaluate the
Caratteristiche della popolazione. 65 pazienti ambulatoriali, età media
Metodo.
impact of early identification of L-related cardiotoxicity in the treatment
74.1
anni, il 77%
maschi,
il 46% affetto da cardiomiopatia dilatativa
Caratteristiche
della
popolazione.
Caratteristiche
della
popolazione.
of women affected by breast cancer.
idiopatica, il 34% ischemica, il 20% da altre cardiopatie (ipertensiva,
valvolare).
Tabella
Tabella1.1.
Tabella
1. Medie dei valori rilevati nella popolazione studiata.
Parametro
Valore
medio
P71
% di
FC
PAS
SaO2
NYHA
FE
IM
BNP
Creat
VFG
Peso
75.5%
68.2
132
97.2%
2.17
39.9
1.7+
611
1.42
58.5
81.9
Caratteristiche
della popolazione.
acqua
FC,
frequenza
cardiaca; PAS, pressione arteriosa sistolica; - SaO2, saturazione arteriosa
Tabella
1.
di ossigeno; FE, frazione di eiezione; IM, insufficienza mitralica in +/4; Creat, creatinina;
VFG, volume del filtrato glomerulare in ml/min con la formula di Cockroft.
Tabella 2.
Tabella 2.
Tabella
2. Terapia farmacologica assunta.
Pz che assumono
dose media/die
Tabella 2.
Betabloccante
94%
3.9 mg
ACE-inibitore
80%
6.35 mg
Diuretico
89%
77.5 mg
Antialdosteronico
54%
30.9 mg
Per i betabloccanti la dose è riferita al bisoprololo, per gli ACE-inibitori al ramipril, per
ilStudio.
diuretico alla furosemide.
Studio.
Studio.
Ci attendevamo una correlazione diretta tra il contenuto idrico e
Tabella 3.
la classe NYHA, il BNP, la dose di diuretico e inversa con la saturazione di
Studio.
OTabella
3. con la VFG.
2 e forse
0.04
0.03
Tabella 3. 3. Risultati di correlazione tra contenuto idrico ed altri parametri.
Tabella
Pearson r=
Pearson p=
Spearman r=
Spearman p=
Età
0.06
>0.5
Peso
0.09
0.50
0.20
0.11
FC
0.16
0.20
0.01
0.96
0.05
PAS
0.13
0.40
0.24
0 .05
NYHA
0.07
>0.50
0.05
SaO2
-0.27
0 .04
-0.18
0.15
FE 0.04
BNP*
0.01
0.39
>0.5
0 .03
0.36
0.04
BB
-0.20
0.10
-0.16
0.21
ACEi
0.03
0.02
>0.5
Diur
0.20
0.10
0.17
0.17
AntiA
-0.11
0.45
-0.06
0.61
Le
abbreviazioni sono le stesse usate nella tabella 1.
Conclusioni.
La correlazione è calcolata con il coefficiente di Pearson e con quello di Spearman.
*Il campione della correlazione con il BNP è di 32 soggetti anziché 65 come negli altri
casi.
Conclusioni.
Conclusioni.
Conclusioni. L’elevato contenuto idrico significa instabilità clinica e
suggerisce di adeguare la terapia, in particolare di aumentare la dose
del diuretico. Il BNP ha un significato diverso e tuttavia è anch’esso un
parametro che aumenta insieme con la ritenzione idrica. È quindi atteso
che vi sia una correlazione diretta, significativa seppure non stretta, tra
contenuto idrico e BNP. Ai limiti della significatività sono le correlazioni
del contenuto idrico con la pressione arteriosa e, inversamente, con la
saturazione di O2, quest’ultima più attesa della prima. Non significative,
tuttavia da definire su una popolazione più numerosa, sono la
correlazione diretta con il peso, con la dose di diuretico e soprattutto
quella inversa con la dose di betabloccante. Quest’ultima è inattesa e
interessante dal punto di vista fisiopatologico, se dovesse essere
confermata su campioni più numerosi. Sono invece lontane dalla
significatività le correlazioni con gli altri parametri.
EARLY IDENTIFICATION OF LEFT VENTRICULAR DYSFUNCTION WITH
SPECKLE TRACKING ECHOCARDIOGRAPHY IN ANTINEOPLASTIC THERAPYINDUCED CARDIOTOXICITY
Carmela Coppola1, Carlo Gabriele Tocchetti1, Gianluca Ragone1,
Antonio Barbieri1, Domenica Rea1, Giuseppe Palma1, Marianna Gala1,
Antonio Luciano1, Elisa Di Pietro2, Antonio Rapacciuolo2, Claudio Arra1,
Claudia De Lorenzo2, Rosario Vincenzo Iaffaioli1, Nicola Maurea1
1
Istituto Nazionale Tumori, Fondazione Pascale, Napoli, 2Università degli
Studi “Federico II”, Napoli
Background. New anti-ErbB2 therapies have improved the prognosis of
patients with breast cancer, but are associated with an increased risk of
left ventricular (LV) dysfunction. Trastuzumab (T) can increase by 3-18%
the frequency of asymptomatic decrease in LV ejection fraction (LVEF),
and by 2-4% the risk of heart failure (HF). Opposite to the well known
anthracyclin-induced cardiotoxicity, these conditions are reversible, in
absence of apparent ultrastructural changes. Indexes of cardiac function
such as fractional shortening (FS) and EF are not very sensitive in detecting
early myocardial damage. Aim of this study is to evaluate whether
myocardial strain by speckle tracking (ST) is able to identify early LV
dysfunction in mice treated with doxorubicin (D) and T, alone or in
combination (D+T).
Methods. We measured radial myocardial strain (%) with ST, and FS by Mmode echocardiography in sedated C57BL/6 mice (8-10 wk. old) at day 0,
and after 2 and 6 days of daily administration of D (2.17 μg/g/day), T (2.25
μg/g/day), D+T (2.17 μg/g/day+2.25 μg/g/day respectively), and in a control
group.
Results. FS was able to identify early (2 days) LV dysfunction only in group
D and D+T: 52±0.2% and 49±2%, respectively, both p<0.001 vs 60±0.4%
(sham), while in group T it decreased only at 6 days (49±1.5 vs 60±0.5%,
p=0.002). In contrast, after 2 days, myocardial strain was already reduced
not only in D and D+T, but also in T alone: 43±3%, 49±1%, and 44±7%,
respectively, all p<0.05 vs sham (66±0.6%).
Conclusions. In mice treated with D or T, myocardial strain identifies LV
systolic dysfunction earlier than conventional echocardiography. We plan
to apply this technique to clinical studies, to evaluate the impact of early
identification of T-related cardiotoxicity in the treatment of women
affected by breast cancer, and to better elucidate the mechanisms of T
myocardial effects.
Fibrillazione atriale
P72
VARIAZIONI CIRCADIANE, SETTIMANALI E STAGIONALI NELL’INSORGENZA
DI FIBRILLAZIONE ACUTA SINTOMATICA: STUDIO SU 56 PAZIENTI
Saverio Lavanga, Daniele Nassiacos
P70
U.O. di Cardiologia, Ospedale
di Saronno,
A.O. di Busto Arsizio (VA)
Fibrillazione
atriale
SPECKLE TRACKING ECHOCARDIOGRAPHY IDENTIFIES CARDIAC
Per valutare se vi fossero variazioni circadiane e/o settimanali e/o
DYSFUNCTION INDUCED BY THE ANTICANCER ErbB2-BLOCKER LAPATINIB
P72
stagionali nella insorgenza di fibrillazione atriale (FA) acuta (<48 ore di
Carlo Gabriele Tocchetti1, Carmela Coppola1, Gianluca Ragone1,
1
VARIAZIONI
CIRCADIANE,
SETTIMANALI
E pazienti
STAGIONALI
NELL’INSORGENZA
FIBRILLAZIONE
durata),
abbiamo
studiato 56
consecutivi
con tale DI
aritmia,
Maria Gaia Monti2, Antonio Barbieri1, Domenica Rea1, Giuseppe Palma
,
SINTOMATICA:
SU 56 randomizzato
PAZIENTI
arruolati inSTUDIO
uno studio
in corso, approvato dal nostro
Marianna Gala1, Antonio Luciano1, Antonio Cittadini2, Claudio Arra1ACUTA
,
comitato etico e iniziato il 20/2/2007.
Claudia De Lorenzo2, Rosario Vincenzo Iaffaioli1, Nicola Maurea1
1
Metodo. Dal database dello studio dal titolo “Boli e.v. ripetuti di flecainide
Istituto Nazionale Tumori, Fondazione Pascale, Napoli, 2Università degli
per l’interruzione della fibrillazione atriale acuta: studio randomizzato
Studi “Federico II”, Napoli
per regime di trattamento in singolo cieco”, abbiamo rilevato l’ora, il
Background. Anti-ErbB2 therapies have improved the prognosis of
giorno della settimana e la data dell’insorgenza dell’aritmia. Tali valori
patients with breast cancer. Still, they are associated with an increased
sono stati suddivisi in 4 fasce orarie (dalle ore 0:01 alle 6:00, dalle ore 6:01
risk of left ventricular (LV) dysfunction. Trastuzumab (Herceptin)
Metodo. alle 12:00, dalle ore 12:01 alle 18:00 e dalle ore 18:01 alle ore 0:00), in
increases the frequency of asymptomatic decrease in LV ejection fraction
sette giorni (da Lunedì a Domenica) e in 4 stagioni (Inverno dal 22
(LVEF) by 3-18%, and the risk of heart failure (HF) by 2-4%. The newer
Dicembre al 20 Marzo, Primavera dal 21 Marzo al 20 Giugno, Estate dal 21
agent Lapatinib (L) is associated with a lower risk of LV dysfunction.
Giugno al 21 Settembre e Autunno dal 22 Settembre al 21 Dicembre).
Traditional indexes of cardiac function in vivo (fractional shortening and
Risultati. Il numero di eventi in base all’ora è risultato come segue: 0:01ejection fraction) may underestimate subtle changes that occur with L.
6:00 23 eventi, 6:01-12:00 15 eventi, 12:01-18:00 11 eventi e 18:00Here, we test whether early sensitive indices of LV dysfunction can reveal
L-induced cardiotoxicity.
Risultati. 0:00 7 eventi.
Il
numero di eventi in base al giorno della settimana è risultato come
Methods. In vivo cardiac function was measured with LV fractional
segue:
shortening (FS) by M-mode echocardiography, and with radial myocardial
strain (%) with speckle tracking (ST) in sedated C57BL/6 mice (8-10 wk old)
Lunedì
Martedì
Mercoledì Giovedì
Venerdì
Sabato
Domenica Totale
after 7 and 14 days of daily administration of 25 or 100 mg of L, and in
2007
0
3
2
2
2
4
4
17
control mice. After the echo studies, the hearts were excised and
2008
2
4
3
4
2
4
2
21
interstitial fibrosis was evaluated with picrosirius red staining.
2009
3
1
2
0
1
4
1
12
Results. After 7 and 14 days of treatment, L 25 mg did not affect FS nor
2010
1
0
2
2
0
0
1
6
strain, while with 100 mg of L, FS decrease was almost significant at 7
Totale
6
8
9
8
5
12
8
56
and 14 days (53±5% and 52±5% vs 60±1%; p=0.08 and 0.07 vs sham,
Media±DS
1,5±1,3
2±1,8
2,3±0,5
2±1,6
1,3±1
3±2
2±1,4
respectively). Most of all, with 100 mg of L there was a clear reduction
48S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
sioni.
POSTER
P75
Il numero di eventi in base alle stagioni è risultato come segue:
P75
Anno 2007
Anno 2008
Anno 2009
Anno 2010
Totale
Media ±DS
Inverno
1
4
2
2
9
2,3±1,3
Primavera
7
7
6
0
20
5± 3,4
Estate
2
5
0
0
7
1,8 ±2,4
PATIENTS WITH LONE ATRIAL FIBRILLATION IN OUTPATIENT CARDIOLOGICAL
Autunno
CHARACTERISTICS
CLINICS. DESCRIPTION
OF POPULATION IN
PATIENTSTotale
WITH LONE
ATRIAL FIBRILLATION
OUTPATIENT CARDIOLOGICAL
1
7
17
Antonio Di Chiara
, Andrea Di Lenarda2, Laura Massa2, Monica Bonin1,
DESCRIPTION
OF POPULATION
CHARACTERISTICS
5
21
Lucia Solinas1, Francesca Pezzetta1, Maria Antonietta Iacono3,
4
12
Grazia Fazio3, Carmine Mazzone2, Gianfranco Sinagra4, Laura Massa4
1
4
6
Cardiologia, Ospedale S. Giovanni Abate, Tolmezzo, 2Centro
20
56
Cardiovascolare, ASS 1, Trieste, 3U.F. Cardiologia, Ospedale San Michele,
5±1,4
Gemona, 4Cardiologia, Azienda Ospedaliero-Universitaria, Trieste
Il tempo medio al ripristino del ritmo sinusale è risultato 6.8±4.7 min
Background.
dall’inizio del trattamento. L’RR medio prima del trattamento era 525±106
msec. L’età media era 64.7±12 anni. La cardiopatia associata era
rispettivamente ipertensiva in 18, valvolare in 17, altre in 2 e assente in 19
pazienti. Trentacinque pazienti erano maschi e 21 erano donne. La durata
media dell’aritmia, al momento del trattamento, era 11.4±7.9 ore. La
razza erano tutti caucasici (54 italiani, un albanese e un arabo).
Conclusioni. Questi dati suggeriscono che, l’insorgenza di FA acuta presenta
una variazione circadiana con un picco nelle prime Methods.
ore della giornata
(h 0:01-6:00), un trend di variazione settimanale con picco al sabato e una
variazione stagionale con un picco in primavera e uno in autunno.
.
P73
DIFFERENT RECURRENCE PATTERN OF ATRIAL FIBRILLATION
IN PATIENTS
Results.
WITHOUT ANY STRUCTURAL CARDIOMYOPATHY
Marco Marchesini, Simona Masiero, Maria Chiara Basile,
Maria Vittoria Matassini, Michela Brambatti, Jenny Ricciotti,
Ilaria Mazzanti, Alessandro Marinelli, Sara Franchini, Federico Guerra,
Alessandro Capucci
Clinica di Cardiologia, Università Politecnica delle Marche, Ancona
Background. Lone atrial fibrillation (AF) is defined by the absence of
cardiopulmonary disease: Lone patients (L) are young and clinically similar
to hypertensive (H) of comparable age, when hypertensive cardiomyopathy
is not developed yet. Although absence of structural cardiac alteration is a
mainstay of these populations, in literature they show an important
tendency to recurrence after successful cardioversion (CV). We purpose to
define recurrence pattern and to evaluate possible differences between
the two groups.
Methods. 24 consecutive pts with paroxysmal/persistent AF and age ≤65
years, without any evidence of cardiopulmonary disease, with or without
hypertension were enrolled. At echo we excluded a hypertensive
cardiomyopathy (intraventricular septum >14 mm, E/A <1). Comprehensive
assessment was done during AF (T0), 24 hours after CV (T1), 1 month (T2),
and 6 months (T3) later. At baseline we assessed general features, AF
history, past and actual prophylactic therapies, common ECG and echo
parameters, and biochemical markers such as BNP, renin and aldosterone.
At follow-up visits we repeated ECG and echo evaluation and record
presence of symptomatic recurrence.
Results. Hypertensive and Lone pts did not differ at baseline, except for
hypertensive treatment with ACEi-ARBs (H 81,25%, L 0%, p=0.009), but
Conclusions.
according to recent trials this difference is not expected
to change AF
natural history, so we assumed that the two populations were comparable.
Lone patients showed globally more recurrences than hypertensive. In
particular most of these recurrences were early, within 1 month (L=63,15%
H=11,7% p=0.02), while the few recurrences among hypertensive pts were
late, from 1 to 6 months (L=68,40% H=29,40% p=0.022).
Conclusions. Contrary to what we expected, Lone and hypertensive pts
differed in recurrence rate after CV. In particular Lone patients presented
a high tendency to early recurrence.
P74
DIFFERENZE DELL’EPIDEMIOLOGIA E DELLA GESTIONE DELLA FIBRILLAZIONE
E DEL FLUTTER ATRIALE DI NUOVA INSORGENZA IN 10 ANNI
Roberto Cemin, Massimiliano Manfrin, Werner Rauhe
Dipartimento di Cardiologia, Ospedale Regionale San Maurizio, Bolzano
Premessa ed obiettivo dello studio. La fibrillazione atriale (FA) e il flutter
atriale (FlA) sono le aritmie di più comune riscontro nella pratica clinica
quotidiana. Scopo del nostro studio è stato verificare le differenze negli
ultimi 10 anni dell’incidenza e del trattamento di FA e FlA in pronto
soccorso (PS).
Metodi. Dal 17 gennaio al 15 febbraio del 2000 e dal 18 gennaio al 16
febbraio 2010 sono stati inclusi nello studio tutti i pazienti consecutivi che
si sono recati nel PS del nostro ospedale per FA o FlA. Oltre ad i dati
epidemiologici sono state raccolte informazioni sul trattamento, sui
ricoveri nei reparti ospedalieri, sui giorni di degenza e sulla terapia. I dati
del 2000 sono poi stati confrontati con quelli raccolti nel 2010.
Risultati. L’incidenza del FA e del FlA sono aumentate in 10 anni (50%), i
pazienti sono più anziani (73.5 vs 65.2 anni; p=0.029) e si recano più
tardivamente in PS (45.6% nel 2010 e 23.7% nel 2000 si sono recati in PS più
di 48 ore dopo l’insorgenza dell’aritmia; p=0.054). Nel 2010, così come nel
2000, solo una minoranza dei pazienti sono stati dimessi direttamente dal PS
(15.8 vs 14.4%), mentre si è registrato un aumento in percentuale dei ricoveri
per FA e FlA comparati al totale dei ricoveri in ospedale. La durata media
della degenza è scesa da 6 giorni nel 2000 a 4,5 giorni nel 2010 (p=NS).
Conclusioni. FA e FlA sono in continuo aumento come incidenza e
ricoprono una grossa percentuale dei ricoveri in ospedale effettuati dal PS.
Di conseguenza i costi sono in continuo aumento.
Background. Lone atrial fibrillation (LAF) is a growing health problem,
due to its high prevalence in elderly patients in which it accounts for a
relevant number of severe stroke. Cardioembolic stroke prevention with
oral anticoagulation (OAC) is well codified by guidelines, according to the
level of risk score (CHADS score). The characterization of patients in term
of demographics, risk factors for stroke, left ventricular function and drug
treatment are not well known in patients referred to cardiological
outpatient clinic.
Methods. ANMCO Friuli-Venezia Giulia has implemented since year 2003
an E-data chart for outpatients clinic (Cardionet-Insiel, Trieste), based on
a codified cardiological dictionary shared at regional level. Clinical data
are collected to the regional cardiological Data Warehouse for research
purposes. At present, three Cardiology Centers of Friuli-Venezia Giulia
(North-East Italy) participate to a Cardiovascular Registry.
Results. From January 1st, 2010 to December 31, 2010, AF were diagnosed
(both first diagnosis or confirmed at follow-up) in 2644 pts. Among these,
1677 were excluded due to the presence of relevant cardiac disease
(valvular heart disease, previous DVT or PE, cardiomyopathies, etc.). LAF
(paroxysmal, persistent or permanent) was the diagnosed in 967 patients
(513 m, 454 f). Mean age was 73 for males and 74 for females. Relative
frequencies of CHADS score classes and age (years) were: score-0 11% (66),
score-1 31% (72), score-2 36% (78), score-3 17% (79), score-4 4% (81),
score-5 1% (77), score-6 0% (80). Mean ejection fraction was 57% (min
20%, max 82%). The frequency CHADS score components is shown in the
table. Hypertension, age and congestive heart failure are the most
frequent up to score=3. Only in score 4 and 5, diabetes and previous stroke
increase their relative weight. The frequency of most relevant drugs is:
oral anticoagulant 49%, ASA 34%, ACE inhibitor 54%, ATII blocker 27%,
beta-blocker 56%, digoxin 66%, nondihydropyridine calcium blocker 4%.
Conclusions. In patients with LAF and low CHADS score referring to
regional cardiological outpatients clinics, hypertension is highly
represented. Forty percent of pts have either no risk factors or age ≥75
years. Clinical performance evaluation may be useful to plan specific
interventions and track changes over time for continuous quality
improvement of patient care.
P76
VENTRICULAR RATE PROFILES DURING ATRIAL FIBRILLATION IN HEART
FAILURE PATIENTS
Alessandro Proclemer1, Maurizio Lunati2, Maurizio Gasparini3,
Maurizio Landolina4, Gabriele Lonardi5, Gianluca Botto6, Luigi Padeletti7,
Massimo Santini8, Renato Ricci8, Paola Di Stefano9, Andrea Grammatico9,
Giuseppe Boriani10
1
S. Maria della Misericordia Hospital, Udine, 2Institute of Cardiology,
Ca’ Granda-Niguarda Hospital, Milano, 3IRCCS Istituto Clinico
Humanitas, Rozzano (MI), 4Fondazione Policlinico S. Matteo, Pavia,
5
Mater Salutis Hospital, Legnago (VR), 6S. Anna Hospital, Como, 7Careggi
Hospital, Firenze, 8San Filippo Neri Hospital, Roma, 9Medtronic Italia,
Roma, 10Institute of Cardiology, University of Bologna and Azienda
Ospedaliera S. Orsola-Malpighi, Bologna
Introduction. Atrial fibrillation (AF) is a frequent comorbidity in patients
with heart failure (HF). We aimed to evaluate the association between
different profiles of AF and uncontrolled ventricular rate (VR) in a
population of HF patients who need continuous biventricular pacing to
achieve cardiac resynchronization therapy (CRT).
Methods. All 1404 patients had HF, NYHA ≥II, LVEF ≤35% and QRS complex
≥120 ms and received a CRT implantable defibrillator (CRT-D). AF
occurrence and VR during AF were estimated from device data.
Results. In a median follow-up of 18 months, AF was detected in 443/1404
(32%) patients. The mean VR during AF, calculated as the average of each
patient mean VR, was 86±10 bpm; while the maximum VR during AF,
calculated as the average of each patient maximum VR, was 115±15bpm.
Patients were classified according to 5 AF profiles; 115 patients had an AF
duration comprised between 10 minutes and 6 hours, 70 patients between
6 hours and 1 day, 57 patients between 1 day and 7 days, 154 patients
between 7 days and 6 months and 47 patients suffered AF episodes longer
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
49S
CLINIC
Razionale.
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
Scopo.
than 6 months. Attached figure shows the distribution of mean VR during
AF as a function of AF type.
Conclusions. In the studied population of patients suffering from AF and
HF, the distribution of VR tends to be wider and shifted toward high rates
for paroxysmal forms of AF while persistent or permanent AF patients
have a Gaussian-like distribution of VR ranging between 50 and 100 bpm.
P77
DIFFERENZE NEL PROFILO CLINICO E NELLA GESTIONE DEI PAZIENTI CON
FIBRILLAZIONE ATRIALE AFFERENTI A REPARTI DI CARDIOLOGIA O DI
MEDICINA INTERNA: ATA-AF SURVEY
Marzia De Biasio1, Franco Cosmi2, Giuseppina Maura Francese3,
Gianna Fabbri4, Samuele Baldasseroni4, Francesco Chiarella5,
Salvatore Pirelli6
1
U.O. di Cardiologia, Ospedale S.M. della Misericordia, Udine, 2Sezione
di Cardiologia con TIM, Ospedale Valdichiana S. Margherita, Cortona
(AR), 3U.O.C. di Cardiologia, Ospedale Garibaldi-Nesima, Catania,
4
Centro Studi ANMCO, Firenze, 5U.O. di Cardiologia, A.O. Univ.
San Martino, Genova, 6Divisione di Cardiologia, Istituti Ospitalieri,
Cremona
Razionale. La fibrillazione atriale (FA) rappresenta un problema clinico e
sanitario progressivamente crescente la cui gestione coinvolge non solo i
Cardiologi ma anche, in ragione della sua elevata prevalenza in età
avanzata, i medici di Medicina Interna.
Scopo. Descrivere le differenze demografiche, cliniche e terapeutiche fra
pazienti (pz) con FA gestiti in reparti di Cardiologia o di Medicina Interna
in Italia.
Metodi. Dal maggio al luglio 2010, 7148 pz con FA in corso o con almeno
un episodio occorso negli ultimi 12 mesi, sono stati inclusi nello studio
ATA-AF. Lo studio, osservazionale, prospettico, multicentrico è stato
condotto in 164 Cardiologie (C) e 196 Medicine Interne (M). Sono stati
inclusi sia pz ospedalizzati che visitati presso gli ambulatori dei reparti
partecipanti.
Risultati. Il 54% dei pz è stato arruolato dalle C ed il 46% dalle MI. Più
della metà dei pz arruolati in C erano in regime di ricovero (nel 59% di
questi il ricovero era avvenuto per motivi urgenti) mentre nelle M i pz
ricoverati costituivano il 79.3% (94.8% urgenti). La ragione più frequente
di ricovero in C era la FA (58.5%) mentre in M i pz erano principalmente
ricoverati per motivi non cardiovascolari (33.9%) e per scompenso cardiaco
(24.5%). La FA di tipo permanente era più frequentemente riscontrata in
entrambi i reparti con una maggior prevalenza in M rispetto alla C (62.4%
vs 37.8%, p<0.0001); in M era significativamente più alto in numero dei pz
anziani (età >75 anni 71.3% vs 44.6%, p<0.0001). Il calcolo del CHADS2
score, effettuato sui 4585 pz con FA non valvolare, ha messo in evidenza
un numero significativamente maggiore di pz con score ≥ 2 nei reparti di
M rispetto a quelli di C (71.4 vs 64.7%, p<0.0001). Almeno una patologia
non cardiovascolare concomitante era riportata nel 49.7% dei pz in C e nel
71.8% di quelli in M; le patologie più frequentemente riscontrate sono
state il diabete, la BPCO e l’anemia. La prevalenza di FA isolata è stata del
2.9% in C e 0.5% in M, p<0.0001. Alla dimissione i pz in ritmo sinusale
erano il 39.1% in C ed il 12.9 in M, p<0.0001. Come atteso, le scelte
terapeutiche sono risultate significativamente diverse tra i due reparti: La
terapia con anticoagulanti orali è stata prescritta nel 67% dei C pz e nel
49% di quelli in M, p<0.0001. Dal punto di vista della strategia
antiaritmica, il controllo di frequenza era la scelta per più della metà dei
pazienti (51.4%) mentre il controllo del ritmo era attuato nel 27.4%; il
controllo di frequenza veniva attuato in maniera significativamente più
frequente in M (60.5 vs 43.6%, p<0.0001) mentre il controllo del ritmo era
più frequente in C (39.8 vs 12.9, p<0.0001). In 1515 pz (21.2%). Nel 21.2%
dei casi non è stata indicata alcuna strategia antiaritmica (16.6% in C vs
26.6% in M, p<0.0001).
Conclusioni. I dati di questo studio descrivono due popolazioni di pz con
FA, afferenti alle C o a reparti di M, fortemente diverse. Le differenze
cliniche e demografiche sono, probabilmente, la ragione principale del
diverso approccio terapeutico fra le due diverse specialità.
P78
CONTROLLO DEL RITMO O CONTROLLO DELLA FREQUENZA IN UNA
POPOLAZIONE NON SELEZIONATA DI PAZIENTI CON FIBRILLAZIONE
ATRIALE IN REPARTI DI CARDIOLOGIA O DI MEDICINA INTERNA: ATA-AF
SURVEY
Gabriele De Masi De Luca1, Carolina De Vincenzo2,
Pietro Paolo Antonio La Torre3, Aldo Pietro Maggioni4,
Massimo Zoni Berisso5, Giuseppe Di Pasquale6
1
Divisione di Cardiologia, Ospedale Cardinale Panico, Tricase (LE),
2
U.O. di Cardiologia, Ospedale A. Cardarelli, Campobasso, 3U.O. di
Cardiologia, P.O. F. Lastaria, Lucera (FG), 4Centro Studi ANMCO, Firenze,
5
Cardiologia-UTIC, Ospedale Padre Antero Micone, Genova-Sestri
Ponente, 6U.O. di Cardiologia, Ospedale Maggiore, Bologna
Razionale. I trial clinici randomizzati non hanno evidenziato la superiorità
di una strategia di controllo del ritmo (C-Rit) rispetto ad una di controllo
della frequenza (C-fre) in pazienti (pz) con fibrillazione atriale (FA). Le
informazioni sull’uso dell’una o dell’altra strategia nella pratica clinica
quotidiana sono piuttosto scarse.
Scopo. Descrivere l’uso delle due diverse strategie antiaritmiche in pz con
FA gestiti da reparti cardiologici (C) o di Medicina Interna (M) e valutare
le caratteristiche dei pz associate alla strategia terapeutica scelta.
50S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
Metodi. Lo studio ATA-AF è uno studio osservazionale, multicentrico,
prospettico sulla gestione ed il trattamento di pz con FA in corso o con
almeno
un episodio rilevato nei 12 mesi precedenti l’inclusione.
Metodi.
Risultati. 7148 pz [età mediana: 77 anni (IQR 70-83); 47% di sesso
femminile] sono stati arruolati tra Maggio e Luglio 2010 da 360 centri (164
C e 196 M). Nel 24.0% dei pz la FA era di tipo parossistico, nel 23.6%
Risultati. e nel 49.1% permanente (nel 3.3% dei casi il tipo di FA non era
persistente
classificabile). Una strategia di controllo del ritmo è stata applicata nel
27.4% dei casi (39.8% in C vs 12.9% in M, p<0.0001), mentre il controllo
della frequenza è stata la strategia adottata nel 51.4% dei pz (43.6% in C
vs 60.5% in M, p<0.0001). Nel 21.2% dei pz il medico responsabile non ha
indicato alcuna strategia terapeutica (16.6 in C vs 26.6% in M, p<0.0001).
I pz per i quali la strategia scelta è stata il C-rit erano significativamente
più giovani e con meno patologie concomitanti rispetto a quelli assegnati
al C-fre (Tabella). La cardioversione elettrica o l’ablazione erano le
procedure più frequentemente utilizzate in C per ottenere il ripristino del
ritmo (66.8 vs 34.8% in M, p<0.0001), mentre la cardioversione
farmacologica era effettuata più spesso in M (72.6 vs 45.9%). I farmaci più
spesso utilizzati per la cardioversione farmacologica erano gli antiaritmici
di classe III (64%), i betabloccanti sono risultati i farmaci più utilizzati per
il controllo della frequenza (56.2%). Al momento della dimissione il 35.2%
dei pz per i quali non è stata indicata alcuna strategia antiaritmica erano
in ritmo sinusale.
Conclusioni. La scelta della strategia terapeutica, in questa popolazione
Conclusioni.
non
selezionata di pazienti, sembra essere influenzata dalla presenza di
patologie concomitanti. Quando la strategia terapeutica scelta è il C-rit
del ritmo, la scelta del tipo di procedura (cardioversione elettrica o
farmacologica) appare, invece, influenzata dal reparto di ammissione. In
circa un quinto di questi pazienti non viene indicata alcuna strategia
antiaritmica.
Età (anni), media±DS
Nessuna patologia concomitante, %
Scompenso cardiaco, %
Pregresso ictus, %
BPCO, %
C-Rit
69±12
57.0
16.0
3.7
11.4
C-Fre
78±9
34.5
35.2
10.8
25.3
p
<0.0001
<0.0001
<0.0001
<0.0001
<0.0001
P79
FIBRILLAZIONE ATRIALE DI NUOVA INSORGENZA PAROSSISTICA O
PERSISTENTE: È NECESSARIA LA PROFILASSI ANTIARITMICA?
Giacomo Chiarandà1, Maria Letizia Cavarra2, Cesare Pedi1,
Marta Chiarandà2, Carmelo Cinnirella1
1
Ospedale Gravina Caltagirone ASP Catania, Caltagirone,
2
Policlinico Universitario, Ospedale Ferrarotto, Catania
Background. Non esistono dati certi in letteratura se dopo il primo episodio
di fibrillazione atriale (FA) parossistica cardiovertita in ritmo sinusale sia
necessario o meno attuare una profilassi antiaritmica. Nella maggior parte
dei casi tale profilassi non viene attuata trattandosi di primo episodio,
tuttavia attuare una terapia antiaritmica potrebbe essere utile al fine di
evitare le recidive della FA favorite dal remodeling elettrico dell’atrio.
Scopo del nostro lavoro è stato valutare se la profilassi antiaritmica anche
al primo episodio di FA sia utile nel prevenire le recidive.
Materiale e metodo. Sono stati studiati 64 pazienti (pz) cardiovertiti a
ritmo sinusale farmacologicamente o elettricamente dopo un primo
episodio di FA parossistica. L’età media è stata 52±18 anni con una
prevalenza di maschi del 57%. I pz sono stati randomizzati in due gruppi:
gruppo A (28 pz) in cui non è stata effettuata profilassi antiaritmica,
gruppo B (36 pz) trattati con profilassi antiaritmica con farmaci di classe
IC o III per 3 mesi. Nei pz con recidiva di FA a 3 mesi si attuava terapia
antiaritmica I due gruppi erano omogenei per età e prevalenza di
patologie concomitanti (ipertensione arteriosa, ipertiroidismo,
cardiopatie, diabete mellito) e per terapia upstream di prevenzione della
FA, per dimensioni atriali all’esame ecocardiografico trans toracico. La
durata della FA era rispettivamente 2.7±1.2 giorni nel gruppo A e 2.9±1.1
nel gruppo B (p=NS). È stato effettuato un follow-up a 3 mesi con Holter
ECG seriati al 1, 2 e 3 mesi. Le recidive di FA sono state valutate all’Holter
o se clinicamente avvertite dal pz con ECG.
Risultati. Recidive di FA nel gruppo A nel primo mese sono risultate in 9
pz (32.1%) ed in 4 pz (11.1%) nel gruppo B (p<0.05). A 3 mesi le recidive
nel gruppo A sono risultate nel 26% e nel 6.4% nel gruppo B (p<0.001).
Conclusioni. Nonostante la piccola casistica il nostro studio sembra indicare
l’efficacia della terapia antiaritmica nei primi mesi dopo il primo episodio
di FA. Utile sarà proseguire l’osservazione per valutare se l’efficacia della
terapia antiaritmica può essere di beneficio a lungo termine.
P80
RECIDIVE DI LONE ATRIAL FIBRILLATION IN PAZIENTI “NORMOTESI”: UN
MARCATORE DI DANNO D’ORGANO LA SOLA EVIDENZA DI UN PRIMO
EPISODIO ARITMICO. IL RUOLO DEGLI ACE-INIBITORI NELLA PREVENZIONE
Fabio Belluzzi1, Caterina Conti1, Stefano Perlini2, Laura Sernesi1,
Fabio Magrini1
1
Dipartimento Toraco Polmonare e Cardiocircolatorio, Fondazione IRCCS
Ca’ Granda Ospedale Maggiore-Policlinico, Milano, 2Clinica Medica II,
Fondazione IRCCS San Matteo, Università degli Studi, Pavia
La fibrillazione atriale (FA) rappresenta l’aritmia cardiaca più comune ed
un rilevante problema sanitario in considerazione delle elevate
POSTER
percentuali di mortalità e morbilità ad essa legate. Molteplici sono le cause
di innesco della FA ma la più diffusa, nel mondo occidentale, è
l’ipertensione arteriosa, l’aumento dei valori pressori determina delle
modificazioni emodinamiche che hanno un effetto diretto sulla funzione
e sulla struttura del ventricolo ed atrio sinistro. Il sistema reninaangiotensina-aldosterone (RAAS) ha un ruolo importante nella
regolazione del volume ematico circolante e delle resistenze vascolari
sistemiche. Inoltre, studi recenti hanno dimostrato che il RAAS ha effetti
favorevoli nel modulare la contrattilità e le caratteristiche anatomiche del
ventricolo e dell’atrio sinistro. Studi sperimentali e clinici hanno
dimostrato che gli ACE-inibitori e i bloccanti dei recettori dell’angiotensina
II sono efficaci nel prevenire la FA nei pazienti con ipertensione arteriosa
e/o altre cardiopatie. Nel nostro studio, abbiamo dimostrato l’efficacia del
ramipril nel prevenire le recidive di FA nei pazienti con FA isolata o “lone”
(LAF) in assenza di segni clinici e ecocardiografici indicativi di malattie
cardiache, polmonari o endocrine indipendentemente dall’effetto
sull’anatomia cardiaca documentabile con l’ecocardiografia color Doppler.
Abbiamo valutato, considerato ed analizzato: 1) il ruolo del ramipril nel
prevenire le recidive di FA nei pazienti con LAF; 2) i potenziali meccanismi
di azione di questo farmaco; 3) la possibilità che la LAF sia un marker di
un danno d’organo subclinico in soggetti con valori pressori di 130-139
mmHg (pre-ipertensione nella classificazione del JNC-7 report e/o valori
pressori normali alti nella classificazione delle linee guida ESC/ESH 2007).
Lo studio in doppio cieco ha preso in considerazione le sole forme LAF ed
ha dimostrato che i pazienti “normotesi” trattati con placebo hanno un
rischio tre volte maggiore di recidive di LAF rispetto al trattamento attivo
con ramipril. Sono stati esaminati 469 pz al primo episodio di AF
cardiovertiti nel Dipartimento d’Emergenza con antiaritmico classe Ic e
dopo ecocardiogramma completo, misurazione della pressione arteriosa,
funzione tiroidea, catecolamine urinarie, elettroliti plasmatici, glicemia,
emocromo, emogasanalisi risultati tutti nella norma, sono stati inclusi
nello studio come LAF 62 pazienti: 31 randomizzati alla terapia con
ramipril 5 mg/die e 31 randomizzati alla terapia con placebo, dopo tre
anni al follow-up recidive di LAF sono state osservate in 3 pazienti in
terapia con ramipril e 10 pazienti nel gruppo placebo (p<0.01). Il limite è
rappresentato dalla casistica limitata del nostro studio, ma occorre
ricordare che i pazienti con LAF sono rari nella pratica clinica.
Conclusioni. Queste considerazioni portano a suggerire l’opportunità di
considerare come marcatore di danno d’organo la sola evidenza di un
primo episodio di LAF. Il trattamento della FA, sia essa “lone” o meno,
include la riduzione del rischio cardiovascolare mediante il trattamento
dei fattori di rischio cardiovascolari, quali la riduzione della pressione
arteriosa, il miglioramento del quadro emodinamico ed il mantenimento
della funzione ventricolare e atriale sinistra. Questo indicherebbe quanto
prima il ricorso all’introduzione della terapia con un ACE inibitore come
il ramipril nei pazienti affetti da LAF.
Bibliografia
1. Belluzzi F et al. J Am Coll Cardiol 2009;53: 24-9.
2. Wachtell K. Editorial Comment. J Am Coll Cardiol 2009;53: 30-1.
P81
METOPROLOLO E FLECAINIDE IN ASSOCIAZIONE NELLA PROFILASSI DELLE
RECIDIVE DI FIBRILLAZIONE ATRIALE PERSISTENTE/PAROSSISTICA
Jenny Ricciotti, Luca Piangerelli, Michela Brambatti, Marco Marchesini,
Maria Vittoria Matassini, Alessandro Capucci
Clinica di Cardiologia, Università Politecnica delle Marche, Ancona
Introduzione. L’utilizzo dei farmaci della classe IC nella terapia di controllo
del ritmo nella fibrillazione atriale (FA) è indicato nei pazienti senza o con
lieve cardiopatia, con un’efficacia intorno al 50% a un anno. I
betabloccanti non sono considerati dei veri e propri antiaritmici e sono
impiegati soprattutto per il controllo della frequenza ventricolare; in
precedenza alcuni studi clinici hanno valutato il loro utilizzo nella
profilassi delle recidive di FA, evidenziando un effetto protettivo maggiore
nei soggetti ipertesi, dopo chirurgia cardiaca e in presenza di scompenso
cardiaco.
Obiettivi dello studio. Valutare efficacia e sicurezza di una terapia
antiaritmica combinata con flecainide e metoprololo nella profilassi delle
recidive di FA.
Materiali e metodi. 70 pazienti (età media 67.1±11.1 anni) con FA
parossistica/persistente recidivante e sintomatica, una volta in ritmo
sinusale sono stati randomizzati in tre gruppi di trattamento per la
prevenzione delle recidive: gruppo A (flecainide + metoprololo), gruppo
B (flecainide), gruppo C (metoprololo), a un dosaggio iniziale giornaliero
di 50 mg x 2 per la flecainide e di 25 mg x 2 per il metoprololo. Endpoint
primario dello studio è stato il tempo della prima recidiva sintomatica di
FA, endpoint secondari sono stati la qualità di vita (QoL) e la tollerabilità
del trattamento. La QoL è stata valutata utilizzando il questionario
generico SF-36 e quello patologia-specifico Atrial Fibrillation Severity Scale
(AFSS). Il follow-up medio è stato di 11 mesi.
Risultati. Nel gruppo A (n=34) il mantenimento del ritmo sinusale è stato
del 79%, 69% e 60% rispettivamente a 3, 6 e 12 mesi; nel gruppo B (n=24)
è stato del 77%, 65% e 47%. Nel gruppo C (n=12) solo il 25% dei pazienti
era ancora in ritmo sinusale a 3 mesi di follow-up (log rank test: A vs B
p=0.38, A vs C p=0.0001, B vs C p=0.001). Il dosaggio medio giornaliero
dei farmaci è risultato: nel gruppo A di 105±30 mg per la flecainide e
73±25 mg per il metoprololo, nel gruppo B di 149±50 mg (flecainide) e
nel gruppo C di 150±47 mg (metoprololo). Suddividendo i pazienti del
gruppo A in base al tipo di FA (21 persistente, 13 parossistica) la
percentuale di mantenimento del ritmo sinusale a 12 mesi è stata 66%
nei soggetti con FA parossistica contro il 60% nel sottogruppo con FA
persistente (log rank test p=0.65). Analizzando i dati relativi ai questionari
sulla QoL è stato evidenziato un miglioramento nei soggetti rimasti in
ritmo sinusale in tutti i tre gruppi di trattamento, con una riduzione dei
sintomi patologia correlati (AFSS), una ridotta percezione di gravità della
malattia e un aumentato senso di benessere generale. In nessuno dei
gruppi di trattamento sono stati rilevati effetti avversi importanti.
Conclusioni. Il trattamento combinato con flecainide e metoprololo ha
mostrato un trend di maggiore efficacia nel mantenimento del ritmo
sinusale, rispetto ai singoli farmaci usati in monoterapia, in particolare nei
pazienti con FA parossistica. La strategia di controllo del ritmo si conferma
quindi come una valida scelta terapeutica, in pazienti con FA sintomatica
con un impatto positivo in termini di QoL.
P82
FULL-DOSE ATORVASTATIN REDUCES THE INCIDENCE OF PERSISTENT
ATRIAL FIBRILLATION AFTER NON-ST-ELEVATION ACUTE MYOCARDIAL
INFARCTION IN PATIENTS WITH ADVANCED NON-REVASCULARISABLE
CORONARY ARTERY DISEASE
Furio Colivicchi, Enrica Golia, Carlo Colaiaco, Marco Tubaro,
Nadia Aspromonte, Alessandro Aiello, David Mocini, Massimo Santini
Cardiovascular Department, San Filippo Neri Hospital, Roma
This study tested the hypothesis that the addition of full-dose atorvastatin
(80 mg/day) to conventional medical treatment could reduce the incidence
of persistent atrial fibrillation (AF) after non-ST-elevation acute myocardial
infarction (NSTE-AMI) in patients with severe and diffuse coronary artery
disease (CAD) not amenable to any form of mechanical revascularisation.
The APRIRE (Full-dose Atorvastatin in the PRevention of Ischemic
REcurrences in patients with non-revascularisable CAD) study was an
open-label, randomized, controlled, blinded end-point classification trial,
employing the PROBE (Prospective Open Treatment and Blinded End Point
Evaluation) design (Clinicaltrials.gov identifier NCT01187992). A total of
290 patients (mean age 74.6±9.6) with NSTE-AMI, no history of heart
failure, left ventricular ejection fraction >35% and angiographic evidence
of severe and diffuse CAD, not amenable to revascularization by either
coronary surgery or PCI, were randomized to atorvastatin 80 mg/day
(n=144) or conventional medical treatment (n=146). Occurrence persistent
AF within 12 months of randomization represented a predefined
secondary outcome measure of the study.
Treatment with atorvastatin 80 mg/day significantly reduced the incidence
of persistent AF (12.5 vs 22.6%, hazard ratio 0.50, 95% confidence interval
0.28-0.89; p=0.020).
In conclusion, when compared with a conventional treatment strategy,
full-dose atorvastatin treatment provides greater protection against the
incidence of persistent AF after NSTE-AMI in patients with severe, diffuse,
non-revascularisable CAD.
P83
MECCANISMI DI CONVERSIONE DELLA FIBRILLAZIONE ATRIALE ACUTA A
RITMO SINUSALE DOPO INFUSIONE RAPIDA E DOPO BOLI ENDOVENOSI
RIPETUTI DI FLECAINIDE: STUDIO SU 32 PAZIENTI
Saverio Lavanga, Daniele Nassiacos
Ospedale di Saronno, A.O. di Busto Arsizio, Saronno (VA)
Per determinare i meccanismi di conversione della fibrillazione atriale (FA)
acuta (<48 ore) a ritmo sinusale (RS) entro 20 min, dopo infusione di 2.1
mg/kg di flecainide (Fleca) in 15 min oppure boli endovenosi di 0.7 mg/kg
di Fleca in 20-30 sec ogni 3 min con il massimo di 3 boli, abbiamo studiato
l’ECG in continuo di 32 pazienti risinusalizzati entro 20 min e tratti dai
primi 56 pazienti di uno studio randomizzato in corso, approvato dal
nostro comitato etico e iniziato il 20/2/2007.
Metodo. In ciascun ECG su 12 derivazioni o sul monitor, abbiamo cercato
il momento del passaggio in RS, osservando il comportamento della
conduzione intraventricolare (CIV) e in particolare, se prima della
conversione comparissero tratti di trasformazione della FA in flutter atriale
(FLA) oppure aspetti di Brugada tipo 1.
Risultati. Dei 32 ECG, di cui 8/25 del gruppo infusione (Gr-I) e 24/31 del
gruppo boli (Gr-B), tutti sono risultati inequivocabili per l’analisi. In tutti
abbiamo osservato un progressivo allungamento dell’intervallo RR medio,
fino ad ottenere un’apparente assenza di attività elettrica (pausa) di
durata variabile da 0.4 a 5.8 sec dall’ultima R indotta dall’impulso
fibrillatorio alla comparsa della prima attività elettrica atriale rilevabile o
ventricolare. La prima attività elettrica comparsa sull’ECG dopo la pausa
è risultata un’attività atriale coordinata (P sinusale) stabile ab initio con
normale conduzione intraventricolare in tutti e 8 tracciati del Gr-I e 16 del
Gr-B, stabile ab initio con i primi 2 QRS condotti con BBS in 2 e con BBD in
1, instabile per 20-40 sec in 1, un’attività atriale non coordinata (P non
sinusale) in 1, una coppia ventricolare in 1 e un QRS (evasione giunzionale)
per un singolo battito in 1. In 1 caso abbiamo osservato la trasformazione
della FA in FLA con conduzione AV 2:1 in forma aberrante ai ventricoli
per 30-60 sec. In nessun caso abbiamo osservato un aspetto di Brugada
tipo 1. La cardiopatia associata era rispettivamente ipertensiva in 8 e 10,
valvolare in 8 e 9, altre in 0 e 2 e assente in 9 e 10 pazienti. Quattordici
pazienti erano maschi e 11 erano donne nel GR-I e 21 erano uomini e 10
erano donne nel GR-B. La durata media dell’aritmia era 12.4±7.5 ore nel
GR-I vs 10.5±8.3 ore nel GR-B (p=NS). Il tempo al ripristino del RS è risultato
9.4±4.4 nel GR-I vs 5.9±4.5 min nel Gr-B (p=NS). La durata della pausa al
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
51S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
years, without any evidence of cardiopulmonary disease, with or without
hypertension were enrolled. At echo we excluded a hypertensive
cardiomyopathy (intraventricular septum >14 mm, E/A <1). Echo
parameters were recorded during AF (T0), 24 hours after CV (T1), and 1
month (T2) later. We assessed atrial dimension in M-Mode, left atrium
ejection fraction (LAEF= [Max AP diameter-Min AP diameter]/Max AP
diameter), systo-diastolic areas of left atrium in B-mode, and particular
attention was paid to the evaluation of A wave at transmitral flow
following CV. Furthermore we calculated atrial segmental and global
Flutter/fibrillazione atriale e terapia ablativa
contraction speeds using echo TDI, previously dividing left atrium in 5
Flutter/fibrillazione atriale e terapia
ablativa
segments
and right atrium in 3 segments.
P84
Results. Hypertensive pts did not differ from Lone for baseline
NEI PAZIENTI CON DISFUNZIONE VENTRICOLARE SINISTRA, LA
characteristics except for ACEi-ARBs treatment (H 81,25%, L 0% p=0.009),
CONVERSIONE IN RITMO SINUSALE DELLA FIBRILLAZIONE ATRIALE
P84
but at 1 month they presented a lower recurrence rate (H 11,7%, L 63,15%
MODIFICA SIGNIFICATIVAMENTE LO STRAIN RATE ED I PRINCIPALI
NEI
PAZIENTI
CON
DISFUNZIONE
VENTRICOLARE
SINISTRA,
LA
CONVERSIONE
RITMO
p=0.02). At the IN
same
time, SINUSALE
they showed greater reduction of systoPARAMETRI ECOCARDIOGRAFICI
DELLA
FIBRILLAZIONE
ATRIALE
MODIFICA
LO STRAIN
RATE EDand
I PRINCIPALI
diastolic
areas (p=0.031)
a better global contractility at T1 (p=0.048),
Simone Mazzetti,
Daniele Poggio,
Marika
Bonadies,SIGNIFICATIVAMENTE
Ilenia Fracchioni,
assessed as the sum of segmental contraction speeds, than Lone pts.
Margherita Chioffi,
Giuseppe Scardina, Massimiliano Grillo,
PARAMETRI
ECOCARDIOGRAFICI
Conclusions. Contrary to what we expected, Lone and hypertensive pts
Giuseppe Specchia, Andrea Mortara
differed in atrial mechanical function after CV. This behavior may be
Dipartimento di Cardiologia, Policlinico di Monza, Monza
related to a greater tendency to early recurrence, seen in lone pts.
Lo scompenso cardiaco (SC) e la fibrillazione atriale (FA) sono fenomeni tra
loro interdipendenti. La FA ha un’elevata incidenza nello SC (circa 10-30%)
e determina una maggiore morbilità e mortalità. Tuttavia rimane
P86
controverso se un attento controllo del ritmo nel follow-up dei pazienti
ANOMALA RISPOSTA ALL’ADENOSINA DI “FLUTTER ATRIALE IC”
con SC determini una significativa riduzione di eventi.
Francesco Rotondi1, Tonino Lanzillo1, Ferdinando Alfano1,
Scopo di questo studio è stato dimostrare utilizzando sia nuovi (2D strain)
Fiore Manganelli1, Ciro Mariello1, Giovanni Stanco1, Luigi Sauro2,
che consolidati parametri ecocardiografici (Eco 2D standard) che la
Giuseppe Rosato1
conversione in ritmo sinusale della FA nei pazienti con SC si accompagna
1
U.O. di Cardiologia-UTIC, Dipartimento Medico Chirurgico del Cuore e
ad un significativo miglioramento emodinamico.
dei Vasi, AORNAS “San G. Moscati”, Avellino, 2Dipartimento di Malattie
Sono stati valutati 43 pazienti affetti da SC (ad eziologia in 8 casi
Cardiovascolari, Università degli Studi, Siena
ipertensiva, in 15 ischemica, in 7 valvolare ed in 13 idiopatica) e FEVS
Introduzione. Gli antiaritmici di classe IC possono trasformare una
<40%. Tutti i pazienti sono stati ricoverati presso il nostro Policlinico dal
fibrillazione (FA) in flutter atriale (FLA) rallentando la conduzione attraverso
gennaio 2008 al dicembre 2010 in fibrillazione atriale persistente per
l’istmo cavo-tricuspidalico e/o ostacolando la conduzione attraverso la crista
essere sottoposti a cardioversione elettrica esterna (DC Shock bifasico a
terminalis. Il FLA da antiaritmici IC (FLA IC) 1:1 e conduzione aberrante
bassa energia). 10 pazienti sono stati esclusi dallo studio (7 per inefficace
può essere difficilmente distinguibile dalla tachicardia ventricolare.
cardioversione o documentata recidiva precoce di fibrillazione atriale, 3
L’anamnesi, la stimolazione vagale e l’adenosina, farmaco con effetto
per decesso prima del termine del follow-up).
dromotropo negativo rapido e potente, possono facilitare la diagnosi.
I rimanenti 33 pazienti (28 uomini e 5 donne) di età media 72.4±6.7 anni,
Caso clinico. Donna di 67 anni si ricovera con tachicardia a complessi larghi
classe NYHA II-III, terapia ottimizzata, sono stati valutati in FA e dopo un
sostenuta, monomorfa, ben tollerata, a 180 b/min (Fig. 1). La paziente
follow up di almeno due mesi in ritmo sinusale (media 127.1±65.6 giorni)
ipertesa e affetta da FA preesistente recidivante, è in terapia con
mediante ecocardiografia di ultima generazione (GE Vivid-9 Sonda M5S).
flecainide, enalapril e nebivololo e presenta PA 140/90 mmHg e SaO2 95%.
Per ogni paziente è stata analizzata da due operatori indipendenti, in
L’ecocardiogramma mostra lieve ipertrofia ventricolare sinistra con
cieco, la proiezione apicale 4 camere per l’analisi dei volumi del Vsx
frazione di eiezione 60% e insufficienza mitralica lieve. Sospettando che
(VTDVsx e VTSVsx), della frazione d’eiezione (FE), dell’area atriale sinistra
l’aritmia fosse un FLA IC condotto con aberranza, somministriamo bolo
e della funzione del ventricolo destro (TAPSE mediante M-mode sulla
P86
e.v. di 6RISPOSTA
mg diALL’ADENOSINA
adenosina DIche
provoca
una
parete laterale del Vdx). È stata quindi registrata la media tra le due
ANOMALA
“FLUTTER
ATRIALE
IC” rapida riduzione della
frequenza ventricolare con il restringimento dei complessi QRS.
misurazioni ottenute. In tutti i casi, è stato calcolato lo strain rate con
Successivamente somministriamo amiodarone e.v. (0.5 mg/min),
tecnica 2D strain nella sola proiezione 4 camere apicale.
ottenendo il ripristino nel ritmo sinusale (Fig. 2). La paziente è dimessa
Le variazioni dei principali parametri ecocardiografici in FA e dopo
dopo 2 giorni in trattamento con amiodarone al dosaggio di 200 mg bid.
cardioversione in ritmo sinusale sono riportati nella tabella. È possibile
Introduzione.
Discussione. La risposta della tachicardia all’adenosina ci conferma che
osservare come il regolare ripristino e mantenimento del ritmo sinusale
l’aritmia è una tachicardia sopraventricolare a conduzione aberrante.
determini un significativo incremento dello strain rate e della funzione
L’adenosina è un ausilio sicuro ed efficace nella diagnosi differenziale della
sistolica sinistra e destra, già dopo pochi mesi dalla cardioversione, con
Caso
clinico.
tachicardie
a complessi larghi ma nel nostro caso la transizione dalla
un trend verso una riduzione anche dei volumi ventricolari.
tachicardia iniziale al ritmo sinusale mostra interessanti peculiarità: 1) Subito
In conclusione nei pazienti con disfunzione ventricolare sinistra una
dopo la somministrazione dell’adenosina si verifica una parziale ed
regolare attivazione atrio-ventricolare in ritmo sinusale migliora
inaspettata normalizzazione dei QRS non associata ad evidente riduzione
significativamente l’emodinamica cardiaca, la funzione contrattile e come
della frequenza cardiaca (Fig. 3). Verosimilmente l’adenosina determina un
dimostrato dai dati di strain rate la cinetica segmentale Nonostante
lievissimo prolungamento del ciclo, non visibile a 25 mm/s, ma sufficiente a
quindi, la cardioversione di un paziente con SC e FA debba rimanere una
migliorare la conduzione intraventricolare e la riduzione della durata del
scelta personalizzata vanno considerati attentamente gli effettivi benefici
Discussione.
QRS. 2) Successivamente la tachicardia persiste con un alternanza sia degli
legati al persistere nel tempo del ritmo sinusale.
intervalli RR che dei QRS (Fig. 4). La spiegazione più logica è che la tachicardia
FA
RS
p
“alternante” sia legata a doppia via nodale con blocco 2:1 della via rapida e
conduzione alternante lungo la via rapida e lenta: l’alternanza elettrica è
Strain rate
7.5±3.5
12.2±4.9
<0.0001
secondaria all’alternanza dei cicli RR. 3) La diagnosi di FLA IC è facilitata
FEVS (%)
31.7±6.8
39.6±11.4
<0.0001
dalla storia di FA trattata con flecainide ma anche l’analisi dell’ECG mostra
VTDVsx (ml)
136.1±45.7
138±35.2
0.6
elementi tipici di aberranza: a) non compaiono i criteri classici per diagnosi
VTSVsx (ml)
91.4±39.3
86.8±33.4
0.3
di tachicardia ventricolare: dissociazione AV, blocco VA di II grado, catture
TAPSE
1.7±0.4
2.1±0.7
0.001
e/o fusioni, concordanza precordiale, QRS >100 ms dall’inizio al nadir
Volume atrio sx (ml)
26.2±5.9
25±6.1
0.3
dell’onda S; b) aspetto di blocco di branca destra con rR’ in V1 e rSr’ in V2,
suggestivi per aberranza; c) rS in V6 da non considerare con sicurezza, come
si ritiene abitualmente, segno di ectopia in presenza di estrema deviazione
P85
assiale superiore; d) QRS in aVR con morfologia qR e durata della q non
A MECHANICAL REMODELING DELAY IN LONE AF PATIENTS AND NOT
superiore a 40 ms, anch’esso tipico di aberranza.
.
.
HYPERTENSIVE PREDICTS EARLY RECURRENCE
Marco Marchesini, Simona Masiero, Maria Chiara Basile,
Maria Vittoria Matassini, Michela Brambatti, Jenny Ricciotti,
Ilaria Mazzanti, Federico Guerra, Alessandro Marinelli, Sara Franchini,
Alessandro Capucci
Clinica di Cardiologia, Università Politecnica delle Marche, Ancona
Background. Lone atrial fibrillation (AF) is defined by the absence of
cardiopulmonary disease: patients (pts) are young and clinically similar to
hypertensive of comparable age, when hypertensive cardiomyopathy is
not developed yet. Although absence of structural cardiac alteration is a
mainstay of these populations, little is known about atrial behavior after
successful cardioversion (CV).
Aim. Our purpose was to evaluate many echocardiographic parameters
in order to assess atrial mechanical behavior across CV, its relationship
with early recurrence, and possible differences between the two groups
(Lone-hypertensive).
Methods. 24 consecutive pts with paroxysmal/persistent AF and age ≤65
ripristino del RS è risultata 1075±477 msec nel GR-I vs 1290±1114 msec nel
Gr-B (p=NS).
Conclusioni. Questi dati indicano che il 100% dei cardiovertiti a RS con
infusione rapida e l’83% con boli, ha ottenuto il RS attraverso una pausa
preautomatica “fisiologica” (<1800 msec), senza passare attraverso una
fase di FLA o di ritmo giunzionale e/o aspetto sindrome di Brugada tipo 1.
52S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
POSTER
(con un minimo di 3). L’ottenimento del successo totale della procedura
non è risultato dipendente da alcuna caratteristica clinica.
L’ablazione transcatetere del FLA tipico è procedura di esecuzione
relativamente semplice, sicura e con buoni risultati a distanza.
P89
P87
MODULAZIONE DELLA CONDUZIONE NEL NODO ATRIOVENTRICOLARE
MEDIANTE STIMOLAZIONE VAGALE ENDOCARDICA
Stefano Bianchi, Pietro Rossi, Fabrizio Sgreccia, Antonio Lucifero,
Luigi Iaia, Paolo Azzolini
U.O.C. di Cardiologia, Ospedale Fatebenefratelli Isola Tiberina, Roma
La stimolazione endocardica di fibre vagali efferenti per il nodo AV (AVNS)
è in grado di modulare la conduzione nel nodo AV e di influenzare la
frequenza ventricolare in pazienti in fibrillazione atriale (FA). Tale
stimolazione, effettuata tramite burst di stimoli ad alta frequenza, è stata
applicata in modelli sperimentali e pochi sono i dati a disposizione
sull’uomo.
Scopo dello studio è stato quello di determinare se la stimolazione del
nodo AV tramite burst (AVNS) fosse in grado di modularne la conduzione
in pazienti in FA e se tale stimolazione, effettuata in ritmo sinusale (RS)
nel periodo refrattario effettivo dell’atrio (EARP), permettesse
l’identificazione di un sito di stimolazione sicuro ed efficace per l’impianto
di un catetere endocardico per la stimolazione del nodo AV.
Materiali e metodi. Sono stati arruolati 20 pazienti (10 in RS, 10 in FA) con
indicazione all’impianto di un pacemaker bicamerale per malattia del
nodo del seno. È stata mappata la regione postero-settale dell’atrio destro
per individuare un sito idoneo ove la stimolazione tramite burst otteneva
una modulazione della conduzione nel nodo AV (allungamento
dell’intervallo PR in RS e riduzione della frequenza ventricolare in FA).
Successivamente veniva posizionato un elettrodo a vite nel sito prescelto
e venivano effettuate diverse erogazioni (burst) a differente frequenza,
intensità e durata dell’impulso.
Risultati. In tutti i pazienti in RS si è ottenuto un allungamento
dell’intervallo PR con burst a 90 e 120/min e durata dell’impulso <1 msec.
Il voltaggio medio necessario per ottenere un allungamento del PR ed un
blocco AV avanzato è stato rispettivamente 4.3±2.2V e 5.5±1.8V a 90/min
con una durata dell’impulso di 1 msec. Allo stesso modo in pazienti in FA
è stata ottenuta una riduzione della frequenza ventricolare con burst da
90/min, durata 0.5 msec, 5.4±1.8V.
Conclusioni. La stimolazione endocardica in atrio destro del nodo
atrioventricolare mediante burst riduce la frequenza ventricolare in
pazienti in FA. I burst somministrati nel periodo refrattario effettivo
dell’atrio permettono di ottimizzare la posizione del catetere per la
stimolazione del nodo atrioventricolare. Questo tipo di stimolazione potrà
essere implementato nei pacemaker normalmente impiantati con
importanti ricadute cliniche quali il controllo della frequenza ventricolare
media in pazienti in FA o l’ottimizzazione della percentuale di
stimolazione in pazienti con pacemaker biventricolari.
P88
UTILITÀ DELL’ABLAZIONE TRANSCATETERE DEL FLUTTER ATRIALE TIPICO
Antonio Ruocco1, Celestino Sardu2, Valentino Ducceschi3,
Luca Ottaviano4, Raffaele Sangiuolo5, Mauro Ciro1
1
Cardiologia-UTIC, AORN A. Cardarelli, Napoli, 2Cattedra di Cardiologia,
AUP II Policlinico, Università degli Studi “Federico II”, Napoli,
3
Cardiologia-UTIC, Ospedale S. Luca, Vallo della Lucania, 4CardiologiaUTIC, IRCCS Multimedica, Sesto San Giovanni (MI), 5Cardiologia-UTIC,
Ospedale Fatebenefratelli, Napoli
Dal mese di settembre 2008 al mese di luglio 2010 sono state effettuate
22 procedure di ablazione transcatetere di flutter atriale (FLA) tipico.
In base alle caratteristiche cliniche della loro aritmia, i pazienti sono stati
suddivisi in 3 gruppi: assenza di fibrillazione atriale (FA) associata (gruppo
1), presenza all’anamnesi anche di un solo episodio di FA associata (gruppo
2), e trasformazione di FA in FLA tipico indotta da terapia antiaritmica
(TA) (gruppo 3). Dei 22 pazienti 16 erano maschi e l’età media era 64±8
anni.
Nel gruppo 1 sono stati arruolati 9 pazienti di cui 7 con FLA parossistico o
persistente e 2 con FLA permanente. Nel gruppo 2 sono stati arruolati 8
pazienti di cui 5 con FLA parossistico o persistente e 3 con FLA
permanente. Nel gruppo 3 sono stati arruolati 5 pazienti in TA per FA che
continuavano a presentare cardiopalmo tachicardico mal tollerato, e che
durante studio elettrofisiologico è stato possibile indurre un FLA tipico
sostenuto.
Sulla totalità delle procedure di ablazione di FLA tipico, effettuate su 22
pazienti, è stato ottenuto un successo totale in 19 casi (87%), un successo
parziale in 1 caso (4.5%) ed un insuccesso in 2 casi.
Alla prima procedura un successo totale è stato ottenuto in 16 su 22
pazienti (86%). Gli insuccessi hanno riguardato pazienti di gruppo 2 (1) e
di gruppo 3 (1). Il numero di erogazioni di RF effettuate è stato 12±10
LA CRIOABLAZIONE TRANSCATETERE DELLE VIE ACCESSORIE DESTRE IN
ETÀ PEDIATRICA: OTTO ANNI DI ESPERIENZA IN UN SINGOLO CENTRO
Corrado Di Mambro, Mario Salvatore Russo, Massimo Stefano Silvetti,
Monica Prosperi, Fabrizio Drago
Dipartimento Medico-Chirurgico di Cardiologia Pediatrica, Struttura
Semplice di Aritmologia, Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, Roma
Nell’ultimo decennio la crioablazione transcatetere (CT) è stata sempre
più usata nel trattamento delle tachicardie sopraventricolari da rientro su
via accessoria di conduzione atrio-ventricolare in pazienti di età pediatrica.
Lo scopo del nostro studio è stato quello di condurre una analisi
retrospettiva dei risultati delle procedure di CT di vie accessorie (VA) destre
eseguite in bambini ed adolescenti nel nostro Centro.
Da ottobre 2002 a ottobre 2010, sono state effettuate 52 procedure di CT
in 46 pazienti pediatrici (28 maschi,18 femmine, età media 12±3 anni)
affetti da tachicardia da rientro atrioventricolare (TRAV) da VA destra. Tali
VA erano manifeste in 44 casi ed occulte in 8. La localizzazione era
parahissiana in 5 casi, anterosettale in 25, mediosettale in 13,
anterolaterale in 3, laterale in 1, posterosettale in 4 e posterolaterale in 1.
Nella nostra esperienza la metodica di CT usata è variata nel tempo. In un
primo periodo è stato usato un criocatetere con una punta di 4 mm, il
criomappaggio a -30°C per un tempo massimo di 60’’ e la crioablazione a
-75°C da un minimo di 4’ ad un massimo di 8’. In seguito è stato adoperato
un criocatetere con una punta di 4 o 6 mm, in base alla localizzazione
della VA, ed un protocollo modificato consistente in un criomappaggio
da -30 a -70°C ed una più lunga crioablazione (sempre oltre i 6 minuti)
con l’aggiunta di un “criobonus” di consolidamento sullo stesso sito e con
le stesse modalità.
Dopo la procedura di crioablazione, i pazienti sono stati valutati a 1, 6, 12,
18 e 24 mesi con una visita cardiologica, un ECG, un monitoraggio ECG
secondo Holter ed un test da sforzo (follow-up mediano: 9 mesi, range 124 mesi).
Il successo acuto della CT è stato del 96.2%, con ricorrenza della VA nel
23% dei casi. Non si sono manifestate complicanze o effetti avversi
irreversibili correlati con la crioenergia. Un allungamento transitorio
dell’intervallo PR si è osservato in un paziente durante criomappaggio.
Suddividendo la nostra esperienza in quattro periodi (I 2002-2005,14
procedure; II 2005-2006 11 procedure; III 2007-2009, 13 procedure; IV 2010,
14), il successo in acuto è rimasto costante (I periodo 93%, II 100%, III 93%,
IV 100%), le recidive non hanno avuto una variazione statisticamente
significativa ma sono passate dal 35.7% del I periodo al 14.3% del IV
periodo (II 18.2%, III 23.1%), mentre la media della durata della
fluoroscopia usata si è ridotta significativamente (I periodo 43’, II 46’, III
26’, IV 23’; p 0,019).
In conclusione, sulla base dei dati della nostra esperienza, la CT per il
trattamento delle TRAV da VA destra in pazienti di età pediatrica appare
sicura ed efficace. Il successo in acuto e a distanza e la totale assenza di
complicanze la rendono, a nostro avviso, una valida alternativa all’uso
della radiofrequenza nella risoluzione di tale patologia.
P90
EVALUATION OF ELECTRICAL ISOLATION OF PULMONARY VEINS
OBTAINED BY CRYOBALLOON-ABLATION FOR ATRIAL FIBRILLATION,
USING ELECTROANATOMICAL VOLTAGE MAPPING
Massimiliano Maines1, Domenico Catanzariti1, Carlo Angheben1,
Maurizio Centonze2, Giuseppe Vergara1
1
Department of Cardiology, S. Maria del Carmine Hospital, Rovereto,
2
Department of Radiology, S. Chiara Hospital, Trento
Background. Balloon-based technology and cryoenergy were recently
introduced to increase the safety of procedure and to reduce discontinuity
of circular lesions around pulmonary veins (PVs), by avoiding a major role
in the outcome of the operatory dexterity. However, the exact level of
PVs isolation induced by cryoballoon-ablation (CBA) remains relatively
unknown.
Methods. In 22 consecutive patients undergoing CBA for paroxysmal or
short standing persistent atrial fibrillation after prior MRI data acquisition,
3D reconstruction of the LA could be generated using the EnSite Verismo
Software incorporating the 3D reconstruction of the LA created by MRI.
This software was also used for measuring distances and the diameter of
various anatomical structures and for reconstructing the complete “true”
anatomy of PVs antra. Using preselected amplitude voltage limits of 0.050.5 mV and differential pacing techniques, the topographic extension of
PVs isolation was assessed after CBA.
Results. All 80 PVs of patients study were isolated by CBA (including 9 left
common trunk and 1 right middle accessory veins). An antral level of
isolation was observed in the vast majority of PVs with severe reduction
of voltage outside the tubular portion of PV and at various extent
proximal to the PV ostium. Indirect approaches to CBA were preferred in
42% of cryofreezes to enlarge the perivenous atrial lesions, while the
coaxial approach was reserved in the remaining cases.
Conclusion. CBA exerts its effects on electrical isolation at the antral level
of PV ostia largely resorting to indirect approaches for achieving
mechanical occlusion during cryoenergy delivery.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
53S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
P91
ABLATION OF LONG-LASTING PERSISTENT ATRIAL FIBRILLATION BY
INTRAPROCEDURAL USE OF IBUTILIDE TO IDENTIFY PERSISTENT CFAES.
RESULTS FROM A RANDOMIZED STUDY COMPARING TWO DIFFERENT
STRATEGIES
Marco Rebecchi1, Luigi Sciarra1, Ermenegildo de Ruvo1, Lucia De Luca1,
Lorenzo Maria Zuccaro1, Alessandro Fagagnini1, Monia Minati1,
Fabrizio Guarracini1, Luigi Mattioli2, Ernesto Lioy1, Leonardo Calò1
1
Division of Cardiology, Policlinico Casilino, ASL RMB, Rome, 2Division of
Cardiology, University of Rome “La Sapienza”, Rome
Introduction. Ablation of long-lasting (LL)-persistent atrial fibrillation (AF)
is highly variable, with different strategies and outcome. We sought to
compare the efficacy of an ablation strategy focused on elimination of
complex fractionated atrial electrograms (CFAEs) in right (RA) and left
atrium (LA) identified by using intravenous low-dose of ibutilide plus
pulmonary vein isolation (PVI) with that of an approach performed with
linear lesions in LA plus PVI.
Methods. Fifty-four symptomatic patients with LL-persistent AF, refractory
to AADs, were randomized to two different ablation approach. Twentyseven patients (group A; mean age 58.7±7.4 years, 14 males) underwent
a procedure including bi-atrial CFAEs mapping (using a specific CARTO
software) prior and post intravenous low-dose of ibutilide (0.5 mg)
administration. Ablation procedure consisted in PVI and CFAEs ablation
in the critical sites identified after ibutilide using. Ablation strategy of the
remaining 27 patients (group B; mean age 58.6±9.4 years, 14 males)
consisted in PVI and linear lesions (roof and mitral isthmus) in the LA.
Results. All patients completed ablation procedure and no complications
occurred. In group A, the prevalence of CFAEs before ibutilide
administration was higher in the LA than in the RA (35.4 vs 21.2%,
p=0.016). After ibutilide administration, AF cycle length significantly
decreased if compared with baseline (264.2±51.9 vs153.4±33.9, p=0.0001)
and CFAEs prevalence was globally reduced of 69.4% (p=0.001) in LA and
of 81.7% (p=0.001) in RA. Complete PVI was performed in all patients of
both groups. Complete mitral isthmus and roof conduction block was
observed in 15 (55%) and in 24 (88%) patients of group B, respectively.
After a mean follow up of 13±8 months, 22 (81.4%) patients of group A
and 9 (33.3%) patients of Group B were free from AF recurrences
(p=0.001).
Conclusion. In patients with LL-persistent AF, PVI plus bi-atrial ablation of
CFAEs after ibutilide administration is safe and more effective in term of
success rate if compared with PVI plus linear lesions approach. This study
suggests the utility of intraprocedural use of ibutilide to perform ablation
of persistent CFAEs that could be critical for the maintenance of AF.
P92
PROCEDURE DI ABLAZIONE TRANSCATETERE DI ARITMIE CARDIACHE
ESEGUITE CON MINIMA OD ASSENTE ESPOSIZIONE RADIOLOGICA:
RISULTATI PRELIMINARI
Attilio Del Rosso1, Vincenzo Guarnaccia1, Nunzia Rosa Petix1,
Andrea Zipoli1, Federico Borselli2
1
U.O. di Cardiologia, Ospedale San Giuseppe, Empoli, 2St. Jude Medical,
Italia, Milano
Background. Le procedure di ablazione transcatetere (ABL) delle aritmie,
oltre ai rischi insiti nella procedura stessa, espongono il paziente e gli
operatori ad una significativa esposizione radiologica (RX). I sistemi
computerizzati di mappaggio tridimensionale (3D) hanno permesso una
più facile identificazione del circuito di aritmie complesse ed una sensibile
riduzione dell’esposizione RX.
Scopo dello studio. Lo scopo di questo studio preliminare è stato quello di
valutare la possibilità di eseguire procedure di ABL di aritmie ad origine
dalle sezioni cardiache di destra con minima o assente esposizione RX.
Metodi. Le procedure di ABL mediante radiofrequenza sono state eseguite
utilizzando il sistema St. Jude Medical EnSite NavX. Sono state trattate
esclusivamente aritmie ad origine dalle sezioni cardiache destre: flutter
atriale comune (FLA), tachicardia da rientro nodale (TRNAV) o da via
accessoria AV (TRAV). Il primo elettrocatetere posizionato era quello per
il seno coronarico tramite l’accesso dalla vena giugulare interna destra,
utilizzando come riferimento visivo le immagini virtuali in proiezione
obliqua destra e sinistra create dal sistema di mappaggio 3D.
Successivamente tramite la vena femorale, sulla guida delle immagini del
sistema 3D, venivano avanzati l’elettrocatetere ablatore e uno o due
elettrocateteri mappanti. Infine veniva creata una mappa anatomica o
elettroanatomica virtuale dell’atrio destro definendo alcuni reperi
anatomici quale la sede del potenziale hisiano o l’istmo cava inferioreanulus tricuspidale. In ogni procedura si è sempre cercato di evitare
l’esposizione RX, ricorrendo ad essa solo in caso di difficoltà nella
navigazione o nell’accesso alle camere cardiache. La procedura ablativa
veniva eseguita utilizzando criteri elettrofisiologici e anatomici
tradizionali sulla base del tipo di aritmia trattata.
Risultati. Sono state eseguite 14 procedure consecutive (Gruppo A) (8
TRNAV, 5 FLA e 1 TRAV) (età media 67±13, 5M). I risultati, in termini di %
di successo acuto, durata della procedura ed esposizione RX, sono stati
confrontati con quelli di 49 procedure eseguite con esposizione RX
(Gruppo B) (31 FLA, 17 TRNAV e 1 TRAV) (età media 71±12, 29M) e di 47
procedure eseguite con metodica ibrida (RX + mappaggio 3D) (Gruppo C)
(46 FLA, 1 TRAV) (età media 70±9, 31M). Nel gruppo A il successo acuto è
stato osservato nel 100% dei casi, la durata della procedura è risultata di
183±38 min, l’esposizione RX di 4±10 sec. In 11 (79%) procedure non si è
fatto ricorso ad esposizione RX. Nel Gruppo B il successo acuto è stato del
54S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
96%, la durata della procedura è risultata di 193±50 min, l’esposizione RX
di 1593±935 sec (p<0.001 Gruppo A vs Gruppo B). Nel Gruppo C il successo
acuto è stato del 100%, la durata della procedura è risultata di 230±63
min, l’esposizione RX di 1268±591 sec (p<0.001 Gruppo C vs Gruppo A,
p<0.02 Gruppo B vs Gruppo C).
Conclusioni. L’impiego del sistema di mappaggio 3D ha permesso di
eseguire procedure di ABL di aritmie ad origine dalle sezioni destre in
assenza o con minima esposizione RX, con percentuali di successo e tempi
di procedura simili a quelli di ABL eseguite con tecnica tradizionale o
ibrida.
P93
USEFULNESS OF CONTRAST INTRACARDIAC ECHOCARDIOGRAPHY IN
PERFORMING PV BALLOON OCCLUSION DURING CRYOABLATION FOR
ATRIAL FIBRILLATION
Massimiliano Maines, Domenico Catanzariti, Carlo Angheben,
Claudio Cemin, Cristiana Giovanelli, Giuseppe Vergara
Department of Cardiology, S. Maria del Carmine Hospital, Rovereto
Introduction. Cryoballoon ablation (CBA) has proven very effective for
pulmonary vein (PV) isolation (PVI) if complete mechanical occlusion is
achieved and conventionally assessed by angiographic injection of
contrast within PV lumen. The aim of our study was to assess the
usefulness of saline contrast intracardiac echocardiography (CE) in guiding
CBA.
Methods. Twenty consecutive patients with paroxysmal atrial fibrillation
were assigned to fluoroscopy plus CFD (n=10; group 1: iodinated medium
as both an angiographic and an echographic contrast) versus CE plus CFD
(n=10; group 2: saline contrast) for guidance of CBA. CFD-guidance was
used only in pull-down approaches (16% in the study) in both groups.
Results. We evaluated 227 occlusion of 71 PVs. CE-guided assessment of
occlusion, defined as the loss of echocontrastographic back-flow to the
left atrium after saline injection regardless of the visualization of PV
antrum, showed a high level of agreement with the angiographic
diagnosis of occlusion. PVI rate was similar in both groups and effectively
guided by CE (PVI using ≤2 double cryofreezes: 89% of PVs in gr. 1 vs 91%
in gr. 2; p=NS). Group 2 patients (CE guidance) had significantly shorter
procedure (128±17 minutes vs 153±18; p<0.05) and fluoroscopy times
(30±11 minutes vs 42±9, p<0.05) and used lower iodinated contrast (90±25
vs 191±45 mL, p<0.05).
Conclusion. PV occlusion and PVI during cryoablation can be effectively
predicted by CE. This technique reduces radiological exposure and
iodinated contrast use.
P94
RUOLO DELLA CHIRURGIA ABLATIVA A CUORE APERTO (MAZE) NEL
TRATTAMENTO DEL PAZIENTE CON FIBRILLAZIONE ATRIALE MULTIREFRATTARIA
Stefano Benussi1, Alberto Pozzoli1, Ylenia A. Privitera1, Micaela Cioni1,
Enrica Dorigo1, Maria Chiara Calabrese1, Simona Nascimbene1,
Maurizio Taramasso1, Paolo Della Bella2, Ottavio Alfieri1
1
Cardiochirurgia, 2 Aritmologia ed Elettrofisiologia Cardiaca,
Dipartimento Cardio-Toraco-Vascolare, Ospedale Universitario
San Raffaele, Milano
Introduzione. Il trattamento non farmacologico della fibrillazione atriale
(FA) viene riservato a pazienti sintomatici, refrattari (od intolleranti) alla
terapia medica. Quando anche l’ablazione percutanea risulta inefficace, le
opzioni alternative previste dalle linee guida sono (nell’ordine): la
chirurgia ablativa a cuore aperto (Maze) o l’ablazione del nodo
atrioventricolare e l’impianto di pacemaker (“ablate and pace”). Malgrado
questo, nella pratica clinica attuale, il paziente refrattario è solitamente
sottoposto ad ablazioni percutanee multiple e, sempre più spesso, ad
“ablate and pace”, mentre l’ablazione chirurgica è praticata solo
eccezionalmente. Riportiamo di seguito i risultati clinici della nostra
iniziale esperienza con chirurgia ablativa in pazienti refrattari ad
ablazione transcatetere.
Materiali e metodi. Tra giugno 2007 e ottobre 2010 19 pazienti (età media
55.5±10.7 anni; M:F=18:1) sono stati riferiti per chirurgia ablativa per FA
refrattaria a terapia antiaritmica ed a plurime ablazioni transcatetere (in
media 2.6 ablazioni/paziente; range 1-5). 7 casi erano forme persistenti e
12 permanenti; in 3 casi era presente una tachicardia atriale post ablativa.
L’intervento ablativo (Maze) è stato effettuato utilizzando radiofrequenza
bipolare in associazione a crioenergia. 8/19 pazienti sono stati operati con
approccio mini-invasivo in minitoracotomia destra. Ogni paziente è stato
sottoposto a valutazione clinica (classi NYHA e EHRA) e strumentale (ECGHolter 24h, ecocardiografia) prima dell’intervento, a cadenza trimestrale
per il primo anno e poi semestralmente.
Risultati. Tra le complicanze post-operatorie si segnalano 2 casi di infezioni
della ferita sternotomica, una superficiale e una profonda (quest’ultima ha
richiesto revisione chirurgica) entrambe guarite senza sequele. In 2 casi si
è reso necessario impiantare un pace-maker definitivo per disfunzione del
nodo senoatriale. Dopo l’operazione, follow-up medio di 14.8±12 mesi
(range 1-43 mesi),, 19/19 pazienti (100%) risultano in ritmo sinusale stabile.
La funzione contrattile è significativamente migliorata dopo l’intervento,
passando da un valore medio di 49.3±13.9% (range 17-65%) ad uno di
61.2±4.6% (range 55-70%) (p=0.0012). Prima dell’intervento 16/19
pazienti (84%) risultavano fortemente limitati nell’attività quotidiana dai
sintomi legati alla FA (classe EHRA III-IV), mentre all’ultimo follow-up 18/19
POSTER
(95%) sono completamente asintomatici (EHRA I). In ultimo, anche la
classe NYHA è migliorata: 14 pazienti (74%) sintomatici per dispnea
(NYHA II-III) pre-intervento, sono risultati asintomatici all’ultimo controllo
(NYHA I). 14/15 pazienti operati da più di 6 mesi hanno sospeso la terapia
anticoagulante orale; 10/15 (71%) non assumono attualmente farmaci
aritmici di classe I-III.
Conclusioni. La chirurgia ablativa a cuore aperto è estremamente efficace
nel ripristinare il ritmo sinusale nel paziente con FA refrattaria ad
ablazione percutanea. Ciò consente una regressione della disfunzione
ventricolare e dei sintomi. A parte casi estremi, l’ablazione chirurgica
dovrebbe essere un’alternativa preferibile all’ablate and pace nella
gestione del paziente con FA refrattaria.
P95
protocollo italiano. Sono stati valutati i sintomi precedenti la sincope
spontanea ed indotta (offuscamento della vista, calore, sudorazione,
astenia, vertigini, cefalea, palpitazioni, nausea e fastidio addominale), il
tempo di insorgenza dei sintomi con i parametri emodinamici (pressione
arteriosa e frequenza cardiaca).
Risultati. Dei 118 pazienti studiati, 48 pz erano maschi, età media 52±18
anni. La presenza di prodromi è stata percentualmente più elevata nella
Si indotta rispetto alla Si spontanea 82 vs 54% p<0.05 e nei pz >70 anni
94vs 48% p<0.001. I sintomi maggiormente prevalenti sono stati
l’offuscamento della vista, le vertigini e la sudorazione, rispettivamente
56%, 48% e 31% nella popolazione totale e 68%, 59% e 34% nei pz >70
anni. I sintomi prodromici ad insorgenza precoce (>2 min) sono stati il
calore e la sudorazione, quelli più tardivi (<1 min) sono stati
l’offuscamento della vista e le vertigini. È stata rilevata un’associazione
tra timing dei sintomi ed una maggiore riduzione dei valori della pressione
arteriosa. Ad un follow-up di 1 anno nel 48% dei pz non si sono più avute
Si.
Conclusioni. Il tilt test può permettere oltre che una diagnosi della Si
inspiegata anche un più frequente e facile riconoscimento dei prodromi
che può essere utile al fine di addestrare il paziente al riconoscimento e
alla consapevolezza degli stessi al fine di poter fare “abortire” la sincope
con le manovre di contropressione.
INCREASED PLASMA HOMOCYSTEINE PREDICTS THE RECURRENCE OF
LONE ATRIAL FIBRILLATION AFTER SUCCESSFUL MINIMALLY INVASIVE
EPICARDIAL ABLATION VIA RIGHT MINITHORACOTOMY
Giuseppe Nasso, Vito Romano, Felice Piancone, Raffaele Bonifazi,
Giuseppe Visicchio, Flavio Fiore, Katerina Generali, Giuseppe Speziale
Division of Cardiac Surgery, GVM Hospitals of Care and Research, Bari
Objective. The minimally invasive, epicardial off-pump ablation is an
emerging therapeutic option for drug-resistant lone atrial fibrillation (AF).
For a rational practice and the development of new treatment algorithms,
it is important to stratify the patients on the basis of their risk of
P97
P95
recurrence. Thus, we sought to ascertain whether the plasma levels of
FATTORI PREDITTIVI DI RISCHIO DI RECIDIVA SINCOPALE IN UNO STUDIO
INCREASED PLASMA HOMOCYSTEINE PREDICTS THE RECURRENCE OF LONE ATRIAL FIBRILLATION
homocysteine (both preoperatively and at the follow-up) predict the
SU 161 PAZIENTI CON SINCOPE VASOVAGALE
AFTER SUCCESSFUL MINIMALLY INVASIVE EPICARDIAL ABLATION VIA RIGHT MINITHORACOTOMY
recurrence of AF after successful minimally invasive epicardial ablation.
Ernesto Grifoni, Doriana Frongillo, Silvia Bisegni, Claudia Braccioli,
Patients and methods. In the setting of a prospective study of the
Maria Rosaria Cianfrocca, Gian Paolo Novelli, Giuseppe Pietravalle
minimally invasive epicardial ablation, we obtained blood samples from
U.O.C. di Cardiologia-UTIC, Ospedale “San Sebastiano Martire”, Frascati
patients scheduled to this surgery at the following time points: the day
Al fine di valutare l’eventuale comparsa di recidive sincopali, 161 pazienti
Objective. before surgery, 6-month follow-up visit. Plasma homocysteine levels were
(65M; 96F) di età media 34.68±24.74 anni (min: 11 max: 81 anni), afferenti
determined in both samples and expressed as μmol/L. Patients were
presso il nostro ospedale negli ultimi 8 anni e diagnosticati come affetti
divided into two groups according to a cutoff value for the last quartile
da sincope vasovagale, sono stati contattati telefonicamente. La diagnosi
of plasma homocysteine concentration (15.1 μmol/L), The recurrence of
era stata effettuata secondo le linee guida ESC ed in tutti i pazienti la
AF was demonstrated by scheduled 24-hours ECG monitoring. Time-torassicurazione psicologica e le misure comportamentali (incluse manovre
Patients and
methods.
event analysis was performed (Kaplan-Meier and Cox regression).
di contropressione) sono state adottate come terapia di prima linea; un
Results. A total of 104 patients were subjected to minimally invasive
tilt-test è stato effettuato in 77 pazienti (47.8%) ed è risultato positivo in
epicardial ablation of lone AF. The rate of freedom from AF was 89.4% at
53 (68.8%). La frequenza degli episodi sincopali è stata espressa attraverso
an average 17 months follow-up. Among patients who were discharged
il “syncope burden”, calcolato dividendo il numero totale di sincopi per il
on stable sinus rhythm after minimally invasive ablation, the homocysteine
rispettivo periodo di tempo in anni. Il follow-up medio è stato di 33.6±54.5
levels were significantly increased in patients with persisting AF type
mesi (min: 13 mesi; max: 89 mesi) e recidive sincopali si sono avute in 37
(p<0.01) and with enlarged left atrium (defined as left atrial size ≥22
pazienti (22.9%).
Results.
mm/m2) (p<0.01). Patients who displayed clinical recurrence of AF had
L’analisi di regressione logistica univariata ha evidenziato che i pazienti
higher homocysteine levels both preoperatively and at 6 months (p<0.01
con recidive sono più frequentemente di sesso femminile (9M e 28F;
both). Cox proportional hazards regression evidenced increased
p=0.036), hanno un numero di recidive più elevato alla prima visita
homocysteine levels as an independent predictor of recurrent AF. Kaplan(p=0.0001), un più alto valore di “syncope burden” (p=0.0006) ed un
Meier analysis for recurrent AF-free survival confirmed this finding (logperiodo di follow-up più lungo (p=0.012). Dopo aver identificato i valori
rank p<0.01 among patients strata having higher vs. lower homocysteine
di “cut-off”, mediante curve ROC, abbiamo dicotomizzato le variabili
levels) (Figure 1).
“syncope burden” e il numero di episodi sincopali al momento della prima
Conclusions. Increased homocysteine levels are significantly associated
visita. Per il “syncope burden” il valore di cut-off era 1.5 (sensibilità 72.2%
with the recurrence of lone AF after minimally invasive epicardial ablation.
e specificità 70.4%), per il numero di episodi sincopali al momento della
Conclusions.This factor should be weighted in conjunction with other predictors of
prima visita il valore di cut-off era 3 (sensibilità 63.9% e specificità 77.6%).
recurrence (persisting type of AF, advanced left atrial remodeling) in order
L’analisi di regressione logistica multivariata ha indicato come fattori
to establish the indication to minimally invasive surgical ablation for lone
indipendenti predittivi di recidiva sincopale la presenza di più di 3 recidive
AF.
al momento della prima visita (p=0.0003) e la presenza di un valore di
“syncope burden” superiore a 1.5 (p=0.0002). Considerando l’età di
insorgenza della prima sincope, sempre mediante curve ROC abbiamo
identificato il punto di “cut-off” che era di 17.8 anni (sensibilità 50%,
specificità 68%); all’analisi di regressione logistica univariata i pazienti con
età inferiore a 17 anni al momento della prima sincope avevano un rischio
doppio di andare incontro a recidive sincopali (OR: 2.13, p=0.05), ma tale
parametro non era significativo come fattore indipendente di rischio
all’analisi multivariata.
Nei 77 pazienti sottoposti a tilt-test, la risposta al tilt non è risultata
predittiva di recidiva sincopale, né considerando la positività del tilt test
per sincope vaso-vagale (p=0.64), né considerando il tipo di risposta:
cardioinibitoria (p=0.71), vasodepressiva (p=0.94) o mista (p=0.11), nei
confronti dei pazienti con tilt test negativo.
Nei nostri pazienti si conferma che la sincope vasovagale è un fenomeno
benigno; la rassicurazione psicologica e una terapia conservativa sono
sufficienti nella maggior parte dei casi ad evitare recidive, che appaiono
in ogni caso essere più frequenti nelle donne, nei pazienti di età più
giovane e soprattutto nei pazienti che al momento della prima visita già
presentano un numero ed una frequenza elevata di episodi sincopali.
Morte improvvisa, sincope
P96
P98
RUOLO DEI PRODROMI NELLA SINCOPE TILT TEST INDOTTA
Maria Letizia Cavarra1, Giacomo Chiarandà2, Marta Chiarandà1,
Corrado Tamburino1, Valeria Calvi1
1
Policlinico Universitario, Ospedale Ferrarotto, Catania,
2
Ospedale Gravina Caltagirone, ASP, Catania
Background. La sincope vasovagale non sempre è preceduta da prodromi
e quando presenti talora non sono riconosciuti o evidenziati dal paziente.
Scopo dello studio è stato quello di valutare i sintomi precedenti alla
sincope (Si) spontanea o tilt indotta.
Materiali e metodi. La casistica si compone di 118 pazienti con Si
inspiegata >3 nell’ultimo anno, positiva a tilt test eseguito secondo il
AGE OF ONSET, MODALITIES OF CLINICAL PRESENTATION AND CLINICAL
OUTCOME IN SUBJECTS WITH SUSPECTED NEURALLY MEDIATED
SYNCOPE: IS THERE A GENDER DIFFERENCE?
N.R. Petix, A. Del Rosso, V. Guarnaccia, A. Zipoli
Division of Cardiology, San Giuseppe Hospital, Empoli
Neurally mediated syncope is widely believed to be more common in
females (3.5%) than in males (3.0%) However, the gender difference of
neurally mediated syncope has not well been evaluated. The objective of
this study was to assess the gender difference of clinical manifestations
and outcome in patients with suspected neurally mediated syncope. Of
the consecutive 802 pts referred for suspected neurally mediated syncope
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
55S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
at a single Syncope Unit, 186 pts with structural heart disease or abnormal
ECG, 45 pts with carotid sinus syndrome and 47 pts undergoing only
carotid sinus massage were excluded. Thus, we studied 524 pts with
normal ECG, absence of heart disease and suspected neurally-mediated
syncope. Of 524 pts, 243 pts (46%) were male (m) and 281 pts (54%) were
female (f). The age at the first clinical evaluation (male pts: mean age
55±20, range 14-91, mode 65, median 60 yrs; female pts: mean age 54±20,
range 13-87, mode 59, median 59 years; p=NS) and co-morbidities
(hypertension: 31% m vs 34% f, p=NS; diabetes: 9% m vs 6% f; p=NS) were
not significantly different between male and female pts. The median of
syncope spells was 2 (range 1-50) in both groups, however female pts had
more episodes of syncope prior to the first clinical evaluation (male pts:
2.9±2.7 vs female pts: 4.3±5.3, p=0.0001), more traumatic syncopal
episodes (33% m vs 52% f, p=0.0001), major trauma (7% m vs 14% f,
p=0.01) and fractures (6% m vs 13% f, p=0.004). The first onset of syncope
occurred at younger age in female pts (mean age 48±22, mode 16, median
54 years) than in male pts (mean age 52±22, mode 38, median 57 years)
(p=0.02), however the age distribution demonstrated 2 peaks at the ages
of 15 to 25 years and older than 60 years in both groups. The range of
duration of history of syncope at the first clinical evaluation was 3.1±8.6
years in male pts and 6.6±13.7 years in female pts (p=0.001). The clinical
presentation of the first spontaneous episode was suggestive of typical
vasovagal syncope in 58% of female pts and 45% of male pts (p=0.03),
situational syncope in 16% male pts and 9% in female pts (p=0.04),
atypical syncope in 40% of female pts and 33% of male pts (p=NS).
Overlap phenomena in the clinical presentation of spontaneous syncope
was noted more frequently in female pts (16%) than in male pts (8%)
(p=0.04). During the follow-up (mean 38±29, median 28 months; 98%
complete follow-up) 82 pts (39 m, 43 f) had recurrence of syncopal
episodes (traumatic episode in 16 m and 24 f). Severe outcomes
(myocardial infarction, heart failure, stroke) occurred in 42 pts (24 m, 18
f). Overall mortality was 4.9% (6.5% m, 3.5% f). Cumulative event-free
curves were similar without significant differences between the two
groups. In conclusion 1) before that female pts were referred to Syncope
Unit for the first clinical evaluation, female pts were experiencing syncopal
episodes at younger age, for longer periods of their lives and more
episodes of syncope, most often with major trauma, than male pts; 2)
gender difference was also noted regard to frequency of clinical
presentation of the first syncope, most often typical vasovagal syncope in
female pts and situational syncope in male pts; 3) on follow-up the clinical
outcome was similar between the two groups.
P99
GANGLIONATED PLEXI ABLATION IN RIGHT ATRIUM TO TREAT
CARDIOINHIBITORY NEUROCARDIOGENIC SYNCOPE
Marco Rebecchi1, Ermenegildo de Ruvo1, Luigi Sciarra1, Lucia De Luca1,
Lorenzo Maria Zuccaro1, Alessandro Fagagnini1, Luigi Mattioli2,
Fabrizio Guarracini1, Monia Minati1, Ernesto Lioy1, Stefano Strano2,
Leonardo Calò1
1
Division of Cardiology, Policlinico Casilino, ASL RMB, Rome, 2Division of
Cardiology, University “La Sapienza”, Rome
Introduction. Clinical management of cardioinhibitory neurocardiogenic
syncope (CNS) is often considered difficult especially in young patients
with frequent refractory episodes also considering the problematic choice
regarding an eventual pacemaker (PMK) implant. Considering that
anatomical studies showed a significant number of ganglionated plexi
(GP) in right atrium (RA), we hypothesized that transcatheter
radiofrequency (RF) ablation of these selected areas could be an effective
treatment to abolish or to reduce CNS episodes.
Methods. A 31-year old female patient with frequent typical CNS over the
last 2 years was referred to our center for PMK implant because a recent
tilt-table test showed an asystole of 30 seconds. At admission, we decided
to propose a vagal denervation strategy in RA, accepted by the patient. A
fast anatomical mapping of RA was performed with CARTO 3. An
extensive ablation approach at anatomical sites of GP was performed until
atrial electrical activity was completely eliminated (<0.1 mV) and vagal
reflexes (VR) disappeared. Heart rate variability (HRV) and tilt-table test
evaluation was assessed at baseline, early after ablation and at 1, 3 and 6
month follow-up (FU).
Results. A significant VR was observed during RF application in the area
placed between superior vena cava and posterior surface of RA and in
that between coronary sinus ostium and atrio-ventricular groove. Heart
rate early increase after ablation (76 bpm) and remained higher than
baseline (56 bpm) during the FU. Low (LF) and high frequencies (HF)
significantly decreased early after ablation (LF/HF: 0.52) if compared with
baseline (LF/HF: 1.67). A sympathetic tone predominance was observed
during the FU. At 6 months the parasympathetic tone, despite an initial
recovery showed at HRV, remained substantially reduced if compared with
baseline. No symptoms occurred during the FU and tilt test controls
resulted negative for CNS.
Conclusion. Vagal denervation in RA could be considered an alternative
strategy to reduce CNS episodes especially in young patients avoiding or
delaying as much as possible PMK implant. A study including a greater
number of patients and long term FU is necessary to understand the real
efficacy of this procedure.
56S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
P100
SINOATRIAL BLOCKS IN HYPERTHYROIDISM ASSOCIATED WITH SYNCOPE,
TREATED WITH BETA-BLOCKERS. A CASE OF PARADOXICAL TREATMENT
Ester Meles
Dipartimento di Cardiologia, H.L. Mandic Merate, Merate (LC)
Introduction. Hyperthyroidism is commonly associated with sinus
tachycardia and atrial fibrillation. A less known complication of
thyrotoxicosis is impaired atrioventricular conduction. Complete
atrioventricular block complicating hyperthyroidism has generally been
described in patients with additional risk factors such as infections, drugs
or electrolyte imbalance. In a few, however, thyrotoxicosis was the only
cause of atrioventricular block (1). Sporadic case reports have appeared
in literature, not recently published, linking Graves’ disease with high
degree (type one trough third degree) A-V block frequently
accompanied by Morgagni Adams Stokes attacks. In these cases the
absence of antecedent heart disease or additional complication factors,
such as the assumption of drugs, is the common denominator. The return
of normal AV conduction following treatment of the thyrotoxicosis is
common (1- 8). Previous studies have reported that all cases returned to
normal AV conduction within two weeks (6). We describe the case of a
patient with thyrotoxic crisis in whom sinoatrial blocks were associated
with syncope.
Case report. A 52-year-old woman, without cardiac previous pathology,
reached our Hospital after an episode of loss of consciousness, while she
was sitting on the sofa. Visited in Emergency Room she presented two
other testified episodes of syncope, with pallor and marked cardiac sinus
bradycardia, followed by vomiting and subitaneous recovery of
consciousness. In the second episode the patient was laying.
The lady was hospitalized in Cardiology Division for observation. Two
months before she had evidence of low levels of TSH, never investigated.
The patient didn’t receive drugs at home. Both in Emergency Room and
in the admittance of Cardiology Division the lung, the cardiac and the
neurological objectivity was normal. Blood pressure was 130/70 mmHg.
Heart rate 110 bpm sinusal. O2 Saturation 98%. At ECG there was only
the presence of sinus tachycardia, 107 bpm. Immediately an
echocardiogram was made which was normal, with hyperdynamic
behaviour and reduced ventricular volumes. Blood exams and the thorax
radiogram were normal.
Continuously under telemetry were registered phases of sinus bradycardia
alternate to sinus tachycardia. At first blood exams there were low levels
of TSH (0.00), with high levels of FT3 (7.1 pg/ml) and of FT4 (4.1 ng/dl),
high levels of Ab antithyreoperoxidasis (309 U/ml), normal levels of Ab
anti thyreoglobulin (<20 U/ml) and high levels of PCR (normal on
admission). From the second day after hospitalization was introduced
treatment of the thyrotoxicosis (methimazole).
The day after we registered a new syncope with subitaneous recovery of
consciousness. At ECG there was a pause of 4 second duration. In the same
day similar transient episodes of loss of consciousness were repeated,
followed by nausea, with evidence of sinus bradycardia and no rilevable
blood pressure at sphygmomanometer. In order to this fact a catheter for
the rilevation of continuous invasive blood pressure was placed. Moreover
massage of right and left carotid sinus was made without pathological
signs. During the next hours a new syncope accompanied with a 9 second
sinus pause were registered, while the patient were laying. The arrhythmic
event wasn’t preceded by low blood pressure levels. In order to this new
event was placed a temporary cardiac pacing.
Subsequently no more syncopes, no more pauses at telemetry were
registered. Instead there was a stable sinus tachycardia. Due to this fact
therapy with beta-blockers (propranolol), starting with a dose of 40 mg
for three times day, was introduced keeping the temporary pacing.
A thyroid echography was made with evidence of normal dimensions, but
irregular structure like pseudo-nodular, suggestive of thyroiditis. At the
right lobe there were two hyperplastic nodules. No laterocervical
adenopathies. Cancer markers were not pathological.
In the subsequent days was gradually increased the dose of beta-blocker,
for the control of heart rate, till the dose of 70 mg three times daily, in the
absence of new episodes of bradycardia or sinus pauses.
According to the clinical stability the patient was discharged with the
programme of endocrinological deepening and check, without a
permanent pacing.
No more cardiological episodes were presented during thyrotoxicosis
treatment at a clinical and practical follow up with Holter ECG done in
the subsequent month, after discharge.
Discussion. Hyperthyroidism has variable cardiac manifestation including
hypertension, angina, heart failure, tachyarrhythmias, etc. Disturbances
in the conduction are less common, but are potentially more serious (1,69). Several hypotheses have been proposed to explain these disturbances.
Most observers have favored a direct effect of thyroxine, while others
attributed this to infection, digitalis, beta-blockers or hypercalcemia (1,68). Our case had no accompanying infection, concurrent use of digitalis
or hypercalcemia.
Previously studies suggested the presence of hypervagotonia induced
by hyperthyroidism. This mechanism could have been used to explain
sino atrial blocks in our patient. Moreover a relatively recent study,
published in 1998, studied the vagal cardiac activity in hyperthyroid
patients (10). The conclusion of these experiments was that the cardiac
vagal activity evalueted by means of the spectral analysis of respiratoryrelated heart rate oscillations is not altered in patients with
hyperthyroidism. In fact to prove this conclusion there is the negative
POSTER
result of the vagal stimulation with the sino carotid massage done to
our patient during hospitalization.
It is, instead, important the rapid regression of sino atrial blocks with the
use of beta blockers and with the consequent reduction of heart rate. This
observation is not in favour to the hypothesis of a direct effect of
hyperthyroidism on sino atrial node in consideration of the rapid
regression of blocks after introduction of beta-blocker and considering
the number of days necessary to normalize blood levels of TSH through
thyrotoxicosis’ treatment. In fact in most patients symptoms of
hyperthyroidism and circulating thyroid hormone levels return to normal
levels within 4 to 8 weeks of initiating thionamide therapy. The onset of
action of these drugs is slow because they block the biosynthesis rather
than the release of thyroid hormones (11).
We hypothesized that the mechanism that cause sino atrial blocks in
hyperthyroidism could be the Bezold-Jarisch reflex, exalted by the likely
long duration of tachycardia.
This reflex originates in cardiac sensory receptors sited in left ventricle,
particularly in the inferoposterior wall, with nonmyelinated vagal afferent
pathways.
In hyperthyroid women or in patients with sub-clinical hyperthyroidism
were demonstrated structural cardiac changes on left ventricle: a
reduction in end diastolic ventricular volume and a concentric
hypertrophy, with an increased left ventricular mass index. These data
suggest the presence of left ventricular diastolic dysfunction (9). In 1996
Biondi et al. demonstrated that in patients with acclaimed
hyperthyroidism there is an increased left ventricular mass index caused
by the growth of interventricular septum’s and posterior wall’s thickness
(12).
Stimulation of these receptors promotes bradycardia, vasodilation and
hypotension reflexes. Reflexes originating from these receptors are
important to the pathophysiology of many cardiovascular disorders we
can observe during myocardial infarction and inferoposterior myocardial
ischemia, vaso-vagal syncope, neurohumoral excitation in chronic heart
failure, bradycardia and hypotension during coronary arteriography (13).
Previous studies observed that pre treatment with oral beta blockers
prevents the Bezold-Jarisch reflex, preventing tachycardia that
preceding reflex stimulation and consequently bradycardia and
hypotension up to syncope (14). On the other side there is a study
demonstrating that the absence of tachycardia during head-up tilt test
is predictive of beta-blockers therapy’s failure in patient with
neurocardiogenic syncope (15).
The hypothesis that, in thyreotoxicosis with sustained tachycardia, the BJ reflex was the cause of sino atrial blocks is sustained by their rapid and
permanent regression after treatment with beta-blockers. This hypothesis
wasn’t, by our knowledge, considered in previous studies and offers not
only interesting pathophysiological, but also therapeutical suggests. In
fact the patient wasn’t treated with permanent pacing.
New ACC Guide Lines 2008 for implantable devices suggests to place a
permanent pacing in symptomatic sinus arrest. Our case suggests that
clinical behaviour, modulated to a single patient, even being far from
common current directions, can allow us to avoid useless operations or
treatments and can demonstrate to be the most correct.
References
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12 Biondi B, Calmieri EA, Lombardi G, Fazio S. Effects of subclinical thyroid dysfunction
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16 Coats AJ. Ethical authorship and publishing. Int J Cardiol 2009;131:149-50.
P101
RELAZIONE TRA RECIDIVE DI FIBRILLAZIONE VENTRICOLARE INDOTTE DA
MASSAGGIO CARDIACO E SOPRAVVIVENZA IN PAZIENTI CON ARRESTO
CARDIACO EXTRAOSPEDALIERO
Daniela Aschieri1, Valentina Pelizzoni1, Giovanni Quinto Villani1,
Stefano Ferraro1, Luca Rossi1, Enrica Bonibaldoni2, Antonio Cavanna2,
Davide Toscani2, Alessandro Capucci3
1
U.O. di Cardiologia, Ospedale G. da Saliceto, Piacenza, 2Servizio
Emergenza Territoriale 118, Piacenza, 3Clinica di Cardiologia,
Ospedale Torrette, Ancona
Durante un arresto cardiaco con fibrillazione ventricolare, la defibrillazione
efficace può essere seguita da recidive di fibrillazione ventricolare (rVF),
spesso causate dal massaggio cardiaco. È ancora poco chiaro se le rVF
possono influenzare la sopravvivenza.
Scopo. Lo scopo dello studio è quello di determinare il rapporto fra rVF
indotte da massaggio cardiaco (CC-rVF) e sopravvivenza da arresto
cardiaco.
Materiale e metodi. È stato condotto uno studio prospettico
osservazionale sull’arresto cardiaco extraospedaliero nella città di
Piacenza, dove è stato realizzato il primo progetto europeo di
defibrillazione precoce. Le rVF sono state identificate analizzando gli ECG
registrati dai defibrillatori semiautomatici o dai monitor-ECG utilizzati
durante le manovre rianimatorie. Nel nostro studio l’analisi degli ECG è
stata completata dalla valutazione delle registrazioni audio della voce dei
soccorritori durante l’intervento per identificare l’esatto inizio del
massaggio cardiaco e correlarlo con la reinduzione di fibrillazione. È stata
valutata la percentuale di sopravvivenza senza danni neurologici ed il
tempo medio dall’arrivo all’erogazione del primo shock in pazienti con e
senza episodi di rVF.
Risultati. Sono stati valutati per lo studio 160 pazienti (pts) consecutivi con
traccia ECG di buona qualità. Fra i 160 pts, 96/160 pts hanno avuto almeno
un episodio di rVF dopo il primo shock (60%): in particolare, 56/96 rVF
(58%) erano CC-rVF e 40/96 rVF (42%) erano spontanee. 64/160 pts (40%)
non hanno avuto episodi di rVF dopo il primo shock efficace; in questi, la
sopravvivenza si è stata maggiore rispetto ai pts con episodi di rVF (27/64
(42%) vs 22/96 (23%); p<0.05. Il tempo di intervento era sovrapponibile
nelle due popolazioni di pts: 7.1±4.1 min (pts con rVF) vs 6.8±4.6 min (pts
senza episodi di rVF); p=ns.
Conclusioni. Il massaggio cardiaco esterno induce rVF in una elevata
percentuali di pts (60%) dopo il primo shock efficace. A parità di tempo
di intervento, la sopravvivenza è maggiore nei pts senza episodi di rVF. Il
potenziale effetto benefico del massaggio cardiaco può essere annullato
dalla reinduzione di fibrillazione ventricolare che determina la necessità
di erogare shock ripetuti con conseguenti danni al miocardio.
P102
RISULTATI DELL’INDAGINE AUTOPTICA NEI PAZIENTI COLPITI DA MORTE
CARDIACA IMPROVVISA: CAUSE SCATENANTI E PATOLOGIE SILENTI ALLA
BASE DELL’ARRESTO
Daniela Aschieri1, Valentina Pelizzoni1, Giovanni Quinto Villani1,
Maurizio Arvedi2, Luca Rossi1, Antonio Cavanna2, Davide Toscani2,
Stefano Nani2, Francesco Fontana3, Manuela Cassola3,
Alessandro Capucci4
1
U.O. di Cardiologia, Ospedale G. Da Saliceto, Piacenza, 2Servizio di
Emergenza Territoriale 118, Piacenza, 3U.O. di Nefrologia, Ospedale
G. Da Saliceto, Piacenza, 4Clinica di Cardiologia, Ospedale Torrette, Ancona
Introduzione. La morte cardiaca improvvisa rappresenta la principale
causa di morte nel mondo occidentale. La maggior parte dei casi di morte
improvvisa è attribuibile all’infarto miocardico acuto o alla cardiomiopatia
dilatativa. Tuttavia in circa l’8-9% dei casi viene utilizzata la definizione di
“fibrillazione ventricolare idiopatica”, in quanto non si riesce ad
identificarne l’eziologia. È stato condotto uno studio retrospettivo
osservazionale sui casi di arresto cardiaco intra ed extraospedaliero nella
provincia di Piacenza dove è attivo il progetto per l’espianto dei tessuti. Il
sistema è coordinato dalla centrale operativa 118 che, dopo la notizia
della constatazione di un decesso sul territorio o in ambiente ospedaliero,
attiva il “progetto espianti”. Viene contattata la famiglia del paziente
deceduto, e, in caso di volontà di donazione dei tessuti, la salma viene
sottoposta ad autopsia per individuare l’idoneità alla donazione.
Scopo. Individuare le cause di morte cardiaca improvvisa in pazienti con
età <65 anni senza patologie note anamnesticamente.
Metodi. Sono stati valutati 36 casi di morte improvvisa. Di questi 24/36
casi sono stati dichiarati morti per cause cardiache senza precedenti
patologie anamnestiche. Questi pazienti sono stati sottoposti ad autopsia
con studio microscopico del tessuto cardiaco.
Risultati. 24/36 pazienti (22M; range età 31-65 anni; età media 45±15 anni)
hanno avuto una morte improvvisa da cause cardiache. Il ritmo riscontrato
all’arrivo dei soccorsi è stato una FV in 9 casi, una PEA in 2 casi e una
asistolia in 14 casi. In 8/24 pazienti (41.7%) la causa di morte è stata un
infarto miocardico acuto. In 1/24 casi un prolasso valvolare mitralico, in
1/24 casi una pericardite fibrino-emorragica, in 14/24 (60%) l’esame
autoptico ha evidenziato la presenza di una cardiopatia dilatativa non
nota (in 4/14 primitiva, in 10/14 secondaria a malattia coronarica. Il peso
medio del cuore era 469±104 g. La causa determinante la morte è stata
una trombo embolia polmonare in 1/14 casi, un infarto miocardico acuto
in 8/14, un’insufficienza cardiaca acuta in 5/14 casi.
Conclusioni. Dei 36 pazienti analizzati 24/36 non avevano patologie
anamnestiche di cui 14/24 avevano una cardiopatia dilatativa primitiva o
secondaria non nota. Un esame ecocardiografico di screening in pazienti
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
57S
Scopo.
Materiali e metodi.
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
di età inferiore a 65 anni potrebbe individuare la presenza di una
cardiopatia dilatativa silente che rappresenta la causa di arresto cardiaco
nel 60% dei nostri casi.
P103
PERDITA DI COSCIENZA TRANSITORIA E MORTE CARDIACA IMPROVVISA
NEI GIOVANI: MODELLO DI SCREENING CARDIOLOGICO E FOLLOW-UP
Francesco De Rosa, Vincenzo De Donato, Paola Mancuso,
Carmine Carpino, Mario Chiatto, Salvatore Mazza
1
S.C. di Cardiologia, Centro Studio e Prevenzione MCI, P.O. “M. Santo”,
A.O. di Cosenza
Scopo della ricerca. Una perdita transitoria dello stato di coscienza in età
giovanile può essere espressione di patologie cardiache misconosciute che
espongono a rischio di morte cardiaca improvvisa (MCI). Il nostro Centro
di Studio e Prevenzione della Morte Cardiaca Improvvisa, implementato
nella nostra S.C., ha condotto per quattro anni consecutivi, in una
popolazione scolastica delle Scuole Medie Superiori della nostra città,
un’indagine conoscitiva sui casi di perdita di coscienza transitoria, al fine
di stabilire frequenza e natura del sintomo e valutarne l’utilità clinica
come spia di patologie cardiache misconosciute.
Materiale e metodo. Nell’arco di 4 anni (2004-2008) un questionario,
formulato per poter stabilire in anamnesi la presenza di perdita di
coscienza transitoria e di MCI familiare, è stato somministrato a 1786
studenti (età compresa fra 14-18 aa) di 4 Istituti scolastici delle Scuole
medie superiori della nostra città, in accordo con le autorità scolastiche. Il
questionario prevedeva quattro domande a risposta multipla, con tempo
medio di compilazione di 5 minuti, veniva distribuito all’ingresso e ritirato
all’uscita degli studenti. Gli studenti che rispondevano positivamente alle
due domande chiave venivano invitati presso il nostro Centro, previo
consenso informato, per un inquadramento clinico preliminare (anamnesi,
esame obbiettivo, ECG) e successivamente, a seconda del caso in esame, la
valutazione poteva essere estesa ad ulteriori indagini strumentali quali
ECG-dinamico di 24 h (con determinazione di HRV, dispersione intervallo
QT, potenziali tardivi, TWA), ecocardiogramma mono-bidimensionale e
color-doppler, Test ergometrico e Tilt-Test.
Risultati. Il numero di risposte positive per perdita di coscienza transitoria
è stato di 404 (22.9%), ma solo 300 studenti hanno accettato lo screening
clinico. Non sono stati registrati casi di MCI familiare. Dei 300 soggetti
studiati, solo 100 sono stati avviati al percorso diagnostico completo,
mentre 200 ne sono stati esclusi, considerata la evidente natura benigna
del sintomo (situazionale-neuromediata) e l’assenza di riscontri patologici
alla valutazione clinica iniziale. Nei 100 studenti che hanno avuto una
valutazione completa solo in 6 sono stati documentati elementi patologici
alla fine del percorso diagnostico. In uno abbiamo riscontrato la presenza
di una tachicardia ventricolare infundibolare ad andamento iterativo,
mentre in 5 abbiamo diagnosticato delle sincopi vaso-vagali di tipo misto,
che in un caso si è manifestata con convulsioni. Nel corso di un follow-up
medio di 4 anni nessun paziente di quelli sottoposti a screening
cardiologico ha avuto eventi avversi.
Conclusioni. Una perdita transitoria di coscienza è un sintomo
particolarmente frequente in età giovanile (22.9%), ma correlabile ad una
condizione cardiovascolare patologica in un numero nettamente inferiore
di casi (1.8%). Sulla scorta anche dei risultati del follow-up, ci sembra di
poter affermare che il nostro protocollo di screening, imperniato sul
sintomo sincope possa rappresentare un utile e clinicamente snello
protocollo di screening per svelare o escludere condizioni cardiovascolari
misconosciute e/o potenzialmente a rischio di MCI.
P104
RUOLO DETERMINANTE DELL’ATTIVAZIONE DEL CODICE BLU NELLA
SOPRAVVIVENZA DA ARRESTO CARDIACO. ESPERIENZA DI PIACENZA
Daniela Aschieri1, Valentina Pelizzoni1, Enrica Bonibaldoni2,
Giovanni Quinto Villani1, Antonio Cavanna2, Davide Toscani2,
Stefano Ferraro1, Alessandro Capucci3
1
U.O. di Cardiologia, Ospedale G. Da Saliceto, Piacenza, 2Servizio di
Emergenza Territoriale 118, Piacenza, 3Clinica di Cardiologia,
Ospedale Torrette, Ancona
Introduzione. In caso di sospetto arresto cardiaco gli operatori della centrale
118 di Piacenza provvedono all’attivazione del “codice blu” che prevede
l’invio di un mezzo di soccorso avanzato (118-ACLS), un’ambulanza di
volontari (BLS-D) e di una pattuglia dotata di defibrillatore. I defibrillatori
dal 1999 sono in dotazione alle auto di Carabinieri, Polizia di Stato e Polizia
Municipale che percorrono le strade di Piacenza e provincia. Le pattuglie
vengono allertate via radio dalla centrale 118 e si recano presso il luogo
dell’arresto cardiaco applicando il defibrillatore (DAE). Il loro addestramento
è basato unicamente sull’utilizzo del DAE senza manovre di RCP.
Scopo. Confrontare la percentuale di sopravvivenza in caso di arresto
codificato come codice blu rispetto a un arresto cardiaco non codificato
come tale.
Materiali e metodi. È stato condotto uno studio retrospettivo
osservazionale su tutti i casi di arresto cardiaco nell’area urbana di
Piacenza nel decennio 2000-2010 dove da sempre sono operative le
pattuglie delle forze dell’ordine di Polizia di Stato, Polizia Municipale e
Carabinieri. Tutti i pazienti colpiti da arresto cardiaco sono stati suddivisi
in due gruppi: arresto con codice blu (gruppo A), arresto senza attivazione
di codice blu (gruppo B). Per ogni paziente è stato valutato il tempo di
intervento, il tipo di soccorritore e la sopravvivenza.
58S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
Risultati. 2584 pazienti sono stati colpiti da arresto cardiaco a Piacenza e
Provincia. Il codice blu è stato attivato in 423/2584 casi (16.3%). In
Risultati.
particolare 1130 casi di arresto cardiaco si sono verificati nell’area urbana.
In 321/1130 casi (gruppo A) è stato attivato il codice blu (28.4%) mentre
in 809/1130 casi (71.6%) non è stato attivato il codice blu (gruppo B). Nel
gruppo A 166/321 casi (51.7%) hanno avuto operatori del 118 ACLS come
first responders (tempo medio di intervento 6.5±2.3 min), 123/321 (38.3%)
sono stati trattati per primi da un’ambulanza BLS-D (tempo medio 6.3±2.5
min) e 32/321 (10%) sono stati trattati da forze dell’ordine (tempo medio
4.6±1.2 min). La sopravvivenza è stata 6/166 pz trattati dal 118 ACLS (3.6%)
e 7/123 pz trattati dalla ambulanze BLS-D (5.7%) e di 19/32 pz trattati dalle
forze dell’ordine (59%) (6/166 vs 19/32%: p<0.05 e 7/123 vs 19/32%:
p<0.05).
Gruppo A
Gruppo B
118 ACLS
6/166 (3.6%)
15/509 (3%)
Ambulanza BLS-D
7/123 (5.7%)
11/300 (3.7%)
Forze dell’ordine
19/32 (59%)
NA
Nel gruppo B 509/809 (63%) pz sono stati trattati per primi dal personale
118-ACLS (tempo di intervento 7.3±4.6 min) e 300/809 (37%) sono stati
trattati dal personale delle ambulanze BLS-D (tempo di intervento 6.9±4.2
min). La sopravvivenza è stata di 15/509 pz (3%) trattati dal 118-ACLS e
11/300 pz trattati dai volontari delle ambulanze BLS-D (3.7%).
Conclusioni.
Il futuro dei sistemi di defibrillazione precoce si dovrebbe
Conclusioni.
basare sull’obbligatorietà dei defibrillatori semiautomatici sulle pattuglie
delle forze dell’ordine coordinate dal 118 attraverso l’attivazione del
Codice Blu. Il minore tempo di intervento delle pattuglie garantisce una
maggiore sopravvivenza anche in assenza di addestramento alla RCP.
P105
PROTOCOLLO DI STRATIFICAZIONE DEL RISCHIO DI MCI NELLA
PREECCITAZIONE VENTRICOLARE ASINTOMATICA: RISULTATI E FOLLOWUP
Francesco De Rosa, Paola Mancuso, Carmine Carpino, Mario Chiatto,
Vincenzo De Donato, Salvatore Mazza
S.C. di Cardiologia, Centro Studio e Prevenzione MCI, P.O. “M. Santo”,
A.O. di Cosenza
Scopo della ricerca. La sindrome di WPW espone ad un rischio di morte
improvvisa variabile a seconda delle casistiche (0.6-2.2%). Le attuali linee
guida per i pazienti sintomatici propongono l’ablazione della via anomala,
mentre per i pazienti asintomatici non indicano terapie specifiche. In
questi pazienti è ancora dibattuto, considerato il suo carattere invasivo, il
ruolo dello studio elettrofisiologico endocavitario per la stratificazione
del rischio di MCI, ritenuto comunque non indicato dalle attuali linee
guida. Noi abbiamo applicato un protocollo clinico che in aggiunta alla
valutazione strumentale con gli abituali esami cardiologici di base,
prevedeva uno studio elettrofisiologico trans-esofageo, ritenuto un utile
punto di equilibrio per le informazioni che può fornire ed il suo grado di
invasività, al fine di valutare la eventuale correlazione dei parametri
ricavati dai diversi esami, ma in particolare di quelli forniti dallo studio
elettrofisiologico trans-esofageo, con la comparsa di sintomi durante il
periodo di follow-up.
Materiale e metodo. Abbiamo studiato 19 pazienti (11M, 8F, età compresa
fra 14 e 68 aa, media 35.6 aa), con riscontro di preeccitazione cardiaca
tipo Kent, asintomatici. Tutti i pazienti sono stati sottoposti ad un
protocollo di valutazione che prevedeva ECG di base, ecocardiogramma,
Holter di 24 h, Test ergometrico massimale e studio elettrofisiologico
trans-esofageo. Il protocollo di stimolazione prevedeva una stimolazione
atriale programmata con singolo e doppio extrastimolo a due livelli di
ciclo base 600 msec e 500 msec. Il protocollo veniva interrotto in presenza
di induzione di tachicardie parossistiche da rientro atrioventricolare. I
parametri valutati sono stati i seguenti: persistenza o intermittenza della
preeccitazione all’Holter, persistenza o scomparsa della preeccitazione
all’acme dello sforzo, periodo refrattario effettivo della via anomala
(PREVA), inducibilità di tachicardie parossistiche da rientro atrioventricolare
(TRAV). Tutti i pazienti venivano poi inseriti in un follow-up a cadenza
semestrale che prevedeva una registrazione Holter ed un Test ergometrico,
insieme ad un ECG ed al rilievo di eventuali sintomi intervenuti.
Risultati. L’esame Holter ha documentato una preeccitazione persistente in
6/19 pz, il Test ergometrico ha documentato una persistenza della
preeccitazione in 7/19 pz, mentre lo studio elettrofisiologico ha fatto
registrare un PRE medio di 327 msec (range 230 -600 msec) ma 4 pazienti
presentavano un PRE <240 msec. In nessun caso abbiamo avuto inducibilità
di TRAV (0/19). Durante un follow-up medio di 41.3 mesi (range 9-144
mesi). I pazienti sono rimasti asintomatici e non hanno mostrato variazioni
significative ai controlli semestrali (Holter, test ergometrico).
Conclusioni. L’analisi dei dati raccolti conferisce un ruolo preminente ai
dati ricavati dallo studio elettrofisiologico transesofageo. Infatti abbiamo
documentato una totale concordanza fra la non inducibilità di TRAV e la
comparsa di sintomi. La durata del PREVA, viceversa, non ha mostrato una
concordanza altrettanto stretta, considerato che 4 pazienti, sebbene
rimasti asintomatici, avevano un valore ritenuto a rischio (<240 msec). Lo
stesso vale per la persistenza della preeccitazione al test ergometrico ed
all’esame Holter. Riteniamo dunque che lo studio elettrofisiologico transesofageo, con particolare riferimento alla non indicibilità di TRAV, possa
rappresentare un utile esame nella stratificazione del rischio dei pazienti
con preeccitazione cardiaca asintomatica, anche se attualmente non
indicato dalle linee guida.
POSTER
P106
RELAZIONE TRA INTENSITÀ DEL MASSAGGIO CARDIACO, TEMPO DELLA
SUA ESECUZIONE E RICORRENZA DI FIBRILLAZIONI VENTRICOLARI
NELL’ARRESTO CARDIACO EXTRAOSPEDALIERO
Daniela Aschieri1, Valentina Pelizzoni1, Giovanni Quinto Villani1,
Stefano Ferraro1, Enrica Bonibaldoni2, Davide Toscani2,
Antonio Cavanna2, Alessandro Capucci3
1
U.O. di Cardiologia, Ospedale G. da Saliceto, Piacenza,
2
Servizio Emergenza Territoriale 118, Piacenza, 3Clinica di Cardiologia,
Ospedale Torrette, Ancona
Le manovre di rianimazione cardiopolmonare modificano negli anni in
base alle linee guida internazionali. Le recenti linee guida 2010
stabiliscono che un buon massaggio cardiaco debba determinare
un’escursione sternale di circa 6 cm con adeguato rilasciamento dopo ogni
compressione. Il massaggio cardiaco può vicariare temporaneamente la
funzione meccanica cardiaca con beneficio sulla emodinamica del circolo.
Tuttavia pochi lavori hanno valutato l’effetto del massaggio cardiaco
sull’attività elettrica del cuore, in particolare sulla re-induzione di
fibrillazione ventricolare. Abbiamo condotto uno studio prospettico
osservazionale sul trattamento dell’arresto cardiaco extraospedaliero nella
provincia di Piacenza dove, nel 1999, venne realizzato il primo progetto
europeo di defibrillazione precoce (Progetto Vita) in collaborazione con
il Servizio di Emergenza Territoriale 118.
Obiettivo. Lo scopo dello studio è stato quello di valutare la relazione tra
l’intensità della compressione del torace, il tempo entro cui viene
effettuata dopo lo shock e la re-induzione di fibrillazione ventricolare
(rVF).
Metodi. Le tracce elettrocardiografiche registrate dagli elettrodi del
defibrillatore semiautomatico esterno (DAE Philips FR 1 e FR 2) durante la
rianimazione sono state archiviate in un unico data-base e analizzate offline. L’intensità del massaggio cardiaco è stata valutata analizzando
l’ampiezza degli artefatti rilevati sulla traccia ECG: un artefatto di
ampiezza >3 mVolt corrisponde ad un massaggio cardiaco corretto mentre
un artefatto di ampiezza <3 mVolt corrisponde ad un massaggio non
corretto. Questa validazione è stata effettuata dopo avere messo in
relazione la corrispondenza dei segnali di ECG registrati dal DAE con la
profondità delle compressioni toraciche effettuate su 15 cadaveri
utilizzando un apposito sensore che viene normalmente utilizzato per
registrare la forza esercitata durante le esercitazioni sul manichino
(CPRmeter Laerdal). Un massaggio corretto equivale sul monitor del
sensore ad un segnale di ampiezza >38 mm e a cui corrisponde un
artefatto ECG >3 mVolt. Un massaggio non corretto equivale sul monitor
del sensore ad un segnale di ampiezza <38 mm a cui corrisponde un
artefatto ECG <3 mVolt. Una rVF veniva considerata indotta dal massaggio
quando, alla sospensione dello stesso, si evidenziava alla traccia ECG una
rFV.
Risultati. Abbiamo analizzato 160 pazienti con un totale di 288 episodi di
massaggio cardiaco esterno post shock. In 206/288 casi (71.1%) il massaggio
cardiaco induce una rVF. In particolare in 145/288 casi il massaggio cardiaco
esterno eseguito correttamente e 143/288 casi il massaggio cardiaco non
raggiungeva i criteri per essere considerato corretto. Una rVF veniva
indotta in 125/145 casi (86%) di massaggio corretto abbiamo e in 81/143
casi (56%) di massaggio non corretto (p<0.05). In 227/288 casi il massaggio
era eseguito entro 1 minuto dallo shock e in 61/288 casi dopo 1 minuto.
L’incidenza di rVF era di 184/227 casi (81.8%) quando il massaggio era
precoce rispetto a 2161 casi (34.4%) quando il massaggio era più tardivo
(p<0.05).
Conclusione. Il massaggio cardiaco esterno reinduce fibrillazione
ventricolare in una alta percentuale di casi (71.1%). In particolare se le
compressioni sono “corrette” ossia profonde ed effettuate entro un
minuto dallo shock la probabilità di reindurre fibrillazione ventricolare è
maggiore. Considerando che la presenza di rVF peggiora la prognosi dei
pazienti le linee guida andrebbero rivalutate considerando anche
l’aspetto “elettrico” e non solo “meccanico” del massaggio cardiaco
effettuato dopo lo shock.
P107
ARRESTO CARDIACO IPERCINETICO (FV) DA INGESTIONE ACCIDENTALE DI
CLORAMINA
Alessandra Moraca1, Marco Marini1, Salvatore Amoroso2, Alberto Gili1,
Stefano Moretti1, Gian Piero Perna1
1
Cardiologia, Ospedali Riuniti Umberto I-Lancisi-Salesi, Ancona,
2
Farmacologia Clinica, Università Politecnica delle Marche, Ancona
Una donna di 77 anni veniva riferita al nostro ospedale dopo ingestione
accidentale di cloramina (2.5 g di euclorina). Presentava familiarità per
malattie cardiovascolari ed era in trattamento da anni con perindopril
5 mg/die. Durante l’osservazione a distanza di qualche ora
dall’ospedalizzazione si verificava arresto cardiaco determinato da
torsione di punta degenerata in fibrillazione ventricolare, documentata
con ECG e trattata con DC shock.
All’elettrocardiogramma d’ingresso in PS era presente ritmo sinusale con
BBS (preesistente); all’ingresso in reparto era presente bradicardia sinusale
(55 bpm) con un importante allungamento del QT (>0.6 sec) che si
manteneva per 24 ore. Gli esami di laboratorio mostravano una riduzione
modesta della kaliemia (3.3 mEq, in precedenza 3.8 mEq).
All’ecocardiogramma eseguito dopo l’evento era evidente un’ipertrofia
concentrica del ventricolo sinistro con una moderata riduzione della
funzione sistolica globale per dissinergie parietali a carico del setto
interventricolare anteriore da BBS.
La coronarografia evidenziava una stenosi monovasale non critica a carico
dell’IVA media.
La paziente veniva dimessa in 7° giornata, dopo impianto di ICD.
Conclusioni. In letteratura non sono descritti casi analoghi; due casi di
ingestione accidentale di tosilcloramide catalogati c/o il Centro
antiveleni di Roma hanno avuto esito fatale senza che sia stato possibile
documentarne la causa. È possibile che la tosilcloramide possa avere
avuto un effetto di richiamo intracellulare di ioni potassio per il blocco
d’inattivazione dei canali rapidi del Na+, con conseguente
iperpolarizzazione delle membrane cellulari, determinando una riduzione
della kaliemia allungamento del QT favorendo l’innesco dell’aritmia
ventricolare che abbiamo documentato. Questo potrebbe essere il
meccanismo che ha causato il decesso negli unici altri 2 casi riportati.
P108
IPOTERMIA TERAPEUTICA POST-ARRESTO CARDIACO
Francesco Grossi, Andrea Sori, Pasquale Bernardo, Francesco Cappelli,
Samuele Baldasseroni, Mery Zucchini, Cristina Giglioli,
Gian Franco Gensini, Marco Chiostri, Serafina Valente
Dipartimento Cuore e Vasi, Careggi, Firenze
Introduzione. L’induzione di una ipotermia moderata (temperatura 34°C)
nei pazienti rianimati dopo un arresto cardiaco è consigliata anche dalle
più recenti linee guida. Nonostante ciò, sono ancora pochi i centri in Italia
che adottano tale metodica.
Materiali e metodi. Nel nostro centro l’ipotermia terapeutica viene indotta
in tutti i pazienti rianimati da un arresto cardiaco che hanno indicazione.
Nella fase pre-UTIC l’induzione dell’ipotermia viene effettuata mediante
l’infusione di 1000-1500 cc di soluzione fisiologica raffreddata a 4°C. In
UTIC l’ipotermia viene indotta mediante il sistema Alsius, con una
temperatura target di 34°C ed una durata del mantenimento di 24 ore.
Risultati. Nel 2009-2010 otto pazienti, rianimati dopo un arresto
cardiocircolatorio extraospedaliero, sono stati trattati con ipotermia
terapeutica. In tutti i casi si è trattato di uomini, età media 62.75 anni. Il
primo ritmo di arresto cardiaco è stato in 7 casi una FV, in 1 caso una PEA.
Le manovre rianimatorie avanzate sono iniziate dopo circa 10 minuti e
mezzo, in 3 casi il BLS è stato iniziato in pochi minuti da soccorritori laici
presenti sul posto. Il tempo intercorso tra l’ACR e il ROSC è stato
mediamente di 24 minuti, ed il tempo dall’ACR all’inizio dell’ipotermia
terapeutica è stato di poco superiore a 4 ore e 15 minuti. In 7 casi è stata
eseguita la coronarografia che in 6 casi ha documentato la presenza di
coronaropatia critica di almeno una coronaria. Il GCS al ROSC è stato
mediamente fra 3 e 4; dopo 72 ore dal termine dell’ipotermia e della
sedazione il GCS è stato in media di 7. Gli EEG eseguiti a 12 ore dal ROSC
hanno dato prognosi non sfavorevole in 3 casi, sfavorevole in 3 casi, non
diagnostica in 1 caso; i PES sono risultati presenti in 5 pazienti su 7. Sette
pazienti su 8 sono sopravvissuti e dimessi dall’UTIC, la degenza media è
stata di 29 giorni. Il Cerebral Performance Score (CPC) alla dimissione è
stato di 1 in tre casi, di 2 in un caso, di 4 in tre casi; un paziente è deceduto
in UTIC.
Conclusioni. Dalla nostra iniziale esperienza l’ipotermia terapeutica è una
metodica semplice, che può essere iniziata precocemente senza risorse
aggiuntive e poi continuata con device più sofisticati in terapia intensiva.
Malattie miocardiche e pericardiche
P109
NEW ONSET LEFT BUNDLE BRANCH BLOCK INDEPENDENTLY PREDICTS
LONG-TERM MORTALITY IN PATIENTS WITH IDIOPATHIC DILATED
CARDIOMYOPATHY. DATA FROM TRIESTE HEART MUSCLE DISEASE
REGISTRY
Aneta Aleksova1, Cosimo Carriere1, Rita Belfiore1, Giulia Barbati1,
Giancarlo Vitrella1, Massimo Zecchin1, Andrea Di Lenarda2,
Gianfranco Sinagra1
1
Cardiovascular Department, “Ospedali Riuniti” and University of
Trieste, Trieste, 2Cardiovascular Center, Azienda per i Servizi Sanitari
ASS1, Trieste
Objectives. To evaluate the prevalence, incidence, and long-term prognostic
implications of LBBB in patients with Idiopathic dilated cardiomyopathy
(DCM) on optimal medical treatment with ACE inhibitors and beta blockers.
Background. The data regarding and prognostic role of LBBB in pts with
HF conflicting. Most of analyses specifically exploring this issue in patients
with DCM are outdated.
Methods. Were analyzed the data of 608 pts with DCM enrolled in the
Heart Muscle Disease Registry of Trieste from January 1988 to December
2007.
Results. One hundred eighty nine patients (31%) out of 608 patients with
DCM had LBBB at baseline. During the median follow-up of 116 months
(65-180 months) there were significantly higher total mortality rate
among patients with LBBB at baseline when compared with patients
without LBBB (p=0.007). However, LBBB at baseline was not independent
predictor of mortality. Forty-seven patients (11.2%) developed new LBBB,
19 (40.4%) of them in the first year of follow-up. At multivariable analysis
incident LBBB considered as time dependent variable was a strong and
independent predictor of all-cause mortality (HR 2.89, 95% CI 1.7-4.8,
p<0.001).
Conclusions. LBBB is frequent among patients with DCM and its presence
at baseline was not an independent marker of poorer survival. Incident
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
59S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
LBBB after two years and onward of optimal medical treatment with ACE
inhibitors and beta blockers is independently associated with an adverse
outcome. Thus, the management of these patients should be more
aggressive and possibly include device therapy.
P110
REST VERSUS PROVOKABLE OBSTRUCTION IN HYPERTROPHIC
CARDIOMYOPATHY: DIFFERENT IMPACT ON CARDIOVASCULAR RESPONSE
TO EXERCISE
Federica Re1, Elisabetta Zachara1, Andrea Avella1, Pasquale Baratta1,
Claudia Chialastri1, Francesco Musumeci2, Michele Di Mauro3,
Maria Penco3, Claudio Tondo4
1
Cardiac Arrhythmia Center and Cardiomyopathies Unit, S. CamilloForlanini Hospital, Roma, 2Cardiac Surgery and Transplantation Center,
S. Camillo-Forlanini Hospital, Roma, 3Cardiology, University of L’Aquila,
L’Aquila, 4Centro Cardiologico IRCCS, University of Milan, Milano
Objectives. The aim of the present study was to analyse the exertional
behaviour of patients affected with hypertrophic cardiomyopathy (HCM)
presenting different left ventricle (LV) obstructive profiles.
Background. Most of HCM patients show a limited exercise tolerance. A
correlation between exercise tolerance and diastolic dysfunction has been
already demonstrated. On the contrary, the role of rest or exercise induced
obstruction as determinant of exercise capacity is still open to debate.
Methods. 37 consecutive patients with HCM (mean age 45±14 years, 25
males) underwent echocardiography during cardiopulmonary exercise
testing (CPX). Non-invasive measurement of cardiac output was obtained
with inert gas rebreathing system at the beginning and at the end of
exercise.
Results. 15 patients (41%) had neither resting nor provokable obstruction
(group A: non-obstructive profile), 12 patients (32%) showed provokable
obstruction during exercise (group B: latent-obstructive profile) and 10
patients (27%) presented obstruction at rest (group C: rest-obstructive
profile). Group A and B showed a higher peak oxygen consumption in
comparison with group C patients (24±6 and 23±6 vs 17±3 ml/kg/min;
p=0.012) and a greater increment of cardiac index during exercise (6.6±1.3
and 6.0±1.4 vs 4.6±1.0 l/min/m2; p=0.002).
Conclusions. In comparison with the rest-obstructive profile, latent- and
non-obstructive HCM patients seem to share a similar exertional behaviour
characterized by greater increment of cardiac index during exercise and
a minor impairment of exercise tolerance.
P111
PREVALENCE AND CLINICAL ROLE OF HYPERHOMOCYSTEINEMIA IN
PATIENTS WITH HCM
Rita Gravino, Giuseppe Limongelli, Francesco Natale, Claudia Concilio,
Mario Iannaccone, Daniele Masarone, Teo Roselli, Alessandra Rea,
Fabio Valente, Andrea Buono, Vittorio Pazzanese, Paolo Calabrò,
Antonello D’Andrea, Giovanni Di Salvo, Maria Giovannna Russo,
Giuseppe Pacileo, Raffaele Calabrò
Dipartimento di Cardiologia, A.O. Monaldi-SUN, Napoli
Background. Patients with hypertrophic cardiomyopathy (HC) have
coronary microvascular and systemic vasomotor dysfunction, which is an
important predictor of adverse left ventricular remodeling, systolic
dysfunction, and mortality in these patients. Several studies have
demonstrated that hyperhomocysteinemia (HHCY) is an independent risk
factor for congestive heart failure; it is also correlated to the severity of
the disease. The aim of our study is to explore homocysteine role in
systemic vasomotor function and clinical outcome of patient affected by
HC.
Methods. We studied 95 consecutive patients (pts) affected by HCM (mean
age at study was 38±18.1 years, 52 men) referred to us between January
2009 and December 2010. Pts underwent clinical examination, ecg,
echocardiography, n-terminal pro brain peptide (NT-proBNP) plasma level
dosage and homocysteine plasma level dosage. We divided our
population into 2 subgroups: A group (homocysteine >20 μmol/L), B group
(homocysteine <20 μmol/L). Furthermore conduit artery endotheliumdependent vasomotion was assessed with ultrasound by measuring flowmediated dilation (FMD) of the brachial artery in 35 pts (A group 7 pt; B
group 18; Control group 10).
Results. Hyperohomocysteinemia was present in 14 patients (15%). We
found a significant increase of NT-proBNP in group A compared to group
B (1666 ±2278 vs 621±964.77 pg/ml, p<0.02). In addition, we found an
increased prevalence of heart failure hospitalizations (13 vs 2%, p<0.03),
atrial fibrillation episodes (33 vs 14%, p<0.03), and heart transplantation
(15 vs 0%, p<0.001). We also found a linear inverse correlation between
the homocysteine plasma level and FMD (p<0.01), and a significant
decrease of FMD in in group A compared with group B (6±5 vs 12±6%,
p<0.05). By multiple comparison analysis, we found a significant difference
of FMD between group A, B and control group (16.3±2.9% in control
group; p<0.01).
Conclusion. HHCY may play a role in systemic endothelial vasomotor
dysfunction in pts with HCM. Of interest, HHCY may increase the risk of
events in these pts.
60S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
P112
ANALYSIS OF ALDOSTERONE PLASMA LEVELS IN PATIENTS WITH HCM
Fabio Piazza, Giuseppe Limongelli, Daniele Masarone,
Mario Iannaccone, Rita Gravino, Alessandra Rea, Cristina Capogrosso,
Andrea Buono, Rossella Vastarella, Paolo Calabrò, Antonello D’Andrea,
Giovanni Di Salvo, Maria Giovannna Russo, Giuseppe Pacileo,
Raffaele Calabrò
Dipartimento di Cardiologia, A.O. Monaldi-SUN, Napoli
Background. Hypertrophic cardiomyopathy (HCM) is the commonest
inherited heart condition, with a population prevalence of 1 in 500. Heart
failure symptoms in HCM are caused by diastolic dysfunction and
progressive left ventricular systolic impairment. Severe systolic heart
failure (so called “end-stage” disease) develops in up to 10% of patients
and is associated with a mortality rate of up to 11% per year. Recent
studies indicate that myocardial fibrosis is the major determinant of poor
ventricular performance in HCM. Animal studies suggest that aldosterone
is an important stimulus for hypertrophic and fibrotic signals in HCM. The
aim of our study was to evaluate the aldosterone potential role in patients
affected by HCM.
Methods. Between January 2008 and December 2010, 130 consecutive
HCM patients (pts) (mean age at study was 40±17.7 years, 55% man) were
referred to our division of cardiology. 40 pts were excluded because they
were on therapy with drugs interfering with renin-angiotensinaldosterone system (ACE inhibitors, AT2 inhibitors, thiazide diuretics, loop
diuretic and anti-aldosterone diuretics). The remaining 90 patients
underwent clinical examination, ECG, echocardiography, pro brain
natriuretic peptide (NT-proBNP) analysis, and plasma aldosterone dosage
in supine position.
Results. We divided the population into two subgroups: A group
(aldosterone plasma level >300 pg/ml) and B group (aldosterone plasma
level <300 pg/ml). Compared with group B, in group A we found an
increased maximal wall thickness (19.7±5.1 vs 13.5±4.7 mm, p<0.05) and
left ventricular end diastolic diameter (47.4±5 vs 44.4±5 mm, p<0.05) and
an increased prevalence of left ventricular obstruction (75 vs 26%, p<0.04).
In group A, we found an increased prevalence of end-stage evolution (19
vs 3%, p<0.01). We also found a significant difference between
aldosterone and NT-proBNP plasma levels in end-stage HCM pts compared
to non end stage HCM pts (aldosterone:179.6±110.8 vs 107±78 pg/ml,
p<0.02; NT-proBNP 1309±1335 vs 413.11±687.63 pg/ml). Finally, we found
a linear inverse correlation between plasma aldosterone and ejection
fraction (p=0.06), and a linear direct correlation with left ventricular end
diastolic diameter (p=0.06).
Conclusion. As NT-proBNP, aldosterone may represent a new marker of
disease severity in end-stage HCM patients.
P113
ISCHEMIC STROKE AND APICAL ANEURYSM IN HYPERTROPHIC
CARDIOMYOPATHY
Luciano De Biase1, Alessandro Alonzo1, Giovanna Viola1,
Carlo De Cecco2, Giuliano Tocci1, Massimo Ciavarella1, Massimo Volpe1
1
Cardiology, 2Radiology, University Sapienza, Rome
One of the major causes of ischemic stroke is cardioembolism. Various
mechanisms produce the formation of thrombus inside the heart. The
most common is atrial fibrillation, but other noteworthy causes, even if
less frequent, are left ventricular aneurysms.
Usually apical aneurysm is a complication of an acute transmural
Myocardial Infarction (MI) and it is described in less of 5% of the patients
who experienced a STEMI.
However very rarely it can be present in a subgroup of patients affected
by hypertrophic cardiomyopathy (HCM).
We present a case of a 66 year old woman who was referred for ischemic
embolic stroke: the pt was affected by apical hypertrophic
cardiomyopathy.
An echocardiogram confirmed the diagnosis of HCM and a suspected little
apical aneurysm was diagnosed. In order to confirm the diagnosis a cardiac
magnetic resonance (CMR) was scheduled: this exam confirmed the
presence of the aneurysm and images post gadolinium infusion showed
an apical late enhancement (LE), corresponding to the aneurysm. A
localized myocardial infarction was suspected. A coronary angiography
didn’t show any vascular lesion.
Among pts with HCM, the prevalence of patients with apical aneurysms in
a representative cohort of 1300 assembled from two referral institutions
was approximately 2% (29 patients): two distinctive LV morphologies were
identified: an “hourglass” shape left ventricle with maximal wall thickness
present in the midventricle and considerably less or no hypertrophy
evident in the distal and proximal portions of LV walls and the second,
less frequent, with apical left ventricular hypertrophy. In this study, over
a follow-up period of 4.1±3.7 years, two patients experienced an embolic
stroke and two others had a large thrombus within the aneurysm
identified by CMR. The mechanisms responsible for the formation of apical
aneurysm after anterior myocardial infarction and in HCM patients are
very different. In the first case it represents a form of remodeling in an
extended area of necrosis, while in second case it remains unresolved.
Several causes have been accused, including increased LV wall stress as a
result of midcavitary LV obstruction and elevated intracavitary systolic
pressures, myocardial bridging of the left anterior descending coronary
artery and genetic predisposition.
In previous studies echocardiography identified only 57% of HCM patients
with aneurysms, all of which were either medium or large. On the contrary
POSTER
CMR, with a greater spatial resolution, proves to be 100% sensitive in
revealing aneurysms.
In addition, patients with HCM may also develop atherosclerotic coronary
artery disease (CAD). It is estimated that about 20% of adults affected by
HCM have a coexistent CAD. These patients are at increased risk of death.
Conclusioni. Nei pazienti con versamento pericardico importante o
tamponante, la presenza di indici di flogosi negli esami ematochimici non
è un criterio discriminante per le forme idiopatiche dalle neoplastiche.
L’aspetto macroscopico, gli esami chimico-fisici e la quantità di liquido
non sono risultati utili nella diagnosi differenziale, mentre l’esame
citologico è risultato dirimente nei pazienti con versamento quale prima
manifestazione della neoplasia.
P114
RISCHIO DI EVOLUZIONE COSTRITTIVA DOPO PERICARDITE ACUTA
Massimo Imazio1, Antonio Brucato2, Silvia Maestroni2, Davide Forno1,
Davide Cumetti2, Silvia Ferro1, Laura Ravera1, Alessandra Chinaglia1,
Enrico Cecchi1, Riccardo Belli1, Rita Trinchero1
1
Dipartimento di Cardiologia, Ospedale Maria Vittoria, Torino,
2
Divisione di Medicina Interna, Ospedali Riuniti, Bergamo
Introduzione. L’evoluzione costrittiva rappresenta una possibile
complicanza della pericardite acuta, temuta sia dai pazienti che dai
medici, soprattutto nei casi con mancata risposta alla terapia ed
andamento recidivante. Tuttavia in letteratura non sono disponibili studi
prospettici che abbiano valutato il rischio di tale evoluzione nella
pericardite acuta, essendo pubblicate casiste retrospettive sui risultati
dell’intervento di pericardiectomia.
Scopo. Valutare in uno studio prospettico di coorte il rischio di evoluzione
costrittiva dopo pericardite acuta in un follow-up di lungo termine.
Metodi. Sono stati studiati prospetticamente 500 casi consecutivi di
pericardite acuta (età media 51±16 anni, 270 maschi) dal gennaio 2000 al
dicembre 2008. L’eziologia della pericardite acuta era rispettivamente:
virale/idiopatica in 416 casi (83.2%), autoimmunitaria (sindromi postpericardiotomiche e collagenopatie) in 36 casi (7.2%), neoplastica in 25
casi (5.0%), tubercolare in 20 casi (4.0%), e purulenta in 3 casi (0.6%).
Risultati. Dopo un follow-up medio di 60 mesi, l’evoluzione costrittiva si
è verificata in 9 casi su 500 pazienti (1.8%): rispettivamente 2/416 pazienti
con pericardite virale/idiopatica (0.48%) vs 7/84 pazienticon eziologia
specifica (non virale/non-idiopatica; 8.3%; p<0.001). L’incidenza di
pericardite costrittiva in rapporto all’eziologia della pericardite acuta
iniziale è risultata: 2.8% per collagenopatie/sindromi postpericardiotomiche, 4.0% per pericardite neoplastica, 20% per pericardite
tubercolare, e 33% per la pericardite purulenta. All’analisi multivariata
sono risultati predittori indipendenti dell’evoluzione costrittiva: un
decorso incessante (HR 4.45 IC 95% 1.1-18.4; p=0.039), un’eziologia non
idiopatica//non-virale (HR 8.59 IC 95% 2.4-31.4; p=0.011), versamento
pericardico grave (HR 6.26 IC 95% 1.6-23.9; p=0.007), e la mancata risposta
alla terapia empirica antiinfiammatoria con aspirina o FANS dopo 1
settimana (HR 4.26 IC 95% 1.2-14.9; p=0.023).
Conclusioni. La pericardite costrittiva è un’evoluzione relativamente rara
dopo pericardite acuta idiopatica o virale (<0.5%), mentre diviene
relativamente più comune per eziologie specifiche in particolar modo
tubercolari o batteriche. Il rischio di costrizione è correlato all’eziologia,
l’andamento incessante, la presenza di versamenti pericardici gravi, e la
mancata risposta alla terapia antiinfiammatoria empirica e non al numero
di recidive della pericardite.
P115
L’ANALISI CHIMICO-FISICA DEL LIQUIDO PERICARDICO NELLA DIAGNOSI
DIFFERENZIALE DEL VERSAMENTO PERICARDICO INFIAMMATORIO:
QUALE UTILITÀ?
Marzia De Biasio, Daniele Muser, Giorgio Morocutti, Sergio Terrazzino,
Mauro Driussi, Pasquale Gianfagna, Claudio Fresco, Umberto Clapis,
Alessandro Proclemer
S.O.C. di Cardiologia, Dipartimento Cardiotoracico, Udine
Obiettivi. Scopo dello studio è individuare eventuali variabili dell’esame
chimico-fisico per la distinzione del versamento pericardico idiopatico dal
versamento associato a neoplasia maligna.
Metodi. Sono stati inclusi i pazienti sottoposti a pericardiocentesi per
tamponamento cardiaco o per definizione diagnostica di versamento
importante, nel periodo compreso tra il 2003 e il 2010; sono stati inclusi
pazienti con versamento pericardico idiopatico e versamento pericardico
neoplastico (sia quelli con neoplasia nota sia quelli in cui il versamento è
stata la prima manifestazione della neoplasia) ed esclusi i pazienti con
versamento post-infartuale e post-pericardiotomico.
Risultati. Nel periodo compreso, 90 pazienti sono stati sottoposti a
pericardiocentesi: 18 (20%) con pericardite idiopatica (età media 62 anni,
sesso maschile 61%) e 31 (34%) con versamento pericardico neoplastico
(età media 57 anni, sesso maschile 42%); le sedi primitive più frequenti
della neoplasia sono risultate il polmone (61%) e la mammella (19%); in
9/31 pazienti (29%) la diagnosi di neoplasia maligna è stata formulata
dopo l’esito del citologico del liquido pericardico (versamento pericardico
come prima manifestazione della neoplasia). Non sono state riscontrate
differenze statisticamente significative per quanto riguarda l’aumento
degli indici di flogosi (leucocitosi e PCR) e nemmeno per il volume,
l’aspetto macroscopico e gli esami chimico-fisici del liquido pericardico.
Nei casi di versamento pericardico neoplastico quale prima manifestazione
della neoplasia, l’aspetto macroscopico è più frequentemente emorragico
e la quantità maggiore rispetto ai pazienti con neoplasia nota; l’esame
citologico ha evidenziato atipie/cellule francamente neoplastiche nell’80%
dei casi di versamento neoplastico; tra i due sottogruppi non sono
emerse differenze significative per quanto riguarda la prognosi, che è
infausta e significativamente peggiore rispetto ai versamenti idiopatici
(sopravvivenza a 2 anni 10% versus 80%, p<0.0001).
P116
CONSTRICTIVE PERICARDITIS: ETIOLOGY AND SURVIVAL AFTER
PERICARDIECTOMY
Diego Cugola1, Caterina Simon1, Attilio Iacovoni2, Salvatore Scialfa3,
Livio Pellicioli4, Lorenzo Grazioli5, Anna Paola Callegaro6,
Massimo Imazio7, Michele Senni1, Antonello Gavazzi2, Antonio Brucato3,
Paolo Ferrazzi1
1
Cardiochirurgia, Ospedali Riuniti, Bergamo, 2Cardiologia, Ospedali
Riuniti, Bergamo, 3Medicina Interna, Ospedali Riuniti, Bergamo,
4
Ospedali Riuniti, Bergamo, 5Dipartimento Anestesia e Rianimazione,
Ospedali Riuniti, Bergamo, 6Microbiologia, Ospedali Riuniti, Bergamo,
7
Dipartimento di Cardiologia, Ospedale Maria Vittoria, Torino
Objective. This study was designed to evaluate early and late results of
total pericardiectomy of chronic constrictive pericarditis refractory to
maximal medical treatment.
Design. We reviewed the records of 27 patients with constrictive
pericarditis who underwent surgical treatment between January 1996 and
June 2010.
Results. The mean age was 57 years (range 31 to 76). There were 17 males
(62.9%) and 10 females (37%). Most procedures (70.3%) were performed
off-pump. Idiopathic was the most frequent cause (12 pts, 44.4%)
followed by tuberculosis (5 pts,18.5%), prior cardiac surgery (5 pts, 18.5%)
and radiation treatment (5 pts, 18.5%). One patient died in hospital
(3.7%). Intensive care unit mean time was 5±8 days. The median hospital
stay was 22±20 days. Preoperatively 37% patients were in NYHA II and
59.2% in Class III-IV. Postoperatively 40% were in Class I, 56% in Class II,
4% in Class III and no one in Class IV. Median follow-up among survivors
was of 4.8 years (range 0.08 to 14 years). There were 2 perioperative
cardiac deaths and, at follow-up, 2 embolic events and 1 cancer recurrence
(3.8% patients/years) with a cumulative actuarial survival probability at
10 years of 70.2%. 6-year Kaplan-Meier survival was 100%, 52%, 38% and
38% respectively for tuberculosis, idiopathic causes, radiation treatment
and prior cardiac surgery.
Conclusions. Pericardiectomy is an effective treatment of symptomatic
chronic constrictive pericarditis. It provides an important and durable
improvement in symptoms and functional class, especially in patients with
idiopathic and tuberculosis etiologies.
P117
IL QT CORRETTO COME PREDITTORE DI EVENTI SINCOPALI NEI PAZIENTI
ADULTI AFFETTI DA CARDIOMIOPATIA IPERTROFICA NON OSTRUTTIVA
Riccardo Morgagni1, Ambrogio Capria2, Lorenzo Santucci2,
Lorenzo Zerillo1, Massimiliano Macrini1, Sara Verbena1, Ilaria Cazzoli1,
Francesco Romeo1
1
Cardiologia, 2Medicina Interna, Policlinico Universitario Tor Vergata,
Roma
Introduzione. La cardiomiopatia Ipertrofica (HCM) è una malattia
primitiva miocardica caratterizzata da un aumentato spessore del muscolo
cardiaco e da una riduzione della compliance ventricolare. Rappresenta la
più frequente causa di morte improvvisa nei giovani e negli atleti nel
mondo. La presenza di episodi sincopali incrementa il rischio di morte
improvvisa prevalentemente nei soggetti giovani e con familiarità per
morte improvvisa. Dai dati in letteratura è di frequente riscontro
l’allungamento del QT all’ECG che si ritiene correlato ad un adattamento
funzionale che porta ad un prolungamento del potenziale d’azione
sostenuto dalla diminuzione di attività delle correnti ripolarizzanti in fase
3, in particolare IKs.
Metodi. 26 pazienti affetti da HCM non ostruttiva, di ambo i sessi di età
>40 anni (età media 58±16 anni) sono stati sottoposti mensilmente a visita
cardiologica, ECG a 12 derivazioni, ecocardiogramma c/D e ed ECG Holter
delle 24 ore. Sono stati valutati all’anamnesi episodi sincopali, intendendo
per sincope il riscontro di transitoria perdita di coscienza con recupero
immediato in assenza di cause secondarie (metaboliche, ischemiche,
neurologiche). La diagnosi di HCM è stata confermata con la
dimostrazione ecocardiografica di anormale spessore della parete del
ventricolo sinistro in telediastole >7 mm2 o Z-score >2 per BSA <1.3, in
assenza di altre cause di ipertrofia. Il QTc è stato calcolato mediante
formula di Bazett. La valutazione dei risultati strumentali alla prima visita
è stata correlata con l’insorgenza o meno di eventi sincopali nel successivo
periodo di follow-up (15±2 mesi). Le variabili continue osservate
all’arruolamento sono state valutate con test T di Student a due code;
variabili categoriche e distribuzioni di frequenze sono state analizzate con
il test del chi quadro.
Risultati. Di tutti e 26 pazienti, 11 hanno avuto un evento sincopale
durante il periodo di follow-up, mentre nei restanti 15 non c’è stata
evidenza di alcun evento. Gli 11 pazienti con sincope avevano un’età
media di 58.5±16.63 anni, 4 pazienti (4/11) erano portatori di pace-maker.
I pazienti senza storia di evento sincopale erano sovrapponibili per età
(età media 58.15±15.32) e per diffusione dei sessi al primo gruppo di
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
61S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
pazienti. In nessuno dei Pazienti con eventi sincopali sono stati
documentati eventi aritmici. Dal punto di vista statistico dai risultati è
emerso che i dati più evidenti che correlano con gli episodi sincopali
(p=0.02) sono la maggiore durata del QTc e la familiarità per HCM. Dal
punto di vista ecocardiografico gli spessori parietali non sembrano
incidere sugli eventi sincopali.
Conclusioni. Lo studio preliminare effettuato mostra una correlazione
statisticamente significativa tra QTc ed episodi sincopali in Pazienti con
HCM ed età >40 anni in assenza di aritmie documentate all’ECG Holter. Il
monitoraggio continuo iniziato su questi pazienti potrà aiutare a
dimostrare il valore predittivo del QTc indipendentemente dalla presenza
di aritmie ventricolari documentabili.
P118
EVOLUZIONE DEL FENOTIPO IN UNA FAMIGLIA CON ALTERAZIONE DEL
GENE PER LA LAMINA (LMNA) A/C AD ESORDIO SELETTIVAMENTE
CARDIACO
N. Carboni1, I. Manca2, P.P. Orrù2, M. Corda2, G. Giardina2, G. Scorcu2,
M. Marrosu1, M. Porcu2
1
Unità Neuromuscolare, Centro Sclerosi Multipla, Università degli Studi,
Cagliari, 2S.C. di Cardiologia, A.O. “G. Brotzu”, Cagliari
Premessa. Le lamine di tipo A e C sono filamenti intermedi localizzati a
livello della parte interna della membrana nucleare, implicati in molteplici
funzioni fondamentali del nucleo. Il gene LMNA codifica per queste
proteine ed è localizzato sul cromosoma 1q21-22. Alterazioni a carico di
questo gene sono associate a numerosi quadri clinici tra cui distrofie
muscolari, cardiomiopatia dilatativa con difetti di conduzione, disturbi
isolati del ritmo cardiaco, neuropatie periferiche assonali, lipodistrofie,
sindromi da invecchiamento precoce, displasia mandibolo-acrale. Sono già
stati descritti sindromi da sovrapposizione, ottenute dalla presenza nello
stesso individuo di diversi quadri clinici.
Analisi genetica ed evoluzione del fenotipo. Questa osservazione
descrive l’evoluzione negli anni di un nuovo fenotipo, identificato in
una famiglia i cui soggetti risultano portatori della mutazione in
eterozigosi c.178 C/G, p.Arg 60 Gly a carico dell’esone 1 del gene LMNA.
Le valutazioni cliniche e cardiologiche seriate sono state condotte per un
periodo minimo di 10 e massimo di 20 anni. All’esordio, quattro soggetti
adulti affetti presentavano un fenotipo bradiaritmico che richiese
l’impianto di pacemaker. Tre di questi pazienti manifestavano anche una
cardiomiopatia dilatativa evoluta in scompenso cardiaco end-stage, con
necessità di trapianto cardiaco, associata a comparsa di lipodistrofia
tardiva. Uno di questi soggetti è deceduto precocemente per
complicazioni postoperatorie. Entrambi i due soggetti trapiantati
sopravvissuti a lungo termine hanno successivamente presentato diabete
e neuropatia periferica assonale distale.
Conclusioni. Questo studio longitudinale mostra come la mutazione
c.178 C/G, p.Arg 60 Gly a carico dell’esone 1 del gene LMNA sia associata
ad un fenotipo non descritto precedentemente, caratterizzato da
compromissione cardiaca con lipodistrofia tardiva, diabete e neuropatia
periferica assonale.
P119
THE PROGNOSTIC ROLE OF ECHOCARDIOGRAPHY DURING FOLLOW-UP
IN CARDIAC AMYLOIDOSIS
Gherardo Finocchiaro1, Marco Merlo1, Elena Santarossa1, Sara Doimo1,
Giulia Barbati2, Adriana Magagnin1, Marco Anzini1, Andrea Di Lenarda3,
Bruno Pinamonti1, Rossanna Bussani4, Gianfranco Sinagra1
1
Cardiovascular Department, “Ospedali Riuniti” and University of
Trieste, Trieste, 2Department of Environmental Medicine and Public
Health, University of Padua, Padua, 3Cardiovascular Center, ASS 1,
Trieste, 4Department of Morbid Anatomy, Trieste
Aim. To assess the prognostic impact of heart response in term of
concentric reverse remodelling (CRR) and the role of developing or
persisting left ventricular restrictive pattern (RFP) at Doppler evaluation in
a population of cardiac amyloidosis.
Methods and results. We retrospectively evaluated a series of 25 patients
(69% males, mean age 63±12 years) with a bioptic diagnosis of systemic
amyloidosis and cardiac involvement (documented at echocardiography).
Patients were studied at diagnosis and performed a second
echocardiogram after a mean follow-up of 17.4±19.8 months. We defined
CRR as a decrease of interventricular septal thickness ≥2 mm. At diagnosis,
the mean IV septum thickness was 16 ± 4 mm, and 31% presented RFP at
Doppler evaluation. At the second echocardiogram 6 patients (24%)
showed CRR, 4 patients (16%) developed a RFP and 7 patients (28%)
maintained a RFP. During a mean follow-up of 24±22 months 16 patients
(64%) died; survival rates were 83 vs 29% in patients with CRR vs the
others, respectively (p=0.019). Concerning RFP, survival rates were
significantly different in patients who presented persisting RFP, vs the ones
who developed RFP, and those without RFP during follow-up (14 vs 25 vs
57%, respectively: p=0.017).
Conclusions. The prognosis of cardiac amyloidosis is confirmed as severe
in the short time. The absence of CRR and persistence or development of
RFP during follow-up emerged as markers of worse prognosis in the midterm. In cardiac amyloidosis echocardiography has not only a diagnostic
role, but also an important prognostic role during follow-up.
62S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
P120
ROTATIONAL MECHANICS OF THE LEFT VENTRICLE IN AL AMYLOIDOSIS
Francesco Cappelli1, Federico Perfetto2, Franco Bergesio2,
Maria Cristina Porciani3, Luigi Padeletti3, Serafina Valente1,
Gian Franco Gensini3
1
Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi, Firenze,
2
Centro di Riferimento Toscano per lo Studio dell’Amiloidosi, Firenze,
3
Dipartimento Cuore e Vasi, Università degli Studi, Firenze
The aim of this study was to investigate whether in patients with systemic
AL amyloidosis alterations in left ventricular (LV) twisting and untwisting
motion could be induced by cardiac involvement.
Methods and results. Forty-five patients with AL amyloidosis and 26
control subjects were evaluated. After a standard echocardiographic
measurement, using 2D speckle tracking echocardiography LV rotation at
both basal and apical planes, twisting, twisting rate, untwisting rate and
longitudinal strain were measured. The early diastolic peak velocity (tissue
Doppler imaging) at septal mitral annulus (E’) was also evaluated. Among
the 45 patients with systemic amyloidosis 26 were classified as having
cardiac amyloidosis (CA) if the mean value LV wall thickness was ≥12 mm
or not (NCA) if this criterion was not satisfied.
NCA patients had the highest degree of both LV twist and untwisting rate;
twisting was similar in control and CA groups, while untwisting rate was
lower in CA than in control group. Longitudinal strain was lower in CA than
in NCA and control and similar in NCA and control groups. In NCA patients
E’ value was lower than in control group and higher than in CA patients.
E’ cm/s
LongSt %
Rotbase Degrees
Rotapex Degrees
LV Twist Degrees
LV twistSyst time%
LV Twist rate °/s
Untwist rate °/s
LVuntwistdiast time%
Control Group
9.1±2.2
-19.1±2.5
-6.7±2.9
5.2±3.7
10±4
96.1±12.9
73.9±25.2
-81.5±34.1£
20.3±11.4£
NCA Group
7.6±2.1**
-18.3±4.8
-8.5±3.2*
6.9±4.1
13.3±5.7***
94.2±31.6
94.2±31.6**
-102.8±25.1*
30.1±15.7
CA Group
4.6±1.1&
-11.1±5.1&
-4±4.4§
5±2.4
8.1±3.9 $
92.8±14.8
68.3±27.9
-60.7±27.5
32.4±17.8
p
<0.0001
<0.0001
<0.0001
NS
<0.001
NS
<0.01
<0.0001
<0.05
&p<0.0001 CA vs others; *p<0.0001 NCA VS CA; £p<0.05 control vs others;§ p<0.05 CA
vs control; p<0.01 CA vs NCA; **p<0.05 NCA vs others; ***p<0.05 NCA vs control.
Conclusions. Both twisting and untwisting motions were increased in NCA
and reduced in CA patients. This suggests that early in the disease, the
impaired LV relaxation induces a compensatory mechanism that fails in
more advanced stage of the disease where both twisting and untwisting
rate are reduced.
P121
PROGNOSTIC ROLE OF PULMONARY HYPERTENSION AT ECHO-DOPPLER
EVALUATION IN CARDIAC AMYLOIDOSIS
Gherardo Finocchiaro1, Marco Merlo1, Elena Santarossa1, Sara Doimo1,
Sara Santangelo1, Giulia Barbati2, Andrea Di Lenarda3,
Bruno Pinamonti1, Rossana Bussani4, Gianfranco Sinagra1
1
Cardiovascular Department, “Ospedali Riuniti” and University of
Trieste, Trieste, 2Department of Environmental Medicine and Public
Health, University of Padua, Padua, 3Cardiovascular Center, ASS 1,
Trieste, 4Department of Pathologic Anatomy, “Ospedali Riuniti” and
University of Trieste, Trieste
Aim. To assess the prognostic impact of pulmonary hypertension at echoDoppler evaluation in a population of cardiac amyloidosis.
POSTER
Methods and results. We retrospectively evaluated a series of 50 patients
(66% males, mean age 64±12 years, NYHA III-IV 44%, left ventricular (LV)
systolic dysfunction 18%, significant mitral regurgitation 10%, significant
tricuspid regurgitation 16%) with a bioptic diagnosis of systemic
amyloidosis and cardiac involvement documented at echocardiography,
consecutively observed in our Department from 1991 to 2009. All patients
performed a complete clinical and echo-DopplerP123
evaluation. Our
population was divided in 2 groups: group 1, patients
with pulmonary
ARTERIO-VENOUS
hypertension (PH) (pulmonary artery systolic pressure (PAPs) ≥34 mmHg
(19 patients/38%) and group 2, patients without PH (PAPs <34 mmHg: 31
patients/62%). No differences about severity of heart failure (NYHA IIIIV), degree of LV wall thickening and frequency of diastolic and systolic LV
dysfunction were observed between the two groups. Patients with PH
showed more frequently significant mitral (21 vs 3%, p=0.04)
and tricuspid
Introduction.
(35 vs 4%, p=0.006) regurgitation and right ventricular dysfunction (53 vs
16%, p=0.006). During a mean follow-up of 26±31 months 33 patients
(66%) died; survival rates were 16 vs 45% in group Case
1 andreport.
in group 2,
respectively (p=0.036).
Conclusions. PH detected at echo-Doppler evaluation at diagnosis is
relatively frequent in cardiac amyloidosis. Its presence appears unrelated
to systolic and diastolic LV dysfunction and identifies a subgroup of
patients with a particularly poor prognosis.
P122
RISOLUZIONE DI UN QUADRO DI CARDIOMIOPATIA PERIPARTUM
MEDIANTE INIBIZIONE DELLA SECREZIONE DI PROLATTINA: DESCRIZIONE
DI UN CASO CLINICO
Sebastiano Belletti, Stefano Lucreziotti, Laura Bosotti, Laura Massironi,
Federico Lombardi
Cardiologia, DMCO, Università degli Studi, A.O. San Paolo, Milano
Introduzione. La cardiomiopatia peripartum (CMPP) è una forma di
cardiomiopatia relativamente rara che si verifica nell’ultimo mese di
gravidanza o nei primi 5 mesi dopo il parto, con eziopatogenesi non
definita. Recenti evidenze suggeriscono che un peptide di degradazione
della prolattina di 16 kDa possa indurre danno miocardico. Riportiamo la
descrizione di un caso di CMPP evoluta favorevolmente dopo l’aggiunta
Conclusion.
di cabergolina, un inibitore della secrezione di prolattina, alla terapia
standard per lo scompenso cardiaco.
Caso clinico. Una donna di 39 anni, di razza caucasica, è stata ricoverata
nella nostra unità coronarica con un quadro di grave insufficienza
ventricolare sinistra. Trentatre giorni prima aveva partorito un bambino
sano, dopo una 3a gravidanza non complicata. L’ECG mostrava una
tachicardia sinusale 120 b/min con onde T negative in sede anterolaterale.
L’ecocardiogramma mostrava una diffusa ipocinesia del ventricolo sinistro
con FE 35%, insufficienza mitralica lieve-moderata e dilatazione biatriale.
Agli esami ematici erano presenti modeste alterazioni della funzione
epatica, mentre nella norma risultavano la funzione renale, il quadro
elettrolitico e l’esame emocromocitometrico. I marcatori miocardici
risultavano negativi, mentre il NT-proBNP e la PCR erano marcatamente
elevati (18 129 pg/ml e 67 mg/l, rispettivamente). Veniva iniziata terapia
con beta-bloccante, ACE-I, diuretici, anti-aldosteronico; in seconda
giornata veniva aggiunta terapia con digitale e anticoagulanti per la
comparsa di FA, mentre in terza giornata veniva aggiunta cabergolina 0.5
mg/die. La paziente manifestava un significativo miglioramento delle
condizioni cliniche e della cinesi ventricolare segmentaria e globale (FE
50%). Il NT-proBNP in dimissione era 2026 pg/ml, mentre la PCR era 6 mg/l.
La RMN cardiaca con gadolinio (late-enhancement) non evidenziava
alcuna patologia a carico del miocardio. La terapia con cabergolina veniva
interrotta dopo 2 mesi. A distanza di 4 mesi dalla dimissione veniva
ripristinato il ritmo sinusale mediante cardioversione elettrica esterna. Il
controllo ecocardiografico confermava una normale FE (>50%) e un valore
di NT-proBNP ulteriormente ridotto (1716 pg/ml).
Discussione. Malgrado i progressi nella terapia dello scompenso cardiaco
e l’elevata percentuale di guarigioni spontanee, la CMPP rimane una
patologia grave e potenzialmente letale. L’eziologia è tuttora sconosciuta
e, tra i vari meccanismi patogenetici proposti (infiammazione, infezione
virale, attivazione immunitaria anomala per chimerismo fetale, apoptosi),
è emerso recentemente il ruolo di un prodotto di degradazione della
prolattina, con proprietà antiangiogeniche e proapoptotiche. Alcuni case
report e un singolo studio randomizzato, che hanno testato i farmaci
inibitori della prolattina in donne affette da CMPP, hanno dimostrato un
effetto benefico di questa classe di farmaci sull’evoluzione della malattia.
Tuttavia, questi risultati devono essere interpretati con cautela perché
derivano da popolazioni poco numerose e perché il blocco della prolattina
nel periodo peripartum può avere effetti deleteri. In conclusione, il
presente caso clinico rappresenta un’ulteriore evidenza a favore dei
farmaci inibitori della prolattina nelle CMPP, ma è evidente che, in
considerazione della scarsità di dati a nostra disposizione, sono necessari
ampi studi randomizzati che confermino l’efficacia di questa classe di
farmaci in questo contesto.
Cardiologia pediatrica e cardiopatie congenite
P123
ARTERIO-VENOUS
OR GIANT
CORONARY ARTERY
ANEURYSM?
CardiologiaFISTULA
pediatrica
e cardiopatie
congenite
THIS IS THE MATTER
Giulia Russo1, Giorgio Faganello1, Manuel Belgrano2, Lorenzo Pagnan2,
Giancarlo Vitrella3, Serena Rakar3, Maria Assunta Cova2,
3
1
FISTULA
OR
GIANT
CORONARY
ARTERY
ANEURYSM? THIS IS THE MATTER
Gianfranco
Sinagra
, Andrea
Di Lenarda
1
Centro Cardiovascolare, ASS1 Triestina, Trieste, 2Dipartimento
Diagnostica per Immagini, Ospedale Riuniti, Trieste, 3Dipartimento
Cardiovascolare, Ospedali Riuniti, Trieste
Introduction. Coronary arterio-venous fistula and giant coronary
aneurysm are quite uncommon and often the two lesions are together.
Case report. A 40-year-old man has been followed for 20 years by our
Center for an arterio-venous fistula diagnosed at the age of five years by
cardiac catheterization in 1974 (in presence of continuous murmur since
birth). As he was completely asymptomatic, he was lost to follow-up until
March 2010, when he was referred to our Center for a cardiologic
evaluation required for as he felt prolonged (some hours), paroxysmal
palpitations after an intensive exercise, without any other symptoms as
dyspnea or syncope. At the examination, he was in sinus rhythm, with 85
cardiac beats, no signs of congestive heart failure and only a light systolic
murmur was heard on the basis. Electrocardiogram was normal except for
some ventricular ectopic beats. A transthoracic echocardiogram did not
show an intracardiac shunt, but only a dilatation of right coronary (fig. 1).
Transesophageal echocardiogram confirmed the presence of a large
dilatation at the ostium of the right coronary and the presence of a cavity
between the right coronary and the inlet of right ventricle. Previously
described intracardiac shunt was not visible. Cardiac catheterization was
refused by the patient. At cardiac magnetic resonance: right and left
ventricles had normal size and cardiac function, the right coronary was
ectasic at the ostium with a tortuous course that finishes in an aneurysmal
formation in which it disappears. At coronary computed tomography
angiography there was no visible shunt between the aneurysmal
formation and the right ventricle and no course of the right coronary
artery was visible after the new formation (fig. 2).
Conclusion. This congenital heart disease is rare in young patients and
generally asymptomatic as in our case, probably because the limited shunt
flow. Differently from the symptomatic forms where there is an indication
to surgical correction, the management of the asymptomatic patients is
still controversial, and there are no clinical algorithms even if the imaging
techniques are helpful in diagnosis and follow-up. So which is the future
for this 40-year-old man?
P124
CLINICAL FINDINGS AND NATURAL HISTORY OF ATRIOVENTRICULAR
CONDUCTION BLOCK DURING PREGNANCY
G. Faganello1, G. Russo1, A. Di Lenarda1, A. Benettoni2, E. Berton2,
R. Thaman3, M.S. Turner3, R. Martin3, J. Trinder3, S. Sellars3, A.G. Stuart3
1
Centro Cardiovascolare, ASS1 Triestina, Trieste, 2IRCCS Burlo Garofolo,
Trieste, 3Adult Congenital Heart Unit, Bristol Royal Infirmary, Bristol, UK
Background. The natural history and outcome of pregnancy in patients
with atrioventricular (AV) heart conduction block is unknown with only a
few case reports published.
Methods. Between 1998 and 2008, 19 women (25 pregnancies), with
previously treated or new onset of heart rhythm disorders, were referred
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
63S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
at the Bristol Royal Infirmary (UK). All patients were evaluated at regular
intervals with ECG, echocardiography and 24 hour Holter.
Results. Study population’s median age was 26 years. Eleven patients had
normal structural heart, three patients had surgically operated complex
congenital heart disease, one patient had arrhythmogenic right
ventricular dysplasia, two patients were previously treated with
radiofrequency ablation for fascicular tachycardia and Wolff-ParkinsonWhite syndrome, one patient had dilated cardiomyopathy, and only one
patient had known left ventricular dysfunction. No patient had atrial
tachyarrhythmias. We divided population into three groups. 1) Patients
presenting for the first time during pregnancy with conduction disorder:
5 women (5 pregnancies). 2) Patients with previously diagnosed heart
conduction disorder (first degree and intermittent Mobitz type II AV block)
not treated with pacing: 3 women (5 pregnancies). 3) Patients with known
AV block with a pacemaker implanted prior to pregnancy: 11 women (16
pregnancies). During pregnancy two out of five patients of the first group
had implanted pacemaker (PM) for permanent complete heart block
(CHD) and significant pauses while one had an intermittent Wenkeback,
2:1 that developed into intermittent CHD not requiring PM implantation.
In patients of second and third group there were no significant heart
rhythm changes or complications as a result of the PM. For obstetric
reasons, delivery by caesarean section was in four pregnancies. Three
deliveries were augmented because of a change in AV block disease,
bradycardia or prolonged pauses. No left ventricular dysfunction was
detected in the follow-up.
Conclusions. AV block in pregnancy is progressive whereas pacing is
usually not required. In those patients that presented with AV conduction
block for the first time during pregnancy, the severity of AV conduction
block appeared to increase during the course of pregnancy. All patients
should be closely monitored during and after pregnancy.
P125
LO STRESS GENITORIALE NELLE CARDIOPATIE CONGENITE
Sabrina Montis, Roberto Tumbarello
Cardiologia Pediatrica, A.O. “G. Brotzu”, Cagliari
Premessa. La diagnosi di una cardiopatia congenita è un’esperienza
drammatica non solo per il bambino, ma anche per i suoi genitori. Avere
un figlio cardiopatico, infatti, significa affrontare un percorso di vita
difficile nel quale farsi carico di tutte le cure di cui il piccolo ha bisogno e
dello stress emotivo e della sofferenza che tutto ciò comporta. Scopo del
nostro lavoro è l’analisi dello stato emotivo dei genitori in seguito alla
diagnosi di una cardiopatia congenita.
Materiale e metodi. Per valutare i livelli di stress di 54 genitori di bambini
con una severa CHD (età 0-24 mesi), per questo sottoposti alla profilassi
per il virus sinciziale, abbiamo utilizzato la Impact Event Scale (Weiss) ed
il Parental Stress Index (Abidin). La prima fornisce una misura soggettiva
dello stress conseguente ad un evento di grande impatto emotivo (come
la diagnosi di una CHD). La scala è composta da 22 item riferiti alle tre più
comuni categorie di esperienze in risposta ad un evento stressante:
intrusione, evitamento ed ipervigilanza. Ai genitori viene chiesto di
valutare ciascun item su una scala da 0 a 4 (per niente, un po’, abbastanza,
estremamente). La seconda permette di identificare potenziali fattori
disfunzionali di stress nel sistema genitore-bambino. I risultati vengono
riferiti a tre sottoscale, distress genitoriale (livello di stress, ansia, disagio,
ecc., che un genitore sta sperimentando nel suo ruolo genitoriale),
interazione genitore-bambino disfunzionale (percezione di un figlio che
non risponde alle proprie aspettative) e bambino difficile (bambino
difficile da gestire per alcune caratteristiche). I risultati al PSI sono stati
confrontati con un gruppo di controllo omogeneo costituito da genitori
di bambini perfettamente sani.
Risultati. L’analisi delle risposte alla IES-R ha messo in evidenza un
punteggio sia totale, sia nelle subscale dell’Intrusione e dell’ipervigilanza
più elevato nelle madri rispetto ai padri (p<0.05). L’analisi delle risposte
alla PSI-SF ha messo in evidenza: un punteggio sia totale, sia nella subscala
del distress genitoriale più elevato nelle madri dei bambini con una CHD
rispetto ai padri (p<.05), mentre non è emersa nessuna differenza tra le
madri ed i padri del gruppo di controllo; un punteggio sia totale, sia nella
subscala del bambino difficile più elevato nelle madri dei bambini con una
CHD rispetto a quelle del gruppo di controllo (p<0.05), mentre non è
emersa nessuna differenza tra i padri appartenenti ai due gruppi.
Conclusioni. L’impatto emotivo del management di una severa cardiopatia
congenita sembra essere maggiore sulle madri rispetto ai padri. Le madri
vivono un disagio psicologico caratterizzato dal pensiero ricorrente della
diagnosi, con difficoltà a distogliere i propri pensieri dal problema, e da
uno stato di tensione permanente (intrusione e ipervigilanza). Il loro stato
emotivo si riflette anche sul ruolo di genitore, che percepiscono con
insicurezza e ansia (distress genitoriale) rispetto ai loro compagni, ma
anche sull’immagine del proprio bambino, che vivono come un bambino
difficile (bambino difficile) rispetto alle altre madri. Senza dubbio avere un
figlio cardiopatico condiziona fortemente la loro vita, pertanto hanno
bisogno di un supporto adeguato, medico e psicologico, per affrontare
serenamente la malattia del proprio bambino e, soprattutto, accettare
“un figlio imperfetto”.
64S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
P126
SINDROMI GENETICHE E CARDIOPATIE: ESPERIENZA DELL’AMBULATORIO
DI GENETICA CARDIOVASCOLARE (10 ANNI DI FOLLOW-UP)
Fiorella Fratta1, Giuseppe Limongelli1, Giuseppe Pacileo1,
Francesca Martone1, Cristina Capogrosso1, Daniela Melis2,
Gerarda Cappuccio2, Antonio Scotto di Minico1, Generoso Andria2,
Maria Giovanna Russo1, Raffaele Calabrò1
1
Cardiologia-SUN, A.O. Monaldi, Napoli, 2Dipartimento di Pediatria,
Università “Federico II”, Napoli
Fiorella Fratta, Giuseppe Limongelli, Giuseppe Pacileo, Francesca Martone,
Cristina Caporosso, Daniela Melis, Gerarda Cappuccio, Antonio Scotto di
Minico, Generoso Andria, Maria Giovanna Russo, Raffaele Calabrò
Introduzione. Le cardiopatie congenite possono presentarsi isolate o
associate a sindromi genetiche e/o anomalie cromosomiche. Circa il 2030% dei pazienti con cardiopatie congenite presenta un’associazione con
anomalie extracardiache o una specifica sindrome genetica I pazienti con
cardiopatie congenite associate a sindromi richiedono maggiore
attenzione per il management delle anomalie extracardiache e, talora,
per l’aumentato rischio cardiovascolare (aritmico, peri-operatorio)
associato alla sindrome.
Metodi. In questo studio retrospettivo abbiamo analizzato l’outcome di
311 pazienti (età mediana 19 anni; deviazione standard 16, moda 9) riferiti
alla nostra attenzione presso l’ambulatorio di genetica cardiovascolare
per sospetta sindrome genetica (e provenienti dalla nostra divisione di
cardiologia pediatrica o da altro centro), tra il 2000 e il 2010 (follow-up
medio 6 anni). Sono stati esclusi dalla casistica i pazienti affetti da S di
Down ed i familiari che sono giunti alla nostra attenzione solo per
screening (ed in cui non è stata riscontrata alcuna anomalia).
Risultati. Una sospetta sindrome genetica è stata diagnosticata
clinicamente in 145 pazienti (46.6%), è stata confermata attraverso
l’analisi cromosomica e/o molecolare in 48 pazienti (15.4%). In 14 pazienti
non è stata dimostrata alcuna sindrome genetica (4.5%). In 50 pazienti
(16%) non è stata riscontrata alcuna anomalia cardiaca. In 261 pazienti
(83.9%) è stata riscontrata un’anomalia cardiovascolare; di questi 10
pazienti erano affetti da una sindrome di natura aritmica (3.2%; in
particolare, QT lungo e Brugada), 179 pazienti da una cardiopatia
congenita (57.5%) 57 pazienti da una cardiomiopatia (18.3%), 15 pazienti
da anomalie cardiovascolari varie (quali ipertensione arteriosa, masse
cardiache, etc.) (4.8%). Nel follow-up (durata media 6 anni) 120 pazienti
(45%) seguono una terapia farmacologica cardiologia, 55 pazienti (21%)
sono stati sottoposti ad intervento cardiochirurgico o a procedure
percutanee in sala emodinamica, 6 pazienti sono stati sottoposti ad
impianto di PMK e AICD (2.2%).
Conclusioni. Una sospetta sindrome genetica è stata confermata
clinicamente in circa la metà della nostra popolazione. Allo stesso modo
la percentuale dei pazienti che necessitano di terapia medica o sottoposti
a chirurgia cardiaca e/o procedure interventistiche è risultata elevata.
P127
STENOSI VALVOLARE POLMONARE ISOLATA: ESPERIENZA DECENNALE
MONOCENTRICA
A. Mugnolo, L. Sabbagh, D. Cassater, A. Cristofaletti, M. Pighi,
M.A. Prioli, C. Vassanelli
Divisione di Cardiologia, Dipartimento di Scienze Biomediche e
Chirurgiche, Università degli Studi, Verona
Scopo dello studio. Analizzare e controllare i pazienti (pz) con diagnosi
di stenosi valvolare polmonare isolata, sia per quanto riguarda la
presentazione clinica neonatale che il follow-up.
Materiali e metodi. Sono stati selezionati 148 pz con diagnosi
ecocardiografica di stenosi valvolare polmonare non associata a
cardiopatia complessa (78M e 70F). L’età media alla diagnosi era di 36±43
giorni. A 109 pz la stenosi valvolare è stata diagnosticata ecograficamente
entro i primi 6 mesi di vita; 55 pz erano di sesso M e 54 di sesso F. Il 62%
delle stenosi è stato diagnosticato nel primo mese. L’indicazione principale
all’indagine ecocardiografica era stata la presenza di un soffio alla visita
di routine. Il restante 30% è stato diagnosticato tra il II ed il IV mese di vita,
mentre solo l’8% tra il IV ed il VI mese. L’entità della stenosi nel 64% dei
bambini era lieve (spo1),nel 20% era moderata (spo2) e nel 16% era severa
(spo3).
Tra i 109 pz a cui era stata fatta la diagnosi di stenosi valvolare entro i
primi sei mesi di vita, in 48 pz era disponibile un nostro follow-up
superiore ai 3 anni; il follow-up medio di questi pz era di 9±5 anni.
Risultati. Si è visto che il 65% dei pz con un’iniziale stenosi lieve e
moderata, non sottoposti a valvuloplastica o trattamento chirurgico, è
andata incontro a miglioramento, il 32% dei pz non si è modificato ed il
3% è, invece, peggiorato. In particolare, le stenosi polmonari lievi,
diagnosticate in epoca neonatale, nella gran parte dei casi (44%) dopo i
4-5 anni di vita si sono normalizzate sia per quanto riguarda il gradiente
che le dimensioni dell’arteria polmonare, mentre il 41% di esse si è
mantenuto stabile, il 4% è progredito e l’11% è stato sottoposto a
valvuloplastica percutanea elettiva o a intervento chirurgico. Per quanto
riguarda le stenosi valvolari di medio grado, nel 75% dei pz il gradiente
è progressivamente diminuito, l’8% è rimasto stabile, mentre il 17% è
stato sottoposto a chirurgia o a valvuloplastica percutanea elettiva. Tra i
pz con stenosi severa metà è stato sottoposto a valvuloplastica percutanea
e metà a valvulotomia chirurgica, entrambi eseguiti nella gran parte entro
il I mese di vita. Nella totalità dei pazienti sottoposti a valvuloplastica
percutanea o chirurgica il tronco polmonare al follow-up si è nettamente
POSTER
dilatato, indipendentemente dall’anulus che nella gran parte dei casi è
nei limiti. Il ramo polmonare destro di solito è più coinvolto nel processo
di dilatazione rispetto al controlaterale sinistro. Buono è l’andamento
delle stenosi valvolari lievi con flusso normalizzato; nell’80% dei casi le
dimensioni del tronco polmonare, dell’anulus e dei rami polmonari
periferici sono normali e solo nel 20% è presente una dilatazione del
tronco.
Conclusioni. La stenosi valvolare polmonare, in tutte le sue varianti, è una
cardiopatia che se trattata adeguatamente consente una buona qualità di
vita. Il trattamento chirurgico o meglio la valvuloplastica percutanea delle
forme severe offre risultati eccellenti. I pz vanno seguiti nel tempo anche
in età adulta; anche le stenosi lievi possono presentare una progressiva
dilatazione dell’arteria polmonare.
P128
IMPATTO DELLA SINDROME METABOLICA E DEI SUOI COMPONENTI SU
STRUTTURA E FUNZIONE VENTRICOLARE SINISTRA IN UNA POPOLAZIONE
PEDIATRICA AMBULATORIALE
Nicola Moio1, Carolina Scilla1, Luigi Cavuto1, Claudia Forziato2,
Eduardo Sanguigno2, Francesco Saitta2, Procolo Di Bonito3,
Gerolamo Sibilio1
1
U.O.C. UTIC-Cardiologia, 2U.O.C. di Pediatria, 3U.O. di Diabetologia,
P.O. “S. Maria delle Grazie”, Pozzuoli (NA)
Obiettivi. Analizzare in una popolazione ambulatoriale di bambini e
adolescenti l’impatto della sindrome metabolica pediatrica (SMP) e dei
suoi componenti su struttura e funzione ventricolare sinistra (VS).
Metodi. Sono stati studiati 246 bambini (età 10±3 anni, M±DS), (34% non
obesi e 66% obesi, criteri SIEDP) osservati nel periodo 2004-2009 presso
l’ambulatorio di Pediatria del P.O. di Pozzuoli. La SMP è stata definita con
i criteri di Cook del 2009. Struttura e funzione del VS sono stati analizzati
mediante ecocardiografia convenzionale e tissue Doppler imaging (TDI).
L’ipertrofia del VS è stata definita da un valore di massa VS (LVM) >38.6
g/2.7, un elevato spessore relativo di parete (RWT) è stato definito da valori
di RWT >0.375. L’ipertrofia concentrica (CLVH) era definita da un aumento
sia della LVM che della RWT
Risultati. La SMP è stata identificata in 60 bambini (24%). I soggetti con
SMP rispetto a quelli senza SMP, non differivano per età, sesso e stadio
puberale. All’ecocardiografia, il gruppo con SMP, rispetto a quello senza
SMP, mostrava valori più alti valori sia di LVM (38±10 vs 35±10 g/2.7, p<0.02),
che di RWT (0.37±0.06 vs 0.35±0.05, p=0.004). Il gruppo con SMP mostrava
una maggior percentuale di soggetti con CLVH (28 vs 12%, p<0.005),
mentre non differiva per ipertrofia eccentrica (20 vs 23%) e
rimodellamento concentrico (18 vs 10%) rispetto a quello senza SMP.
Inoltre, i due gruppi non differivano per funzione cardiaca sistolica e
diastolica sia all’ecocardiografia convenzionale sia al TDI. All’analisi
multivariata, i soggetti con SMP, rispetto a quelli senza SMP, mostravano un
maggior rischio di CLVH, odds ratio 2.17, 95%Cl 1.01-4.66, p=0.047 (corretto
per età, sesso, BMI e stadio puberale). Tale rischio non era maggiore di
quello conferito dalla presenza degli alti livelli pressori: OR 3.88, 1.80–8.38,
p<0.001, mentre gli alti livelli di circonferenza vita, trigliceridi e basso HDL
non erano significativamente associati con il rischio di CLVH.
Conclusioni. In una popolazione ambulatoriale di bambini e adolescenti la
SMP conferisce un rischio più che doppio di CLVH, tuttavia tale rischio non
è maggiore di quello conferito dalla presenza degli alti livelli pressori.
Questi dati suggeriscono che la presenza della SMP non è più utile di uno
dei suoi componenti (alti livelli pressori) nel predire alterazioni precliniche
di danno cardiaco.
P129
GRAVE INSUFFICIENZA CARDIACA NEONATALE
Pierluigi Russo1, Andrea Imperatori1, Lucia Boffi1, Giuseppe Trocino1,
Maria Melzi2, Giulia Ferrari2, Francesco Seddio3, Lorenzo Galletti3
1
U.O. di Cardiologia, Ospedale S. Gerardo, Monza, 2Clinica Pediatrica,
Ospedale S. Gerardo, Monza, 3Divisione di Cardiochirurgia, Ospedali
Riuniti, Bergamo
Riportiamo il caso di un bimbo di 2 mesi giunto all’osservazione per grave
dispnea. All’esame obiettivo riscontro di soffio olosistolico 3/6, e di
epatomegalia. ECG: RS. Sopralivellamento ST in D1-AVL. Aumento del
valore della troponina. All’ecocardiogramma segnalata dilatazione e
ipocinesia del ventricolo sinistro (FE 40%); rigurgito mitralico medio
severo. Il paziente veniva ricoverato con diagnosi di possibile miocardite
e si iniziava terapia con diuretico e ace inibitore con solo parziale
beneficio. Esami ematochimici successivi: positività per anticorpi
anticitomegalovirus. Considerata la persistenza di grave insufficienza
cardiaca in settima giornata di ricovero veniva ripetuto un
ecocardiogramma che mostrava acinesia dell’apice e ipocinesia dei restanti
settori con severa riduzione della funzione sistolica del ventricolo sinistro;
rigurgito mitralico severo secondario alla alterata coaptazione dei lembi
per la ridotta contrattilità. Nel tronco della polmonare si evidenziava un
flusso retrogrado e la coronaria destra risultava dilatata. Si concludeva
per origine anomala dell’arteria coronaria sinistra dal tronco della
polmonare e si inviava il pz presso centro di cardiochirurgia pediatrica ove
il bimbo veniva sottoposto ad intervento urgente di posizionamento
dell’arteria coronaria sinistra sulla arteria aorta. Decorso post operatorio
regolare con progressivo miglioramento della funzione ventricolare
sinistra. L’origine anomala dell’arteria coronaria sinistra è una rara
cardiopatia congenita che generalmente si manifesta clinicamente verso
i 2-3 mesi di vita a causa della progressiva aumentata richiesta di ossigeno.
Durante la vita fetale essendo maggiore la pressione polmonare la
coronaria anomala riceve un flusso anterogrado dalla polmonare verso la
coronaria sn. Dopo la nascita con l’aumento della pressione aortica
rispetto alla polmonare il flusso nella coronaria anomala si inverte cosicché
il sangue va dalla coronaria dx attraverso rami collaterali alla coronaria
sinistra e da qui verso la polmonare.
Riabilitazione
P130
MODIFICAZIONE
DEI
PARAMETRI
ANTROPOMETRICI
E
BIOIMPEDENZOMETRICI DOPO CICLO DI RIABILITAZIONE CARDIOLOGICA
1
1
2
2
2
2
M. Scapolo , L. Zanasca , R. Carlon , O. Baggio , S. Golin , L. Sgambaro ,
S. Andretta1, M. Zanchetta2
Riabilitazione
1
Servizio Dietetico, 2U.O. di Cardiologia, Ospedale di Cittadella,
Cittadella
(PD)
P130
IlMODIFICAZIONE
programma diDEI
cardiologia
riabilitativa
(CR) dopo
un evento
PARAMETRI
ANTROPOMETRICI
E BIOIMPEDENZOMETRICI
DOPO
cardiovascolare, prevede un intervento di tipo multidisciplinare allo scopo
RIABILITAZIONE CARDIOLOGICA.
di effettuare una stratificazione prognostica, impostare un programma
di training fisico ed ottenere un adeguato controllo dei fattori di rischio.
Scopo dello studio è stato quello di valutare gli effetti dell’intervento
nutrizionale sui parametri antropometrici e bioimpedenzometrici in un
gruppo di pazienti (pz) arruolati in CR e di correlarli con le variazione della
capacità funzionale.
Materiali e metodi. A 29 pz (5F e 24M, età 63±9 anni) sono stati rilevati
durante ciclo di CR (T0) e dopo 120±69 giorni di follow-up (T1): peso (p.c.),
BMI, circonferenza vita (CV), percentuale di massa grassa (%MG) e massa
magra
(%MG),
peso in kg di MG, peso in kg di massa magra (MM), indice
Materiali
e metodi.
di metabolismo basale (MB), H2O totale, %H2O corporea e %H2O in MM.
19 pz erano affetti da recente infarto acuto del miocardio (IMA) e 10 pz
dopo intervento di bypass aorto-coronarico (BP).
Risultati. La CV basale è stata di 101±6 cm gruppo IMA e 101±10,6 cm
gruppo BP. Da T0 e T1 non ci sono state variazioni significative di p.c.
Risultati.kg e 78,1±12 kg), BMI (27.5±3.2 e 27.4±3.0), MB (1759±270 kcal/g
(78.2±12
e 1768±258 kcal/g), %MM (74.3±2 e 74.2±2), %MG (26±5 kg e 26.6±5 kg),
la MM (57.8±9 kg e 57.3±10 kg), la MG (20.4±5 kg e 20.7±5 kg), %H2O
(74.3±2 e 74.2±2). Il 90% dei pz BP e il 26% dei pz IMA erano in terapia
diuretica. Una disidratazione (%H2O <55%) era più frequente nel gruppo
BP (70% a T0 e 80% a T1) rispetto al gruppo IMA (53% a T0 e T1). Nella
Tabella sono riportati i valori medi di alcuni parametri nei 2 sottogruppi.
BP
IMA
T0
T1
T0
T1
BMI
26.5±3.2
27.2±2.8
28.1±3.3*
27.6±3.2*
MG
20.9±4.4
21.8±4.2
20.0±5.6
20.0±5.1
MM
54.9±7.6
56.0±9.3
58.4±8.6
58.1±9.7
WATT
106±24
119±33
133±39*
146±38*
MIN
7.9±2.1
9.1±2.3
10.0±3.0*
11.1±3.1*
% H20 p.c.
54.0±3.3
52.9±3.8
55.5±4.2
55.0±3.2
WATT, potenza al cicloergometro; MIN, minuti di esercizio. *differenza statisticamente
significativa tra dati iniziali e finali (p<0.05).
In 14 pz si è avuto perdita di p.c. (-2.4 kg, -3% del p.c.) mentre in 15 pz si
è avuta aumento di p.c. (+2.8 kg, +3.5% del p.c.). I pz che hanno perso
p.c. hanno aumentato di più i WATT a T1 rispetto ai pz che hanno
aumentato il p.c. (12 vs 6%). Esiste una correlazione positiva tra valori di
MM e WATT a T0 e T1 in tutti i pz, indipendentemente da BMI, sesso e
Conclusioni.
patologia.
Conclusioni. La malnutrizione (in eccesso o in difetto) influisce
negativamente sulla patologia cardiovascolare e richiede pertanto un
intervento di counseling nutrizionale all’interno di un intervento
riabilitativo globale. I pz BP presentano una MM minore rispetto ai pz
IMA e dopo CR presentano un maggior recupero di tale parametro.
Tuttavia, in accordo con il più frequente trattamento diuretico, i pz del
gruppo BP presentano più spesso un quadro di disidratazione che tende
a persistere anche a distanza dall’intervento e richiede una particolare
attenzione sull’eccessivo uso di tali farmaci in tale gruppo di pz.
P131
RISULTATI DEL MONITORAGGIO DELL’ATTIVITÀ FISICA DOPO CICLO DI
RIABILITAZIONE CARDIOLOGICA
R. Carlon, S. Golin, L. Sgambaro, D. Bragagnolo, G. Pivato,
O. Baggio, M. Zanchetta
U.O. di Cardiologia, Ospedale Civile di Cittadella, Cittadella (PD)
Scopo. Numerosi studi hanno documentato l’efficacia dei programmi di
cardiologia riabilitativa (CR) in varie malattie cardiovascolari. Una delle
maggiori problematiche è il mantenimento a lungo termine delle
modifiche dello stile di vita, con particolare riguardo allo svolgimento di
un’adeguata attività fisica. Scopo del nostro lavoro è stato quello di
monitorare l’attività svolta dal paziente (pz) dopo aver completato un
ciclo di CR.
Metodo. Durante il ciclo di CR ambulatoriale, a 1-2 mesi (primo followup=FU-1) e a 6-9 mesi (secondo follow-up=FU-2) di distanza, i pz arruolati
sono stati sottoposti per 2-3 giorni consecutivi a monitoraggio metabolico
(MM) con l’utilizzo di un sistema (Sensewear Armband) che permette la
rilevazione della temperatura cutanea, dissipazione termica dal corpo (t°
cutanea – t° esterna), risposta galvanica della pelle e accelerazione. Sono
state rilevate le seguenti misure giornaliere: intensità media di
lavoro/energia spesa (Mets medi), tempo (min) dedicato ad attività fisica
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
65S
RISULTATI
DEL
P131
CARDIOLOGICA
RISULTATI DEL
CARDIOLOGICA
MONITORAGGIO
DELL’ATTIVITÀ
FISICA
DOPO
CICLO
DI
RIABILITAZIONE
MONITORAGGIO
DELL’ATTIVITÀ
FISICA
DOPO
CICLO
DI
RIABILITAZIONE
Scopo.
Scopo.
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
Metodo.
>3 Mets (>3 Mets), dispendio energetico totale (TEE, espresso in Kcal),
Metodo.
spesa
energetica attiva (EE, Kcal consumate per attività >3 Mets), numero
di passi (PP). Per non influenzare il comportamento dei pz, essi venivano
genericamente informati che MM serviva “per il monitoraggio
dell’apparato cardiovascolare”.
Casistica. Sono stati arruolati 76 pz (età media 58±9 anni, range 41-78,
58M e 16F), 13 dopo intervento di cardiochirurgia, 47 dopo IMA, 10 dopo
PTCA, 5 con scompenso cardiaco e 1 con claudicatio. MM è stato
effettuato in 72 pz durante CR, in 62 pz a FU-1 e 27 pz a FU-2, per un
Casistica.
totale
di 161 test.
Risultati.
Casistica.Il programma di CR è durato 31±33 giorni, FU-1 e FU-2 sono stati
effettuati rispettivamente a 43±26 e 227±65 giorni di distanza dal primo
test.
Nella Tabella 1 sono riassunti i risultati nella casistica globale mentre
Risultati.
nella Tabella 2 i risultati nei pz che hanno effettuato tutti e tre i
Risultati.
monitoraggi ((*) = P=0.05). Un’attività fisica >3 Mets di durata <45’ è stata
effettuata rispettivamente nel 27% dei pz in CR, 23% dei pz a FU-1 e 11%
dei pz a FU-2. Inoltre un numero di passi giornalieri <7500 è stato
effettuato nel 45% dei pz in CR, 29% dei pz a FU-1 e 22% dei pz a FU-2.
Tabella 1
Tabella 1
Parametro
Tabella 1
Mets medi
>3 Mets (min)
TEE (Kcal)
EE (Kcal)
PP (n)
CR
(n=70)
1.39
103
2571
471
8923
FU-1
(n=62)
1.44
117
2705
581
10 539
FU-6/9
(n=27)
1.5*
118
2743
581
11 231*
FU-1
(n=27)
1.4
112
2743
582
10 295
FU-6/9
(n=27)
1.5
121
2775
602
11 146
Tabella 2
Tabella 2
Tabella 2
Parametro
Mets medi
>3 Mets (min)
TEE (Kcal)
EE (Kcal)
PP (n)
Conclusioni.
CR
(n=27)
1.5
123
2697
594
9307
Conclusioni. Il monitoraggio con Sensewear Armband permette un
Conclusioni.
monitoraggio metabolico semplice e completo dei pazienti dopo un ciclo
di CR. I risultati confermano il mantenimento a distanza di 6-9 mesi dalla
CR di un’adeguata attività fisica domiciliare nella maggioranza dei pz.
P132
PREVALENZA DI IPERGLICEMIA IN SOGGETTI NON DIABETICI E SUO
POSSIBILE
RUOLO
NELL’INSORGENZA
DI
COMPLICANZE
INTRAOSPEDALIERE IN RIABILITAZIONE CARDIOLOGICA
Sergio Enea Masnaghetti, Simona Sarzi Braga, Raffaella Vaninetti,
Roberto Franco Enrico Pedretti
Fondazione Salvatore Maugeri, IRCCS, Tradate
Background. Il diabete mellito svolge un ruolo cruciale nella genesi e
nell’evoluzione delle malattie cardiovascolari. È noto che soggetti
ricoverati per sindrome coronarica acuta, con anamnesi negativa per
diabete mellito ma iperglicemici, hanno una prognosi peggiore rispetto ai
soggetti normoglicemici. In letteratura non sono riportati dati
sull’importanza dell’iperglicemia nella genesi delle complicanze
intraospedaliere in ambito riabilitativo cardiologico.
Scopi. Valutare, in pazienti con anamnesi negativa per diabete mellito, la
prevalenza di glicemia >110 mg/dl all’ingresso in riabilitazione
cardiologica; verificare se tale riscontro si associ ad un decorso
intraospedaliero sfavorevole.
Materiali e metodi. Abbiamo arruolato retrospettivamente 2490 pazienti
(età media 66±12 anni; M=69%; frazione di eiezione ventricolare sinistra
52±12%) afferiti al nostro Istituto per un ciclo riabilitativo a seguito di
intervento cardiochirurgico (n=1442), angioplastica coronarica (n=383),
scompenso cardiaco (n=227), sindrome coronarica acuta non
rivascolarizzata (n=283). I pazienti sono stati divisi in 3 gruppi: diabetici
noti (gruppo D, n=540), iperglicemici (gruppo I, n=269) e normoglicemici
(gruppo N, n=1681). Le complicanze intraospedaliere considerate sono
state: insorgenza di fibrillazione atriale, eventi ischemici
miocardici/periferici, peggioramento della funzione renale (per incrementi
di creatinina >0.5 mg/dl oltre 1.3 mg/dl), comparsa/peggioramento di
versamento pleurico/pericardico (versamento pleurico almeno di grado II,
versamento pericardico di almeno 10 mm), scompenso cardiaco,
guarigione complicata di ulcere/ferite chirurgiche, le infezioni.
Risultati. I pazienti arruolati differivano in modo significativo per età (I vs
N (anni): 69±10 vs 65±13, D vs N: 69±9 vs 65±13; p=0.000), BMI (I vs N: 27±4
vs 25±4, D vs N: 27±5 vs 25±4; p=0.000), creatininemia (I vs N (mg/dl):
1.4±0.7 vs 1.2±0.6, D vs N: 1.5±0.8 vs 1.2±0.6; p=0.000), PCR (I vs N (mg/dl):
3.8±3.8 vs 3±3.2, p=0.002; I vs D: 3.8±3.8 vs 3±3.5; p=0.027), Hb glicata (I
vs N (%): 6.4±0.7 vs 5.9±0.3; p=0.007; I vs D: 6.4±0.7 vs 7.2±1.2; p=0.000; D
vs N: 7.2±1.2 vs 5.9±0.3, p=0.000); la frazione di eiezione ventricolare
sinistra differiva significativamente nel gruppo D vs N ((%):49±13 vs 52±12,
p=0.000). I pazienti del gruppo I presentavano con frequenza
significativamente maggiore fibrillazione atriale (p=0.03), peggioramento
della funzione renale (p=0.000), versamento pleurico/pericardico
(p=0.000), complicata guarigione di ulcere/ferite chirurgiche (p=0.018).
All’analisi multivariata, i fattori in grado di influenzare l’insorgenza di
complicanze intraospedaliere sono risultati, in ordine di potenza statistica:
66S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
età (p=0.000), frazione di eiezione (p=0.000), iperglicemia (p=0.000),
cardiopatia ischemica (p=0.001), diabete mellito (p=0.005).
Conclusioni. In riabilitazione cardiologica la prevalenza di iperglicemia in
non diabetici è elevata (14%) e ha un ruolo preminente, apparentemente
superiore a quello svolto dal diabete stesso, nell’insorgenza di
complicanze intraospedaliere. Alla luce di questi risultati diventa
fondamentale il riconoscimento precoce e il trattamento mirato di questi
pazienti.
P133
VALUTAZIONE QUALITATIVA DELLE ABITUDINI NUTRIZIONALI IN PAZIENTI
SOTTOPOSTI A RIABILITAZIONE CARDIOLOGICA IN FASE III: STUDIO PILOTA
Mara Piccoli, Isabella Casadei, Federica Scimia, Alessandro Villa
U.O. di Cardiologia, Policlinico Di Liegro, Roma
Scopo. Mantenere corrette abitudini alimentari soprattutto nei pazienti
cardiopatici è un elemento difficile da ottenere nel follow-up, soprattutto
a causa dell’influenza non sempre positiva delle informazioni provenienti
dai media. Scopo dello studio è stato verificare le abitudini alimentari di
pazienti, afferenti al nostro Centro in regime ambulatoriale in fase III,
dopo periodo di riabilitazione intensiva in seguito all’evento indice.
Metodi. Sono stati esaminati mediante Questionario delle Frequenze
Alimentari, validato dal Ministero della Salute, 38 pazienti, 23 uomini (età
media 65±10 anni) e 15 donne (età media 67±7 anni) durante ciclo di
riabilitazione cardiologica in fase III, a distanza media di 24 mesi
dall’evento indice. Tutti erano stati precedentemente ricoverati presso il
nostro centro, per essere sottoposti a riabilitazione intensiva dopo evento
indice (10 pazienti con sindrome coronarica acuta trattata con PTCA e
stent coronarico, 19 con intervento cardiochirurgico di bypass aortocoronarico e 9 con sostituzione valvolare), seguendo, oltre al programma
di training fisico, anche incontri di educazione sanitaria relativi alle
corrette abitudini alimentari. Tali informazioni sono state ribadite durante
i successivi cicli riabilitativi ambulatoriali.
Risultati. Nel campione esaminato l’assunzione di frutta e verdura avviene
2 volte al giorno, così come costante risulta l’assunzione quotidiana di una
porzione di pasta 0/riso, seconda la tradizione alimentare italiana. La
frequenza dell’assunzione di carne è superiore a quella di pesce,
verosimilmente legata a gusti personali ed ai costi, mentre l’assunzione
delle uova è settimanale. Per quanto riguarda il consumo di merendine e
salumi, questo risulta occasionale. Più complesso risulta il problema
“formaggi”: il loro consumo è molto variabile, soprattutto per la presenza
di alimenti light e di mozzarelle considerate adeguate anche in presenza
di dislipidemia.
Conclusioni. Il rinforzo periodico delle informazioni fornite al momento
della prima fase riabilitativa risulta molto importante per mantenere
corrette abitudini alimentari a distanza dall’evento acuto. Restano
comunque ancora da individuare strategie per migliorare la conoscenza
dei prodotti light, così presenti sul mercato.
P134
LA SINDROME ANSIOSO-DEPRESSIVA POST-INFARTUALE: PROTOCOLLI DI
INTERVENTO PSICOLOGICO
M. Cucinotta, G. Sibilio, N. Moio, E. Murena, V. Doriano
U.O.C. di Cardiologia-UTIC, Ospedale Santa Maria delle Grazie, Pozzuoli
Background. Risulta particolarmente importante, ai fini di un protocollo
riabilitativo psicologico efficace, utilizzando una testistica validata,
diagnosticare tempestivamente nei pazienti affetti da cardiopatia
ischemica acuta l’insorgenza di ansia e/o depressione. Tale condizione
patologica può essere considerata come un elemento prognostico
negativo per reinfarto e per una minore aderenza comportamentale e
terapeutica.
Materiali e metodi. Sono stati arruolati 69 pazienti di età compresa tra i
35 e i 75 anni, affetti da infarto acuto del miocardio non complicato e, in
sede di ospedalizzazione, ad esiti stabilizzati, è stata somministrata la
seguente testistica: Hospital Anxsiety and Depression Scale per lo
screening per l’ansia e la depressione e l’Illness Perception Questionnaire,
un questionario che consente di ottenere un quadro completo sia della
rappresentazione mentale che il paziente sviluppa della malattia
cardiologica, sia dei meccanismi psicologici e degli atteggiamenti che
accompagnano nel paziente la consapevolezza di dover convivere con una
malattia cronica e di doverla gestire.
Obiettivi. Diagnosticare l’insorgenza di ansia e depressione postinfartuale. Tale condizione patologica può essere considerata come un
elemento prognostico negativo per reinfarto e per una minore aderenza
comportamentale e terapeutica. Intervenire sulla componente disadattiva
delle rappresentazioni emozionali negative con protocolli di supporto
psicologico individuali per migliorare la prognosi psicologica a breve e a
lungo termine.
Risultati. Dall’analisi dell’elaborazione dei test somministrati ai pazienti
risultavano punteggi così distribuiti per l’HADS: ansia lieve 13.3%; media
19.3%; alta 67.4%; depressione lieve 47.1%; media 15.7%; alta 36.2%. Per
l’IPQ-R, nella categoria “rappresentazioni emozionali” emozioni negative
74.4%; positive 25.3%.
Conclusioni. Nonostante le limitazioni, costituite dal piccolo campione
esaminato, si evince che: considerata l’alta percentuale di pazienti che
presentavano punteggi alti per ansia e/o depressione ed emozioni
negative, risultava opportuno impostare, già in sede di ricovero, un
protocollo riabilitativo articolato in colloqui di sostegno psicologico
POSTER
individuale e un piano di trattamento che prevedeva interventi
psicoterapici a breve e medio termine.
P135
PERCORSO EDUCATIVO-ALIMENTARE PRESSO L’U.O.C. DI CARDIOLOGIA
CLINICA E RIABILITAZIONE CARDIOLOGICA DELL’AORN SANT’ANNA E SAN
SEBASTIANO DI CASERTA
R. Capriello1, E. Boccalone1, A. Costantino1, M. Parillo1, M. Marzaioli2,
E. Ruotolo2, V. De Chiro2, S. Celardo2, A. Cassella2, C. Riccio2
1
U.O.C. di Geriatria, Endocrinologia e Malattie del Ricambio, 2U.O.C. di
Cardiologia Clinica e Riabilitazione Cardiologica, Azienda Ospedaliera
Sant’Anna e San Sebastiano di Caserta, Caserta
Introduzione. Nell’ambito della nutrizione il Piano Sanitario Nazionale si
propone come obiettivo la promozione della salute attraverso una sana ed
equilibrata alimentazione. Presso l’U.O.C. di Cardiologia Clinica e
Riabilitazione Cardiologica dell’A.O.R.N. Sant’Anna e San Sebastiano di
Caserta, al fine di avere un completo percorso riabilitativo, sono attive da
oltre 10 anni sessioni di educazione alimentare per i pazienti afferenti alla
riabilitazione cardiologica, tenute dalla dietista e da biologi nutrizionisti
con cadenza quindicinale. Agli incontri è presente, oltre al paziente,
almeno un familiare.
Metodi. Durante gli incontri vengono affrontati più argomenti.
Inizialmente vengono illustrate ai pazienti le composizioni dei vari cibi a
seconda delle macromolecole che li compongono, viene enfatizzata
l’importanza del controllo del peso corporeo e l’importanza di
raggiungere e mantenere un peso corporeo ideale attraverso un corretto
stile di vita.
In una seconda fase un volontario tra i pazienti racconta la sua “giornata
alimentare tipo”. In questo modo l’interazione fra il paziente e il docente,
tra il docente e i familiari ed i pazienti risulta alta. Le numerose domande
poste dagli altri pazienti e dai familiari permettono al docente di fornire
ai partecipanti suggerimenti per una corretta alimentazione, una corretta
scelta quotidiana di cibi e di correggere alcune cattive abitudini, puntando
l’attenzione sui cibi consigliati e/o sconsigliati per la loro patologia.
Successivamente, per pazienti con particolari esigenze patologiche (es.
paziente nefropatico, diabetico, ecc.) si concorda un colloquio privato con
la dietista al fine di effettuare un piano alimentare specifico.
Risultati. È stata rilevata da parte dei pazienti una maggiore presa di
coscienza dell’importanza dell’obesità quale fattore di rischio
cardiologico; è stata rilevata una maggiore partecipazione ai programmi
dietoterapici; sono stati utilizzati menù settimanali senza alcuna
indicazione di peso ed i pazienti hanno dimostrato attraverso il diario
alimentare di aver compreso bene quali erano le indicazioni date loro dai
corsi di educazione alimentare. Gli operatori attraverso questi incontri
hanno potuto osservare il comportamento dei pazienti e quindi con l’aiuto
degli psicologi (con ruolo di osservatori esterni) hanno potuto
intraprendere percorsi differenziati a secondo dei casi. Ai pazienti
afferenti la riabilitazione cardiologica, inoltre, durante i vari incontri
alimentari sono stati rilevati alcuni parametri vitali.
Conclusioni. In conclusione, gli incontri così articolati ci hanno permesso
di rilevare:
- un elevato interesse da parte dei pazienti e dei loro familiari (la presenza
agli incontri è alta);
- un’ottima interazione nello scambio di sensazioni e paure nell’approccio
quotidiano con il cibo (ascoltare gli altri aiuta);
- una maggiore compliance ai programmi dietoterapici, rispetto ai colloqui
individuali.
P136
L’ATTIVITÀ QUOTIDIANA NELLE PAZIENTI CON IPERTENSIONE
POLMONARE
Monica Ceresa1, Cristina Opasich1, Alessandra Gualco1, Antonio Mazza1,
Pierfrancesco Longoni1, Antonella Maestri1, Federica Camera1,
Claudia Quaccini2, Giacomo Bazzini2, Silvia G. Priori1
1
Divisione di Cardiologia, 2Servizio di Terapia Occupazionale ed
Ergonomia, Fondazione S. Maugeri, IRCCS, Pavia
Premessa. L’ipertensione polmonare è associata ad una ridotta capacità
fisica, ad una pessima qualità di vita ed ad una scadente prognosi. I
trattamenti includono una terapia medica con vasodilatatori e agenti
antiproliferativi la cui associazione migliora i sintomi, la capacità di
esercizio la qualità di vita e possibilmente la prognosi. Sono stati effettuati
numerosi studi sull’efficacia della terapia medica, ma ancora poco è
conosciuto sugli effetti del cambiamento dello stile di vita come ad
esempio possa essere l’impatto sulla quotidianità nelle donne affette da
ipertensione polmonare.
Scopo. In un sottogruppo di pazienti donne con ipertensione polmonare
ricoverate presso la nostra U.O. di cardiologia riabilitativa, abbiamo voluto
valutare l’attività di vita quotidiana domiciliare e verificare come questa
fosse influenzata dalla saturazione di O2, dalla classe NYHA e dalla
capacità fisica.
Metodi. Sono stati seguiti 24 pz con ipertensione polmonare (2 pz con IP
primitiva e 22 con IP secondaria a malattia cardiaca congenita) ricoverati
presso la ns Divisione di Cardiologia riabilitativa per effettuare
un’ottimizzazione della terapia medica ed un ciclo di fisioterapia. Di questi
pz, in aggiunta alla valutazione mediante WT all’ingresso e dimissione dal
reparto, 14 pz donne (3 pz in classe NYHA II e 11 pz in classe NYHA III)
hanno effettuato anche il test delle attività quotidiane (TAQ), test dove
vengono riprodotte un numero di attività a diverso dispendio energetico
(es. vestirsi, apparecchiare, spazzare, portare pesi, fare il letto, salire le
scale, ecc.) e che fornisce una quantificazione di eventuali deficit di forza,
di resistenza, ecc., per fornir loro informazioni aggiuntive su come e quali
attività poter effettuare nella quotidianità a domicilio.
Risultati. Suddividendo in due gruppi le 14 pz donne in base alla SatO2 in
basale (SatO2 ≥85% gruppo 1; <85% gruppo 2) si è evidenziata una
differenza statisticamente significativa in punteggio medio al TAQ
(gruppo 1: 93±6 vs gruppo 2: 82±11; p=0.01), resistenza al TAQ (gruppo 1:
92±9 vs gruppo 2: 81±14; p=0.04) e durata test (min) (gruppo 1: 33±6 vs
gruppo 2: 48±16; p=0.08). Le pz con diversa classe NYHA presentavano
differenze in mTAQ (89±13 vs 86±10), r-TAQ (92±12 vs 83±13) e durata
TAQ (35±14 vs 44±16) (non si raggiunge la significatività statistica per
l’esiguità di uno dei 2 gruppi). Risuddividendo quindi le pz in base alla
capacità di effettuare un discreto WT (dWT >209 metri) o scadente WT
(sWT <209 metri) si sono evidenziati 2 gruppi con significative differenze
nell’esecuzione del TAQ (mTAQ: dWT: 92±6 vs sWT: 78±12; p=0.004. r-TAQ:
dWT: 91±8 vs sWT: 75±16; p=0.005) ma non nella durata TAQ (dWT: 38±14
vs sWT: 45±13; p=0.3).
Conclusioni. Un semplice test come il WT e la valutazione della saturazione
d’ossigeno in basale ci possono fornire utili indicazioni su come e quali
attività fisiche quotidiane le nostre pz con ipertensione polmonare
possano effettuare a domicilio e ci forniscono utili informazioni per il
counseling domiciliare.
P137
COMBINED ACUTE EFFECTS OF ENDURANCE TRAINING AND WHOLE
BODY VIBRATION ON METABOLIC PROFILE OF MALE PATIENTS WITH
CHRONIC HEART FAILURE
Anna Cerrito, Maurizio Volterrani, Giuseppe Caminiti, Alessio Franchini,
Giuseppe Marazzi, Veronica Cioffi, Giuseppe Rosano
Cardiac Rehabilitation Unit, S. Raffaele IRCCS, Rome
Purpose. To assess the effects of a single bout of combined exercise
enclosing endurance training (ET) and whole body vibration (WBV) is more
effective than ET alone in improving metabolic and hormonal profile of
male patients with chronic heart failure (CHF).
Design. Thirty male CHF patients, age 67.8±5 years; ejection fraction
36.5±6, NYHA class II were enlisted. 15 pts were randomized to combined
exercise (CE) group performing ET (40 minutes +WBV (20 minutes) and 15
patients to ET group (ET only for 60 minutes).
Methods. At baseline all patients performed a cardiopulmonary test with
determination of VO2 peak. Blood sample was collected at rest and 15
minutes following the exercise, with assessment of growth hormone (GH),
insulin-like grown factor 1 (IGF-1), total testosterone (TT), free
testosterone (FT), sex hormone binding globulin (SHBG). Blood pressure
was assessed at rest and after 15 minutes of recovery. ET was performed
at 60% of VO2 peak.
Results. At baseline there were not significant differences of clinical
features between groups. No patients had adverse events during exercise.
After exercise blood pressure decreased in a similar manner in both
groups (p=0.13). Patients of the CE group had a greater significant
decrease of insulin (-44 vs -19% p=0.02) and HOMA-IR (-19 vs -9%, p=0.04)
than ET. Blood glucose levels were reduced similarly in both groups
(CE -18%; ET -15%; p=0.09) CE group had a greater increase of IGF-1 levels
than ET (+14 vs +6, p=0.03). GH and SHBG blood levels did not change
after exercise in both groups. TT and FT increased in both groups without
between groups differences.
Conclusions. A single bout of ET exerts favourable metabolic and
hormonal effects in male patients with CHF. The effects on glucose
metabolism are enhanced by the association of ET and WBV.
P138
LOW PHYSICAL RECOVERY OF PATIENTS WITH CHRONIC HEART FAILURE
AND COGNITIVE IMPAIRMENT UNDERGOING CARDIAC REHABILITATION
Francesca Ranghi, Giuseppe Caminiti, Sara De Benedetti,
Maurizio Volterrani, Daniela Battaglia, Alessio Franchini,
Giuseppe Rosano
Cardiac Rehabilitation Unit, S. Raffaele IRCCS, Rome
Purpose. To determine whether the presence of cognitive impairment (CI)
affects physical recovery of patients with chronic heart failure (CHF)
undergoing a physical training program (PTP) after a recent episode of
acute decompensation.
Methods. The study enrolled 80 patents with CHF (M/F=52/26) and ejection
fraction (EF) <40% consecutively admitted to our cardiac rehabilitation
centre after an episode of acute decompensation. CI was evaluated by
means of the Mini-Mental State Examination (MMSE), with a score of <24
indicating impairment. Exercise tolerance was evaluated by six minute
walking test (6mwt) performed at admission and at the end of PTP. All
patients underwent an intensive 8-week program of aerobic PTP at 70%
VO2. At admission patients were divided into two group according to their
MMSE (group A >24; group B <24).
Results. Overall 43 patients (54%) had MMSE <24. The score obtained at
MMSE resulted directly related to EF (r=0.42; p=0.03), and it was inversely
related to creatinine levels (r=-0.36 p 0.04) and atrial fibrillation rate
(r=0.34; p=0.07). At the end of PTP patients of group B had a lower
increase of distance walked at 6MWT than group A (98±16 m and 131±28
m respectively, p=0.008).Moreover patients of B group had a longer in-
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
67S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
hospital stay and needed more pharmacological interventions than group
A. 2/80 patients (2.5%) died during the hospitalization all of which were
in the B group. In a multivariate logistic regression model, including age,
gender, renal failure, EF and diabetes, MMSE <24 predicted a reduced
performance at 6MWT in the overall population (OR 1.4, 95% CI 1.7-2.4)
and in women (OR 1.31; 95% CI 1.20-1.62), while it was not predictive in
males.
Conclusions. CI is a marker of advanced CHF and is an independent
predictor of lower exercise capacity in female gender.
P139
SICUREZZA DELL’ATTIVITÀ RIABILITATIVA CARDIOLOGICA IN PAZIENTI
RECENTEMENTE SOTTOPOSTI AD INTERVENTO CARDIOCHIRURGICO
Valter De Michelis1, Marco Pizzorno1, Enio Mantellini1, Andrea Bottazzi1,
Peppino Scoti2, Salvatore Petrozzino3
1
Riabilitazione Cardio-Respiratoria, 2Divisione di Cardiochirurgia,
3
Dipartimento di Riabilitazione, ASO SS. Antonio e Biagio e C. Arrigo,
Alessandria
Introduzione. La riabilitazione cardiologica in pazienti recentemente
sottoposti ad intervento cardiochirurgico favorisce ed accelera il recupero
dell’autonomia funzionale dei pazienti. Scopo del lavoro è stato quello di
valutare il rischio di complicanze durante attività riabilitativa aerobica
nelle prime settimane post intervento cardiochirurgico.
Metodi. Sono stai valutati da agosto 2010 a dicembre 2010 49 pazienti
consecutivi di età media 67.71 (min 38-max 89), 39 maschi, 10 femmine
sottoposti ad intervento cardiochirurgico (25 bypass aortocoronarici, 11
sostituzioni valvolari aortiche, 4 sostituzioni valvolari mitraliche, 2
sostituzioni valvolari aortiche e mitraliche, 3 sostituzioni valvolari aortiche
+ bypass aortocoronarico, 1 sostituzione valvolare mitralica + bypass
aortocoronarico, 2 interventi per aneurisma aortico, 1 rimozione di massa
del setto interatriale). Due pazienti sono stati esclusi dallo studio perché
trasferiti dalla cardiochirurgia oltre 15 giorni dall’intervento. I rimanenti
47 hanno iniziato il trattamento riabilitativo cardiologico mediamente 9
giorni dopo l’intervento cardiochirurgico (min 6-max 13). Tutti i paziento
hanno eseguito ECG, valutazione clinica cardiologica e 6MWT all’ingresso
ed hanno iniziato trattamento riabilitativo individualizzato in seconda
giornata dal ricovero riabilitativo (training aerobico su tappeto e/o
cyclette con sedute biquotidiane sotto monitoraggio telemetrico). I
pazienti erano 22 in classe NYHA I, 17 in classe NYHA II, 8 in classe NYHA
III. Quarantadue pazienti presentava RS all’ingresso, 5 FA o altro ritmo
sopraventricolare..
Risultati. Nella prima settimana di ricovero in riabilitazione cardiologica
durante attività aerobica eseguita a basso carico di lavoro (mediamente 3
MET) tra i 47 pazienti considerati tutti hanno mantenuto il ritmo di
ingresso (RS o FA) alla fine dell’esercizio; un paziente (che era in NYHA III
e presentava severa disfunzione ventricolare sinistra postischemica con FE
30%) ha evidenziato extrasistolia ventricolare ripetitiva (una tripletta)
durante training ed un paziente (in FA, NYHA III e disfunzione VS
postischemica con FE 20%) ha mostrato un episodio lipotimico ed
ipotensivo durante esercizio; nessun altro paziente ha evidenziato
insorgenza di aritmie sopraventricolari ripetitive, sincopi, dolore toracico
o dispnea rilevante.
Conclusioni. L’attività riabilitativa individualizzata a basso carico di lavoro
in seconda settimana post-intervento cardiochirurgico appare sicura in
soggetti in classe funzionale NYHA I e II e può essere eseguita in questi
pazienti con la sola supervisione del fisioterapista.
evincono i seguenti dati: gradimento 44 sì 1 no, utilità a fini riabilitativi 43
sì, 2 no; semplicità (molto 16, abbastanza 24, poco 5), utilità per
socializzazione (38 sì, 7 no), innalzamento soggettivo del tono dell’umore
(molto 18, abbastanza 23, poco 4). Si è inoltre evidenziato un
miglioramento del gesto finalizzato in 35/45 pazienti al termine delle
sedute riabilitative.
Conclusioni. Sulla base dei dati preliminari dello studio questa tipologia di
training virtuale appare sicura anche in pazienti relativamente anziani
recentemente operati di by pass o sostituzione valvolare, purché
supervisionata e indirizzata ad esercizi mirati. I vantaggi del sistema
virtuale sembrano essenzialmente correlati ad un miglioramento
dell’umore dei pazienti, della capacità di socializzazione e del gesto
finalizzato, oltre alla completa aderenza al training proposto.
P141
RITIRATO
P142
P140
SICUREZZA E VANTAGGI NELL’UTILIZZO DEL VIRTUAL REALITY E
COMPUTER ASSISTED PHYSICAL TRAINING NELLA RIABILITAZIONE DEL
PAZIENTE CARDIOCHIRURGICO
Valter De Michelis1, Chiara Caviglione1, Enio Mantellini1,
Sarah Fraccarollo2, Andrea Bottazzi1, Salvatore Petrozzino3
1
Riabilitazione Cardio-Respiratoria, 2Divisione di Cardiologia,
3
Dipartimento di Riabilitazione, ASO SS. Antonio e Biagio e C. Arrigo,
Alessandria
Introduzione. In letteratura stanno emergendo evidenze di efficacia
dell’utilizzo di sistemi di virtual reality e computer assisted physical
training in riabilitazione neuromotoria. L’obiettivo è stato quello di
valutare la sicurezza, il gradimento e gli eventuali vantaggi di tali sistemi
anche in riabilitazione cardiologica.
Materiali e metodi. A 45 pazienti consecutivi sottoposti ad intervento
cardiochirurgico (29 by pass, 16 sostituzioni valvolari, età media 68.8 anni,
degenza media di 20.5 giorni) è stato proposto, invece della abituale
seduta pomeridiana di esercizi a corpo libero, una seduta volontaria della
durata di 60 minuti, utilizzando un video game che permettesse di
eseguire training fisico mediante realtà virtuale simulata (WII Nintendo)
per tre giorni la settimana durante l’intera degenza riabilitava. È stato
valutato come endpoint primario la sicurezza del sistema in riabilitazione
cardiologica. Sono stati inoltre somministrati un questionario al fine di
valutare il gradimento e l’efficacia dello stesso. Tra i vari esercizi disponibili
si è scelto il gioco virtuale del bowling, ritenendo lo stesso il più
appropriato tra quelli disponibili per i pazienti nello studio.
Risultati. Tutti i 45 pazienti hanno accettato di partecipare durante
l’attività riabilitativa a questa tipologia di esercizio. Nessuna complicanza
durante il training è stata rilevata, in particolare nessuna aritmia al
monitoraggio telemetrico. Dal questionario somministrato ai pazienti si
68S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
RECUPERO DELL’AUTONOMIA QUOTIDIANA DOPO CARDIOCHIRURGIA IN
PAZIENTI ANZIANE
Monica Ceresa1, Cristina Opasich1, Alessandra Gualco1,
Antonella Maestri1, Antonio Mazza1, Claudia Quaccini2,
Giacomo Bazzini2, Silvia G. Priori1
1
Divisione di Cardiologia Riabilitativa, 2Servizio di Terapia Occupazionale
ed Ergonomia, Fondazione S. Maugeri, IRCCS, Pavia
Premessa. Negli anziani, dopo un evento cardiaco acuto, lo scopo della
fisioterapia è quello di migliorare l’indipendenza e la mobilità e favorire
un graduale ritorno alla vita quotidiana. Nella nostra Unità Operativa è da
tempo in atto un programma di fisiokinesi terapia personalizzata in base
al grado di fragilità funzionale testata all’ingresso (Eur J Cardiovasc Prev
Rehabil 2010 Oct;17(5):582-7).
Scopo. Valutare la persistenza a medio termine (3 mesi) dei benefici
funzionali raggiunti grazie alla fisioterapia personalizzata effettuata
durante la degenza e poi proseguita a domicilio. Il focus è stato centrato
sui dati ergonomici specifici dell’attività quotidiana (TAQ) comprensivi
della tolleranza al cammino (WT) e sulla valutazione della qualità di vita
legata allo stato di salute (EQ)
Metodi. All’ingresso in reparto è stato valutato il grado di fragilità
funzionale di 20 pazienti (pz) donne di età media 75±6 anni (15 post
cardiochirurgia valvolare, 5 post bypass aortocoronarico). Dopo un
periodo di fisioterapia personalizzata (media di 20 giorni) sono state
sottoposte, sia alla dimissione dal reparto che dopo 3 mesi di follow-up,
ad un test di valutazione funzionale delle attività di vita quotidiana (TAQ),
test dove vengono riprodotte un numero di attività a diverso dispendio
energetico (es. vestirsi, apparecchiare, spazzare, portare pesi, fare il letto,
salire le scale, ecc.) e che fornisce una quantificazione di eventuali deficit
di forza, di articolarità degli arti, di flessibilità del tronco, di resistenza,
ecc. (Fig.), ad un WT ed ad un questionario EQ.
Risultati. La valutazione funzionale effettuata alla dimissione (FRA2)
opo.
etodi.
sultati.
onclusioni.
POSTER
evidenzia una riduzione del grado di fragilità rispetto all’ingresso (FRA1)
(FRA2: 11 pz “no-frail”, 8 “moderate frail” e 1 pz “severely frail”; vs FRA1:
2 pz no-frail; 14 pz “moderate frail”e 4 pz “severely frail”) che migliora
ulteriormente (FRA3) a 3 mesi di FU (12 pz no-frail, 8 moderate frail). Il
grado di FRA2 correla bene con il numero di metri percorsi al WT2
(p=0.01), con il punteggio-mTAQ2 (p=0.03) e con la resistenza (RES2)
espressa al TAQ (p=0.03); non presenta invece diversità significative per
l’età media delle pz (p=0.3) e per FE% (p=0.47). L’effetto della fisioterapia
individualizzata si mantiene dopo 3 mesi di follow-up sia nelle capacità di
svolgere le attività di vita quotidiana (mTAQ2 75±18 vs m-TAQ3 79±24;
p=0.3. RES2 76±20 vs RES3 80±25; p=0.4) che nelle capacità funzionali
(WT2 280±120 vs WT3 302±126; p=0.3) e nella qualità di vita (EQ2 73±19
vs EQ3 71±23, p=0.7).
Conclusioni. Il programma di FKterapia personalizzato da noi utilizzato
dopo un evento acuto è in grado di ridurre la fragilità funzionale di donne
anziane, riportandole al loro individuale livello di autonomia quotidiana
(come dimostrato dal fatto che non vi è un ulteriore incremento della
stessa dopo 3 mesi dalla dimissione).
P143
È POSSIBILE RIDURRE LA DURATA DEL TRAINING FISICO CONTROLLATO
NEI SOGGETTI CON CLAUDICATIO SENZA COMPROMETTERNE
L’EFFICACIA? RISULTATI PRELIMINARI
R. Carlon, O. Baggio, L. Sgambaro, S. Golin, D. Bragagnolo,
G. Pivato, M. Zanchetta
U.O. di Cardiologia, Ospedale Civile di Cittadella, Cittadella (PD)
Scopo. Numerosi studi hanno documentato l’efficacia del training fisico
controllato (TF) nei pazienti (pz) con claudicatio, essendo in grado di
aumentare il tempo di comparsa della stessa (TC) e la durata totale del
cammino (TT). Mancano tuttavia dati certi sulla durata ottimale del TF.
Per tale motivo abbiamo voluto verificare prospetticamente l’efficacia del
TF dopo 45 (T1) e dopo 90 (T2) giorni in un gruppo di pz con claudicatio
al 2° stadio di Fontaine.
Casistica. 15 pz consecutivi (età media 69 anni, range 45-75, 11M e 4F) con
documentata (Doppler e/o angiografia) arteriopatia periferica sintomatica
(10 claudicatio bilaterale, 5 con claudicatio monolaterale), sono stati
arruolati in un programma di TF: un pz ha interrotto il TF dopo la
valutazione intermedia.
Metodo. TF: 3 sedute/settimane per 3 mesi, di 1 ora, ciascuna con 4-5 cicli
di 10 minuti, con aumento del carico sino a provocare dolore abbastanza
forte, alternati a 5 min di riposo. Prima, dopo 45 e 90 giorni i pz sono stati
sottoposti a test da sforzo incrementale al treadmill secondo Hiatt e
questionario (WIQ, Walking Impairment Questionnaire). Il WIQ permette
una misurazione dell’entità della CL (ECL), della capacità del pz a
percorrere determinate distanze (D), di camminare a diverse velocità (V)
e nel salire un diverso numero di rampe di scale (S). L’analisi del test
ergometrico è stata effettuata su 24 arti per il TC e su 14 pz per il TT.
Risultati. A 45 giorni il TC è aumentato da 3,8±3,1 a 8,6± 5,7 minuti
(+134%, p<0,0001) ed a T2 a 10,2±6,6 minuti (+192% vs basale; +36% vs
T1, p=NS). Il TT è aumentato rispettivamente da 7,6±5,1 a 13,2±6,8
minuti a T1 (+74%, p<0,001) e a 15.6±6 minuti a T2 (+105% vs basale;
+18% vs T1, p=NS). I pz sono stati divisi in responders e non-respoders.
I responders sono stati 9/14 (64%) a T1 e 12/14 (86%) a 90 giorni. I pz
responders a 45 gg hanno ulteriormente incrementato TC e TT
rispettivamente del 0% e 6% a T2 contro il 14% e 47% dei nonresponders. Nei 12 pz che hanno compilato il WIQ è stato rilevato, a T2,
un miglioramento nei punteggi di ECL (+68%, p=0.004), D (+52%,
p=0.0026), V (+8%, p=ns) e S (+20%, p=ns).
Conclusioni. I pz responder al TF dopo 45 giorni presentano uno scarso
ulteriore miglioramento a 90 giorni, mentre i non-responders possono
presentare un ulteriore miglioramento proseguendo il training per altri 45
giorni. I nostri dati preliminari suggeriscono quindi la possibilità di
sospendere il TF controllato nei soggetti responders al trattamento dopo
45 giorni, avviandoli ad un programma di training di tipo domiciliare,
consigliato. I pazienti non-responders a 45 giorni, possono proseguire il TF
controllato al fine di ottenere un ulteriore beneficio. Ciò potrebbe
permettere di ridurre i costi del trattamento, ottimizzando le risorse
disponibili, senza influire negativamente sul risultato finale del TF.
Aterosclerosi subclinica e pluridistrettuale
P144
ATEROSCLEROSI SUBLICNICA NEI PAZIENTI CON INSUFFICIENZA RENALE
CRONICA MODERATA: RUOLO INCREMENTALE DELLA STIFFNESS
ARTERIOSA
Razvan Ticulescu1, Olga Vriz2, Lina Sparacino1, Eugenio Cervesato3,
Elisa Leiballi3, Alberto Roman Pognuz3, Margherita Cinello3, Rita Piazza3,
Daniela Pavan4, Gian Luigi Nicolosi3, Giacomo Panarello5,
Francesco Antonini-Canterin1
1
Patologia Cardiovascolare e Aterosclerosi, Pordenone, 2Cardiologia,
San Daniele del Friuli, 3Cardiologia, Pordenone, 4Cardiologia, San Vito al
Tagliamento, 5Nefrologia, Pordenone
Background. È noto che i pazienti con insufficienza renale cronica
presentano un elevato rischio di patologia aterosclerotica e delle sue
complicanze. Tuttavia, la prevalenza dell’aterosclerosi nell’insufficienza
renale cronica non è sempre legata alla presenza dei tradizionali fattori
di rischio. Lo scopo del presente studio è quello di valutare i determinanti
subclinici dell’aterosclerosi, quali l’ispessimento medio intimale (IMT) in
questa categoria di pazienti.
Metodi. Abbiamo arruolato 90 pazienti (24M, 66F, età 65±10 anni) con
insufficienza renale cronica di grado moderato (clearance della creatinina
misurata con la formula di Cockcroft-Gault <60 ml/m; media 51±8 ml/min).
Tutti i pazienti sono stati sottoposti ad eco-color-Doppler dei tronchi
sovraaortici con un ecografo dotato di tecnologia echo tracking ad alta
risoluzione. Abbiamo misurato IMT e l’indice beta di stiffness a livello di
carotide comune. È stato quindi creato un modello statistico per valutare
i fattori predittivi del livello di IMT carotideo, includendo fattori di rischio
tradizionali (colesterolo LDL, trigliceridi, ipertensione arteriosa, diabete,
fumo), clearance della creatinina e indice di stiffness beta.
Risultati. Il modello risultava predire significativamente l’IMT (p<0.001). Il
valore medio dell’IMT era di 0.94±0.18 mm. Una storia di ipertensione era
presente nel 79% dei pazienti; diabete nel 17%, fumo nel 9%. L’analisi
multivariata dimostrava che i predittori indipendenti dell’IMT erano: l’età
(p=0.005), l’indice di stiffness beta (p=0.012) ed il diabete (p=0.015).
L’indice beta di stiffness era significativamente correlato con l’IMT, anche
quando corretto per l’età (r=0.30, p=0.004).
Conclusioni. L’indice beta di stiffness arteriosa nei pazienti con insufficienza
renale cronica moderata, misurato a livello carotideo con metodica echotracking, fornisce informazioni aggiuntive al di là dei tradizionali fattori
di rischio cardiovascolare nel predire l’aterosclerosi subclinica. Questi
risultati potrebbero trovare una rilevanza nella pratica clinica per
stratificare più accuratamente il rischio in questa categoria di pazienti.
P145
DETECTION OF SUBCLINICAL ATHEROSCLEROSIS IN A STUDY POPULATION
OF HIV-INFECTED PATIENTS RECEIVING HIGHLY ACTIVE ANTIRETROVIRAL
THERAPY: PRELIMINARY DATA FROM CORONARY MULTIDETECTOR
COMPUTED TOMOGRAPHY
Federica Ferraiuolo1, Gabriella D’Ettorre2, Marco Francone3,
Francesco Vullo3, Giancarlo Ceccarelli2, Stefano Strano1,
Massimo Mancone1, Roberto Passariello3, Vincenzo Vullo2,
Francesco Fedele1
1
Dipartimento di Scienze Cardiovascolari, Respiratorie, Nefrologiche e
Geriatriche, 2Dipartimento delle Malattie Infettive e Tropicali,
3
Dipartimento di Radiologia, Università La Sapienza, Roma
Purpose: Acute coronary syndromes and coronary artery disease (CAD)
represent an emerging complication in HIV-infected patients under highly
active antiretroviral therapy (HAART). The present study sought to noninvasively assess prevalence of CAD in an asymptomatic HIV-positive
population receiving HAART, using multidetector computed tomography
(MDCT) as reference tool.
Methods. From an initial database of approximately 500 subjects, 52 HIV+
patients receiving HAART (age range 25-73 years; mean 50.3 years) were
enrolled in the study; all subjects were asymptomatic and stratified as low
cardiovascular risk subjects according to the CUORE-project risk score. A
standard MDCT acquisition protocol was acquired in all cases using a DualSource scanner with standard acquisition parameters and using an ECGpulsing technique to minimize individual radiation exposure. MDCT data
sets were evaluated for presence of coronary calcifications, noncalcified
plaques, and significant lumen narrowing (i.e. >50% stenosis). All patients
with significant CAD were addressed to selective coronary angiography
(CA) and data were correlated with patient’s clinical data (i.e CD4+ and
HIV-RNA).
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
69S
Methods.
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
Results. Significant coronary lesions (>50%) were observed in 44% of our
study population (23 patients) and confirmed at CA.
Conclusions. MDCT allows direct quantification of the atherosclerotic
Conclusions. burden and may be used as non-invasive diagnostic tool for cardiovascular
risk stratification and monitoring in patients under HAART.
Results.
Conclusioni. Un’associazione tra LDL-chol e rischio di multiple (>2) pla è
rinvenibile nei pazienti 30-50enni, ma non nel sottogruppo dei 50-80enni,
forse per interazione qualitativa esercitata dall’uso abituale di statine,
notevolmente più rappresentato in questo sottogruppo, o perché sono
altre le determinanti aterogenetiche cruciali in età senile.
P147
EFFECT OF DIFFERENT DEGREE OF PHYSICAL ACTIVITY ON CAROTID
ARTERY
P147 STIFFNESS IN NORMAL SUBJECTS. AN ECHO-TRACKING STUDY
Olga Vriz1, Eduardo Bossone2, Francesco Antonini-Canterin3
OF PHYSICAL ACTIVITY ON CAROT
1EFFECT OF DIFFERENT DEGREE
Cardiologia, San Daniele del Friuli, 2Cardiochirurgia. Policlinico
NORMAL
AN ECHO-TRACKING
STUDY
San
Donato,SUBJECTS.
Milano, 3Patologia
Cardiovascolare e Aterosclerosi,
Pordenone
Background. Reduction in compliance of central arteries exerts a number
of adverse effects on cardiovascular function and disease risk. Endurance
training is efficacious in reducing arterial stiffness in normal adults. To
Background.
assess
the effects of resistance training on carotid arterial stiffness we
compared different degree of sport activity with a group of sedentary
subjects.
Methods. The study population consisted of 117 normal subject males (age
40.5±15.7 years, range 16-75), asymptomatic, without known
Methods. risk factors. Subjects were categorized as sedentary, if they
cardiovascular
did not regularly perform any physical activity (sport 0, n=29); mild
exercisers, if they performed leisure-time physical activities (sport 1, n=29);
exercisers, if they performed sports at least once a week during the
previous 2 months (sport 2, n=12) and trained (at least 6 hours a week,
running or cycling; sport 3, n=47) if the subjects performing competitive
sports (competitive amateurs). All subjects underwent measurements of
the local stiffness have been obtained at the level of common carotid
artery before the bifurcation (using an high definition echo-tracking
system implemented in an Alfa-10 prosound echo-machine, Aloka, Japan)
and the following indices have been calculated: arterial compliance (AC,
mm2.kPa-1), one-point pulse wave velocity (PWV, m/s). A transthoracic
echocardiographic study was also performed evaluating LV mass index
(LVMI in g/m2), relative wall thickness (RWT), E/A ratio.
Results. LV AC increased and PWV decreased with the level of physical
Results.
activity.
Mass index (LVMI) increased proportionally to the level of physical
activity as well as E/A ratio. Relative wall thickness (RWT) was similar
among the three groups.
Conclusions.
Our study showed in normal subjects a marked contrast to
Conclusions.
the beneficial effect of regular aerobic exercise “reduces” central arterial
compliance in healthy men.
P146
I LIVELLI SIERICI DI COLESTEROLO LDL PERDONO IL LORO SIGNIFICATO
PREDITTIVO DI ATEROSCLEROSI CAROTIDEA PLURIFOCALE AL CRESCERE
DELL’ETÀ: INFERENZE DA UNO STUDIO OSSERVAZIONALE SULLA
PREVALENZA DI ATEROMI CAROTIDEI MULTIPLI IN DIVERSE FASCE D’ETÀ
Renato De Vecchis1, Giuseppina Di Biase2, Antonio Ciccarelli2,
Adelaide Fusco1, Carmela Cioppa1, Anna Giasi1, Carmelina Ariano1,
Dario Paolino1, Salvatore Cantatrione1
1
Servizio di Cardiologia, Presidio Sanitario Intermedio “Elena d’Aosta”,
Napoli, 2Servizio di Neuroriabilitazione, Clinica “Santa Maria del Pozzo”,
Somma Vesuviana (NA)
Introduzione. Nello studio dei nessi tra colesterolemia e aterosclerosi
sussistono perplessità inerenti alla possibile diversa intensità, a seconda
dell’età, del ruolo aterogeno esercitato dai livelli di colesterolo LDL
circolante (LDL-chol). Ancora, è materia di dibattito il possibile ruolo di
fattore confondente esercitato dall’età, in quanto associata tanto col
fattore di rischio aterogeno, rappresentato dagli elevati livelli di LDL-chol,
quanto con la variabile di esito, i.e. le placche aterosclerotiche carotidee
(pla).
Scopi. Ci siamo prefissi di valutare eventuali correlazioni tra età, livelli
sierici di LDL-chol e rischio di aterosclerosi carotidea diffusa, i.e. ateromi
multipli all’esame ultrasonografico Doppler delle carotidi (us-car), in
pazienti di varia età, senza storia di ictus ma con uno o più fattori di rischio
vascolare.
Metodi. Abbiamo arruolato entro uno studio osservazionale retrospettivo
pazienti ambulatoriali di età compresa tra 30 e 80 anni, di cui fosse
disponibile almeno un riscontro di LDL-chol a digiuno insieme con un uscar eseguito a distanza di non oltre un mese prima o dopo rispetto alla
determinazione di LDL-chol. Venivano definite pla le salienze di parete
realizzanti una riduzione non inferiore al 25% del lume carotideo
originario. Per ogni paziente furono identificate numero di pla, età e
valore di LDL-chol; inoltre, si operò la categorizzazione di pla in 2 classi (0:
<3 pla; 1: 3 o più pla) e di età e LDL-chol in 5 classi per ognuna delle 2
variabili.
Risultati. Nei pazienti di età 30-50 anni (n=115), la classe 1 (con 3 o più
pla) si associò a livelli significativamente maggiori di LDL-chol nel
confronto con la classe 0 - 208±22 vs 136±41 mg/dl; p (ANOVA) =0.0001.
Invece, nella fascia 50-80 anni (n=155), non si riscontrò significativo divario
di LDL-chol nelle 2 classi-129±27 vs 122±38 mg/dl rispettivamente nelle
classi 1 e 0; p (ANOVA) =0.261. Tuttavia, anche nella seconda fascia
anagrafica, era possibile rilevare un’associazione tra livelli elevati di LDLchol e aumentato rischio di multiple pla, limitata al subset non trattato
con statine.
70S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
LVMI
RWT
E/A
AC
PWV
Sport 0
49 (2)
34 (1)
1.3 (0.1)
0.84 (0.07)
5.74 (0.19)
Sport 1
46 (2)
33 (1)
1.5 (0.1)
1.03 (0.07)
5.26 (0.19)
Sport 2
59 (3)
33 (2)
1.5 (0.2)
0.95 (0.11)
5.40 (0.30)
Sport 3
60 (2)
33 (1)
2.0 (0.1)
1.25 (0.05)
4.39 (0.15)
p
<0.0001
NS
<0.0001
<0.0001
<0.0001
P148
FREQUENTE COESISTENZA DI ATEROSCLEROSI CORONARICA ED
INTRACRANICA IN PAZIENTI AFFETTI DA CARDIOPATIA ISCHEMICA
Paolo de Campora1, Giovanni Malferrari2, Marialuisa Zedde2,
Lorenzo Coppo3, Raffaele Sangiuolo1
1
U.O.C. di Cardiologia-UTIC, Ospedale Fatebenefratelli, Napoli,
2
U.O.C. Stroke-Unit, Ospedale S. Maria Nuova, Reggio Emilia, 3Clinica
Neurologica, Università del Piemonte Orientale A. Avogadro, Novara
Premessa. La malattia aterosclerotica interessa spesso contemporaneamente
più distretti vascolari. Nel nostro lavoro abbiamo investigato la presenza
di ateromasia del distretto cervicale e cerebrale in pazienti con
coronaropatia nota, diagnosticata mediante esame coronarografico. Lo
studio si è avvalso di metodiche non invasive quali l’ecografia dei tronchi
sovra-aortici (TSA) e transcranica (TCCD).
Metodi. Hanno partecipato al nostro studio 2 gruppi: il I composto da 30
pazienti di sesso maschile (gruppo A età 60±10 anni) con IMA recente
(<30 giorni). Il II gruppo (gruppo B) composto da controlli sani con età
anagrafica comparabile. Sono stati esclusi dal lavoro pazienti con
pregressi eventi cerebro-vascolari (TIA/stroke) nonché coloro che
mostravano una finestra ecografica non soddisfacente alla TCCD. Gli
esami ecografici sono stati effettuati su pazienti in decubito supino,
registrati per una valutazione off-line. Con eco TSA è stato analizzato
l’IMT ed i parametri emodinamici dell’asse carotido-vertebrale. Con
metodica TCCD - mediante approccio temporale bilaterale e suboccipitale - valutati la morfologia e la flussimetria dei vasi del circolo
anteriore e posteriore intracranico.
Risultati. Il 30% dei pazienti (Gruppo A) ha evidenziato la presenza di
ateromasia intracranica. Nel 50% di essi coesistevano placche carotidee.
Assenti alterazioni di rilievo tra i controlli.
Conclusioni. La malattia coronarica frequentemente si associa ad
ateromasia cerebrale asintomatica. Nel nostro lavoro abbiamo riscontrato
una significativa associazione della patologia aterosclerotica nei pazienti
incorsi in eventi cardiologici. In essi, in particolare, è emersa una maggiore
compromissione del distretto intracranico rispetto all’asse epiaortico.
Auspicabile, in un prossimo futuro, l’esecuzione di indagini non invasive,
non onerose, per lo screening dei vasi cerebro-afferenti ed intracranici.
Conclusioni.
POSTER
P149
ASYMPTOMATIC CEREBRAL ISCHEMIC LESIONS, AS FOUND BY
Bibliografia
RESONANCE MAGNETIC IMAGING IMMEDIATELY
AFTER CAROTID ARTERY
STENTING, CAN BE PREDICTED USING QUANTITATIVE TISSUE
CHARACTERIZATION OF CAROTID PLAQUES: A NEW WAY TO REFINE THE
CLINICAL RECOMMENDATION FOR CAROTID STENTING?
Renato De Vecchis1, Giuseppina Di Biase2, Carmela Cioppa1, Anna Giasi1,
Adelaide Fusco1, Dario Paolino1, Antonio Ciccarelli2, Carmelina Ariano1,
Salvatore Cantatrione1
1
Cardiology Unit, Presidio Sanitario Intermedio Elena d’Aosta, Napoli,
2
Neurorehabilitation Unit, Clinica S. Maria del Pozzo, Somma Vesuviana
(NA)
Background. Carotid plaque instability, defined by a finding of lipid-rich
necrotic core or intraplaque hemorrhage, seems to be associated with an
increased potential for cerebral embolism after carotid artery
stenting(CAS).
Aim. To determine whether the risk of newly appearing ipsilateral silent
ischemic lesions of the brain (NISIL) can be predicted by carotid plaque
quantitative tissue characterization by means of integrated backscatter
(IBS) ultrasonography.
Methods. A case-control study was planned, including patients who had
undergone a CAS procedure in the last few years because of high-grade
carotid stenosis, after performing a quantitative assessment of carotid
plaque characteristics, by using IBS ultrasonography. As a further
requirement for inclusion in the study, every patient should have
undergone both preliminary and post-procedural diffusion weighted
magnetic resonance imaging of the brain (DW I), according to the protocol
operative at our two clinical Centers. Unstable component of carotid
plaque was defined as the area of IBS values of intraplaque hemorrhage
and lipid pool (IBS values ranging from 4 to 16). Relative unstable
component area (%UCA) was automatically measured in each plaque by
computer software.
Results. The patients enrolled were 49 (30 men and 19 women). After CAS,
DWI showed 80 NISIL in 21 patients (43%). There were ipsilateral and
multiple lesions in all of them. In the NISIL-positive group, %UCA assessed
by IBS analysis in most stenotic lesions was significantly higher than in the
NISIL-negative group (63.2± 20.4 vs 37.7±18.4%, p<0.001). In multivariate
logistic regression analysis, the independent predictors of NISIL related to
CAS intervention were the C-reactive protein serum level (p=0.038) and
the %UCA calculated by IBS (p=0.042), each of these being expressed as a
continuous variable. From the analysis of receiver operating characteristic
curves, 50% of the %UCA computed by IBS was the most reliable cut-off
value able to predict the occurrence of NISIL after CAS.
Discussion. Quantitative tissue analysis of carotid plaque by IBS ultrasound
appears to be useful for predicting NISIL, CAS-related. Due to its lower
risk of cerebral embolism, carotid endoarterectomy should be selected as
preferable therapeutical option for high grade carotid stenoses instead
of CAS if the %UCA of any carotid plaque were greater than 50%.
However, prospective follow-up studies will be required to definitively
validate this approach.
Bibliografia
- Greenland P, Abrams J, Aurigemma GP, et al. Prevention Conference V:
Beyond secondary prevention. Identifying the high-risk patient for
primary prevention: non-invasive tests of atherosclerotic burden:
Writing Group III. Circulation 2000;101:E16-E22.
- Greenland P, Smith SC Jr, Grundy SM. Improving coronary heart disease
risk assessment in asymptomatic people: role of traditional risk factors
and noninvasive cardiovascular tests. Circulation 2001;104:1863-7.
- Takaki A, Ogawa H, Wakeyama T, et al. Cardio-ankle vascular index is a
new noninvasive parameter of arterial stiffness. Circ J 2007;71:1710-4.
- Giampaoli S, Palmieri L, Chiodini P, et al. La carta del rischio
cardiovascolare globale. Ital Heart J Suppl 2004;5:177-85.
P150
CARDIO-ANKLE VASCULAR INDEX E RISCHIO CARDIOVASCOLARE
GLOBALE
Sergio Callegari1, Antonio Rizzo1, Pietro Manotti2, Paolo Pastori1,
Antonella Guberti3, Marco Mario Ferrario4, Paolo Moruzzi1
1
U.O. di Cardiologia-UTIC, Ospedale di Fidenza, Fidenza, 2Sezione di
Igiene, Dipartimento di Sanità Pubblica, Università degli Studi, Parma,
3
U.O. di Medicina II, Ospedale di Fidenza, Fidenza 4Dipartimento di
Scienze Sperimentali, Università degli Studi dell’Insubria, Varese
Introduzione. L’aumentata rigidità arteriosa è uno dei fattori causali e
prognostici di patologia cardiovascolare. Il Cardio-Ankle Vascular Index
(CAVI), calcolato sul principio dell’equazione di Bramwell-Hill, consente
una valutazione non invasiva della stiffness arteriosa, non influenzata dai
valori pressori. Diversi studi hanno inoltre dimostrato una correlazione
significativa tra CAVI e spessore intima-media (IMT), attestandolo tra i
marker subclinici di danno d’organo.
Metodi e risultati. Abbiamo studiato 198 soggetti: 104 maschi (età media
56.67±6.96 anni) e 94 femmine (età media 55.56±6.62 anni) senza
precedenti eventi cardiovascolari. Abbiamo calcolato lo score individuale
di rischio cardiovascolare mediante la formula del “Progetto Cuore” del
Ministero della Sanità Italiano. La misurazione del CAVI è stata effettuata
tramite l’apparecchio “VaSera VS-1000”, ottenendo un valore per gli arti
del lato destro (DCAVI) e uno per gli arti del lato sinistro (SCAVI). Il grado
di rigidità arteriosa espresso mediante l’indice CAVI è risultato
significativamente correlato con lo score di rischio cardiovascolare (arti di
destra: Tau di Kendall=0.255, p<0.001; arti di sinistra: Tau di Kendall=0.260,
p<0.001). Un valore patologico dell’indice CAVI (>9) è stato riscontrato in
60 soggetti (30.3%). Nel gruppo con score di rischio cardiovascolare alto
(≥20% entro 10 anni) 3 soggetti su 4 presentavano un CAVI patologico,
mentre nel gruppo a rischio intermedio (compreso tra 6% e 20%) 24
persone (47.1%) evidenziavano un valore di CAVI >9. Nel gruppo a basso
rischio il riscontro di CAVI alterato è risultato meno frequente (33 soggetti,
23.1%).
Conclusioni. L’indice CAVI è un marker di danno d’organo subclinico di
semplice esecuzione in grado di migliorare la stratificazione del rischio
cardiovascolare, particolarmente utile nei soggetti a rischio intermedio,
che potrebbero beneficiare di un intervento più intenso nella correzione
dei fattori di rischio.
P151
PERVIETÀ DEL FORAME OVALE: CASISTICA DI PAZIENTI CON STROKE
CRIPTOGENETICO
Pasquale Antonio Scopelliti1, Giovan Battista Antongiovanni1,
Paolo Peci1, Tiberio Nicoli1, Andrea Cafro1, Paola Neri1,
Chiara Angeletti1, Vittorio Giudici1, Alessandra Costalunga1,
Roberto Grandi2, Maurizio Tespili1
1
U.O. di Cardiologia, 2U.O. di Neurologia, A.O. Bolognini, Seriate (BG)
Vi sono dati suggestivi per un coinvolgimento del PFO come possibile
causa nell’ictus criptogenetico. Questi dati assumono maggior rilevanza
ora che la procedura di chiusura percutanea è divenuta comune in molti
centri, sebbene le ultime linee-guida indichino attualmente particolare
cautela nella selezione dei pazienti candidati alla chiusura. Nella
popolazione di età <55 anni con stroke criptogenetico l’incidenza di PFO
è stata documentata maggiore (56%) rispetto ai soggetti con stroke ad
eziologia nota (18%). L’aneurisma del setto interatriale (ASA), la valvola
di Eustachio (VE), un ampio PFO sono stati suggeriti come possibili fattori
di rischio per stroke ricorrenti. In particolare in presenza di una
prominente valvola di Eustachio il flusso ematico viene diretto dalla vena
cava inferiore verso il setto interatriale contrastando la chiusura
spontanea del PFO e predisponendo a embolismo paradosso.
Scopo dello studio. Valutare con ecocardiografia transesofagea (TEE)
l’incidenza di pervietà del forame ovale, l’anatomia del setto interatriale
e la presenza di valvola di Eustachio.
Metodi e risultati. Nell’arco di 45 mesi sono stati sottoposti a TEE 152
pazienti consecutivi giunti al nostro centro con diagnosi di ictus
criptogenetico. L’indagine è stata mirata alla valutazione della presenza
di PFO mediante somministrazione di mezzo di contrasto sonicato
iniettato per via endovenosa antecubitale destra per documentare shunt
destro-sinistro significativo (>30 microbolle) in condizioni basali e/o con
manovra di Valsalva. È stata inoltre ricercata la presenza di: aneurisma del
setto interatriale indicato come un bulging del setto ≥10 mm in atrio
destro o in atrio sinistro; valvola di Eustachio prominente (valvola della
vena cava inferiore) ≥10 mm; rete di Chiari; eventuale loro combinazione.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
71S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
Pervietà del forame ovale è stata riscontrata in 71 pazienti su 152 (47%).
Di questi: in 63 pazienti (89%) era documentabile uno shunt destrosinistro significativo già in condizioni basali; in 46 (65%) era presente una
VE prominente; in 44 (62%) era presente un ASA; in 26 (37%)
l’associazione di ASA + VE; in 39 (55%) era presente uno shunt destrosinistro basale + VE; in nessuno dei nostri pazienti è stata documentata la
presenza di rete di Chiari.
Conclusioni. In linea con quanto segnalato in letteratura nello stroke (TIA
o ictus) criptogenetico, la nostra casistica documenta alta incidenza di PFO
e all’interno di questo gruppo risulta molto frequente l’ASA. Una
prominente valvola di Eustachio è risultata con frequenza particolarmente
alta nei pazienti con PFO indipendentemente dalla presenza di ASA,
suggerendo che nel processo decisionale terapeutico la sua presenza
dovrebbe essere presa in considerazione come un fattore di rischio
aggiuntivo, anche in assenza di ASA.
P152
RISULTATI A DISTANZA DI UN AMBULATORIO DEDICATO ALLA
PREVENZIONE CARDIOVASCOLARE: SULLA BILANCIA COSTI E BENEFICI, LA
SFIDA VALE LA SPESA?
Mariagrazia Sclavo, Massimo Veronese, Cristina Baré, Marco Sicuro
S.C. di Cardiologia, Ospedale Regionale U. Parini, AUSL Valle d’Aosta,
Aosta
La sfida per chi gestisce la prevenzione cardiovascolare (CV) in particolare,
in ambito cinico e all’interno di una Divisione di Cardiologia dove le
aspirazioni e le potenzialità in campo devono sempre più fare i conti con
la scarsità di risorse disponibili, devolute per la maggior parte ad
affrontare i problemi immediati e “urgenti” della salute della
popolazione, è di far fronte da un lato a un carico di lavoro che spazia
dal counselling alla diagnostica precoce, alla terapia farmacologica e alla
ricerca epidemiologica, dall’altro all’evidenza che la raccolta dei risultati
è spesso sfumata e i vantaggi presunti nella riduzione del rischio di eventi
è rimandato ed è valutabile solo a lungo termine. Tuttavia, il dispendio di
energie merita una continuità di lavoro e a nostro parere i dati
epidemiologici, per quanto non sempre significativi, sono meritevoli di
far proseguire il lavoro.
Metodi. Dal 2001 diverse persone si sono rivolte a questo Ambulatorio
dedicato alla prevenzione primaria e secondaria dei soggetti più a rischio
(433 soggetti, 279 in prevenzione I e 154 in prevenzione II) e sono state
seguite nel tempo (703 visite effettuate, 1.6 visite/paziente). Età media
per le donne, 55.89, per i maschi 55.39 anni. L’Osservatorio Epidemiologico
ANMCO/ISS del 1999 evidenziava un’incidenza di eventi CV maggiori pari
all’epoca al 5%, circa, della popolazione totale di entrambi i sessi nella
Valle d’Aosta.
Risultati. La popolazione dell’Ambulatorio di Prevenzione ha presentato
dal 1/1/2003 al 30/11/2010 un Rischio CV globale alla prima visita pari al
12.5(±12.7), all’ultima visita successiva si era spostato, non
significativamente, all’11.5(±12.7). In questi 8 anni si sono presentati 9
eventi maggiori (rate 1.1%/anno), rispettivamente a rappresentata in 5
casi (due donne e tre uomini) tra 10 e 20%, in 4 casi era ≥20%. Il tempo
intercorso tra data ultima visita effettuata e data del ricoveroiva con la
fascia di rischio. Il tempo medio intercorso tra una visita e la successiva nei
soggetti che si sono presentati a quest’ultima è stata rilevata nel gruppo
di popolazione esaminata pari a 1 anno e 6 mesi. La pressione arteriosa
media nelle donne che hanno subito un evento era 180.0(±42.4), mentre
negli uomini 148.7(±11.4) (p=0.04), a fronte di una riduzione significativa
dei valori pressori osservata nel tempo nella popolazione che si è
presentata a una o più visite di controllo (144.47±22.8 vs 139.98±20.7).
Nessuna differenza significativa è stata rilevata nei due sessi
rispettivamente per colesterolemia totale, obesità e fumo. Nessuna
differenza per questi FR anche nel gruppo con evento e quello libero da
evento.
Conclusioni. L’attività degli Ambulatori di Prevenzione delle Strutture
Cardiologiche deve essere perseguita e valutata nei risultati a distanza
di almeno 9, 10 anni. Il rischio CV globale, che nella popolazione totale
esaminata è situato prevalentemente nella fascia di rischio intermedio,
10-20%, si è generalmente ridotto, anche se non in modo significativo.
Gli eventi CV maggiori sono stati osservati durante gli ultimi 8 anni in 9
casi, rate annuo 1.1%. Essi si sono presentati ad un’età, in entrambi i
sessi, significativamente più elevata rispetto a quella media della
popolazione presentatasi alle visite, e, in particolare, ad un’età molto
anziana nelle donne, queste ultime con prevalenza di ipertensione
arteriosa severa. Gli eventi sono intervenuti a distanza >2 anni
dall’ultima visita effettuata. Il fattore di rischio pressione arteriosa
sistolica è stato significativamente ridotto nei 10 anni di osservazione nei
soggetti che si sono presentati ad almeno due visite di prevenzione
cardiovascolare.
72S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
Circolo polmonare
P153
THE ITALIAN PULMONARY EMBOLISM REGISTRY (IPER): IMPIEGO DELLE
METODICHE DIAGNOSTICHE SPECIFICHE NELL’EMBOLIA POLMONARE
ACUTA
Giuseppe Favretto1, Iolanda Enea2, Ferdinando Imperadore3,
Ermanno Angelini4, Luca Masotti5, Angela Beatrice Scardovi6,
Loris Roncon7, Franco Casazza8
1
Centro di Riabilitazione Cardiologica, Motta di Livenza, 2U.O. di
Medicina d’Urgenza, Ospedale di Caserta, Caserta, 3U.O. di Cardiologia,
Ospedale S. Maria del Carmine, Rovereto, 4U.O. di Cardiologia, Ospedale
Perrino, Brindisi, 5U.O. di Medicina Interna, Ospedale di Cecina, Cecina,
6
U.O. di Cardiologia, Ospedale S. Spirito, Roma, 7U.O. di Cardiologia,
Ospedale S. Maria della Misericordia, Rovigo, 8U.O. di Cardiologia,
Ospedale S. Carlo, Milano
Premessa. Il registro multicentrico nazionale IPER, sorto con l’endorsement
ANMCO nel 2006, arruola pazienti con embolia polmonare (EP) di variabile
gravità, ricoverati nei reparti ospedalieri (in prevalenza cardiologie e
medicine d’urgenza). Il database, fruibile su web, si compone di 9
maschere che riguardano l’evento acuto (fase ospedaliera) e di 5
maschere, identiche per ciascuno dei controlli previsti post-dimissione,
rispettivamente a 3-6-12-18-24-36 e 48 mesi (fase di follow-up).
L’arruolamento della casistica è durato 4 anni e si è concluso il 31.8.2010
Casistica e metodi. Sono stati considerati validi per l’analisi 1716 casi,
sottoposti a controllo di qualità dei dati della “fase ospedaliera”. Il 58%
dei pz era ricoverato in cardiologia e il 42% in medicina, con un’età media
globale di 69.9±15.3. Il 57% era di sesso femminile (età 72±15), il 43% di
sesso maschile (età 68±15). Sono state analizzate le metodiche utilizzate,
sia per la diagnosi che a completamento dell’iter diagnostico: scintigrafia
polmonare (SP), angio-TC polmonare con o senza fase venosa periferica,
eco-Doppler venoso (EDV), angiopneumografia (APG). In base alle linee
guida europee del 2008, l’EP è stata classificata “ a non alto rischio” in
1514 pz (88.2%), e “ad alto rischio” in 202 (11.8%).
Risultati. L’angio-TC polmonare è stata utilizzata in 1526 casi (88.9%) e
nel 20% di essi lo studio del circolo polmonare è stato completato dalla
fase venosa fino al poplite: gli emboli interessavano, quasi sempre, più
distretti polmonari contemporaneamente ed erano localizzati nei rami
segmentari nell’82%, nei rami lobari nell’81%, e nei rami principali nel
60%; una localizzazione unicamente segmentaria era presente solo nel
12% dei casi. Nel 52% dei casi di EP a non alto rischio i tromboemboli
erano visibili nei rami principali. L’EDV, eseguito nel 78% dei pazienti, ha
documentato una TVP nel 59%, prossimale in 3/4 dei casi. Durante il
ricovero, il circolo venoso periferico fino al poplite è stato indagato sia
con angio-TC che con EDV in 198 pz: considerando l’EDV come gold
standard, il potere predittivo positivo e negativo della TC per la presenza
o l’esclusione di TVP è risultato rispettivamente del 85% e del 78%. La SP
in fase acuta è stata utilizzata per la diagnosi solo nel 10% dei casi, in
prevalenza nelle forme “non ad alto rischio”; la SP in pre-dimissione, per
la valutazione dei difetti di perfusione residui dopo terapia eparinica o
trombolitica, è stata eseguita nel 12% L’APG non è mai stata utilizzata
come primo esame per la diagnosi, ma unicamente nei 17 casi (1%),
sottoposti a trombectomia percutanea con catetere.
Conclusioni. L’angio-TC è l’esame routinariamente utilizzato per la
diagnosi di EP, mentre la scintigrafia polmonare ha un ruolo del tutto
marginale. I tromboemboli sono localizzati, in oltre la metà dei casi “a
non alto rischio”, nelle arterie polmonari principali e ciò conferma la
correttezza delle indicazioni delle linee guida, secondo cui la
classificazione di gravità deve essere basata su criteri clinici e non su criteri
morfologici. In un quinto dei casi l’angio TC viene utilizzata anche per la
ricerca di una TVP prossimale, con una discreta concordanza diagnostica
con l’EDV. L’incidenza di TVP all’EDV è in accordo con i dati della
letteratura. L’APG è metodica utilizzata unicamente nei centri dotati di
un laboratorio di emodinamica interventistica e finalizzata all’esecuzione
della trombectomia polmonare con catetere.
P154
EVOLUZIONE DEI SEGNI ELETTROCARDIOGRAFICI DI SOVRACCARICO
VENTRICOLARE DESTRO NELL’EMBOLIA POLMONARE ACUTA: RISULTATI
DEL REGISTRO NAZIONALE IPER
Bianca Maria Fadin1, Cecilia Becattini2, Alessandra Lignani2,
Carla Caponi3, Piero Zonzin4, Amedeo Bongarzoni5, Luigi Pignataro5,
Franco Casazza5
1
U.O. di Cardiologia, Ospedale di Cremona, Cremona, 2U.O. di Medicina
Interna e Vascolare, Ospedale S. Maria della Misericordia, Perugia,
3
U.O. di Medicina Generale, Ospedale di Cles, Cles, 4U.O. di Cardiologia,
Ospedale S. Maria della Misericordia, Rovigo, 5U.O. di Cardiologia,
Ospedale S. Carlo, Milano
Premessa. L’elettrocardiogramma non è strumento dotato di sufficiente
sensibilità e specificità per la diagnosi di embolia polmonare (EP); esso
riveste tuttavia un ruolo non trascurabile nell’iter diagnostico iniziale di
tale patologia, specie nei pazienti in condizioni critiche e senza
comorbilità cardiorespiratorie rilevanti. In tali pazienti, l’eventuale
presenza dei segni classicamente riferibili a un sovraccarico ventricolare
destro (SVD), quali B(i)BD, S1Q3, T negative V1-V4 può ulteriormente
rinforzare il sospetto clinico, indirizzando rapidamente verso esami più
specifici. Mentre esiste accordo sulla correlazione tra insorgenza di B(i)BD
o pattern S1Q3 e acuzie dell’EP, la T negativa da V1 a V4 potrebbe
EVOLUZIONE DEI SEGNI ELETTROCARDIOGRAFICI DI SOVRACCARICO VENTRICOLARE DESTRO
NELL’EMBOLIA POLMONARE ACUTA: RISULTATI DEL REGISTRO NAZIONALE IPER
POSTER
Premessa.
rappresentare un fenomeno “subacuto”, espressione di una memoria
“ischemica”, simile a quella che si verifica nell’infarto miocardico.
Casistica e metodi. Sono stati considerati 1716 pz inseriti nel registro IPER,
sottoposti a controllo di qualità dei dati. In 1671 (97.4%) era riportato il
referto dell’ECG all’ingresso e in 798 (48%) erano riportati i referti di 3
ECG eseguiti durante il ricovero: all’ingresso, in 3° giornata e alla
dimissione e il referto dell’ecocardiogramma della fase acuta. In tale
sottopopolazione, in base alla classificazione in fasce di rischio delle linee
guida
europee
del 2008, l’EP era “a non alto rischio” nel 90% (59% a
Casistica
e metodi.
rischio intermedio e 41% a rischio basso) e “ad alto rischio” nel 10%.
Scopi. Analizzare l’evoluzione temporale di B(i)BD, S1Q3, T negativa V1V4 nell’intera coorte di 798 casi con 3 ECG seriati e nei 3 sottogruppi di
rischio.
Risultati. Nell’intera coorte e, rispettivamente, nelle fasce a rischio basso,
intermedio e alto, il segno più frequente di SVD all’ingresso era la T
negativa
Scopi. V1-V4 (28% nell’intera coorte, 15%- 34%-32% nelle 3 fasce di
rischio), seguito da S1Q3 (23% nell’intera coorte, 12%-25%-43% nelle 3
fasce di rischio) e da B(i)BD (21% nell’intera coorte, 11%-22%-43% nelle
3Risultati.
fasce di rischio). L’evoluzione dei segni di SVD evidenziava: a) nella fascia
a rischio basso: una sostanziale stazionarietà nel tempo di B(i)BD e T
negativa e un decremento di S1Q3; b) nelle fasce a rischio rispettivamente
intermedio e alto: una riduzione progressiva di S1Q3 (25>12%>8% e
43%>21%>9%) e di B(i)BD (22%>14%>11% e 43%>25%>15%) e un
incremento della T negativa V1-V4 in 3° giornata con successiva riduzione
alla dimissione (34%>47%>33% e 32%>56%>38%) (tabella).
Conclusioni. L’evoluzione temporale dei segni di SVD, nella coorte di 798
casi che hanno eseguito 3 ECG seriati ed ecocardiogramma in fase acuta,
mostra un diverso comportamento di B(i)BD- S1Q3 e T negativa anteriore
Conclusioni.
nelle
3 fasce di rischio clinico: a) una incidenza non dissimile nel tempo di
B(i)BD-T negativa nella fascia a basso rischio (alterazioni verosimilmente
almeno in parte preesistenti), mentre deve essere approfondito il
significato della evidente riduzione di S1Q3; b) un decremento progressivo
di S1Q3 e di B(i)BD dal primo ECG alla dimissione e, al contrario, un
andamento a campana della T negativa anteriore che aumenta in 3°
giornata e si riduce alla dimissione, nelle fasce a rischio intermedio o alto,
fenomeni più marcati in quest’ultimo gruppo. Questi risultati dimostrano
che B(i)BD e S1Q3 sono segni di fase acuta, espressione di un sovraccarico
recente e rilevante del VD, mentre sembrano avvalorare l’ipotesi che la T
negativa esprima piuttosto la “memoria ischemica” ventricolare destra,
secondaria ad insufficienza coronarica relativa.
B/i)Bd
S1Q3
T neg V1-V4
Rischio basso
ecg1 ecg2 ecg3
11%
9%
7%
12%
6%
4%
15% 19% 14%
Rischio intermedio
ecg1
ecg2
ecg3
22%
14%
11%
25%
12%
8%
34%
47%
33%
Rischio alto
ecg1 ecg2 ecg3
43% 25% 15%
43% 21%
9%
32
56
38
P155
THE ITALIAN PULMONARY EMBOLISM REGISTRY (IPER): RISULTATI
PRELIMINARI DEL FOLLOW-UP A TRE MESI
Amedeo Bongarzoni1, Franco Casazza1, Maria Garagiola1,
Ferdinando Imperadore2, Luigi Pignataro1, Elena Bulotta1,
Chiara Forgione3
1
Ospedale San Carlo Borromeo, Milano, 2U.O. di Cardiologia,
Ospedale S. Maria del Carmine, Rovereto, 3Poliambulanza, Brescia
Premessa. Il registro multicentrico nazionale IPER, iniziato con
l’endorsement ANMCO nel 2006, ha arruolato pazienti con embolia
polmonare (EP) di variabile gravità, ricoverati nei reparti ospedalieri (in
prevalenza cardiologie e medicine d’urgenza). Il database, fruibile su web,
si compone di 9 maschere che riguardano l’evento acuto (fase ospedaliera)
e di 5 maschere identiche per ciascuno dei controlli previsti postdimissione, rispettivamente a 3-6-12-18-24-36-48 mesi (fase di follow-up).
In carenza di studi che documentino l’andamento nel tempo dell’EP su
ampie casistiche, il registro si è proposto di fornire un contributo di
conoscenza e uno stimolo ai clinici perché non limitino alla fase acuta il
proprio intervento, ma collaborino con i Centri per il controllo della
terapia anticoagulante per un affronto globale e duraturo di questa
patologia. L’arruolamento, iniziato il 1.9.2006, si è concluso il 31.08.2010;
il termine del follow-up è previsto per il 31.08.2012.
Casistica. Sono stati arruolati e validati 1716 casi ricoverati per EP:
mentre la compilazione della “fase ospedaliera” è obbligatoria,
l’esecuzione del FU da parte dei centri è raccomandata, ma non
costituisce condizione indispensabile per la partecipazione all’IPER: molti
centri infatti non dispongono ancora di una organizzazione in grado di
farsi carico di questa problematica. L’analisi attuale si riferisce ai risultati
del follow-up a 3 mesi.
Risultati. 116 pazienti sono deceduti in ospedale (6.7%); i pazienti
eleggibili per il follow-up sono stati pertanto 1600, di età media
74.5±13.5 e di sesso femminile nel 57%. A 3 mesi, 800 casi sono stati
controllati clinicamente (77%) o contattati telefonicamente (23%).
Recidive emboliche si sono verificate in 11 casi (1.4%), neoplasie di
nuova insorgenza in 27 (3.4%), eventi cardiovascolari (ECV) in 11(1.4%).
Il decesso si è verificato in 46 persone (5.8%), nel 59% femmine; la causa
di morte è stata attribuita a neoplasie nel 43% dei casi, a comorbilità di
varia natura nel 46%, a ECV nell’11%. Un ecocardiogramma colorDoppler è stato eseguito in 517 casi (93% dei pazienti sottoposti a visita
clinica) ed in 303 di questi è stato riportato il valore del gradiente VDAD. Nel 25% dei casi esso risultava >30 mmHg (valore indicato nel
registro per diagnosticare una possibile ipertensione polmonare), ma
solamente nel 5.3% il gradiente era >45 mmHg (valore suggerito dalle
linee guida europee per indicare una ipertensione molto probabile) e
nell’1.7% era >60 mmHg.
Conclusione. Nel 50% dei pazienti ricoverati per EP si sono ottenute
informazioni a distanza di 3 mesi e in tre quarti di essi è stata eseguita
una valutazione clinico-strumentale: tale risultato sembra rappresentare
un segnale positivo verso la diffusione di una nuova “cultura” dell’EP,
che non si limiti a considerare gli aspetti della fase acuta, ma che tenga
conto dei numerosi elementi che influenzano la prognosi a distanza. Per
quanto riguarda le cause di decesso: le neoplasie insieme alle
comorbilità di varia natura influiscono in modo sostanziale sulla
sopravvivenza a distanza, seguite dalle coronaropatie. In questa
popolazione, trattata con terapia anticoagulante nella quasi totalità, le
recidive emboliche sono rare e non mortali. All’ecocardiografia a 3 mesi,
l’incidenza di ipertensione polmonare è bassa e prevalentemente di
entità lieve-moderata, in sostanziale accordo con i dati della letteratura.
P156
SIX-MONTH ECHOCARDIOGRAPHIC STUDY IN PATIENTS WITH
SUBMASSIVE PULMONARY EMBOLISM AND RIGHT VENTRICULAR
DYSFUNCTION: COMPARISON OF THROMBOLYSIS WITH HEPARIN
Sergio Fasullo1, Gabriella Terrazzino1, Ivana Basile1, Filippo Sarullo2,
Salvatore Paterna3, Pietro Di Pasquale1
1
Ospedale Ingrassia, Palermo, 2Ospedale Buccheri La Ferla, Palermo,
3
Università degli Studi, Palermo
The aim of this study was to assess the effect of thrombolysis versus
heparin treatment on echocardiographic parameters and clinical outcome,
during hospitalization and within the first 180 days after admission, in
patients with 1st episode of submassive pulmonary embolism (SPE) and
right ventricular dysfunction (RVD).
Methods. Consecutive patients (age 18-75 years), with a 1st episode of
SPE, with symptom onset since no more than 6 hours, normal blood
pressure (>100 mmHg), echocardiographic evidence of RVD and positive
lung spiral CT, were double-blind randomized: one group received 100
mg of alteplase (10-mg bolus, followed by a 90-mg i.v. infusion over a
period of 2 hours), while the other group received matching placebo.
In addition to alteplase or placebo, both groups received an
unfractionated heparin treatment. Echocardiogram was performed at
admission and at 24, 48, 72 hours, at discharge, at 3 and at 6 months
after randomization.
Results. 72 patients were included in the study; 37 were assigned to
thrombolysis and 35 to placebo. Both groups were well matched with
regard to features and clinical presentation. Thrombolysis group showed
a significant early improvement of right ventricular function compared
with heparin group, and this improvement was observed also during the
follow-up (180 days). The same group showed also significant reduction
in clinical events during hospitalization and follow-up.
Conclusions. Our data suggest that in hemodynamically stable patients
with SPE, thrombolysis shows an earliest reduction of RVD and a more
favorable trend in clinical outcome, so it could merit consideration in
SPE.
P157
EMBOLIA POLMONARE IN PAZIENTI ANZIANI (ETÀ ≥75 ANNI): QUATTRO
ANNI DI ESPERIENZA DEL NOSTRO CENTRO
Elena Falchetti, Francesca Calcagnoli, Anna Patrignani,
Fabrizio Buffarini, Aldo Dormi, Antonio Mariani, Gabriele Montanari,
Mauro Pupita, Paolo Volpe, Nino Ciampani
U.O. di Cardiologia, Presidio Ospedaliero di Senigallia, Senigallia
Introduzione. Nei pazienti (pz) con embolia polmonare acuta (EPA) l’età
è un fattore prognostico sfavorevole e condizionante il trattamento per
le comorbilità che aumentano il rischio di complicanze. Lo scopo di questo
studio è di valutare la prevalenza, le caratteristiche cliniche, il trattamento
effettuato e l’outcome a breve termine di una serie di pz
consecutivamente ricoverati presso la nostra unità operativa con diagnosi
di EPA ed età ≥75 anni.
Pazienti e metodi. In accordo con le linee guida europee sull’EPA (2008),
i pz sono stati classificati ad alto rischio e non ad alto rischio (divisi a
loro volta in rischio intermedio e basso). La disfunzione del ventricolo
destro (Vdx) è stata definita dalla presenza all’ecocardiogramma di uno
dei seguenti parametri: dilatazione del Vdx (diametro telediastolico in
proiezione parasternale >30 mm); ipocinesia del Vdx (TAPSE <17 mm);
gradiente pressorio transtricuspidale >30 mmHg in presenza di
movimento paradosso del setto interventricolare e assenza di ipertrofia
del Vdx. Criterio per la somministrazione della terapia trombolitica (TBL)
nei pz a rischio intermedio è stato il riscontro ecocardiografico di
pressione polmonare sistolica derivata (PAPs) ≥50 mmHg, espressione di
instabilità emodinamica latente per l’esaurirsi dei meccanismi di
adattamento, in assenza di segni di ipertrofia del Vdx (spessore parete
libera Vdx <5 mm).
Risultati. Dal 1° gennaio 2007 al 31 dicembre 2010 sono giunti alla nostra
osservazione 44 pz con EPA di cui 27 (61.4%) con età ≥75 anni. Le
caratteristiche cliniche, i reperti strumentali, il trattamento eseguito e le
complicanze rilevate sono riassunte nelle tabelle 1 e 2.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
73S
Risultati.
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
NARE IN PAZIENTI ANZIANI (ETÀ ≥75 ANNI): QUATTRO ANNI DI ESPERIENZA DEL
P159
Conclusioni.
Conclusioni. La nostra casistica rileva come il pz con EPA ed età ≥75 anni
sia frequentemente a rischio intermedio. Il riscontro all’ecocardiogramma
di ipertensione polmonare sistolica (PAPs ≥50 mmHg), in assenza di
ipertrofia del Vdx, identifica un sottogruppo a maggior rischio per
instabilità emodinamica latente. Pur essendo l’impiego della TBL in questi
pz controverso, dal nostro lavoro emerge che: tale trattamento in tutti è
stato di beneficio clinico con una significativa riduzione della PAPs
(p<0.01); nessun pz è deceduto; non sono state rilevate complicanze
emorragiche maggiori. Tale risultato dovrebbe incoraggiare un
atteggiamento farmacologico più aggressivo in pz anziani con EPA, a
rischio intermedio e con riscontro ecocardiografico di ipertensione
polmonare sistolica.
P158
USE OF BIVALIRUDIN FOR HEPARIN-INDUCED THROMBOCYTOPAENIA
AFTER THROMBOLYSIS IN MASSIVE PULMONARY EMBOLISM: A CASE
REPORT
Sergio Fasullo1, Gabriella Terrazzino1, Ivana Basile2, Giuseppina D’Aiello1,
Pietro Di Pasquale1
1
G.F. Ingrassia Hospital, Palermo, 2Department Cardiology, University of
Palermo, Palermo
A 68-year-old man was referred to the emergency department 6 h after
onset of sudden acute dyspnoea. Immediate ECG showed sinus
tachycardia with the typical S1-Q3-T3 pattern and incomplete right
bundle branch block. The echocardiogram showed the presence of
mobile thrombus in the right atrium, a distended right ventricle with
free wall hypokinesia and displacement of the interventricular septum
towards the left ventricle. Lung spiral computed tomography (CT)
showed bilateral pulmonary involvement and confirmed the picture of
a thrombotic system in the right atrium and caval vein. Thrombolytic
treatment with recombinant tissue plasminogen activator (rt-PA) and
heparin (alteplase 10 mg bolus, then 90 mg over 2 h) was administered.
Six hours after thrombolysis bleeding gums and significant reduction in
platelet count (around 50,000) were observed. Heparin was discontinued
and bivalirudin (0.1 mg/kg bolus and 1.75 mg/kg per h infusion) plus
warfarin was initiated and continued for 5 days until the international
normalised ratio (INR) was within the therapeutic range (2.0–3.0) for 2
consecutive days, with concomitant platelet count normalisation. Lung
spiral and lower abdominal CT before discharge did not show the
presence of clots in the pulmonary arteries of the right and left lung.
This case suggests that bivalirudin could offer promise for use in patients
with heparin-induced thrombocytopaenia (HIT) after thrombolysis for
massive pulmonary embolism.
74S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
RESISTENZA AL WARFARIN DA VARIANTE DELL’EPOSSIDO REDUTTASI
DELLA VITAMINA K IN EMBOLIE POLMONARI RECIDIVANTI. CASO CLINICO
E REVISIONE DELLA LETTERATURA
Michele Azzarito1, Francesca Romana Messina1, Fausto Farnetti1,
Lorena Silvestri2, Franco Casazza3, Andrea Rubboli4
1
Cardiologia, Ospedale San Carlo, Roma, 2Laboratorio Analisi, IDI, Roma,
3
Divisione di Cardiologia, Ospedale San Carlo, Milano, 4Divisione di
Cardiologia, Ospedale Maggiore, Bologna
Paziente di 63 anni maschio. Nell’anamnesi almeno 3 episodi di embolia
polmonare documentati. Portatore di filtro cavale da 4 anni. lieve
ipercolesterolemia; non altri fattori di rischio. Giunge alla nostra
osservazione per dispnea e dolore toracico. All’ecocardio dilatazione del
VD con PAPs di 120 mmHg. Alla TAC presenza di formazioni trombotiche
nell’arteria polmonare, in parte stratificate In terapia con 10 mg di
warfarin e aspirina 100 mg. INR di ingresso 1.2; il controllo degli INR
remoti disponibili documentava che il paziente non aveva mai raggiunto
il target terapeutico. Durante il ricovero è stata aggiunta enoxaparina100
UI /kg bid ed è stato aumentato il dosaggio del warfarin fino a 25 mg/die
raggiungendo così un INR di 2. Si è concluso per resistenza al warfarin. La
warfarinemia di 3 mg% escludeva problemi di malassorbimento. È stata
documentata polimorfismo del VORCK del tipoVKORC1-1639 G>A
(metodica PGX- Thrombo Strip Assay Vienna Lab-Nuclear Laser). Il
paziente ha rifiutato intervento di endoarteriectomia polmonare; è stata
intrapresa terapia con bosentan. Sono in corso le pratiche per terapia
compassionevole con dabigatran empiricamente viene definita resistenza
al warfarin quando dosi abituali non ottengono un adeguato INR,
segnatamente se i dosaggi del farmaco eccedono i 15 mg /die. Va distinta
dal fallimento della terapia, cioè dall’evento trombotico in corso di
terapia, piuttosto frequente nei pazienti neoplastici esistono molte cause
di resistenza al warfarin, alcune acquisite (scarsa compliance, eccessiva
ingestione vitamina K, ridotto assorbimento del warfarin, interazioni
farmacologiche) altre genetiche (aumento della clearance da parte del
citocromo P450, ridotta attività del farmaco per varianti del bersaglio). In
questo caso è stata documentata resistenza di tipo genetico legata a
resistenza farmacodinamica per variazione dell’enzima bersaglio. Il
complesso enzimatico dell’epossido reduttasi della vitamina K. Si tratta di
enzima che “ricostituisce” la vitamina K e la rende in grado di ripetere la
carbossilazione dei residui glutammici dei fattori coagulativi vitamina Kdipendenti. Questi residui sono fondamentali per l’attività coagulante e
il warfarin inibendone la formazione esercita la sua azione
anticoagulante. Vi sono scarse segnalazioni di questo tipo di resistenza, a
volte a seguito di mutazioni puntiformi. Lobstein riporta una serie di
pazienti con nuovo tipo di mutazione Asp36Tyr. In conclusione la
resistenza al warfarin è evento discretamente frequente ma raramente
legata a fattori genetici. Nel caso clinico da noi descritto la resistenza era
dovuta a variante VKORC1.
P160
SUBGROUP DISTINCTION OF PULMONARY HYPERTENSION WITH A
PRECAPILLARY COMPONENT AND OUTCOME DIFFERENCES
Stylianos Pyxaras1, Matej Valentincic1, Francesco Lo Giudice1,
Andrea Perkan1, Francesca Cettolo1, Silvia Magnani1,
Gherardo Finocchiaro1, Giulia Barbati2, Adriana Magagnin1,
Marco Merlo1, Gianfranco Sinagra1
1
Cardiovascular Department of Trieste, University Hospital of Trieste,
Trieste, 2Department of Environmental Medicine and Public Health,
University of Padua, Padua
Background. Pulmonary hypertension (PH) as the hemodynamic
consequence of pulmonary vasculature remodeling can be the result of
both primary pulmonary diseases and secondary to left heart pathology
(“reactive” PH).
Aim of the study. To identify the different subgroups of patients (pts) with
a precapillary PH component, describe their characteristics, and stratify
their prognosis.
Materials and methods. From January 1979 to December 2009, 60 pts
affected by PH, both exquisitely precapillary (classes I and IV) or “reactive”
type, were enrolled in the PH Registry of Trieste. Complete clinical and
instrumental evaluations were achieved and all pts underwent both
echocardiographic and right heart catheterization at enrolment. Outcome
was considered as death or heart/pulmonary transplantation (D/HTx/PTx)
experience.
Results. Forty-one (68%) of our pts belong to Class I PH, 9 (15%) in Class
IV, and 10 pts had a “reactive” form of PH. Different clinical (respectively
for class I vs class II vs “reactive”: male gender 32 vs 30 vs 80%, p=0.019;
age 50±20 vs 69±9 vs 59±12, p=0.011; atrial fibrillation 4 vs 33 vs 11%,
p=0.013), echocardiographic (respectively for class I vs class II vs “reactive”:
left atrial diameter 34±9 vs 39±8 vs 50±8 mm, p<0.001; transmitral E/A
1.0±0.6 vs 0.6±0.5 vs 2.0±1.6, p=0.006), and hemodynamic patterns
(respectively for class I vs class II vs “reactive”: pulmonary capillary wedge
pressure 10±5 vs 11±6 vs 25±7 mmHg, p<0.001; pulmonary vascular
resistances 1009±733 vs 526±147 vs 324±128 dyne.sec/cm5, p=0.049) were
noticed. From the univariate analysis echocardiographic parameters, such
as the right ventricular end-diastolic (OR 1.14, 95% CI 1.03-1.26, p=0.013)
and end-systolic areas (OR 1.14, 95% CI 1.03-1.27, p=0.016), the mean
pulmonary artery pressure (OR 1.05, 95% CI 1.00-1.10, p=0.031), and
hemodynamic data, such as cardiac index (OR 1.09, 95% CI 1.00-1.19,
p=0.02) and pulmonary vascular resistances (OR 1.11, 95% CI 1.06-1.13,
POSTER
p=0.003) were significantly associated to D/HTx/PTx. Different survival
patterns were demonstrated in the Kaplan-Meier analysis between the
different subgroups, with the better prognosis for the “reactive group,
following by class IV and class I subgroups (p=0.044). Multivariate analysis,
due to the low sample number, was unremarkable.
Conclusions. From our study emerged different clinical and instrumental
characteristics between the three PH subgroups with a precapillary
component. Echocardiographic and hemodynamic parameters were
associated to survival that was also different between subgroups.
nella stratificazione prognostica. La favorevole, anche se pur breve,
esperienza di trattamento con bosentan ci induce a ritenere che tale
terapia possa influire nella riduzione delle resistenze arteriolari polmonari.
È previsto il controllo emodinamico cruento a 12 mesi.
Conclusioni. La ricerca dell’ipertensione arteriosa polmonare nei soggetti
con anemia emolitica cronica rientra tra gli obiettivi del nostro
ambulatorio di screening. L’aver individuato due soggetti con talassemia
intermedia che ne sono affetti ed averne avviato il trattamento ci potrà
consentire di valutare a distanza gli effetti clinici e strumentali che gli
antagonisti del recettore dell’endotelina giocano in tale patologia.
P161
ECHOCARDIOGRAPHIC EVALUATION OF SYSTOLIC AND MEAN
PULMONARY ARTERY PRESSURE IN THE FOLLOW-UP OF PATIENTS WITH
PULMONARY HYPERTENSION
Stylianos Pyxaras1, Matej Valentincic1, Andrea Perkan1
Francesco Lo Giudice1, Francesca Cettolo1, Silvia Magnani1,
Marco Merlo1, Giulia Barbati2, Adriana Magagnin1, Gabriele Secoli1,
Bruno Pinamonti1, Gianfranco Sinagra1
1
Cardiovascular Department of Trieste, University Hospital of Trieste,
Trieste, 2Department of Environmental Medicine and Public Health,
University of Padua, Padua
Background. Systolic and mean pulmonary artery pressure (sPAP and
mPAP, respectively) are both important hemodynamic variables in the
management of patients (pts) with pulmonary hypertension (PH). Current
non-invasive echocardiographic estimation of these values with the
modified Bernoulli formula [sPAP=4vTR (tricuspid regurgitation
velocity)2+RAP (right atrial pressure, estimated by vena cava collapse) and
mPAP=0.61sPAP+2] is not always reliable during follow-up evaluation in
these pts, resulting in frequently underestimated values with respect to
the right heart catheterization.
Purpose. To identify a more reliable echocardiographic formula, applicable
in the follow-up of PH pts.
Materials and methods. From January 1979 to December 2009, 60 pts with
precapillary (class I and IV) and “out of proportion” PH were consecutively
enrolled in the PH Registry of Trieste. All pts underwent both
echocardiographic and right heart catheter evaluation. We used the
simple linear regression method in order to compare sPAP and mPAP
echocardiography estimated values with the respective right heart
catheterization derived invasive parameters.
Results. In our population, the comparison of the estimated with the
modified Bernoulli formula echocardiographic data and the effective
invasive values confirmed a significant association between them (for sPAP
p<0.001; for mPAP p=0.006). Simple linear regression derived formulas
were sPAP=1.07x(4vTR2+RAP)+7.4 (1) and mPAP=1.1x(0.61sPAP+2)+2.5 (2).
These formulas were validated in an external population of PH pts, where
also echocardiographic and invasive sPAP and mPAP values were available.
Conclusions. Our data suggest that formulas (1) and (2) could be more
reliable with respect to the traditional modified Bernoulli equation, when
echocardiographically estimating sPAP and mPAP in pts with PH confirmed
by right heart catheterization.
P162
IPERTENSIONE ARTERIOSA POLMONARE E TALASSEMIA
Nicola D’Amato, Saverio Lanzone, Francesca Bux, Carlo D’Agostino
U.O.C. di Cardiologia, Ospedale “Di Venere”, Bari
P162
Background.
All’interno della più recente classificazione dell’ipertensione
IPERTENSIONE
ARTERIOSA
POLMONARE
E TALASSEMIA
polmonare
(Dana
Point, 2008)
sono presenti
nel gruppo I anche le forme
correlate alle anemie emolitiche croniche come la talassemia (anemia
ipocromica microcitica). L’anomala sintesi di peptidi costituenti
Background.
dell’emoglobina
porta ad una ridotta sopravvivenza dei globuli rossi e, a
seconda del tasso di emoglobina circolante, si distinguono forme cliniche
di diversa gravità. Il cuore, il circolo sistemico e polmonare fanno parte
del coinvolgimento sistemico della malattia. A vari fattori patogenetici,
tra cui l’emolisi cronica, consegue la riduzione dell’NO (nitrossido) ed il
danno endoteliale, che sono alla base dei meccanismi favorenti lo sviluppo
dell’ipertensione arteriosa polmonare (PAH). Tra questi un possibile ruolo
viene attribuito all’aumento del livello di endotelina circolante.
Descrizione. Nell’ambito dell’attività ambulatoriale di screening per
escrizione. polmonare sono stati individuati due soggetti affetti da
l’ipertensione
talassemia intermedia con elevati valori di pressione sistolica polmonare
massima stimata (PAPs - metodo ecocardiografico Doppler), classe NYHA
II. In entrambi i pazienti è stato eseguito il cateterismo cardiaco destro, che
ha confermato l’esistenza di un grado severo di PAH.
Caso 1
Caso 2
Maschio/anni 32
PA 110/60 mmHg
CO 3.9 l/m’/m2
PAPm 48 mmHg
TPR 6.9/APR 5.3 WU
Maschio/anni 36
PA 105/70 mmHg
CO 4.36 l/m’/m2
PAPm 53 mmHg
TPR 6.76/APR 5.5 WU
La terapia con antagonisti del recettore dell’endotelina (ERA-bosentan)
alla dose di 125 mg bid è attualmente in corso rispettivamente da 9 mesi
e da 3 mesi nei due pazienti. Lo stato clinico generale appare migliorato
al follow-up con un incremento della capacità di esercizio (più 9% e 12%
nella distanza percorsa al 6MWT). La PAPs valutata all’eco-Doppler è calata
di
23 mmHg e 15 mmHg rispettivamente.
Discussione.
Discussione. La PAH di grado severo è presente in una piccola percentuale
dei pazienti affetti da talassemia, e sicuramente incide significativamente
Conclusioni.
P163
TEP IN URGENZA: MIGLIORARE L’ACCURATEZZA DIAGNOSTICA
Alessandra Revello, Paola Tittoto, Hashi Alasow, Muhammad Salim,
Roberta Mascianà, Francesco Rocco Pugliese
U.O.C. di Pronto Soccorso Medicina d’Urgenza, Ospedale Sandro Pertini,
Roma
Il TEV costituisce la terza causa di morte cardiovascolare dopo l’infarto e
l’ictus. La sua patogenesi coinvolge la triade: stasi venosa, vasodilatazione
e alterazioni della coagulazione all’insorgere della quale concorrono
fattori genetici ed acquisiti. Oltre all’ormai comprovato ruolo di tali fattori
e al rischio chirurgico, negli ultimi anni le malattie internistiche hanno
assunto un peso sempre maggiore nel determinismo del TEV.
Lo score di Wells combinato con il dosaggio del D-dimero come strumento
decisionale per l’esecuzione della Tc del torace con mdc è attualmente il
gold standard nelle linee guida internazionali pur non contemplando
tutte le co-morbilità del paziente altrettanto importanti come fattori di
rischio.
Nel presente studio retrospettivo abbiamo esaminato tutte le TEP degli
ultimi 2 anni (2009-2010), diagnosticate nel Pronto Soccorso dell’Ospedale
Sandro Pertini (circa 85000accessi/anno), valutando il ruolo dello score di
Wells, del dosaggio del D-dimero e di fattori di rischio di tipo medico
prevalenti per la definizione del rischio di TEP. Inoltre, nella nostra UOC a
partire dal febbraio 2010 è stato attivato un percorso diagnostico per il
TEV per migliorare l’accuratezza diagnostica in PS.
Nel periodo studiato sono state diagnosticate 99 TEP (36 nel 2009, 63 nel
2010), con una prevalenza del sesso femminile (55%) ed età media 70
anni. In rapporto al sintomo di presentazione abbiamo riscontrato:
dispnea (41%), dolore toracico (26%), sincope (18%), sospetta TVP (11%),
febbre (5%). I fattori di rischio prevalenti sono stati: cardiopatia (21%),
allettamento e fratture (21%), TVP in atto (20%), neoplasia (19%),
pregresso TEV (14%), obesità (13%), insufficienza respiratoria (10%), sepsi
(6%), diabete (8%), malattie autoimmuni (3%), fumo-anticoncezionali
(3%), IRC (3%), coagulopatie (1%). La tachicardia era presente nel 57% dei
casi.
Sul loro totale il 34% aveva uno score di Wells definito come TEP probabile
(Wells ≥4); il 44% presentava uno score di Wells come improbabile (Wells
<4) per TEP, ma una percentuale di D-dimero >500 ng/ml; il 22% aveva sia
lo score di Wells (<4) che il dosaggio del D-dimero (<500) non suggestivi
per TEP, e solo il motivo dell’accesso in PS e i segni clinici unitamente ai
fattori di rischio di tipo medico hanno fortemente indicato l’esecuzione
della TC torace con mdc consentendo di arrivare alla diagnosi. È stato,
inoltre, effettuato un controllo sul gruppo di pazienti falsi positivi (TEP
probabile o TEP improbabile + D-dimero >500 ng/dl) sottoposti a TC del
torace con mdc risultata negativa, che presentavano come diagnosi più
frequente una neoplasia.
Conclusioni. L’applicazione rigida del protocollo linee guida integrato con
la valutazione delle comorbilità del paziente ha consentito una maggiore
accuratezza nella diagnosi di TEP in Pronto Soccorso (>20%).
Ecocardiografia 1
P164
APPROPRIATEZZA DELL’ESAME ECOCARDIOGRAFICO E DEFINIZIONE
DELLE CLASSI DI PRIORITÀ: UNA PROPOSTA DELLA SOCIETÀ ITALIANA DI
ECOGRAFIA CARDIOVASCOLARE (SIEC)
Sara Mandorla1, Paolo Trambaiolo2, Margherita De Cristofaro3,
Mara Baldassi4, Maria Penco5
1
S.C. di Cardiologia-UTIC, P.O. “Alto Chiascio”, Gubbio (PG), 2U.O.S.D.
di Terapia Intensiva Cardiologica, Ospedale Sandro Pertini, Roma,
3
S.C. di Cardiologia, P.O. di Oliveto Citra (SA), 4Cardiologia, Azienda
Ospedaliero-Universitaria “S. Maria della Misericordia”, Udine,
5
Cardiologia, Dipartimento di Medicina Interna, Università degli Studi,
L’Aquila
Da tempo è emersa la necessità di governare la domanda diagnostica
cardiologica incruenta attraverso l’utilizzo della appropriatezza. In
particolare in campo ecocardiografico è necessario garantire l’esecuzione
di esami ecocardiografici appropriati, completi, univoci, comprensibili e
possibilmente utili nell’ambito clinico. Inoltre è sempre più pressante la
necessità di regolare l’accesso alla diagnostica ecocardiografica secondo
criteri di priorità clinica, tenuto conto dell’enorme numero di pazienti in
attesa di un primo esame ecocardiografico o di un esame di controllo.
Viene proposto un documento della SIEC che ha come finalità quella di
implementare l’appropriatezza in ecocardiografia per lo studio e followup di patologie cardiovascolari. Esso ha inoltre l’obiettivo di governare la
domanda secondo criteri clinici, tradotti in classi di priorità, ampiamente
esplicitati dalle società scientifiche e dalle istituzioni di governo del
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
75S
Scopo.
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CMateriali
ARDIOLOGIA DELL
’ANMCO
e metodi.
un’ecocardiografia nell’anno 2010. L’ecocardiografia è stata eseguita con
iniezione di mdc (1 cc aria, 1 cc sangue del pz e 8 cc fisiologica) sia in basale
che dopo manovra di Valsalva.
Risultati.
Risultati.
155 pazienti di cui 31% uomini e 69% donne con un’età media
di 46.7±16 anni.
Caratteristiche della popolazione:
sistema sanitario. Il documento prende in considerazione oltre alle
patologie cardiovascolari, anche altre patologie quali le vasculopatie
periferiche, le nefropatie, la patologia oncologica, le connettivopatie e le
endocrinopatie non contemplate nelle linee guida cardiologiche, ma che
richiedono un esame ecocardiografico. Anche per queste vengono definiti
i criteri di appropriatezza, di priorità clinica e follow-up, sulla base della
letteratura. In conclusione, questo documento crea i presupposti per
garantire a tutti i cittadini tempi di accesso alle prestazioni sanitarie
adeguati ai reali problemi clinici ed offre gli strumenti per affrontare in
modo concreto il problema delle liste di attesa.
Ipertensione arteriosa
Ipercolesterolemia
Diabete mellito
Fumo
P165
FATTIBILITÀ E UTILITÀ DELLO STRAIN LONGITUDINALE CON TECNICA
SPECKLE-TRACKING NEL LABORATORIO DI ECOCARDIOGRAFIA GENERALE
Keren Zildman1, Luca Poggio1, Giulia Magrini1, Jean Louis Raisaro2,
Paolo Vicinelli1, Arturo Raisaro1
1
Department of Cardiology, IRCCS Policlinico San Matteo, Pavia,
2
Department of Bioengineering, University of Pavia
Nella pratica quotidiana, la valutazione ecografica della funzione
ventricolare sinistra globale e segmentaria è spesso soggettiva e
semiquantitativa, soprattutto nei pazienti con finestra acustica non
ottimale. La possibilità di una valutazione quantitativa della cinesi
segmentaria e globale del ventricolo sinistro mediante calcolo dello strain
longitudinale (SL) con tecnica speckle-tracking si affianca alla classica
valutazione della frazione di eiezione (FE%) ed alla descrizione della cinesi
P165
segmentaria.
FATTIBILITÀ
E UTILITÀ DELLO STRAIN LONGITUDINALE CON TECNICA SPECKLE-TRACKING
Scopo del lavoro
è stato verificare
LABORATORIO
DI ECOCARDIOGRAFIA
GENERALEla fattibilità, la variabilità intra e
interosservatore e la correlazione con la FE% dei dati ricavati dallo SL in
una serie consecutiva di pazienti afferiti al Laboratorio di Ecocardiografia
generale nel periodo aprile-maggio 2010.
Sono stati valutati 410 pazienti (240M e 170F, età media 63.6±14.6 anni);
di questi sono stati analizzati i dati di 94 con cuore normale, 116 ipertesi,
39 con cardiopatia ischemica cronica non infartuale (IMA), 41 con esiti di
IMA antero-laterale, 38 con esiti di IMA infero-dorso-laterale e 42
valvolari; 40 pazienti erano affetti da altre patologie.
La valutazione dello SL globale e di ciascuno dei 18 segmenti ventricolari
è stata eseguita con apparecchiatura ecografica Vivid7, GE, acquisendo i
cicli cardiaci con >70 immagini/s e successivamente analizzati off-line da
due differenti operatori. Dei 7380 segmenti analizzati, lo SL è stato
valutabile in 7030 segmenti; in 392 pazienti è stato possibile analizzare
più di 15 su 18 segmenti.
I principali risultati sono sintetizzati nella tabella seguente ed espressi
come media ± SD
SL (%)
Globale
Seg. basali
Seg. medi
Seg. apicali
Seg. anteriori
Seg. laterali
Seg. inferiori
FE (%)
Normali
(n=94)
-18.9±5.8
-17.9±6.4
-19±4.6
-19.9±6.2
-18.3±7.4
-18.8±5.6
-20±5.1
61.0±6.6
Valvulopatici
(n=42)
-18±6.9
-16.2±7.5
-18±6.4
-19.9±6.5
-18.1±6.1
-18.2±8.3
-18.8±5.3
57.6±11.0
Post-IMA antlat (n=41)
-12.2±8.2
-14.8±7.7
-13.4±6.3
-8.5±9
-10.9±8.3
-12±9.5
-15±7.8
47.9±10.1
Post IMA infdorso-lat (n=38)
-14.5±7
-12.9±8.1
-14.6±5.7
-16±6.7
-14.9±6.1
-13.4±6.5
-13±7.2
52.8±9.6
CAD non IMA
(n=39)
-17.1±5.2
-16.1±4.5
-17±4.3
-17.8±5.3
-16.8±5.1
-17.5±4.5
-18.1±5.3
59.2±5.9
Ipertesi
(n=116)
-17.5±5.1
-15.9±5.2
-17.2±4.1
-18.1±5.2
-17.1±4.2
-16.1±5.2
-17.9±5.2
59.2±8.0
p
0.0002
0,0003
<0.0001
<0.0001
<0.0001
0.036
<0.0001
<0.0001
In conclusione, il calcolo dello SL globale e segmentario è fattibile in otre il
95% dei casi esaminati, con variabilità intra e interossevatore <3%. Nei
soggetti con cuore normale lo SL globale è di -18.9±5.8% con una gradiente
incrementale base-apice nei segmenti anterolaterali e apice-base in quelli
infero-posteriori. Nei soggetti affetti da patologia cardiaca i valori di SL
globale decrescono analogamente alla FE% fornendo peraltro parametri
di contrattilità quantitativi per ogni singolo segmento consentendo una
maggiore obiettività nel giudizio di ipo-, a- e discinesia segmentaria. La
valutazione di uno SL ridotto consente di identificare i casi di disfunzione
ventricolare sinistra con FE% preservata con particolare riferimento ai
pazienti ipertesi e con coronaropatia senza esiti di infarto miocardico.
P166
ACCURATEZZA DIAGNOSTICA DELL’ECOCARDIOGRAMMA TRANSTORACICO
CON INIEZIONE DI FISIOLOGICA SONICATA NELLA DIAGNOSI DI PFO
Roberta Rosso1, Sara Bacchini1, Mirella Corebellini1, Laura Plebani1,
Lorenzo Coppo2, Laura Virzì1, Angelo Sante Bongo1
1
Cardiologia Ospedaliera, 2Clinica Neurologica, Ospedale Maggiore
della Carità, Novara
Background. Il forame ovale si forma durante la V settimana di gestazione
e consiste in un tunnel valvolato che permette al sangue ossigenato
proveniente dalla arterie uterine di entrare direttamente in atrio sinistro
bypassando il circolo destro. Nella maggior parte delle persone entro il
primo anno di vita avviene la chiusura di questo tunnel; rimane pervio in
circa il 25% dei soggetti adulti. Esso è correlato con: ictus criptogenetico;
cefalea; OSAS; S. platipnea-ortodeoxia; EPA da elevate altitudini; malattia
neurologica da decompressione nei subacquei.
Scopo. Partendo dal presupposto che l’ecocardiogramma transesofageo
(ETE) è sempre stato considerato il gold standard per la diagnosi del PFO
e che il Doppler transcranico (TCD) è l’esame più sensibile per il riscontro
di shunt dx-sx ci siamo posti lo scopo di valutare l’accuratezza diagnostica
dell’ecocardiogramma transtoracico (ETT) con iniezione di fisiologica
sonicata nella diagnosi di PFO.
Materiali e metodi. Sono stati esaminati consecutivamente tutti i
pazienti con sospetto PFO giunti nel nostro ambulatorio per effettuare
NEL
Patologie per cui i pazienti erano giunti alla nostra attenzione:
- 53% emicrania con aura
- 37% stroke criptogenetico
- 5% subacquei
- 5% altro
Era presente un PFO semplice nel 57% dei casi ed un PFO associato ad
aneurisma del setto interatriale nel 43%. Prendendo come termine di
paragone il TCD, ETT con iniezione di fisiologica sonicata ha dato una
concordanza di risultati in termini di numero di microbolle nel 60%; solo
nel 10% si è dovuti ricorrere all’esecuzione di ETE poiché il ETT risultava
negativo. In questi ultimi casi si è trovato uno shunt intracardiaco solo nel
30%, mentre nel rimanente 70% lo shunt dx-sx era extracardiaco. Nel 30%
dei casi ETT ha mostrato una positività maggiore rispetto TCD come
prevedibile in quanto le microbolle oltre a prendere la via arteriosa
cerebrale si disperdono nel circolo arterioso sistemico. L’analisi statistica
mediante Student T test ha mostrato che non esistono differenze
statisticamente significative tra la media del numero di microbolle del TCD
e del ETT sia in basale che dopo manovra di Valsalva (p=0.19 e p=0.44).
Conclusioni. Lo studio ha mostrato che il ETT con iniezione di fisiologica
sonicata è un esame poco costoso, di facile esecuzione e che individua lo
shunt cardiaco dx-sx attraverso PFO in un numero molto elevato di casi:
solo un numero esiguo di casi necessita anche di ETE per una diagnosi
definitiva. Pertanto tale esame può essere il test di prima scelta per lo
screening
dei pazienti con sospetto PFO.
Conclusioni.
P167
VALUTAZIONE MEDIANTE IMAGING ECOCARDIOGRAFICO AVANZATO
DELLA FUNZIONE VENTRICOLARE DESTRA NELL’IPERTENSIONE
POLMONARE
Silvia Pica1, Stefano Ghio1, Gianni Tonti2, Laura Scelsi1, Claudia Raineri1,
Rita Camporotondo1, Annasara Pazzano1, Bruna Girardi1,
Eleonora Guzzafame1, Nerejda Shehu1, Maria Cristina Dequarti1,
Federica Dagradi1, Luigi Oltrona Visconti1
1
Dipartimento di Cardiologia, Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo
ed Università, Pavia, 2Dipartimento di Cardiologia, ASL, L’Aquila
Background. Le difficoltà di studio ecocardiografico non hanno ad oggi
permesso di ottenere dati precisi sulle modificazioni funzionali del
ventricolo
destro (VDx) sottoposto a sovraccarico cronico di pressione
P167
VALUTAZIONE
MEDIANTE
IMAGING con
ECOCARDIOGRAFICO
AVANZATOecocardiografico
DELLA FUNZIONE
Scopo
dello studio.
Analizzare
tecniche di imaging
VENTRICOLARE
DESTRA NELL’IPERTENSIONE
POLMONARE
avanzato le modificazioni
di funzione
del VDx in presenza di ipertensione
polmonare.
Metodi. Sono stati studiati 30 pazienti affetti da ipertensione polmonare
idiopatica (IAPI), 25 pazienti affetti da cardiomiopatia dilatativa con
ipertensione
polmonare (CMD IP), 24 pazienti affetti da cardiomiopatia
Background.
dilatativa senza ipertensione polmonare (CMD no IP) e 10 soggetti sani di
controllo.
Tutti i pazienti sono stati sottoposti ad esame ecocardiografico
Scopo dello studio.
entro 24 ore da cateterismo cardiaco destro. Le velocità sistoliche di picco,
ilMetodi.
displacement ed il picco dello strain derivante da TDI e da 2D speckle
tracking (syngo Velocity Vector Imaging technology (VVI 2.0) Siemens
Medical Systems Montain View Ca. USA) sono stati misurati off-line su
workstation dedicate, sia nella componente longitudinale che in quella
trasversale (radiale).
Risultati. Le caratteristiche cliniche ed i parametri emodinamici ed
Risultati.
ecocardiografici
sono riportati in tabella come media ± DS:
Età (anni)
Sesso (F/M)
Indice cardiaco (l/min/m2)
Gradiente transtricuspidale (mmHg)
controlli
35.11±10.69
5/4
nd
17.8±2.77
CMD no IP
50.06±14.70
21/3
2.14±0.79
24.71±8.29
CMD IP
54.39±10.92
23/2
2.04±0.46
42.88±11.19
IAPI
52.69±14.99
9/21
2.60±0.63
69.89±15.51
global p value
<0.04
funzione trasversale
Accorciamento diametro basale (%)
Accorciamento diametro medio (%)
Velocità VVI basale (cm/sec)
Velocità VVI media (cm/sec)
Strain VVI basale (%)
Strain VVI medio (%)
21.66±9.43
18.78±7.43
5.82±2.06
3.32±1.08
25.634±16.09
18.75±17.82
22.79±9.80
23.26±12.20
5.63±2.97
3.83±1.96
45.6±37.45
24.53±21.99
17.41±8.94
10.63±4.76
4.63±2.08
3.10±2.14
28.16±24.27
22.48±23.02
15.43±9.60
8.26±4.63
4.21±1.69
2.66±1.91
18.09±17.25
13.9±14.20
<0.01
<0.0001
<0.5
<0.07
<0.17
<0.7
12.89±6.70
11.62±4.76
20.67±2.12
11.27±0.89
9.56±1.12
9.6±4.29
7.08±3.09
20.44±11.07
29.32±11.67
22.51±6.3
20.35±9.19
10.27± 7.31
10.28±8.06
18.8±5.23
7.88±2.46
6.37±2.54
6.64±4.03
6.16±3.96
17.24±6.85
17.90±8.93
15.47±8.80
15.69±11.25
12.34±6.63
10.55±6.42
15.47±3.4
6.95±2.15
6.15±2.16
6.42±2.53
6.33±4.02
16.03±8.6
16.99±8.7
15.62±7.3
14.87±10.3
<0.06
<0.06
<0.002
<0.0001
<0.0001
<0.02
<0.017
<0.02
<0.06
<0.09
<0.38
funzione longitudinale
Displacement VVI basale (mm)
Displacement VVI medio (mm)
TAPSE (mm)
Velocità TDI basale (cm/sec)
Velocità TDI media (cm/sec)
Velocità VVI basale (cm/sec)
Velocità VVI media (cm/sec)
Strain TDI basale (%)
Strain TDI medio (%)
Strain VVI basale (%)
Strain VVI medio (%)
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
8.60±5.38
6.37±3.28
16.36±5.45
6.63±2.09
4.53±2.02
5.65±3.56
4.92±2.68
18.32±9.52
16.15±6.72
16.00±11.51
15.65±10.11
<0.002
<0.0001
L’accorciamento dei diametri trasversali del Vdx è significativamente
ridotto in presenza di IP, indipendentemente dall’eziologia della stessa,
Conclusioni.
76S
10%
10%
2%
15%
POSTER
mentre le velocità sistoliche e gli strain trasversali VVI e TDI non sono
ridotti rispetto ai soggetti normali o ai pz con CMD senza IP. Al contrario,
il displacement, le velocità e lo strain longitudinale al TDI sono ridotti in
presenza di patologia indipendentemente dalla presenza di IP. Il TAPSE è
ulteriormente ridotto nei pz con IP (sia CMD con IP che IAPI) rispetto ai pz
senza IP.
Conclusioni. La funzione longitudinale e trasversale del ventricolo destro
si modificano in modo diverso in presenza di ipertensione polmonare. In
particolare i valori di velocità sistolica e di strain trasversale risultano
sovrapponibili a quelli dei soggetti di controllo e non è quindi ancora
chiaro quali informazioni cliniche aggiuntive possa fornire l’imaging
avanzato in questi pazienti.
AFIA REAL-TIME TRIPLANARE NELLA VALUTAZIONE DELL’AREA FUNZIONALE NELLE
P168
OLARI AORTICHE:
AFFIDABILITÀ E FATTIBILITÀ
etodi.
ECOCARDIOGRAFIA REAL-TIME TRIPLANARE NELLA VALUTAZIONE
DELL’AREA FUNZIONALE NELLE PROTESI VALVOLARI AORTICHE:
AFFIDABILITÀ E FATTIBILITÀ
Gianluca Alunni, Chiara Calcagnile, Mauro Giorgi, Pierluigi Sbarra,
Cristina Marocco, Anna Laura Fanelli, Ilaria Meynet, Paolo Garrone,
Dario Casolati, Costanza Grasso, Sebastiano Marra
Cardiologia 2, Azienda Universitario-Ospedaliera San Giovanni Battista,
Torino
Razionale. Scopo del nostro studio è quello di valutare la fattibilità e
l’affidabilità di una nuova metodica per quantificare l’area funzionale
delle protesi valvolari aortiche basata sostituendo lo stroke volume
calcolato con l’equazione di continuità. Alcuni studi hanno dimostrato
l’accuratezza della valutazione dell’area valvolare aortica utilizzando
l’ecocardiografia tridimensionale (RT3D) ed il nostro gruppo ha
recentemente validato anche la metodica triplanare. Proprio alla luce del
nostro precedente studio, ci siamo proposti di valutare la fattibilità e
l’affidabilità di questa nuova metodica (RT3PE) nella valutazione dell’area
valvolare funzionale delle protesi aortiche.
Materiali e metodi. Abbiamo studiato 23 pazienti consecutivi con
protesi valvolare aortica che dovevano essere sottoposti a follow-up
periodico. L’area valvolare funzionale della protesi aortica è stata
calcolata mediante equazione di continuità ed utilizzando la nuova
metodica, ovvero dividendo lo stroke volume ottenuto con il triplano
(RT3PE) per l’integrale velocità-tempo attraverso la protesi (AVP RT3PE
cm2 = SVRT3PE cm3/VTI Ao cm). L’area valvolare funzionale della protesi
aortica, ottenuta con ciascun metodo ecocardiografico, è stata
comparata con quella funzionale definita per ciascun tipo e taglia di
protesi aortica (AFP). Successivamente entrambe le aree, sia
bidimensionale che triplanare, sono state confrontate con i gradienti
transprotesici medi e con il DVI (Figura 1).
Risultati. Entrambe le metodiche hanno mostrato una buona correlazione
con l’area funzionale protesica e con il DVI. Quando si confrontano, le
aree valvolari calcolate con le due metodiche, con i gradienti medi
transprotesici si evince una proporzionalità inversa fra aree e gradienti,
migliore per l’AVPRT3PE rispetto all’AVP2D (p=0.0359) (Tabella 1). Non vi
è differenza nella variabilità intra ed inter-osservatore tra le due
metodiche. L’analisi dei tempi è significativamente minore per la metodica
triplanare (Tabella 2).
Conclusioni. L’ecocardiografia triplanare si è rivelata accurata come la
metodica tradizionale, nella valutazione dell’area valvolare funzionale
delle protesi aortiche con una significativa riduzione dei tempi, evitando
eventuali errori dovuti alla misurazione del tratto di efflusso.
P169
LEFT VENTRICULAR MECHANICS IN PATIENTS WITH AORTIC
REGURGITATION. A SPECKLE-TRACKING ECHOCARDIOGRAPHY STUDY
Rita Piazza1, Roxana Enache2, Alberto Roman Pognuz1, Denisa Muraru3,
Margherita Cinello1, Elisa Leiballi1, Rosa Pecoraro1, Bodgan A. Popescu2,
Francesco Antonini-Canterin1, Eugenio Cervesato1, Carmen Ginghina2,
Gian Luigi Nicolosi1
1
Cardiologia-ARC, A.O. S. Maria degli Angeli, Pordenone, 2“Carol Davila”
University of Medicine and Pharmacy, Bucharest, Romania, 3Padua
Background. At present, left ventricular ejection fraction (LVEF) is
regarded as the main parameter of left ventricular (LV) function which
impacts both therapeutic option and outcomes in patients with significant
chronic aortic regurgitation (AR). More subtle abnormalities in LV systolic
function may be detected before LVEF declines in these patients.
Purpose. To assess parameters of LV mechanics by speckle-tracking
echocardiography (STE) and their correlation with LVEF in patients with
significant chronic AR as compared with normal subjects.
Methods. We prospectively studied 35 consecutive patients with
significant (moderate and severe) chronic AR and 20 normal subjects.
Exclusion criteria for patients with AR were LV ejection fraction (LVEF)
≤50%, significant coronary artery disease, any LV wall motion abnormality,
more than mild associated valve heart disease, non-sinus rhythm. A
comprehensive echocardiogram was performed in all patients. Rotation
was measured from two-dimensional (2D) greyscale LV parasternal basal
and apical short-axis images by STE using dedicated software (2D strain,
EchoPac). LV twist was defined as the net difference in clockwise and
counterclockwise rotation of LV apex and base. LVtor was calculated as
the LV twist normalized to LV end-diastolic longitudinal length (measured
in the apical 4-chamber view). Analysis of LV longitudinal strain by STE
was performed on the four-chamber, two-chamber, and long-axis apical
views, as previously described.
Results. Age and gender of patients in the AR group and in the control
group were similar (47.3±17.6 years, 27 men vs 48.1±18.9 years, 17 men, p
>0.5 for both). Mean LVEF was similar in both groups (60±4% in AR group
vs 62±3% in control group, p=0.15). Patients in the AR group had higher LV
diameters and volumes, LV mass (p<0.01 for all), and lower LV shortening
fraction (LVSF) (p=0.007) and S wave velocity at septal site by TDI (p=0.009).
Peak apical rotation was significantly reduced in the AR group (12.6±8.0° vs
18.4±6.3°, p<0.001), while peak basal rotation was similar in both groups
(-4.8±3.4° vs -5.6±2.6°, p=0.34). LVtor was significantly lower in the AR group
(1.9±0.8°/cm vs 2.9±0.8°/cm, p<0.001), and so was time to peak LV twist
(0.90±0.09 vs 0.99±0.07°/s). Global longitudinal LV strain was significantly
lower in patients with AR (-17.5±2.3% vs -20.1±3.0%, p=0.003). In patients
with AR, LVEF significantly correlated with LVFS (r=0.54, p=0.001), peak
apical rotation (r= 0.65, p<0.001), LVtor (r=0.67, p<0.001) and global
longitudinal LV strain (r=-0.70, p<0.001), while in normal subjects only global
longitudinal LV strain was weakly correlated with LVEF (r=-0.56, p=0.036). At
multivariable analysis LVtor and global longitudinal LV strain emerged as
independent determinants of LVEF in patients with AR (p=0.001 for both).
Conclusions. LVtor and global longitudinal LV strain, as assessed by STE, are
reduced in patients with significant AR and normal LVEF. Both emerged as
independent determinants of LVEF. The possible role of using these
parameters to monitor patients with significant AR before LVEF declines
remains to be studied.
P170
UTILITÀ DELLO SPECKLE TRACKING ECHOCARDIOGRAPHY NEI PAZIENTI
CON INFARTO STEMI
Alessandro Santoro, Francesca Farina, Vincenzo Schiano Lomoriello,
Roberta Esposito, Rosa Raia, Marinella Olibet, Maurizio Galderisi
Cardioangiologia con UTIC, A.O.P. “Federico II”, Napoli
Il presente studio ha testato l’utilità dell’AFI (automated function
imaging), una metodica ultrasonora basata sull’ecocardiografia speckle
tracking (STE), nel valutare la funzione ventricolare sinistra sia globale che
regionale e la sua capacità di predire in anticipo il territorio ischemico
coinvolto dalla lesione trombotica colpevole di infarto del miocardio.
Metodi. La popolazione comprendeva 20 pazienti afferenti in UTIC per
infarto STEMI e 29 pazienti di pari età, con angiografia coronarica normale.
Tutti i partecipanti allo studio sono stati sottoposti nello stesso giorno ad
esame eco-Doppler standard con valutazione non invasiva delle pressioni
di riempimento del ventricolo sinistro (rapporto tra velocità E transmitralica
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
77S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
e velocità miocardica protodiastolica anulare e’, rapporto E/e’) ed analisi
AFI on-line nonché ad angiografia coronarica seguita da rivascolarizzazione
con PTCA. Mediante AFI, un software che sfrutta in scala dei grigi
(registrazioni in bidimensionale >40 fps) i principi dello STE nelle 3 sezioni
apicali, si è provveduto a determinare lo strain longitudinale regionale in
18 segmenti ottenuti e lo strain longitudinale globale (GLS) ottenuto come
media delle misurazioni. Sono stati calcolati anche lo strain basale (media
degli strain dei 6 segmenti basali), quello medio e quello apicale.
Risultati. Indice di massa corporea, pressione arteriosa e frequenza
cardiaca paragonabili tra i 2 gruppi. Negli STEMI il wall motion score index
(WMSI) era più elevato (p<0.0001) e la frazione di eiezione (FE) ridotta
(p<0.0001) rispetto ai controlli. Anche il rapporto E/e’ era aumentato negli
STEMI (p<0.01). Il GLS, lo strain dei segmenti basali, medi ed apicali sono
risultati tutti ridotti negli STEMI (p<0.0001). In una sottoanalisi eseguita in
relazione al numero dei vasi stenotici risultanti dall’angiografia coronarica
(0 vasi, 1 vaso = malattia monovasale, 2 o 3 vasi = malattia multivasale),
GLS e strain dei segmenti basali sono risultati gradualmente ridotti dai
controlli, ai mono- fino ai multivasali (p<0.0001), con differenze
significative (p<0.01) tra mono- e multivasali. Il rapporto E/e’ ha seguito un
trend inverso, senza riuscire però a differenziare i monovasali dai controlli.
Strain longitudinale dei segmenti medi ed apicali, FE e WMSI non hanno
mostrato potere discriminativo tra mono- e multivasali. Nella popolazione
globale GLS era significativamente correlato a FE (r=0.76, p<0.0001), WMSI
(r=-0.79, p<0.0001) e E/e’(r=-0.36, p<0.005).
Conclusioni. La valutazione dello strain longitudinale ottenuta con AFI si
è dimostrata affidabile nei pazienti affetti da STEMI. La capacità di questa
tecnologia, utilizzabile al letto del paziente, nella valutazione sia del
territorio ischemico responsabile dell’evento acuto che del grado delle
pressioni di riempimento ventricolare, apre una nuova strada nella
gestione dei pazienti infartuati.
P171
P172
ATRIAL REVERSE REMODELING AND ATRIAL FUNCTION IMPROVEMENT
AFTER CARDIAC RESYNCHRONIZATION THERAPY EVALUATED BY 2D
STRAIN
Fabiana Lucà, Tindaro Ceraolo, Rosario Germanà, Domenico Gumina,
Gianfranco Impalà, Antonino Lo Cascio, Angela Lombardo,
Americo Radici, Riccardo Randazzo, Nunziata Ziino, Ludovico Vasquez
U.O.C. di Cardiologia-UTIC, P.O. Barone Romeo, Patti (ME)
Background. The improvement of left ventricle (LV) function associated
with reverse remodeling after cardiac resynchronization therapy (CRT) has
P172 been reported. The aim of this study was to investigate the effect
already
ATRIAL
REMODELING
ATRIAL FUNCTION
IMPROVEMENT AFTER
of
CRT onREVERSE
atrial function
by means AND
of speckle-tracking
two dimensional
RESYNCHRONIZATION
THERAPY
strain
echocardiography
(2DSE). EVALUATED BY 2D STRAIN
Methods. A total of 29 CHF consecutive patients [mean age 70.2±10.3
years, NYHA class III/IV (3.2±0.4), in sinus rhythm and optimal drug
treatment, with either ischemic (n=18) or idiopathic (n=11) dilated
Background.
cardiomyopathy
(DCM), left ventricular fraction (LVEF) <35%, QRS
duration (139.5±27.9 ms) received CRT and were followed up for 6
months. Atrial function was assessed by 2D echo, mitral Doppler, tissue
Doppler velocity, atrial emptying fraction based on the change inareas
Methods.and volumes (LAV-EF), and 2DSE analysis of atrial longitudinal
(LAA-EF)
strain in the basal segment of LA septum and LA lateral wall, in LA roof.
Left atrial emptying fraction based on change in areas (LAA-EF) and
volumes (LAV-EF) were calculated. For speckle tracking analysis, apical
four- and two-chamber views images were obtained using conventional
2D gray scale echocardiography, with a frame rate set between 60 and 80
frames per second. Recordings were processed using a dedicated software
(Echopac PC 2D strain, GE Healthcare). Patients were compared according
to LV volumetric response to CRT, defined as a reduction of LV end-systolic
volume >10%.
Results. As shown in the table, at 6-month follow-up, all patients showed
a positive LV reverse remodeling (p<0.05) with improvement in EF (p<0.05)
as
well as in diastolic LV function (p<0.001); in addition, left atrial both size
Results.
and longitudinal strain were significantly improved after CRT.
Conclusions. Speckle tracking is a feasible technique for assessment of
longitudinal
Conclusions. myocardial LA deformation. CRT improves both LA active
emptying volume and fraction, as well as LA peak systolic strain. This
increase in atrial 2DSE likely reflects the LA reverse remodeling with
increase in atrial contractile function.
RIGHT VENTRICULAR MYOCARDIAL FUNCTION IMPROVEMENT
FOLLOWING CARDIAC RESYNCHRONIZATION THERAPY: A SPECKLE
TRACKING ECHOCARDIOGRAPHIC STUDY
Antonino Lo Cascio, Tindaro Ceraolo, Rosario Germanà,
Domenico Gumina, Gianfranco Impalà, Fabiana Lucà, Angela Lombardo,
Americo Radici, Riccardo Randazzo, Nunziata Ziino, Ludovico Vasquez
U.O.C. di Cardiologia-UTIC, P.O. Barone Romeo, Patti (ME)
Background. The improvement of left ventricle (LV) function after cardiac
Echocardiographic parameter
Before CRT
6-month FU
p
resynchronization therapy (CRT) in patient with congestive heart failure
VTD (ml)
207.60±24.06
180.71±7.07
<0.05
(CHF) has already been reported, but little is known about its effects on
VTS (ml)
151.66±7.6
103.66±15.2
<0.05
right ventricular (RV) function.
FE (%)
24.00±2.9
33.25±2.3
<0.05
Transmitral E/A ratio
1.64±0.30
0.80±0.31
<0.05
Aim of this study. To investigate the effect of CRT on RV myocardial
LA
maximal
volume
(cm2/m2)
52±22
42±8.9
<0.05
function by means of speckle-tracking bi-dimensional strain
LA active emptying volume (cm2/m2)
7.43±1.13
12.14±2.27
0.0004
echocardiography (2DSE).
LA active emptying fraction (%)
22.38±5.10
33.00±9.64
0.015
Methods. A total of 29 CHF consecutive patients [mean age 70.2±10.3
LA lateral wall strain (%)
22.38±5.10
42.75±8.29
<0.0001
years, NYHA class III/IV (3.2±0.4), in sinus rhythm and optimal drug
LA septum strain (%)
20.67±5.83
40.78±9.76
<0.0001
P171
LA roof strain (%)
19.33±4.61
37.33±11.15
0.0004
treatment,
with either ischemic (n=18) or idiopathic (n=11) dilated
RIGHT VENTRICULAR MYOCARDIAL FUNCTION IMPROVEMENT FOLLOWING CARDIAC
cardiomyopathy
ventricular
fraction
(LVEF) <35%,
QRS
RESYNCHRONIZATION(DCM),
THERAPY:left
A SPECKLE
TRACKING
ECHOCARDIOGRAPHIC
STUDY
duration (139.5±27.9 ms) without overt clinical signs of right ventricle (RV)
failure, were studied before and 6 months after CRT. Patients were
P173
compared according toLV volumetric response to CRT, defined as a
Background.of LV end-systolic volume >10%. RV chamber dimension was
EFFETTI DEL TRAINING FISICO SULLA DISFUNZIONE VENTRICOLARE
reduction
SINISTRA IN PAZIENTI CARDIO-OPERATI: STUDIO ECOCARDIOGRAFICO
quantified using tricuspid annulus diameter and RV short-and long-axis
MEDIANTE NUOVE METODICHE DI IMAGING
dimensions.
Pulmonary artery systolic pressure was estimated using
Aim of this study.
Carmelo Massimiliano Rao1, Demetrio Aguglia2, Giuseppina Casciola1,
continuous wave Doppler imaging of the trans-tricuspid maximal
Caterina Imbesi1, Antonino Marvelli2, Maria Sgro2, Daniela Benedetto3,
Methods.
regurgitant
flow velocity. RV function was assessed by tricuspid annular
Frank Antonio Benedetto1
plane systolic excursion (TAPSE), and peak systolic velocity (RV Sm)
1
U.O. di Cardiologia Clinica Riabilitativa, A.O. Bianchi-Melacrino-Morelli,
obtained at the tricuspid annulus and base and mid-RV segments. For
Reggio Calabria, 2U.O. di Cardiologia Clinica Riabilitativa, A.O. Bianchispeckle tracking analysis, apical four- and two-chamber views images were
Melacrino-Morelli, Reggio Calabria, 3Università degli Studi, Messina
obtained using conventional 2D gray scale echocardiography, with a frame
Introduzione. Le nuove metodiche ecocardiografiche, tra cui il tissue
rate set between 60 and 80 frames per second. Recordings were processed
Doppler imaging (TDI) e lo strain imaging (SI) hanno reso lo studio della
using a dedicated software (2D-strain Echopac PC v.7.0.1, GE Healthcare,
funzione ventricolare più preciso ed accurato. Di particolare interesse
Horten, Norway). Longitudinal strain was measured in RV septal and
risulta la valutazione, attraverso l’impiego di queste tecniche degli effetti
lateral walls. In addition the software calculated RV global longitudinal
positivi del training fisico sul quadro di disfunzione sisto-diastolica
strain by averaging local strain along the entire RV.
ventricolare sinistra nei pazienti cardio-operati. Lo scopo dello studio è
Results. As shown in the Table, at 6-month follow-up, all patients showed
stato quindi il confronto dei parametri di funzione ventricolare sinistra
a positive LV reverse remodeling (p<0.05) with improvement in ejection
mediante ecocardiografia tradizionale, TDI e SI in pazienti già sottoposti
fraction
Results. (p<0.05); in addition, an improvement in RV myocardial velocities
ad intervento cardiochirurgico prima e dopo un programma di training
as well as RV peak systolic strain and global longitudinal strain was found
fisico appropriato.
in both ischemic and non ischemic patients after CRT.
Metodi.
Sono stati valutati complessivamente 60 pz di età media 66±10
Conclusions. Speckle tracking is a feasible technique for assessment of RV
Conclusions.
anni, 47 maschi, sottoposti rivascolarizzazione miocardica chirurgica
function. CRT improves, RV myocardial function.
(CABG). Sono stati esclusi dallo studio quei pazienti che hanno subito un
intervento di chirurgia valvolare (SV) e di chirurgia valvolare associata a
LV and RV echocardiographic parameters
Baseline
6-month follow-up
p
VTD (ml)
207.60±24.06
180.71±7.07
<0.05
rivascolarizzazione (CABG + SV) in quanto la presenza di protesi avrebbe
VTS (ml)
151.66±7.6
103.66±15.2
<0.05
potuto inficiare l’analisi. Il programma di training fisico individualizzato
FE (%)
24.00±2.9
33.25±2.3
<0.05
Transmitral E/A ratio
1.64±0.30
0.80±0.31
<0.05
consisteva in sessioni giornaliere della durata di un’ora: 10’ di
RV Tei Index
0.39±0.02
0.33±0.02
<0.05
riscaldamento, 40’ di training effettivo e 10’ di raffreddamento (recupero)
RV fractional area change (%)
30.3±2.0
28.9±2.7
NS
RV Diameter four-chambers annulus (cm)
3.1±0.3
2.9±0.2
NS
per tre settimane consecutive. Tutti i pazienti sono stati valutati all’inizio
RV diameter four-chambers middle ventricle (cm)
3.2±0.3
2.9±0.4
NS
ed alla fine del programma con ecocardiografia tradizionale (ViVid 7 GE).
RV long-axis diameters (four chambers) (cm)
- 3.3±0.4
2.9±0.2
NS
RVOT diameter (short-axis) (cm)
2.8±0.2
2.5±0.1
NS
Per ogni singolo paziente venivano ottenute con il TDI una media delle
Tricuspid regurgitation velocity (m/s)
25.5±4.0
18.6±2.0
NS
velocità di picco sistolico (S) e diastolica precoce (E’) posizionando il
TAPSE (mm)
17.1±0.7
21.8±1.9
<0.05
RV lateral wall mean 2D strain (%)
-10.3±4.4
-19.4±6.4
<0.05
cursore in corrispondenza dell’inserzione settale e laterale sx dell’anello
RV septal wall mean 2D strain (%)
-8.6±3.5
-18.3±2.0
<0.05
mitralico. Il rapporto del picco di velocità del flusso transmitralico (E)
RV septal wall mean 2D strain (%)
-12.6±4.0
-21.3±3.0
<0.05
rispetto alla velocità diastolica mitralica anulare (E’) è stato impiegato
EF, ejection fraction; RV, right ventricle; RVOT, right ventricular outflow tract; TAPSE,
come indice non invasivo per valutare la pressione di riempimento
tricuspid annular plane systolic excursion; VTD, end-diastolic volume; VTS, end-systolic
ventricolare sinistra. Il valore medio di strain longitudinale globale (SI) è
volume.
78S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
POSTER
stato misurato mediante 2D Strain con analisi off-line dei dati attraverso
EchoPAC workstation.
Risultati. I parametri ecocardiografici tradizionali sono risultati tutti non
significativamente differenti alla valutazione finale rispetto a quella
iniziale. Riguardo al TDI, le velocità medie di picco sistoliche sono risultate
significativamente aumentate (4.14±1.5 cm/s all’inizio e 6.13±1.8 cm/s alla
fine, p<0.01); le velocità medie di picco diastoliche precoci sono risultate
anch’esse aumentate seppur con una significatività statistica minore
(6.08±1.6 all’inizio e 6.75±1.7 alla fine, p<0.05) Riguardo allo SI, il valore
medio di strain longitudinale globale è risultato significativamente
aumentato (-13±6 all’inizio vs -16±3, alla fine p=0.03).
Conclusioni. In questo studio, anche se i parametri ecocardiografici
tradizionali non hanno mostrato differenze significative, il TDI e lo SI
hanno dimostrato l’effetto positivo del training fisico sulla disfunzione
ventricolare sinistra nei pazienti cardio-operati. La Cardiologia
Riabilitativa rappresenta pertanto il valore aggiunto in prevenzione
secondaria per la possibilità di offrire una importante componente: il
training fisico.
P174
SCOMPENSO CARDIACO ACUTO DA LEMBO MITRALICO FLUTTUANTE E
VALVOLA AORTICA QUADRICUSPIDE INSUFFICIENTE
Nicola D’Amato, Maria Grazia Campagna, Carlo D’Agostino
U.O.C. di Cardiologia, Ospedale “Di Venere”, Bari
Background. La rottura delle corde tendinee della mitrale (RCT) e
conseguente lembo mitralico fluttuante (LMF) rappresenta una rara e
grave patologia valvolare, che di frequente esordisce con edema
polmonare acuto (EPA). La RCT può essere secondaria a cause di varia
natura e molto raramente a valvulopatie congenite della valvola aortica,
per lo più caratterizzate da insufficienza. Eccezionale è il riscontro di
un’insufficienza aortica severa con valvola quadricuspide, che ha
determinato la RCT.
Descrizione del caso. Descriviamo il caso clinico di un uomo di 63 anni, che
si ricovera in Terapia Intensiva per scompenso cardiaco. Assenza di fattori
di rischio per cardiopatie. Normali condizioni di salute fino al giorno prima
del ricovero, quando è comparsa dispnea a riposo ingravescente. Segni
obiettivi all’ascoltazione da EPA. Soffio sistolico apicale da rigurgito
mitralico di intensità 4/6 secondo Levine e soffio diastolico di intensità 2/6
sul focolaio di ascoltazione aortica. L’elettrocardiogramma documenta
ritmo sinusale a 95/min, ipertrofia del ventricolo sinistro. La radiografia
del torace evidenzia aumento del III arco di sinistra dell’ombra cardiaca;
ingrandimento delle ombre ilari, ispessimento interstizio alveolare e strie
di Kerley A e B.
Ecocardiogramma transtoracico (ETT): ipertrofia eccentrica del ventricolo
sinistro con frazione d’eiezione preservata, atrio sinistro poco ingrandito,
severa insufficienza mitralica ed insufficienza aortica significativa di
origine non definibile.
Ecocardiogramma transesofageo (ETE): lembo anteriore mitralico
fluttuante da rottura di corda tendinea di I ordine e valvola aortica
quadricuspide (tipo b di Hurwitz e Roberts) severamente rigurgitante per
degenerazione fibrotica con retrazione delle cuspidi.
Lo scompenso cardiaco acuto è stato trattato farmacologicamente e
successivamente si è proceduto ad intervento di sostituzione valvolare
mitralica ed aortica con protesi meccaniche.
Discussione. Riteniamo che la disfunzione acuta della valvola mitrale sia
stata l’elemento scatenante l’EPA e che, a sua volta, la RCT sia stata
conseguenza dell’eccesiva deformazione e stiramento secondario a
dilatazione ventricolare sinistra favorita dalla preesistente insufficienza
della valvola aortica quadricuspide. È verosimile, inoltre, che il jet
rigurgitante aortico abbia prodotto deterioramento diretto delle corde
del lembo anteriore della mitrale. Non possiamo escludere l’associazione
tra la valvola aortica quadricuspide ed una costituzionale maggiore
fragilità del tessuto cordale mitralico. La RCT del lembo anteriore della
mirtale è meno frequente rispetto a quella del lembo posteriore. Quando,
però, la RCT si associa ad insufficienza valvolare aortica (congenita o
acquisita) il lembo principalmente interessato è l’anteriore.
Conclusioni. Tutti gli elementi esposti fanno considerare il caso di
scompenso cardiaco acuto descritto come secondario ad insufficienza
mitralica severa acutamente prodotta da RCT del lembo anteriore della
mitrale. La correlazione causale con l’insufficienza aortica significativa da
degenerazione della valvola quadricuspide rendono questo caso
eccezionale.
Perfusione miocardica
e imaging coronarico non invasivo
P175
RUOLO DELL’ANGIOGRAFIA CORONARICA TCMS NEL SETTING CLINICO
DEI PAZIENTI CON DOLORE TORACICO ATIPICO: MODIFICHE DEL WORKUP DIAGNOSTICO E IMPLICAZIONI ECONOMICHE
Andrea Pezzato1, Roberto Malago1, Domenico Tavella2,
Camilla Barbiani1, Ugolino Alfonsi1, Giuseppe Sala1, Michela Tezza1,
Antonio Bonora3, Gabriele Taioli3, Roberto Pozzi Mucelli1, Paolo Benussi2
1
Istituto di Radiologia, 2U.O. di Cardiologia, 3DAI Emergenza e Terapie
Intensive, Azienda Ospedaliero Universitaria Integrata Policlinico
G.B. Rossi, Verona
Scopo. Valutare il valore incrementale dell’angiografia coronarica
mediante TCMS (AC-TCMS) nella gestione diagnostica e in termini di costi
dei pazienti con sospetta CAD.
Disegno dello studio. Studio retrospettivo, singolo centro.
Materiali e metodi. Sono stati considerati 500 pz consecutivi sottoposti ad
AC-TCMS tra 04/2008 e 05/2010. Per ogni paziente è stato calcolata la
probabilità pre-test di CAD mediante Morise Score e la performance
diagnostica del cicloergometro e della AC-TCMS considerando l’AC come
standard di riferimento; Sulla base dei risultati è stata calcolata la
probabilità post test di CAD dopo stress stest e AC-TCMS ottenendo il
valore diagnostico incrementale per ogni categoria di rischio
cardiovascolare. È stato confrontato il percorso diagnostico tradizionale
senza AC-TCMS, con quello modificato dall’introduzione dell’AC-TCMS.
Per ogni percorso diagnostico è stata eseguita un’analisi di probabilità
pre-test/efficacia e costo/efficacia.
Risultati. La performance diagnostica dello stress test nella individuazione
dei pazienti con lesioni significative ha dimostrato una sensibilità e
specificità del 46.2% e 73.4% con VPP e VPN di 48% e 72%. Considerando
come standard di riferimento l’angiografia coronarica (AC) il confronto
tra AC e AC-TCMS nella valutazione di stenosi significative mediante
analisi per paziente ha rilevato una sensibilità pari a 100%, una specificità
pari a 94.7%, un VPP e VPN pari a 96.7% e 100%. L’accuratezza
diagnostica globale della metodica è risultata pari a 97.9%. Il confronto
tra l’accuratezza diagnostica delle metodiche e la probabilità pre-test di
malattia ha dimostrato una migliore performance dell’AC-TCMS e dell’AC
nei confronti del cicloergometro per i pazienti con basso-medio profilo di
rischio. Il protocollo modificato con l’introduzione dell’AC-TCMS
determina un incremento dell’efficacia diagnostica del 24% confrontato
con il protocollo tradizionale, ed un risparmio medio di 2500€ per
paziente. Il nuovo protocollo diagnostico proposto determinerebbe un
ulteriore incremento del 15% con un risparmio medio di 3200€ per
paziente nei confronti del protocollo attuale.
Conclusioni. L’AC-TCMS è una metodica di riferimento non invasiva per
l’esclusione di coronaropatia critica. L’utilizzazione del protocollo
diagnostico che prevede l’utilizzo dell’AC-TCMS garantisce una migliore
performance rispetto al protocollo tradizionale, sia dal punto di vista
diagnostico che del risparmio per l’Azienda Ospedaliera.
P176
CONFRONTO TRA SCORE VISUALE E ANALISI QUANTITATIVA 3D IN
ANGIOGRAFIA CORONARICA TCMS
Ugolino Alfonsi1, Roberto Malago1, Domenico Tavella2,
Camilla Barbiani1, Andrea Pezzato1, Giuseppe Sala1, Michela Tezza1,
Roberto Pozzi Mucelli1, Paolo Benussi2
1
Istituto di Radiologia, 2U.O. di Cardiologia, Azienda Ospedaliero
Universitaria Integrata Policlinico G.B. Rossi, Verona
Obiettivo. L’angiografia coronarica mediante TCMS (AC-TCMS) permette la
quantificazione della stenosi delle arterie coronariche con elevata
accuratezza diagnostica; tuttavia permane la naturale variabilità nello
score visuale. I sistemi di analisi quantitativa computerizzata dei vasi (QCTA)
hanno lo scopo di superare la limitazione dello score visuale. Pertanto lo
scopo dello studio è di valutare la precisione del QCTA al confronto con
l’angiografia coronarica quantitativa (QCA) e lo score visuale.
Materiali e metodi. Due operatori in cieco hanno esaminato 50 pazienti
consecutivi sottoposti ad indagine AC-TCMS, effettuando un’analisi per
segmento. Il grado di stenosi è stato classificato in 0%, <20% (irregolarità
delle pareti), <50% (assenza di malattia significativa), >50% (malattia
significativa). Ogni segmento è stato successivamente analizzato tramite
gli electronic callipers del sistema QCTA. I dati sono stati confrontati al
QCA ottenuto dai risultati dell’angiografia coronarica. La segmentazione
dei bordi del vaso nel QCTA è stata corretta in caso di vasi calcifici. Il
confronto tra i risultati del QCTA, dello score visuale e del QCA è stato
effettuato mediante il coefficiente di correlazione di Spearman. La
variabilità tra osservatori è stata valutata tramite statistica K.
Risultati. Da un totale di 870 segmenti osservati sono stati analizzati 69
segmenti patologici (mediamente 1,2 segmenti malati per paziente). Il
grado di accordo tra i due operatori è risultato essere molto alto (k=0.97).
È stata riscontrata una buona correlazione tra lo score visuale e il QCA
(rho = 0.932; p<0.0001) e tra lo score visuale e il QCTA (rho = 0.845;
p<0.0001). Una discreta correlazione è stata invece riscontrata tra il QCTA
and il QCA (rho = 0.810; p<0.0001).
Conclusioni. La precisione del QCTA è comparabile al QCA e allo score
visuale, specialmente nel caso di vasi non calcifici. L’editing del contorno
dei vasi calcifici risulta utile nella stima della corretta percentuale di
stenosi.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
79S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
P177
CONFRONTO TRA DIFFERENTI FILTRI DI RICOSTRUZIONE NELL’ANALISI
QUANTITATIVA 3D DELL’ANGIOGRAFIA CORONARICA TCMS
Ugolino Alfonsi1, Roberto Malago1, Domenico Tavella2, Andrea Pezzato1,
Camilla Barbiani1, Michela Tezza1, Giuseppe Sala1,
Roberto Pozzi Mucelli1, Paolo Benussi2
1
Istituto di Radiologia, 2U.O. di Cardiologia, Azienda Ospedaliero
Universitaria Integrata Policlinico G.B. Rossi, Verona
Introduzione. L’angiografia coronarica TC multistrato (AC-TCMS) permette
la quantificazione della stenosi delle arterie coronarie con elevata
accuratezza; tuttavia una miglior stima della stenosi può essere ottenuta
tramite l’utilizzo di un appropriato filtro di ricostruzione, specialmente nel
caso di stent o segmenti calcifici. L’analisi quantitativa computerizzata dei
vasi è destinata a superare la limitazione dello score visuale. Lo scopo dello
studio è di valutare la precisione del QCTA con differenti filtri in confronto
all’angiografia coronarica quantitativa (QCA) e allo score visuale.
Materiale e metodi. Due operatori in cieco hanno analizzato 17 pazienti
consecutivi che erano stati sottoposti ad indagine AC-TCMS, effettuando
un’analisi per segmento. Il grado di stenosi è stato classificato in 0-20%,
20-50% (irregolarità delle pareti), 50-70% (malattia significativa), 70-100%
(occlusione del vaso). Ogni segmento è stato successivamente analizzato
tramite gli electronic callipers del sistema QCTA con 15 diversi filtri di
riformattazione disponibili nell’apparecchiatura a partire dai dati grezzi.
Non è stato eseguito un eventuale editing dei margini. I dati sono stati
confrontati ai risultati del QCA e dell’Angiografia Coronarica (AC). Il
confronto tra i risultati del QCTA, dello score visivo e del QCA è stato
effettuato mediante il coefficiente di correlazione di Spearman.
Risultati. Su un totale di 25 segmenti analizzati (mediamente 1.4 per
paziente) sono state effettuate 375 misurazioni. È stata individuata una
buona correlazione tra lo score visuale e il QCA (rho = 0.852; p<0.0001) e
tra QCA e AC (rho = 0.804; p<0.0001). Una discreta correlazione è stata
trovata tra QCA e QCTA soltanto usando 2 filtri (rho = 0.444; p<0.0001 per
il filtro YA e rho = 0.450; p<0.0001 per il filtro YB).
Conclusioni. L’accuratezza globale del QCTA è bassa se non viene impiegato
l’editing dei margini, specie ne caso di vasi calcifici. Particolari filtri possono
aiutare per stimare in modo più accurato l’esatta percentuale della stenosi.
P178
AMBULATORIO DEDICATO ALLA PREPARAZIONE DEL PAZIENTE DA
SOTTOPORRE A TC CORONARICA
G. Slavich, G. Piccoli, M. Puppato, S. Grillone, G. Bernardi, S. Poli
Dipartimento Cardiotoracico, Azienda Ospedaliero-Universitaria di Udine
Obiettivo. Valutare la qualità dell’immagine e la dose radiante nei pazienti
sottoposti ad angio-TC coronarica con e senza preparazione farmacologica
fornita da un ambulatorio dedicato.
Metodi. Da novembre 2009 a luglio 2010 sono stati valutati
retrospettivamente 130 pazienti consecutivi, sottoposti ad angio-TC
coronarica. Nel caso dei primi 70 pazienti (gruppo A) la metodica è stata
applicata con il trattamento farmacologico dei pazienti solo al loro arrivo
nella sala radiologica per l’indagine mentre i successivi 60 pazienti (gruppo
B) sono stati prima valutati e trattati ambulatoriamente al fine di ottenere
una condizione pre test di ritmo sinusale stabile e una frequenza inferiore
a 60 bpm. I betabloccanti sono stati usati nei pazienti con malattia
ischemica, mentre nei pazienti con patologie valvolari o cardiomiopatie è
stata impiegata l’ivabradina. In entrambi i gruppi sono stati raccolti alcuni
parametri: FC media al momento del test, dose radiante media espressa in
mSV e qualità dell’immagine. Quest’ultimo parametro è stato ricavato da
un giudizio condiviso di due medici refertanti che si sono confrontati sulla
qualità diagnostica valutando i seguenti segmenti coronarici: tronco
comune; IVA prossimale, media e distale; rami circonflesso, del margine
ottuso e posterolaterale; coronaria destra prossimale, media e distale. La
qualità dell’esame è stata ritenuta non di livello utile per la diagnosi
qualora un segmento prossimale o più di due segmenti intermedi o distali
fossero di qualità insufficiente.
Risultati. Nel gruppo A la FC media è stata 68 bpm e la dose radiante
media 7.8 mSV. I criteri di qualità diagnostica non sono stati soddisfatti in
5 pazienti (7.1%) e soddisfatti a livello borderline in 10 (14.3%), essendo
almeno un segmento intermedio o distale riprodotto con qualità scarsa.
Nel gruppo B la FC media è stata di 56 bpm, la dose radiante media di 4.8
mSV, la qualità diagnostica non era presente in un caso (1.7%) e presente
a livello borderline in 3 casi (5%). Tra i due gruppi le differenze in termini
di FC, esposizione alle radiazioni ionizzanti e qualità dell’immagine sono
risultate statisticamente significative.
Conclusioni. Il ricorso ad ambulatori dedicati per ottimizzare la frequenza
cardiaca in preparazione all’angio-TC coronarica migliora la qualità
diagnostica delle immagini e riduce l’esposizione del paziente alle
radiazioni ionizzanti.
P179
CARDIO TC A BASSA DOSE DI RADIAZIONI IONIZZANTI CON METODICA
FLASH: DATI PRELIMINARI DELLA PRIMA CASISTICA ITALIANA
Marco Cappelletti1, Elena Ciortan1, Gianni Ballarati2,
Stefano Bentivegna3, Enrico Schwarz3
1
U.O. Diagnostica per Immagini, 2T.S.R.M. U.O. Diagnostica per
Immagini, 3U.O. di Cardiologia, Casa di Cura Igea, Milano,
La tomografia computerizzata multistrato per lo studio delle coronarie
(cardio TC) è una metodica di imaging progressivamente affermatasi
80S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
come valida alternativa alla coronarografia, grazie alla sua elevata
accuratezza diagnostica. La cardio TC con la visualizzazione diretta
dell’albero coronarico e del grado di lesioni ateromasiche ha avuto, fino
ad oggi, importanti limitazioni in merito alla dose di radiazioni
ionizzanti assorbita dal paziente, rendendo tale metodica non
proponibile su vasta scala, specie in pazienti asintomatici o come test di
screening della cardiopatia ischemica. L’introduzione della cardio TC
multistrato con metodica “Flash” e acquisizione delle immagini in un
solo ciclo cardiaco, ha consentito una notevole riduzione della dose
media di radiazioni assorbita dal paziente, mantenendo invariato il
livello di accuratezza diagnostica. Scopo del nostro studio è stato
valutare la riduzione, rispetto alle cardio TC a 64 strati, della dose di
radiazioni somministrata al paziente durante l’esecuzione di cardio TC
mediante tecnica di acquisizione “Flash”.
Materiale e metodi. Tra dicembre 2009 e giugno 2010 abbiamo sottoposto
230 pazienti consecutivi a cardio TC per lo studio delle arterie coronarie
con tecnologia Somatom Definition Flash (Siemens, Erlangen), utilizzando
metodica di acquisizione “Flash” durante un ciclo cardiaco. L’età era
compresa tra 42 e 93 anni. La frequenza cardiaca era compresa tra 60 e 80
b/min, pertanto non è stato necessario somministrare un betabloccante;
a tutti sono stati somministrato nitrati per via sublinguale.
Risultati. 172 pazienti (75%) hanno ricevuto una dose di radiazioni
ionizzanti compresa tra 0.7 e 1.3 mSv; 22 pazienti (9.5%) hanno assorbito
una dose inferiore a 0.7 mSv con il dato minimo di 0.29 mSv; 26 pazienti
(11.3%) hanno assorbito tra 1.3 e 2 mSv; in 10 pazienti (4.5%) la dose è
stata compresa tra 2 e 3.1 mSv. La media globale è stata di 1.11±0.96
mSv. Il dato medio risultante è quindi ben diverso dagli 11±4 mSv
segnalati in letteratura con la cardio TC a 64 strati, con elevata rilevanza
statistica.
Discussione. La cardio TC con metodica “Flash” è in grado di acquisire le
immagini in un solo ciclo cardiaco, consentendo una notevole riduzione
della dose di radiazioni ionizzanti somministrata al paziente, così come
confermato dai nostri dati. Tale aspetto, unito all’elevata qualità
diagnostica delle immagini, apre nuove prospettive per la metodica,
rendendola proponibile come primo approccio diagnostico in quei
pazienti per i quali l’elevata radiazione ionizzante assorbita aveva fino ad
oggi rappresentato il principale limite. Tutto ciò avendo ottenuto la
validazione su grandi numeri con studi di confronto tra cardio TC e
coronarografia. Ci chiediamo, se i dati da noi presentati verranno
confermati, se prospetticamente la coronarografia rimanga strumento di
diagnostica propedeutico a procedure di angioplastica o conferma
diagnostica della cardio TC, evitando di eseguire quelle coronarografie
che risulterebbero negative risparmiando ai pazienti le relative elevate
dosi di radiazioni ionizzanti e le possibili complicanze legate alla
procedura invasiva.
P180
STRATEGIE DI RISPARMIO DI DOSE IN ANGIOGRAFIA CORONARICA
MEDIANTE TCMS. CORRELAZIONE CON LA QUALITÀ DELLE IMMAGINI
Ugolino Alfonsi1, Roberto Malago1, Domenico Tavella2, Andrea Pezzato1,
Camilla Barbiani1, Michela Tezza1, Giuseppe Sala1, Roberto Pozzi
Mucelli1, Paolo Benussi2
1
Istituto di Radiologia, 2U.O. di Cardiologia, Azienda Ospedaliero
Universitaria Integrata Policlinico G.B. Rossi, Verona
Obiettivo. L’uso dell’angiografia coronarica TCMS (AC-TCMS) è rapidamente
aumentato in rapporto alla ottima accuratezza complessiva della tecnica
e all’ampio spettro di informazioni fornite. La necessità di eseguire la ACTCMS con spessore di collimazione sottile e pitch basso ha tuttavia portato
a incrementare significativamente l’esposizione alle radiazioni ionizzanti
da parte dei pazienti. L’esposizione dei pazienti e la dose assorbita sono
direttamente dipendenti dai mA e dal voltaggio del sistema tubodetettore e il cambiamento di questi parametri può anche influenzare la
qualità delle immagini. Lo scopo del nostro studio è di determinare la
accuratezza diagnostica della AC-TCMS con differenti protocolli a
risparmio di dose.
Materiali e metodi. Sono stati selezionati 509 pazienti (319 maschi, età
media 64±11.43 anni, FC media 59.1 b/min), studiati tra aprile 2008 e
agosto 2010 per il sospetto di patologia coronarica. Sono stati suddivisi
nei seguenti protocolli di acquisizione: 210 (41%) senza alcun tipo di
protocollo a risparmio di dose (Gruppo A), 228 (45%) con gating
retrospettivo e modulazione della dose (Gruppo B) e 71 (14%) con gating
prospettico e 80 KV (Gruppo C). 2 osservatori hanno esaminato ogni
segmento coronarico secondo la suddivisione in 17 segmenti proposta
dall’AHA. L’angiografia coronarica è stata considerata lo standard di
riferimento. La dose assorbita è stata registrata in mSv.
Risultati. Sono stati esaminati un totale di 6617 segmenti. Immagini
diagnostiche sono state ottenute per ogni arteria coronarica in tutti i
pazienti con una precisione diagnostica del 98%. Nel Gruppo A la dose
media è risultata pari a 16.05 mSv, nel Gruppo B 8.2 mSv e nel Gruppo C
1.2 mSv.
Conclusioni. Il protocollo Step and Shoot con basso KV può garantire
un’alta qualità delle immagini associata ad una significativa riduzione
della dose.
POSTER
P181
RUOLO DELL’ANGIOGRAFIA CORONARICA MEDIANTE TCMS (AC-TCMS)
COME GATE-KEEPER NEI PAZIENTI CON DOLORE TORACICO ACUTO
Camilla Barbiani1, Roberto Malago1, Domenico Tavella2,
Ugolino Alfonsi1, Andrea Pezzato1, Michela Tezza1, Giuseppe Sala1,
Antonio Bonora3, Gabriele Taioli3, Roberto Pozzi Mucelli1, Paolo Benussi2
1
Istituto di Radiologia, 2U.O. di Cardiologia, 3DAI Emergenza e Terapie
Intensive, Azienda Ospedaliero Universitaria Integrata Policlinico
G.B. Rossi, Verona
Introduzione. L’AC-TCMS rappresenta metodica accurata nella valutazione
non invasiva delle arterie coronarie (VPP e VPN 97% e 95%). Molti pazienti
giunti in pronto soccorso per dolore toracico vengono dimessi senza diagnosi
certa in quanto ECG e marker cardiaci risultano negativi e non è possibile
dimostrare la presenza di ischemia cardiaca. Scopo dello studio è valutare il
ruolo dell’AC-TCMS nell’esclusione di coronaropatia significativa delle
arterie coronarie e la possibilità di identificare la causa di dolore toracico.
Materiale e metodi. Tra l’aprile 2009 e agosto 2010 sono stati selezionati
158 pazienti, 118 M, età media 55±7 anni, giunti al pronto soccorso per
dolore toracico. Sia l’ECG che i marker cardiaci erano risultati negativi
all’ammissione al pronto soccorso, a 6 e 12 ore. Tutti i pazienti sono stati
sottoposti a AC-TCMS entro 12 ore dall’ammissione al pronto soccorso.
Sono state registrate presenza e significatività della coronaropatia ed i
reperti collaterali non cardiaci come possibile causa di dolore toracico.
Risultati. 33/158 pazienti (21%) sono risultati esenti da placche
aterosclerotiche coronariche, 118/158 (75%) hanno mostrato lesioni non
significative e 13/158 (8%) lesioni significative. Tali pazienti sono stati
ricoverati e sottoposti a stent coronarico. In 19/158 pazienti (12%) sono stati
riscontrati dei reperti collaterali non cardiaci, giustificando la sintomatologia.
Conclusioni. Nei pazienti con dolore toracico acuto, l’AC-TCMS potrebbe
rappresentare un valido supporto nell’esclusione di malattie delle arterie
coronariche.
Materiali e metodi. Tra il 04/2008 e 08/2010, sono stati valutati 520 pazienti
consecutivi (319M, età media 64.1 anni). Tutti i pazienti sono stati studiati
con TC 64 strati con acquisizione ECG gating. Per valutare la dinamica del
movimento delle valvole cardiache, le immagini sincronizzate con ECG
sono state ricostruite a posteriori dalla fase tele diastolica alla fase
telesistolica ogni 10% dell’intervallo RR. Dall’acquisizione dell’intero
volume cardiaco le valvole cardiache sono state valutate su piani assiali
ed obliqui, con ricostruzioni MIP (maximum intensity projection) e tecnica
volume-rendering che ha consentito visione la navigazione endoscopica
virtuale. I dati acquisiti sono stati confrontati con i risultati ottenuti
dall’ecocardiografia.
Risultati. 21/520 pazienti hanno presentato importanti calcificazioni sui
lembi della valvola mitrale o dell’anulus mitralico, 48/520 importanti
calcificazioni della valvola aortica. Un’ectasia aortica era presente in 6/520
pazienti mentre una stenosi valvolare aortica è stata osservata in 1/520
pazienti. In 7/520 pazienti è stata riscontrata un’aorta bicuspide.
Conclusioni. Le ricostruzioni multiplanari con AC-TCMS consentono
chiaramente la visualizzazione della morfologia della valvola cardiaca.
Inoltre, l’AC-TCMS può valutare il calcio, l’area valvolare e la funzione
ventricolare, oltre che le arterie coronarie.
P184
UTILIZZO DELL’ANGIO-TC DELLE CORONARIE PER ESCLUDERE
CORONAROPATIA IN CANDIDATA AD ESPIANTO DI CUORE COME
ALTERNATIVA ALLA CORONAROGRAFIA IN UN CENTRO PRIVO DI
EMODINAMICA H24
Carlo Ammendolea1, Massimo Favat2, Franco Stetka3, Renato Tessier1,
Davide Mazzon3, Paola Russo1, Luigi Tarantini1, Giuseppe Catania1
1
U.O.C. di Cardiologia, 2U.O.C. di Radiologia, 3 U.O.C. di Anestesia e
Rianimazione, Ospedale San Martino, Belluno
Donna di 57 anni giunge in terapia intensiva per emorragia cerebrale, in
terza giornata la paziente viene dichiarata in stato di morte cerebrale. I
P182
familiari hanno dato l’autorizzazione all’espianto di organi. In anamnesi
P184
ANGIOGRAFIA CORONARICA TCMS VS ECOCARDIOGRAFIA 2D: STUDIO
dolori toracici DELLE
aspecifici
sin da 2002PER
considerati
comeCORONAROPATIA
parietali, non affetta
UTILIZZO DELL’ANGIO-TC
CORONARIE
ESCLUDERE
IN CANDIDATA
DELLA FUNZIONE VENTRICOLARE OLTRE LE ARTERIE CORONARIE
daDIipertensione
arteriosa
e DM, lieve
AD ESPIANTO
CUORE COME
ALTERNATIVA
ALLAipercolesterolemia.
CORONAROGRAFIAEmatochimici:
IN UN CENTRO PRIVO DI
Camilla Barbiani1, Roberto Malago1, Domenico Tavella2,
Troponina I 1.8 (v.n. <0.05). E.O.: paziente intubata, in amine, attività
EMODINAMICA
H24
Ugolino Alfonsi1, Andrea Pezzato1, Michela Tezza1, Giuseppe Sala1,
cardiaca ritmica, tachicardica, toni validi, pause libere, polsi periferici
Roberto Pozzi Mucelli1, Paolo Benussi2
presenti. FC 100’ R. PA 100/60 mmHg. ECG (Fig. 1): atipie della
1
2
Istituto di Radiologia, U.O. di Cardiologia, Azienda Ospedaliero
ripolarizzazione diffuse. ECO (Fig. 2): non ottimali finestre acustiche, per
Universitaria Integrata Policlinico G.B. Rossi, Verona
quanto osservato: normali le dimensioni della radice aortica e dell’aorta
Obiettivi. La funzione ventricolare sinistra (FVS) rappresenta il più
ascendente, Vsn di normali dimensioni e spessori parietali (DTD 41 mm,
importante fattore prognostico a breve e lungo termine delle maggiori
DTS 31 mm, SIV e PP in diastole 9 mm, MVSn 80 g/m2), presentante dubbia
patologie cardiache. Per decenni, è stata usata solamente
ipocinesia della porzione media e basale del setto e della porzione basale
l’ecocardiografia per la valutazione della FVS, sebbene inficiata da errori
della parete inferiore con funzione globale conservata (FE 59%). Aorta non
dovuti principalmente alla stretta finestra acustica e difficoltosa visione
visualizzate le cuspidi. Al doppler: IM lieve (1+/4+), non anomalie di flusso
globale del ventricolo per ottenere calcoli geometrici del volume.
a carico della valvola aortica degne di nota. Lieve rigurgito tricuspidalico,
L’avvento dell’AC-TCMS ha permesso un’accurata valutazione delle
VCI dilatata. E/A ≥1. Asn e cavità destre visivamente ai limiti. Non
coronarie, ma anche, grazie alla sincronizzazione con il ciclo cardiaco, un
versamento pericardico degno di nota. In considerazione della dubbia
valido metodo per studiare la funzione ventricolare. Scopo dello studio è
ipocinesia all’ECO, delle atipie diffuse della RV all’ECG, della troponina
di comparare la funzione sistolica ventricolare globale sinistra mediante
elevata e della storia di dolori toracici, non potendo effettuare presso la
TCMS e US nella pratica clinica cardiologica.
nostra struttura una coronarografia per chiusura del laboratorio di
Materiali e metodi. Sono stati considerati 116 pazienti consecutivi studiati
emodinamica nei giorni festivi e prefestivi, in accordo con i colleghi del
con AC-TCMS ed ecocardiografia 2D. Due operatori in cieco hanno
centro trapianti di Padova, abbiamo optato per eseguire un’angio-TC delle
comparato tra le due tecniche i seguenti parametri: spessore del setto,
coronarie (Figg. 3, 4 e 5) per escludere coronaropatia: Sono stati presi in
spessore della parete inferiore, diametro dell’aorta ascendente, volume e
esame dati provenienti da differenti fasi del ciclo cardiaco. L’indagine è
diametro tele-sistolico e tele-diastolico, frazione di eiezione, gittata
limitata dall’impossibilità di ottenere una frequenza stabilmente inferiore
sistolica, gittata cardiaca, massa cardiaca.
a 70 bpm. Con tali limitazioni all’esame in atto non evidenti calcificazioni
Risultati. La correlazione interosservatore è stata elevata (r=0.782). Una
coronariche. Normale l’origine delle coronarie. Tronco comune pervio,
buona correlazione è stata trovata nel confronto tra AC-TCMS ed
indenne. Si riconosce la presenza di almeno due rami settali. Discendente
ecocardiografia 2D considerando lo spessore del setto (r=0.470, p<0.001);
anteriore normale per calibro, morfologia e decorso senza evidenti placche
il diametro dell’aorta ascendente (r=0.777, p<0.001); il diametro teleo stenosi, da essa origina un ramo diagonale apparentemente indenne.
diastolico (r=0.375, p=0.054); il diametro tele-sistolico (r=0.703, p<0.001)
Circonflessa normale per calibro, morfologia e decorso, da essa origina un
e la massa cardiaca (r=0.419, p=0.006). Una bassa correlazione è stata
marginale ottuso anch’esso esente da placche o stenosi. Coronaria destra
trovata considerandolo spessore della parete inferiore, la gittata sistolica
dominante di buon calibro senza evidenti placche o stenosi, termina dopo
e la gittata cardiaca. Come indicatore globale della FVS, la frazione di
aver dato origine ad un ramo interventricolare posteriore ed un ramo
eiezione correla eccellentemente tra le due tecniche (r=0.626, p<0.001).
postero laterale indenni. Alla luce dell’angio-TC la paziente è stata ritenuta
Conclusioni. Il nostro studio dimostra che l’AC-TCMS ottiene parametri di
idonea ad espianto di cuore donato ad un 60enne, senza complicanze.
funzione ventricolare simili a quelli ottenuti con ecocardiografia 2D, però
Conclusioni. Il presente caso clinico suggerisce la possibilità di utilizzo
aggiunge importanti informazioni sulle coronarie che sono utili per la
Conclusioni. dell’angio-TC coronarica per escludere coronaropatia in potenziali
diagnostica dei pazienti con malattie cardiache e coronariche.
donatori di cuore, data l’alta sensibilità e specificità della metodica, come
alternativa alla CGF tradizionale laddove questa non sia realizzabile per
fattori organizzativi o di tempo. Tale metodica rispetto alla CGF, risulta
P183
veloce e priva di complicanze legate al cateterismo.
VISUALIZZAZIONE MEDIANTE AC-TCMS DEL SISTEMA VALVOLARE
CARDIACO
Andrea Pezzato1, Roberto Malago1, Domenico Tavella2,
Camilla Barbiani1, Ugolino Alfonsi1, Giuseppe Sala1, Michela Tezza1,
Roberto Pozzi Mucelli1, Paolo Benussi2
1
Istituto di Radiologia, 2U.O. di Cardiologia, Azienda Ospedaliero
Universitaria Integrata Policlinico G.B. Rossi, Verona
Obiettivi. Le valvole cardiache, strutture esili e mobili, vengono
visualizzate in maniera accurata non invasiva e veloce solo con
l’ecocardiografia e la risonanza magnetica. Fino ad ora, l’ecocardiografia
era il principale strumento di diagnosi per definire l’anatomia cardiaca
valvolare e la funzione. Apparecchiature TCMS recenti permettono la
valutazione della funzione valvolare e della fine anatomia delle valvole e
delle strutture vicine. Lo scopo del nostro studio è illustrare la capacità
dell’AC-TCMS nella valutazione morfologica e funzionale delle principali
malattie delle valvole cardiache.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
81S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
patients were hospitalized and performed a complete hemodynamic
evaluation including coronary angiography. Contrast-CMR was performed
in all patients without contraindications; for each patients we defined the
absence/presence of LGE, defining also the transmural extent, its location
within LV wall and Infarct Size Index (ISI, defined as percent of LV
involvement). On follow-up ventricular fibrillation, sustained/not
sustained tachycardia were considered as major arrhythmic events.
Results. Matching history of previous myocardial infarction and coronary
angiography results, the patients with IDC were 111/190 (58%); 100 patients
were finally enrolled. Among them, LGE was absent in 9 (9%) patients, a
transmural LGE was found in 72 (72%) patients and non-transmural extent
on 19 (19%). Mean ISI was 1.28±0.75. The accuracy of CMR for diagnosis of
ischemic aetiology revealed a sensitivity of 91% and a specificity of 100%
compared to angiography. During a mean follow-up of 63.4±17.6 months,
patients with ISI >0.47 (equal to 2 transmural LGE segments) showed a
worse outcome in terms of cardiac death (p<0.05) and arrhythmias
(p<0.05). Multivariate analysis showed that the ISI >0.47 on anterior wall
was the strongest predictor of arrhythmias (p=0.009, OR 4.3, CI 95% 2-4.5).
Conclusions. In patients with a new onset of LV dilatation/dysfunction
contrast-CMR diagnosis according with LGE location showed a good
accuracy for ischemic aetiology compared to coronary angiography. A cutoff of ISI >0.47 represents the most important predictor of arrhythmogenic
risk during follow-up.
P187
P185
VALUTAZIONE DI REPERTI COLLATERALI CARDIACI E NON CARDIACI
MEDIANTE ANGIOGRAFIA CORONARICA CON TC MULTISTRATO (AC-TCMS)
Andrea Pezzato1, Roberto Malago1, Domenico Tavella2, Ugolino Alfonsi1,
Camilla Barbiani1, Michela Tezza1, Giuseppe Sala1, Beatrice Pedrinolla1,
Roberto Pozzi Mucelli1, Paolo Benussi2
1
Istituto di Radiologia, 2U.O. di Cardiologia, Azienda Ospedaliero
Universitaria Integrata Policlinico G.B. Rossi, Verona
Obiettivo. Durante la valutazione degli esami di angiografia coronarica
mediante TCMS (AC-TCMS) non è infrequente la detezione di reperti
collaterali, cardiaci e non. Scopo dello studio è descrivere la prevalenza e
il significato clinico dei reperti collaterali non cardiaci durante l’esecuzione
di AC-TCMS.
Materiali e metodi. Sono stati valutati retrospettivamente 540 pazienti
sottoposti a AC-TCMS con apparecchio a 64 strati per sospetta
coronaropatia, acquisiti nel periodo tra maggio 2008 e settembre 2010.
Due radiologi hanno valutato separatamente tutti i dataset ottenuti con
un ampio campo di vista (FOV), utilizzando le finestre di vista mediastinica
polmonare e ossea. In base all’importanza clinica i reperti collaterali sono
stati suddivisi in non significativi, significativi e in obbligo di ulteriori
accertamenti. Tra i pazienti con reperti significativi, è stato valutato il
follow-up clinico e strumentale a 6 mesi.
Risultati. Nel 72% dei pazienti è stata riscontrata una malattia
aterosclerotica delle arterie coronarie. Solo 106 dei 540 pazienti (19.6%)
sono risultati privi di reperti collaterali. Sono stati riscontrati 637 reperti
collaterali, suddivisi in non significativi 266 (41.75%), significativi 339
(53.21%), e in obbligo di ulteriori accertamenti (5.02%). 63 (9.89%) di
questi sono stati valutati come reperti collaterali cardiaci. 27 pazienti
(5.30%) avevano patologie non cardiache significative tali da richiedere un
follow-up clinico o radiologico. Tra questi furono diagnosticate nuove
patologie in 3/540 pazienti (0.55%).
Conclusioni. Un numero significativo di reperti non cardiaci potrebbe
essere perso nella lettura delle AC-TCMS se la valutazione è limitata al
solo studio delle arterie coronarie.
P186
PROGNOSTIC ARRHYTHMOGENIC VALUE OF INFARCT SIZE IN ISCHEMIC
DILATED CARDIOMYOPATHIES: A STUDY PERFORMED BY CARDIAC
MAGNETIC RESONANCE
Martina Perazzolo Marra1, Veronica Spadotto1, Luisa Cacciavillani1,
Francesco Tona1, Manuel De Lazzari1, Filippo Zilio1, Paolo China1,
Giuseppe Tarantini1, Giovanni Boffa1, Francesco Corbetti2, Sabino Iliceto1
1
Clinical Cardiology, Department of Cardiac, Thoracic and Vascular
Sciences, University of Padova, Padova, 2Division of Radiology, Padova
Introduction. Cardiac magnetic resonance (CMR) can provide a wide range
of information in the setting of new onset of dilated cardiomyopathy, in
particular differentiating ischemic from non-ischemic aetiology. Moreover,
preliminary CMR studies showed that in patient with moderate left
ventricular (LV) dysfunction after a myocardial infarction, the infarct size
assessed with late-gadolinium enhancement (LGE) was a better predictor
of adverse clinical outcome than ejection fraction.
Aim. The aim of present study was to assess the accuracy of CMR for
diagnosis of ischemic dilated cardiomyopathy (IDC) compared with
coronary angiography. The second objective was to evaluate the
arrhythmogenic prognostic significance of infarct size (LGE) in subgroup
of patient with diagnosis of IDC, independently from ejection fraction.
Materials and methods. We prospectively evaluated 190 patients referred
to our Tertiary Centre for Heart Failure with a new onset of LV
dilatation/dysfunction. To define the aetiology of the disease all the
82S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
CARDIOMIOPATIA DI TAKOTSUBO ED IMAGING CORONARICO NON
INVASIVO
Massimo Magnacca1, Marco Chioccioli1, Francesca Menichetti1,
Jacopo Del Meglio1, Carlo Tessa2, Jacopo Lera2, Luca Salvatori2,
Claudio Vignali2, Giancarlo Casolo1
1
U.O.C. di Cardiologia, 2U.O. di Radiologia, Ospedale Versilia,
Lido di Camaiore
Background. La cardiomiopatia di takotsubo (TTC) - presentazione clinica
di SCA/infarto miocardico STE (56%) o NSTE e ballooning transitorio
dell’apice del ventricolo sinistro (VS) - è correlata ad intenso stress psicofisico e si caratterizza per l’assenza di aterosclerosi angiograficamente
significativa dei rami coronarici epicardici. La possibilità di valutare in
modo non invasivo il circolo coronarico di pazienti selezionati offre nuove
opportunità diagnostiche.
Scopo dello studio. Possibile utilizzo della tomografia computerizzata
multidetettore (MSCT) nella valutazione dell’anatomia coronarica di pz
con SCA/NSTEMI e presentazione clinico-strumentale suggestiva per TTC.
Materiali e metodi. Sono state osservate 6 pz consecutive di sesso femminile
(età media 69.8±5.4 anni), clinicamente stabili, con quadro clinico di
SCA/NSTEMI riconducibile a TTC su base anamnestica ed ecocardiografica
(estesa dissinergia apicale con ipercinesia dei segmenti basali del VS). 4/6 pz
(66%) erano ipertese, 2/6 (33%) dislipidemiche, 2/6 (33%) fumatrici, 1/6 era
diabetica. Il quadro ECG di presentazione è stato in 5/6 onda T negativa
profonda nelle precordiali ed in un caso sottoslivellamento diffuso del tratto
ST. Le pz sono state sottoposte a MSCT entro 24-72 ore dall’esordio dei
sintomi in assenza di controindicazioni. L’esame è stato eseguito con scanner
a 64 strati (GE LightSpeed VCT, XT); nell’analisi coronarica - 17 segmenti,
classificazione AHA - i segmenti sono stati classificati normali (assenza
completa di lesioni); con stenosi non significativa (irregolarità di parete e/o
stenosi ≤50%); con stenosi significativa (lesione ostruttiva ≥50%).
Risultati. In tutti i casi è stato osservato incremento dei markers di necrosi
(troponina T media 0.18±0.16 ng/ml). L’ecocardiografia ha mostrato la
tipica immagine di apical balloning, con FE media 38.8±3.9% alla
presentazione clinica. La MSCT coronarica è risultata in tutti i casi di buona
qualità diagnostica. In 5 casi su 6 è stato possibile utilizzare il gating
prospettico, con dose effettiva media pari a 4.0±3.9 mSv. Nessuna paziente
ha mostrato lesioni coronariche ostruttive. Sulla totalità di 102 segmenti
coronarici valutati, sono risultati normali 89/102 segmenti (87.2%) mentre
13/102 (12.7%) hanno evidenziato lesioni di lieve entità e comunque non
significative. Al follow-up a 30 gg le pz sono risultate del tutto
asintomatiche. L’ecocardiogramma di controllo ha evidenziato un
significativo recupero contrattile in tutti casi con una FE media 53.3±4.2%.
Conclusioni. In soggetti affetti da cardiomiopatia tipo takotsubo è possibile
escludere la coronaropatia ostruttiva mediante la MSCT coronarica. Nella
nostra esperienza i soggetti che si giovano maggiormente dell’elevato
valore predittivo negativo della MSCT sono donne di età media intorno ai
70 anni che mostrano onda T negativa profonda nelle precordiali o
sottoslivellamento diffuso del tratto ST ed apical ballooning con
disfunzione sistolica all’ecocardiogramma di esordio. La MSCT coronarica
applicata in un contesto clinico altamente suggestivo per l’assenza di
coronaropatia consente di evitare l’angiografia coronarica convenzionale.
P188
UPDATED ROLE OF MYOCARDIAL PERFUSION IMAGING IN PATIENTS WITH
CHEST PAIN AND NONDIAGNOSTIC ECG. A TEN-YEAR EXPERIENCE IN THE
FLORENCE AREA
Margherita Luzzi1, Alberto Conti1, Cristina Nanna1, Tiziana Focosi1,
Gabriele Cerini1, Gabriele Viviani1, Vanessa Boni1, Yuri Mariannini1,
Erica Canuti1, Egidio Costanzo2, Chiara Gallini2, Riccardo Pini1
1
Emergency Medicine, Department of Critical Care Medicine and
Surgery, 2Nuclear Medicine, Careggi University Hospital, Florence
Background. Patients with chest pain (CP) and nondiagnostic ECG
considered at low-risk of coronary events eventually represent an
P188
UPDATED ROLE OF MYOCARDIAL PERFUSION IMAGING IN PATIENTS WITH CHEST PAIN AND
NONDIAGNOSTIC ECG. A TEN-YEAR EXPERIENCE IN THE FLORENCE
AREA
POSTER
heterogeneous population recognized as having coronary artery disease
up to 20%. Exercise myocardial perfusion imaging (exercise-MPI) may
Background.
improve risk stratification.
Methods. We enrolled 929 consecutive CP patients (mean age 62±12
years), 62% male (mean age 62±12 years); 35% with hyperlipemia; 25%
with hypertension; 18% smokers; 12% with diabetes mellitus. All patients
underwent MPI and exercise tolerance test (ETT); results were compared.
Methods.
Patients with positive testing underwent angiography, whereas the
remaining patients were discharged and followed up. Endpoint was a
composite of coronary stenoses ≥50% documented by angiography or
coronary events at 12-month follow-up.
Results. MPI was positive in 239 patients; angiography documented
coronary stenoses in 94 (39.3%) patients. Out of 690 patients with
negative MPI, 18 (2.6%) had coronary event at follow-up. ETT was positive
Results.
in 50 patients; angiography documented coronary stenoses in 20 (40%)
patients; ETT was negative in 879 patients and 127 (14.5%) had coronary
events at follow-up. Myocardial perfusion imaging succeeded in ruling
out coronary events in 911 patients as compared to 802 with ETT. Thus, the
negative predictive value of MPI was 97.4 vs 86.8% of ETT (Table,
*p<0.001).
Conclusions. MPI is still a valuable tool in recognizing myocardial ischemia
Conclusions.
in CP patients presenting to the emergency department with
nondiagnostic ECG. MPI adds incremental prognostic value over clinical
and ETT up to 12%.
MPI
ETT
NPV
97.4*
85.6
PPV
57.3
60.0
Sensitivity
88.4*
19.1
Specificity
86.8
97.4*
Accuracy
87.1
84.2
P189
GATED-SPECT STUDY FOR EVALUATING REVASCULARIZATION VERSUS
MEDICAL THERAPY ON LONG-TERM SURVIVAL IMPROVEMENT
Marco Marini, Marco Mazzanti, Gian Piero Perna
Cardiologia, Ospedali Riuniti Umberto I-Lancisi-Salesi, Ancona
Background. The survival benefit of coronary artery revascularization (R)
compared with medical therapy (M) may depend on the amount of
myocardial ischemia, but the current data are limited.
Methods. Retrospective cohort study of all patients without a history of
MI, prior revascularization, cardiomyopathy, significant valve disease
undergoing nuclear stress imaging between 3/30/2005 and 5/8/2008. The
median follow-up was 3.5 years. Survival was stratified on the basis of the
extent of myocardial ischemia on exercise or pharmacological SPECT
imaging (difference of the summed stress and rest score divided by the
total maximum score and multiplied by 100) and the treatment (M versus
R) received within 90 days of nuclear stress testing.
Results. Overall 6315 patients were included in the study (age 61±11 years,
52% male). 2% patients underwent revascularization within 3 months of
nuclear stress testing. Overall 5-year survival did not differ significantly
between M and R (86 vs 81%, p=0.07). The rate of revascularization varied
directly with the burden of ischemia, from 0.6% in those patients without
detectable ischemia to 29% in those patients with large ischemia burden
(p<0.001). A possible survival advantage with revascularization was
present in patients with the largest burden of myocardial ischemia (>20%
of the left ventricle).
Conclusions. The rate of revascularization in our practice varies directly
with the amount of ischemic burden. These unadjusted data suggest that
a survival advantage with revascularization was present in patients with
a large amount of ischemia.
Cardiologia interventistica: complicanze
P190
PREVALENZA DI IPERTIROIDISMO SUBCLINICO IN UNA POPOLAZIONE
CONSECUTIVA
DI
PAZIENTI
CANDIDATI
AD
INDAGINE
CORONAROGRAFICA
Guido Canali, Enrico Barbieri
U.O. di Cardiologia, Ospedale Sacro Cuore, Negrar (VR)
È noto come l’esame coronarografico (CGF) esponga il paziente
all’assorbimento di quantità non trascurabili di iodio. Mentre i pazienti
eutiroidei possono manifestare solo piccoli variazioni degli ormoni tiroidei
e del TSH, i pazienti con ipertiroidismo sconosciuto, indipendentemente
dalla sua eziologia sono a rischio di forme di ipertiroidismo iodio indotto
fino ad una vera crisi tireotossica.
Nella nostra U.O. in tutti i pazienti candidati a CGF elettiva viene valutato
il TSH reflex.
Nel periodo ottobre 2008-novembre 2010 abbiamo osservato 1186
pazienti consecutivi ricoverati per CGF. In 40 (3.4%) pazienti è stato
riscontrato un TSH <0.40 mUI/L (VN 0.46-4.29). Secondo un nostro
protocollo interno prima della procedura i pazienti sono stati sottoposti
ad ecografia tiroidea, valutazione completa della funzione tiroidea
compresi gli anticorpi antitiroide. Il giorno successivo è stata eseguita
consulenza endocrinologica.
In 36 pazienti il collega endocrinologo ha impostato una terapia tireostatica
con metimazolo e perclorato di potassio iniziando quest’ultimo 2 giorni
prima della procedura al dosaggio di 200 mg bid e proseguendo con lo
stesso fino a 3 giorni dopo la procedura. In 5 pazienti è stata associata
anche terapia cortisonica.
Controlli di TSH, FT3, FT4, emocromo e transaminasi epatiche sono
eseguite prima della dimissione e, dopo 15 giorni, viene solitamente
programmato un nuovo controllo ambulatoriale endocrinologico con
nuova valutazione di esami ematochimici.
Nei rimanenti 4 pazienti la procedura è stata posticipata a risoluzione del
quadro di distiroidismo.
Con questo approccio metodologico non si è mai verificato alcun caso di
ipertiroidismo iodio-indotto su una casistica globale di oltre 6500
procedure diagnostico-interventistiche.
Grazie alla collaborazione con il Servizio di Endocrinologia e al riscontro
del dato laboratoristico in regime di pre-ricovero, la procedura non ha
subito ritardi nella data programmata nel 67% dei casi. Nei casi rimanenti
la CGF è stata posticipata di 2-3 giorni.
P191
IATROGENIC LEFT MAIN CORONARY ARTERY DISSECTION: THE FIRST
ITALIAN CASE SERIES
Salvatore Azzarelli, Francesco Amico, Michele Giacoppo,
Vincenzo Argentino, Antonio Fiscella
Divisione di Cardiologia, Azienda Ospedaliera per l’Emergenza
“Cannizzaro”, Catania
Background. Iatrogenic left main (LM) coronary artery dissection is a rare
but potentially devastating complication of coronary catheterization
because of the consequent risk of myocardial infarction (MI) and death.
Indeed, depending on the luminal obstruction, the clinical manifestation
varies from an asymptomatic angiographic finding to a sudden
hemodynamic collapse. The aim of the present case series was to estimate
the incidence, describe the dissection modalities, report the treatment
and the follow-up of iatrogenic LM coronary artery dissection in a tertiary
hospital with in-site cardiac surgery.
Methods. Between January 2005 and December 2009, a total of 10702
coronary catheterizations were performed: 6758 coronary angiographies
(CAs) and 3944 percutaneous coronary interventions (PCIs).
Results. We identified 6 patients (0.056%) who fulfilled the National
Heart, Lung, and Blood Institute (NHLBI) diagnostic criteria for coronary
dissection, 1 during CA (0.014% of CAs) and 5 during PCI (0.126% of PCIs).
LM dissection was catheter induced in 4 cases, while 2 cases occurred as a
consequence of balloon dilation or stent implantation into the proximal
left anterior descending coronary artery or left circumflex coronary artery.
Four patients had non-significant disease (stenosis <50%) of the LM. Two
patients experienced a sudden hemodynamic collapse as a consequence of
a total occlusion of the LM lumen (NHLBI type F dissection): 1 patient died
before any rescue intervention, while 1 patient underwent successful
bailout stent implantation and intra-aortic balloon pump placement (this
patient had a periprocedural MI). One patient had a localized
asymptomatic NHLBI type B dissection and he was treated by elective
coronary artery by-pass grafting because of a 3-vessel disease. Finally, the
other 3 patients had an extensive dissection (NHLBI type D-E) with
associated angina but no hemodynamic collapse, and they underwent
successful bailout stent implantation. At 6-month angiographic followup, 1 patient showed a symptomatic restenosis >50% and he underwent
a TVR, while 1 patient underwent a non-TVR due to disease progression.
During the entire follow-up period of 38±18 months any death, MI, or
other coronary revascularization were observed.
Conclusion. Iatrogenic LM dissection is a rare but potentially devastating
complication of coronary catheterization, which can have a favourable
outcome if recognized timely and treated properly.
P192
CONFRONTO DELLE COMPLICANZE VASCOLARI LOCALI TRA LA VIA
FEMORALE E LA VIA RADIALE. ANALISI SU 6 ANNI DI ATTIVITÀ DI UN
SINGOLO LABORATORIO DI EMODINAMICA INTERVENTISTICA
Umberto Grandis, Francesco Antonini-Canterin, Marco Brieda,
Matteo Cassin, Franco Macor, Riccardo Neri, Elisa Leiballi, Rita Piazza,
Rosa Pecoraro, Fauzia Vendrametto, Gian Luigi Nicolosi
U.O. di Cardiologia, A.O. S. Maria degli Angeli, Pordenone
Introduzione. La diffusione delle procedure di cateterismo arterioso
percutaneo a scopo diagnostico e terapeutico hanno portato ad un
incremento di complicanze vascolari locali. Queste complicanze sono
spesso dipendenti dalla via arteriosa scelta (radiale o femorale).
Scopi. In una ampia casistica retrospettiva di 6 anni di attività della nostra
istituzione abbiamo valutato la numerosità e la tipologia delle
complicanze locali confrontando l’approccio femorale e radiale.
Metodi. Dal gennaio 2004 al dicembre 2010 presso il nostro laboratorio di
emodinamica sono state eseguite 9578 procedure angiografiche di cui
7366 (76%) per via femorale, 2212 (23%) per via radiale, completate
rispettivamente nel 44% e 34% da procedure di rivascolarizzazione
coronarica percutanea. Venivano sottoposti ad indagine eco-color Doppler
i pazienti che, dopo le procedure, presentavano sintomi o segni
(sistematicamente ricercati) sospetti per complicanze locali (soffi sistodiastolici a livello inguinale, tumefazioni dolenti e stravasi ematici,
alterazione dei polsi). I pazienti che presentavano pseudoaneurismi o
fistole arterovenose (FAV) passibili di trattamento venivano sottoposti a
manovre compressive eco guidate o, nel caso di pseudoaneurismi, a
iniezione eco guidata di trombina.
Risultati. A) per quanto riguarda la via femorale sono stati identificati: 78
pazienti con pseudoaneurisma femorale (1.05%), 13 con FAV (0.17%), 15
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
83S
P194
PREVENZIONE DELLA NEFROPATIA DA MEZZO DI CONTRASTO CON UTILIZZO DEL RENAL GU
ESPERIENZA
INIZIALE
E CONFRONTO
CON METODICA TRADIZIONALE
42° CONGRESSO
NAZIONALE
DI CARDIOLOGIA
DELL’ANMCO
con ematomi maggiori (con necessità di emotrasfusione)Background.
in sede inguinale
prevenzione è fondata soprattutto sull’idratazione e sull’uso di mezzo di
(0.2%), 73 con ematomi minori inguinali (0.99%). Sono inoltre da rilevare
contrasto (MdC) isosmolare.
Materiali e metodi. Da settembre 2010 a dicembre 2010 è stato impiegato
le seguenti gravi complicanze: 4 ematomi retro peritoneali di cui 1
per la prevenzione della CIN il Renal Guard (RG), un device che consente
corretto chirurgicamente. 2 tromboembolizzazioni femoro-poplitee, 1
una diuresi oraria ad elevato volume con utilizzo di diuretico senza
correzione in chirurgica aperta di pseudo aneurisma non correggibile con
Materiali
e metodi.creare ipovolemia. La procedura di utilizzo del RG consisteva nella
manovre non invasive. 1 complicanza infettiva grave
(endocardite
somministrazione di 250 ml di soluzione fisiologica in 30 minuti seguita da
batterica). 2 trattamenti con stent di pseudo aneurismi non correggibili
bolo di furosemide 0.5 mg/kg; quando la diuresi superava il valore di 300
con manovre non invasive. 1 trattamento endovascolare di
ml/h iniziava la somministrazione di MdC. Sono stati rilevati parametri di
microembolizzazione di un collaterale femorale lesionato. La somma delle
funzione renale ed EGA venosa pre-procedura e fino alle 72 ore successive
complicanze a livello femorale è stata dunque del 2.4%. B) per quanto
alla somministrazione di MdC.
riguarda la via radiale sono stati individuati: 14 soggetti (0.63% del totale
Popolazione. Da settembre a dicembre 2010 24 pz con eGFR <60 ml/min
delle procedure per via radiale) con complicanze varie (dissezione,
(2 dei quali con pregressa CIN). Le caratteristiche demografiche dei
occlusione, lesione vasale). Il trattamento anticoagulante/antiaggregante
pazienti sono riportate in Tabella 1. Il eGFR pre variava tra 26.4 e 59.6
non era diverso nei gruppi A e B.
Popolazione.
ml/min (medio 42.1 ml/min). La quantità di MdC somministrato era
Conclusioni. Da quanto detto si evidenzia il netto vantaggio in termini di
compreso tra 120 e 378 ml (medio 211±85 ml); il picco di volume di diuresi
sicurezza, di minor gravità delle complicanze e di riduzione dei tempi di
oraria medio era 795.3±180.4 ml/h; il volume medio di diuresi totale
ospedalizzazione dovuto all’uso della via radiale rispetto alla femorale
durante il trattamento con RG era 6371.4±1428.9 ml.
per cui quando sia possibile questo approccio va considerato di prima
scelta. Alla luce di questi risultati, nella nostra istituzione le procedure per
Risultati. Dei 24 pz, 2 hanno avuto CIN (8.3%); i 2 pz con pregressa CIN non
via radiale sono passate dall’1% del 2004 al 48.1% del 2010.
Si conferma
l’hanno sviluppata nuovamente alla successiva somministrazione di MdC
Risultati.
con RG rispetto al tradizionale schema di profilassi. Non è stato osservato
infine il ruolo centrale e l’accuratezza diagnostica dell’ecografia nella
sviluppo di acidosi nei giorni successivi. I pz che hanno sviluppato CIN
gestione e nella individuazione delle complicanze locali post cateterismo
hanno avuto picco massimo di diuresi oraria <390 ml/h e volumi totali
arterioso.
infusi <2700 ml. In una serie di Pz con caratteristiche analoghe ma trattati
tradizionalmente con idratazione, acetilcisteina e sodio bicarbonato, la
CIN era presente in 13/27 pz (48.1%), e l’incidenza di CIN era risultata
P193
dunque significativamente maggiore (p=0.005).
CONFRONTO TRA CREATININA SIERICA E CISTATINA C NELLA DIAGNOSI
Conclusione. Il sistema RG appare un semplice apparecchio per la profilassi
PRECOCE DI NEFROPATIA DA MEZZO DI CONTRASTO
(CIN) DOPO
Conclusione.
della CIN. Nella nostra esperienza iniziale fornisce risultati migliori in
PROCEDURA ANGIOGRAFICA DIAGNOSTICA E INTERVENTISTICA
termini di nefroprotezione rispetto all’idratazione e alcalizzazione
CORONARICA
dell’urina, e previene l’acidosi. I casi di CIN verificatisi con RG appaiono
Michele Pighi, Paolo Pasoli, Antonio Mugnolo, Gabriele Pesarini,
essere correlati ad un minor volume di diuresi oraria raggiunta.
Antonio Rigamonti, Flavio Luciano Ribichini, Corrado Vassanelli
Divisione di Cardiologia, Dipartimento di Scienze Biomediche e
N pz (%)
Media ± DS
Chirurgiche, Università degli Studi, Verona
Età (anni)
79±6.7
Premessa. La nefropatia da mezzo di contrasto (CIN) è la forma più
EF (%)
48.4±8.9
comune di danno renale acuto (AKI) che può complicare le procedure
Sesso maschile
16 (66.6%)
diagnostiche ed interventistiche che prevedano somministrazione di
IRC nota
22 (91.6%)
mezzo di contrasto iodato (MDC). La sua diagnosi si basa sull’incremento
Pregressa CIN
2 (8.3%)
della creatinina sierica (SC) in termini percentuali (≥25% rispetto al valore
Quantitativo
MdC
somministrato
(cc)
211±85
basale) o assoluti (creatininemia tra 0.3 mg/dl e 0.5 mg/dl in assenza di
GFR
pre-procedurale
(ml/min)
42.1±15.8
altre possibili cause). Tuttavia la stessa CS presenta alcuni limiti come
GFR post-procedurale (ml/min)
39.7±14.1
indicatore della funzione renale principalmente dovuti alla variabilità
intra- ed interindividuale in relazione a fattori non renali (età, idratazione,
massa muscolare). Cistatina C (Cys) è stata proposta come marker
alternativo per la valutazione della filtrazione glomerulare (GFR), poiché
P195
sembra essere meno dipendente da fattori extra-renali.
UTILIZZO DI u-NGAL COME PREDITTORE DI CIN (CONTRAST-INDUCED
Scopo dello studio. Confrontare sensibilità e specificità di SC e Cys, in
NEPHROPATHY) NEI PAZIENTI SOTTOPOSTI A CORONAROGRAFIA
termini di valori assuoluti, variazioni precoci e variabili derivate per la
Elisabetta Petitti1, Patrizia Noussan1, Paola Zanini1, Marco Pozzato2,
stima del GFR, nel predire precocemente la CIN intra-ospedaliera in una
Massimo Minelli1
popolazione a rischio sottoposta ad angiografia diagnostica o
1
S.C. UTIC, 2S.C. Nefrologia e Dialisi, P.O. Torino Nord Emergenza
interventistica coronarica.
San G. Bosco, ASL TO2, Torino
Metodi. Sono stati arruolati pazienti a rischio di CIN senza insufficienza
La somministrazione di mezzo di contrasto (mdc) nella coronarografia può
renale cronica di grado severo. Tali soggetti sono stati successivamente
causare come complicanza immediata una forma di insufficienza renale
valutati in modo prospettico durante il ricovero con prelievi seriati di SC
acuta (CIN) che nella maggior parte dei casi è reversibile ma in una
e Cys prima della procedura ed a 12, 24, 48 e 72 ore dalla
percentuale non trascurabile (0.3%) porta a necrosi tubulare acuta con
somministrazione di MDC. Tutti i pazienti hanno ricevuto MDC a bassa
necessità di trattamento dialitico cronico. La CIN ha un’incidenza intorno
osmolarità o iso-osmolare e sono stati sottoposti ad idratazione con
al 3.5% dei casi ed ha patogenesi multifattoriale: citotossicità diretta del
soluzione salina isotonica prima e dopo la procedura eccetto quelli trattati
mdc sull’epitelio del tubulo renale, stress ossidativo, danno ischemico e
in emergenza per infarto miocardico acuto.
ostruzione del tubulo.
Risultati. Nel campione valutato (n=166) l’incidenza di CIN è stata del 18%
Lo sviluppo di CIN aumenta morbilità e mortalità dei pz sottoposti a
(30 pazienti). All’analisi univariata la variazione percentuale rispetto al
coronarografia nonché i giorni di ospedalizzazione e i costi ad essa relativi.
basale della SC a 12 ore dalla somministrazione di MDC è risultata il
Dal momento che non esiste terapia specifica della CIN, fondamentale è
predittore più precoce ed importante di CIN (p<0.001). All’analisi ROC un
la prevenzione: a tale proposito le Linee Guida dell’ESC del 2010 sulla
incremento di SC del 5% a 12h prediceva l’insorgenza di CIN con una
Rivascolarizzazione Miocardica danno come indicazioni di classe IA terapia
sensibilità del 70%, e una specificità del 76% (AUC=0.80; p<0.001). I valori
medica e idratazione (12 ore prima e per 24 ore dopo la coronarografia);
assoluti di Cys e le sue variazioni temporali si sono dimostrati predittori
di classe IIb N-Acetilcisteina e NaCOH3-.
meno precoci e sensibili nei confronti di SCe delle equazioni che utilizzano
È stata comunque evidenziata l’importanza della diagnosi precoce della CIN
entrambi i marker (AUC=0.48, p=0.74).
in modo da intervenire tempestivamente ed evitare il ricorso all’emodialisi.
Conclusioni. I nostri risultati non supportano la superiorità di Cys rispetto
Si definisce CIN un aumento della creatinina sierica di 0.5 mg/dl in valore
a SC per la diagnosi precoce di CIN nella popolazione in esame. Le
assoluto o più del 50% del basale nelle 48-72 ore successive alla procedura.
variazioni percentuali di SC sembrano offrire sensibilità e specificità
È stata identificata una nuova proteina, NGAL (neutrophil gelatinosesuperiori nel predire la CIN e la variazione percentuale a 12 ore di SC
associated lipocalin), che viene rilasciata dai tubuli renali sofferenti con
rispetto al valore basale appare il miglior predittore. Minime variazioni
significato difensivo ed aumenta significativamente tra le 2 e le 6 ore dal
relative di SC confrontate con i valori basali (5-10%) sono osservate più
danno renale acuto (AKI). L’utilizzo di u-NGAL quale marker predittivo
precocemente (12 ore) rispetto a quelle di Cys nei pazienti che sviluppano
precoce di CIN è oggetto di studio presso l’UTIC dell’Ospedale S.G. Bosco di
CIN, e mostrano una più alta sensibilità e specificità per la sua diagnosi
Torino, in collaborazione con la S.C. Nefrologia e Dialisi e il Laboratorio. È
nei confronti dei valori assoluti di Cys o delle sue variazioni percentuali.
stato considerato significativo un aumento di uNGAL >4 volte il valore basale.
P194
PREVENZIONE DELLA NEFROPATIA DA MEZZO DI CONTRASTO CON
UTILIZZO DEL RENAL GUARD: ESPERIENZA INIZIALE E CONFRONTO CON
METODICA TRADIZIONALE
Tullio Usmiani, Carlo Budano, Ilaria Meynet, Mario Levis,
PierLuigi Sbarra, Sebastiano Marra
S.C. di Cardiologia 2, A.O.U. San Giovanni Battista, Torino
Background. La nefropatia da mezzo di contrasto (CIN) è una complicanza
frequente successiva alle procedure di interventistica ed è associata a
peggiore outcome sia intraospedaliero sia a distanza. La strategia di
84S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
I pz arruolati nel protocollo sono coloro che devono essere sottoposti a
coronarografia in elezione o in urgenza e che presentano: insufficienza
renale cronica III-IV-V stadio, scompenso cardiaco, IMA con shock
cardiogeno o segni di bassa portata. Il protocollo prevede il dosaggio di
NGAL nelle urine pre-procedura e a 6 e 24 ore post-procedura. Inoltre
sono dosati creatinina, elettroliti, EGA venoso e diuresi in basale e a 6-2448-72 ore dopo coronarografia.
Da novembre 2010 sono stati testati 6 pz con le seguenti caratteristiche: 66%
di sesso maschile, età media 73 anni, GFR basale medio 44.1 mL/min/1.73 m2,
creatinina basale media 2.5 mg/dL. A 6 ore dalla coronarografia in 3 pz si
è verificato un aumento di 2 volte rispetto al basale di uNGAL, nei restanti
3 pz il valore di uNGAL è rimasto stabile; a 24 ore in tutti i pz si è verificato
POSTER
un aumento di uNGAL, ma inferiore al cut-off pertanto non significativo.
La creatinina a 24 ore si è mantenuta stabile in tutti i pz ed è aumentata
di 0.2 mg/dL in valore assoluto a 48 e 72 ore in 2 pz.
Il numero esiguo del campione non permette di dare indicazioni riguardo
all’uso routinario dell’uNGAL in tutti i pazienti da sottoporre a
coronarografia, ma questi dati preliminari suggeriscono una correlazione
diretta tra mancato incremento precoce di uNGAL e assenza di danno
renale indotto da mdc.
P196
OCCLUSIONE TARDIVA DEGLI STENT CORONARICI. ANALISI ECOGRAFICA
INTRAVASCOLARE DI UNA SERIE CONSECUTIVA DI PAZIENTI
Antonio Rigamonti, Michele Pighi, Gabriele Pesarini, Rajesh Dandale,
Paolo Pasoli, Antonio Mugnolo, Flavio Luciano Ribichini,
Corrado Vassanelli
Divisione di Cardiologia, Dipartimento di Scienze Biomediche e
Chirurgiche, Università degli Studi, Verona
Premessa. L’occlusione tardiva rappresenta una complicante grave, seppur
infrequente, dello stenting coronarico. In particolar modo i drug-eluting
stent (DES) sono più frequentemente soggetti a trombosi tardiva rispetto
agli stent metallici (bare metal stent, BMS) i quali peraltro sono
caratterizzati da una maggiore incidenza di restenosi.
Scopo dello studio. Analizzare le caratteristiche ecografiche intravascolari
di stent coronarici (BMS e DES) in una popolazione di pazienti con
sindromi cliniche attribuibili a loro occlusione tardiva totale o subtotale.
Metodi. Tra il 2007 e il 2010 sono stati analizzati 29 pazienti. Ciascun
paziente è stato sottoposto durante la fase diagnostica della procedura in
fase acuta ad ecografia intravascolare (IVUS) ed angiografia quantitativa
(QCA).
Risultati. Dei 29 casi analizzati, 22 hanno avuto un’occlusione tardiva di
stent medicato e 7 di stent metallico. Nel gruppo DES la presentazione
clinica prevalente è stata lo STEMI (50%), mentre nel gruppo BMS l’angina
instabile (42.8%) e quella stabile (28.6%), verificatesi ad una media di
28.2±20.37 mesi per i DES e 8.43±4.08 per i BMS (p<0.001). Nel gruppo DES,
la terapia antiaggregante era singola nel 50% dei pazienti, doppia nel
27.3% ed era sospesa nel 22.7%. Nel gruppo BMS il 57.1% dei soggetti era
in singola terapia antiaggregante ed il 42.9% in doppia terapia
antiaggregante. Nel gruppo DES il 60% di coloro che avevano sospeso la
terapia antiaggregante l’aveva fatto da meno di 6 mesi ed il 40% da oltre
6 mesi. Le variabili QCA non hanno dimostrato differenze significative tra
i due gruppi. Tra le variabili IVUS-derivate la frequenza di incompleta
apposizione dello stent (ISA) era maggiore nel gruppo DES (57.1%) rispetto
al gruppo BMS (14.3%; p=0.06). L’analisi della qualità dell’espansione degli
stent secondo il criterio AVIO e i criteri MUSIC ha messo in evidenza una
minore qualità di impianto dei DES rispetto ai BMS. Nel gruppo DES,
l’incompleta apposizione dello stent si è riscontrata più frequentemente
nei pazienti in terapia antiaggregante (83.3% nei pazienti in doppia
terapia antiaggregante, 54.5% nei pazienti in singola terapia
antiaggregante) rispetto ai pazienti non in terapia antiaggregante (20%).
Conclusioni. Oltre al chiaro beneficio della terapia anti-aggregante in termini
di trombosi tardiva degli stent medicati di prima generazione, questo
studio descrittivo sottolinea l’importanza di un corretto posizionamento
dei device con particolare riferimento alla riduzione dell’ISA, che appare
condizione predisponente a complicanze tardive. In condizioni di elevata
complessità, (lesioni lunghe, calcifiche, ostiali, di biforcazione) la
valutazione IVUS offre informazioni aggiuntive non ottenibili con la sola
valutazione angiografica, sul corretto posizionamento del device.
P197
PROFILASSI DELLA TROMBOSI TARDIVA DI DES CON INIBITORI DELLA
GLICOPROTEINA IIb/IIIa IN PAZIENTI DA SOTTOPORRE AD INTERVENTI DI
CHIRURGIA MAGGIORE
Andrea Rognoni1, Alessandro Lupi1, Sergio Macciò2, Elisa Rondano2,
Angelo Sante Bongo1, Giorgio Rognoni2
1
Cardiologia Ospedaliera, A.O.U. “Maggiore della Carità”, Novara,
2
Divisione di Cardiologia, Ospedale Sant’Andrea, ASL Vercelli, Vercelli
Introduzione. La cardiopatia ischemica rappresenta una tra le prime cause
di ospedalizzazione nei paesi industrializzati e nel corso degli anni i
progressi nel trattamento invasivo con angioplastica coronarica ne hanno
ridotto la mortalità e la morbilità, soprattutto e grazie all’utilizzo di stent
medicati a rilascio di farmaco. Tali device necessitano di una doppia
terapia antiaggregante con aspirina e tienopiridine a lungo termine che
contrasta con l’eventuale necessità dei pazienti di essere sottoposti ad
interventi di chirurgia maggiore (ortopedica e addominale) per l’elevato
rischio di sanguinamento intra e perioperatorio.
Scopo e metodi. Lo scopo del nostro lavoro è stato quello di valutare
retrospetticamente, su una casistica di pazienti selezionati da sottoporre ad
intervento chirurgico, l’efficacia della sospensione della antiaggregazione
orale con embricazione con inibitore della glicoproteina IIb/IIIa per via
endovenosa sistemica (tirofiban); abbiamo valutato inoltre gli effetti di
tale terapia per il rischio di sanguinamento (criteri TIMI).
Risultati. 15 pazienti con recente (<1 anno) impianto di DES di prima
generazione (sirolimus eluting stent) in attesa di intervento non differibile
di chirurgia maggiore sono stati sottoposti a terapia con tirofiban (dosaggio
standard utilizzato da linea guida per le sindromi coronariche acute) a
decorrere da 24 ore prima dell’intervento (sospensione della terapia
antiaggregante orale 4 giorni prima); la terapia con tirofiban è stata sospesa
5 ore prima dell’intervento e riavviata nel postoperatorio a due ore
dall’intervento fino al riavvio della terapia antiaggregante orale a giudizio
chirurgico. Non ci sono stati casi di morte, infarto miocardico, trombosi deli
stent; abbiamo riscontrato due casi di sanguinamento maggiore (criteri
TIMI) e due di sanguinamento minore (criteri TIMI); un solo caso ha
necessitato di trasfusione ematica conseguente al sanguinamento.
Conclusioni. In pazienti portatori di stent coronarici medicati che vengono
sottoposti ad interventi di chirurgia maggiore, la sospensione
dell’antiaggregazione orale ed avvio di inibitori della glicoproteina IIb/IIIa
per via endovenosa, si dimostra sicura nell’evitare trombosi subacuta e
sanguinamenti maggiori. Studi clinici con campioni più numerosi saranno
necessari in futuro per tracciare una linea comune di trattamento nei
pazienti in oggetto.
P198
INCIDENCE AND PREDICTORS OF CORONARY STENT THROMBOSIS:
EVIDENCE FROM AN INTERNATIONAL COLLABORATIVE META-ANALYSIS
INCLUDING 30 STUDIES, 225 488 PATIENTS, AND 4203 THROMBOSES
Fabrizio D’Ascenzo1, Mario Bollati1, Fabrizio Clementi2, Davide Castagno1,
Bo Lagerqvist3, Jose Maria de la Torre Hernandez4, Juriën M. ten Berg5,
Bruce R. Brodie6, Philip Urban7, Lisette Okkels Jensen8, Gabriel Sardi9,
Ron Waksman9, John M. Lasala10, Stefanie Schulz11, Gregg W. Stone12,
Flavio Airoldi13, Antonio Colombo14, Gilles Lemesle15,
Robert J. Applegate16, Piergiovanni Buonamici17, Ajay J. Kirtane12,
Anetta Undas18, Imad Sheiban1, Fiorenzo Gaita1, Giuseppe Sangiorgi19,
Maria Grazia Modena19, Giuseppe Biondi-Zoccai19
1
Division of Cardiology, University of Turin, Turin, Italy, 2Division of
Cardiology, University of Tor Vergata, Rome, Italy, 3Division of
Cardiology, Uppsala Clinical Research Centre, Uppsala University,
Uppsala, Sweden, 4Division of Cardiology, Hospital Marques de
Valdecilla, Santander, Spain, 5Department of Cardiology, St. Antonius
Hospital, Nieuwegein, The Netherlands, 6LeBauer Cardiovascular
Research Foundation, Greensboro, NC, USA, 7Division of Cardiology,
La Tour Hospital, Meyrin, Switzerland, 8Odense University Hospital,
Odense, Denmark, 9Division of Cardiology, Washington Hospital Center,
Washington, DC, USA, 10Division of Cardiology, Washington University
School of Medicine, St. Louis, MO, USA, 11Deutsches Herzzentrum,
Technische Universitat, Munich, Germany, 12Columbia University Medical
Center and the Cardiovascular Research Foundation, New York, NY, USA,
13
Division of Cardiology, IRCCS Multimedica, Sesto S. Giovanni, Italy,
14
EMO GVM, Centro Cuore Columbus, Milan, Italy, 15Hôpital
Cardiologique, Lille, France, 16Division of Cardiology, Wake Forest
University School of Medicine, Winston-Salem, NC, USA, 17Department
of Cardiology, Careggi Hospital, Florence, Italy, 18Jagiellonian University
School of Medicine, Krakow, Poland, 19Division of Cardiology, University
of Modena and Reggio Emilia, Modena, Italy
Introduction. Stent thrombosis remains the Achilles’ heel of percutaneous
coronary intervention (PCI) with stenting, because of its potential
devastating clinical impact. Data on its incidence and predictors are sparse
and conflicting. We performed a collaborative systematic review on
incidence and predictors of stent thrombosis.
Methods. PubMed was systematically searched (updated July 2010) for
studies including ≥2000 patients undergoing coronary stenting or
reporting on ≥40 thromboses. Study features, patient characteristics,
incidence and predictors of stent thrombosis were abstracted and pooled,
when appropriate, with random-effect methods (point estimate [95%
confidence intervals]).
Results. A total of 30 studies were identified (225 488 patients, 4203
thromboses). Drug-eluting stent (DES) were used in 87% of patients. After
a median of 22 months, definite, probable, or possible stent thrombosis had
occurred cumulatively in 2.6% (2.3-2.9%), with acute in 0.3% (0.2-0.5%),
subacute in 1.1% (0.9-1.3%), late in 0.5% (0.4-0.6%), and very late in 0.7%
(0.5-0.9%), with similar figures for studies reporting only on DES, except for
lower rates of acute ST which were 0,15% (0.09-0.22%)). The most common
and/or powerful predictors of stent thrombosis were diabetes, stent
implantation in acute coronary syndromes, greater number and length of
stents, stent undersizing, and premature antiplatelet therapy discontinuation.
However, there was great variation between the reports in the predictors
of stent thrombosis, with no factors present in the majority of studies
Conclusions. Given its dreadful consequences, stent thrombosis maintains a
major detrimental clinical impact irrespectively of its relatively low
incidence. Thus, despite a plethora of candidate risk factors, clinicians should
remain aware that individual risk prognostication remains elusive until
further trials, possibly exploiting genomic approaches, will be available.
P199
CONTRAST INDUCED NEPHROPATHY AFTER PRIMARY PCI: PREVALENCE
AND PROGNOSTIC IMPACT - DATA FROM PRIMARY PCI REGISTRY OF
TRIESTE
Francesco Giannini1, Andrea Perkan1, Giancarlo Vitrella1, Giulia Barbati2,
Marco Cinquetti1, Sara Santangelo1, Serena Rakar1, Erica Della Grazia1,
Alessandro Salvi1, Gianfranco Sinagra1
1
Cardiovascular Department, “Ospedali Riuniti” and University of
Trieste, Trieste, 2Department of Environmental Medicine and Public
Health, University of Padua, Padova
Background. Contrast induced nephropathy (CIN) is a possible complication
of coronary diagnostic and interventional procedures, and ST elevation
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
85S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
myocardial infarction (STEMI) patients treated with percutaneous coronary
intervention (PCI) are a group at high risk of CIN. Nevertheless the real
prevalence and prognostic impact of CIN in STEMI patients is still unclear.
Aim. To assess prevalence, clinical predictors and outcome of CIN after
primary PCI for STEMI patients.
Methods. 701 STEMI patients (76% men, mean age 66±12 yrs; iodixanol
was used in 76% of pts., 193±82 cc/procedure), underwent primary PCI
from December 2003 to December 2009. We measured serum creatinine
levels at baseline and in the following (2 and 3-7) days. CIN was defined
as an absolute increase in creatinine >0.5 mg/dl after PCI in the absence
of other causes of renal failure. Short term (within 30 days from STEMI),
long term (following 30 days) and overall mortality were evaluated.
Results. CIN occurred in 34 patients (5%). Patients developing CIN were
older, had a higher incidence of diabetes mellitus and lower left
ventricular ejection fraction. Heart failure (OR 5.084, CI 95% 1.85-14,
p=0.002), TIMI index score (OR 1.025, CI 95% 1.004-1.047, p=0.021) and
glycemia (1.008, CI 95% 1.003-1.012, p=0.002) were found to be
independent predictors of CIN at multivariate analysis. Development of
CIN was significantly related to higher 30 day mortality or re-infarction
(42 vs 8%, p<0.001) and long-term mortality (71% vs 11%, p<0,001). At
multivariate analysis, age (for 5 years increase OR 1.06, CI 95% 1.02-1.11,
p=0.003), Killip class III-IV (OR 11.83, CI 95% 5.01-20.63, p<0.001), reduced
(<45%) left ventricular ejection fraction (OR 2.71, CI 95% 1.19-6.16,
p=0.017) and CIN (OR 3.28, CI 95% 1.15-9.33, p=0.026) were found to be
independent predictors of 30 days mortality. Intraprocedural abciximab
administration was related to a reduced mortality at 30 days (OR 0.34, CI
0.14-0.82, p=0.017). CIN was also found to be an independent predictor of
long term mortality (OR 4.1, CI 95% 2.34-6.86, p<0.001).
Conclusions. CIN is relatively frequent in STEMI patients undergoing
primary PCI and its development is associated with an increased risk of
both 30 day and long term mortality.
Cardiologia interventistica: TAVI
P200
PROGRAMMA COREVALVE A BRESCIA: RISULTATI A BREVE TERMINE DI
TRE ANNI DI ESPERIENZA
Elena Tanghetti, Claudia Fiorina, Giuliano Chizzola, Salvatore Curello,
Diego Maffeo, Giuseppe Seresini, Aldo Manzato, Mario Frontini,
Giuseppe Coletti, Federica Ettori
Laboratorio di Emodinamica, Divisione di Cardiologia,
Dipartimento Cardiotoracico, Spedali Civili, Brescia
Introduzione. L’impianto valvolare aortico percutaneao (TAVI)
rappresenta una potenziale alternativa per i pazienti affetti da stenosi
aortica severa sintomatica con controindicazione assoluta o relativa alla
chirurgia. Riportiamo l’esperienza a 3 anni di un singolo centro.
Materiali e metodi. Da settembre 2007 ad ottobre 2010 sono stati eseguiti
133 impianti percutanei valvolari aortici (TAVI) con CoreValve Revalving
System (Medtronic, Minneapolis) in pazienti con stenosi aortica severa
sintomatica ad elevato rischio o con controindicazione assoluta alla
sostituzione valvolare chirurgica (età media di 83±9 anni, 59% sesso
femminile, Logistic EuroSCORE di 22±15%). Abbiamo valutato: a) il
successo tecnico (posizionamento stabile della valvola con corretto
funzionamento valutato angiograficamente ed ecocardiograficamente)
in assenza di complicanze correlate alla TAVI: rottura dell’anello
valvolare/aorta, rottura di cuore, occlusione coronarica; b) il successo
procedurale acuto e nelle prime 24 h (successo tecnico in assenza di MACE:
morte, infarto miocardico ed ictus); c) la mortalità per tutte le cause e
l’impianto di pacemaker (PM) a 30 giorni.
Risultati. 133 pazienti consecutivi sono stati sottoposti a TAVI mediante
sistema CoreValve ReValving System (Medtronic, Minneapolis) tramite
accesso femorale (92.5%), ascellare (6.7%) e transaortico in minitoracotomia
(0.7%). Il successo tecnico è stato del 100% ed il successo procedurale acuto
del 95% I MACE comprendevano una mortalità intraprocedurale del 2% ed
ictus del 2% (3/133, rispettivamente). Le complicanze della TAVI che si
sono manifestate comprendevano 2 occlusioni del tronco comune
secondarie all’impianto valvolare risoltesi con PTCA (1.5%), 2 rotture
dell’anello valvolare (1.5%) ed una rottura della parete libera del
ventricolo sinistro (0.7%) (responsabili della morte intraprocedurale). La
mortalità per tutte la cause a 30 giorni è stata del 9% (12/133). La necessità
di impiantare un PM entro i primi 30 giorni era del 23%.
Conclusioni. Questi dati confermano la fattibilità dell’impianto percutaneo
di valvola aortica anche in pazienti con elevato o proibitivo rischio
chirurgico.
P201
SOSTITUZIONE VALVOLARE AORTICA PERCUTANEA: COMPLICANZE
PRECOCI IN UNITÀ DI TERAPIA INTENSIVA E RISULTATI A MEDIO TERMINE
C. Agostini, F. Meucci, G. Squillantini, S. Valente, M. Chiostri,
D. Innocenti, G. Rosso, G. Santoro
S.O.D. Diagnostica Interventistica Cardiovascolare, Dipartimento
Cardiologico e dei Vasi, Azienda Ospedaliera Universitaria Careggi,
Firenze
Introduzione. La sostituzione valvolare aortica per via percutanea (TAVI)
rappresenta una valida opzione terapeutica in pazienti affetti da stenosi
valvolare aortica severa ad alto rischio chirurgico o inoperabili.
Metodi. Tra febbraio 2008 e dicembre 2010, 107 pazienti con stenosi
86S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
aortica severa, ad alto rischio chirurgico o non operabili, sono stati
sottoposti a TAVI nel nostro centro. Sono state utilizzate la bioprotesi
Medtronic CoreValve System di pericardio porcino e la Edward Sapien di
pericardio bovino. L’impianto è stato eseguito da accesso femorale,
succlavio e trans-apicale.
Risultati. Le caratteristiche cliniche erano: età media 82.6 anni, sesso
femminile 58.8%, diabete mellito 30.8%, insufficienza renale cronica 32.7%,
BPCO severa 21.5%, arteriopatia periferica 25.2%, pregresso stroke 9.4%,
coronaropatia 40.2%, pregresso intervento cardiochirurgico 19.6%,
EuroSCORE medio 18.4%, aorta a porcellana 8.4%, torace ostile 8.4%,
frazione di eiezione media 51%. È stato usato l’accesso femorale percutaneo
nel 75.7%, femorale chirurgico nello 0.9%, succlavio nell’8.4% e transapicale
nel 15% dei casi. La procedura è stata eseguita in anestesia generale nel
23% dei casi ed in sedoanalgesia profonda nei restanti casi. Nel 99.1% dei
casi si è ottenuto successo procedurale, nel 4.7% è stato posizionato un
secondo device per la dislocazione del primo o per rigurgito aortico severo
residuo, nello 0.9% la valvola si è dislocata in aorta ascendente senza
possibilità di un secondo impianto. Le principali complicanze
intraprocedurali sono state: infarto miocardico acuto (0.9%) trattato con
PCI in emergenza, arresto cardiaco (0.9%) sottoposto a rianimazione
cardiopolmonare efficace, ictus (3.7%). La mortalità intraoperatoria è stata
dello 0%. La durata media del monitoraggio è stata di 1.5 giorni in terapia
intensiva e di 0.5 giorni in terapia subintensiva. Durante tale periodo le
maggiori complicanze sono state: insufficienza renale acuta (17.8%) con
necessità di emodiaultrafiltrazione (CVVHDF) (10.3%, in cui la degenza
media in terapia intensiva è stata di 5.5 giorni), tamponamento cardiaco
da pacemaker temporaneo (0.9%), impianto di pacemaker definitivo per
BAV completo (16%), complicanze vascolari maggiori (ematoma
retroperitoneale, dissezione, pseudoaneurisma) (5.6%), sottoposte in 1 caso
a correzione chirurgica, in 3 casi a correzione percutanea e nei restanti casi
a terapia medica; il 2.8% dei pazienti sono stati sottoposti a ventilazione
non invasiva. A 30 giorni dall’impianto, la mortalità è stata del 9.4% (14%
nei primi 50 casi, 5.3% nei restanti) e nell’1.9% sono avvenuti ricoveri per
scompenso cardiaco. I pazienti sono stati seguiti in follow-up a 1, 3, 6 e 12
mesi. La mortalità a 12 mesi è risultata del 16.7% e quella complessiva
(decessi periprocedurali e nel follow-up) del 24,6%.
Conclusioni. Nonostante l’elevato rischio e le gravi comorbilità dei pazienti,
la durata della degenza in terapia intensiva, nei pazienti sottoposti a TAVI,
risulta breve e non viene modificata dal tipo di anestesia, mentre è
prolungata dall’insufficienza renale che richieda CVVHDF.
P202
TRATTAMENTO CHIRURGICO VS TRANSCATETERE DELLA STENOSI
VALVOLARE AORTICA NELL’ULTRAOTTANTENNE: STIAMO UTILIZZANDO
CRITERI DI SELEZIONE ADEGUATI?
Paolo Tartara, Davide Patrini, Nicola Valerio, Emanuela Tavasci,
Elena Perlasca, Paolo Sganzerla, Vincenzo Arena, Ettore Vitali
Cliniche Humanitas Gavazzeni, Bergamo
Background. L’impianto di protesi valvolare aortica transcatetere (TAVI)
trova indicazione nei pazienti non operabili con l’intervento tradizionale,
per lo più molto anziani e con gravi comorbilità. Nell’ambito dei pazienti
ultraottantenni, quali e quanti di questi vanno indirizzati alla procedura
transcatetere? L’EuroSCORE è ancora valido come criterio di valutazione
del rischio in questi pazienti?
Metodi. Da maggio 2008 a dicembre 2010, 94 pazienti ultraottantenni con
stenosi valvolare aortica severa sintomatica sono stati valutati per
intervento di sostituzione valvolare. Come criterio di selezione, seguendo
le indicazioni delle società scientifiche internazionali, è stata adottata
l’operabilità tecnica e la stima del rischio mediante EuroSCORE logistico
(ES log), con valore cutoff pari a 20%. Tutti i pazienti operabili e con ES log
<20% sono stati indirizzati a sostituzione valvolare con chirurgia
tradizionale (gruppo A, n=61, ES log medio 10.81±4.4%), mentre i 26
pazienti con ES log >20% (gruppo B, n=26, ES log medio 33±14.1%) sono
stati sottoposti ad impianto di valvola aortica transcatetere per via
transapicale (n=23) o trans femorale (n=3). Abbiamo escluso dall’analisi 7
pazienti (5 lasciati in terapia medica, 2 sottoposti a chirurgia tradizionale
per controindicazione a TAVI, poi deceduti). I pazienti del gruppo B erano
significativamente più anziani e caratterizzati da una maggior comorbilità
cardiaca (FE ridotta), vascolare, polmonare e renale.
Risultati. Mortalità e morbilità ospedaliere sono risultate simili nei 2
gruppi ma con un trend, statisticamente non significativo, a vantaggio del
gruppo B: mortalità a 30 giorni 6.5 vs 3.8%, mortalità a 3 mesi 8.2 vs 7.7%,
incidenza di insufficienza renale (classe AKI 3 e 4) 36.7 vs 23.1%, necessità
di impianto di PM 3.6 vs 0%, complicanze neurologiche 6.7 vs 3.8%,
rispettivamente nei gruppi A e B. Lo stesso dicasi per la durata della
ventilazione meccanica postoperatoria e la degenza in unità intensiva
(39.2 vs 29.7 ore, e 75.6 vs 58 ore, nei gruppi A e B rispettivamente). Dei 5
pazienti deceduti del gruppo A, 3 erano epatopatici e 2 defedati.
Conclusioni. Una buona parte dei pazienti ultraottantenni con stenosi
aortica severa può affrontare l’intervento tradizionale a cuore aperto con
un rischio contenuto. La procedura transcatetere, in pazienti a rischio
decisamente superiore, è nel breve termine almeno altrettanto sicura ed
efficace, e inoltre meno invasiva. I risultati suggeriscono quindi una
possibile estensione dell’indicazione. Per indirizzare i pazienti al
trattamento più corretto il criterio dell’EuroSCORE logistico del 20%
dovrebbe essere accostato ad ulteriori criteri di valutazione del rischio,
come le condizioni generali del paziente e l’epatopatia. L’estensione della
tecnica transcatetere a tutti gli ultraottantenni è comunque al momento
prematura, in mancanza di dati sui risultati a lungo termine.
POSTER
P203
L’IMPIANTO DI PROTESI VALVOLARE AORTICA PER VIA TRANSAPICALE:
UNA TECNICA SOLO APPARENTEMENTE PIÙ INVASIVA
Paolo Tartara, Davide Patrini, Emanuela Tavasci, Nicola Valerio,
Elena Perlasca, Paolo Sganzerla, Vincenzo Arena, Ettore Vitali
Cliniche Humanitas Gavazzeni, Bergamo
Background. L’impianto di protesi valvolare aortica transcatetere può
essere eseguito per via periferica transfemorale (o transascellare), oppure
in alternativa per via transapicale, attraverso una minitoracotomia sx.
Metodi. Da luglio 2008 a dicembre 2010, 29 pazienti con stenosi valvolare
aortica severa sintomatica sono stati sottoposti ad impianto di protesi
valvolare aortica Edwards Sapien per via transapicale. Per tutti i pazienti
l’intervento di sostituzione valvolare aortica tradizionale in circolazione
extracorporea era stato escluso per inoperabilità tecnica e/o rischio
operatorio proibitivo; l’EuroSCORE logistico medio risultava pari al 31.5%
(range 7-71%), e l’età media 82.9 anni (range: 66-95). 12 pazienti avevano
già subito un intervento di bypass aortocoronarico; 18 pazienti erano in
classe funzionale II o IV NYHA.
Risultati. Il tempo medio di procedura è stato di 115 min (range 100-140
min), il volume medio di contrasto utilizzato è stato 121 mL. In un solo
caso si è resa necessaria conversione ad intervento di sostituzione valvolare
in sternotomia e CEC, con esito successivo favorevole. Gli altri 28 impianti
si sono svolti con successo, con posizionamento e funzionamento protesico
adeguati (gradiente medio 9.3 mmHg; rigurgito paraprotesico presente in
19 pazienti, sempre emodinamicamente non significativo). La mortalità
ospedaliera è risultata del 3.8% (1 caso). Incidenza di complicanze:
insufficienza renale (AKI >2) 19.2%, ictus senza reliquati 3.4%, necessità
impianto PM 0%, revisione per sanguinamento 6.8%, necessità di
trasfusioni 37.9%. La durata media della ventilazione meccanica è stata
pari a 28.5 ore (mediana 11 ore).
Conclusioni. L’impianto di protesi valvolare aortica per via transapicale è
una procedura sicura, efficace ed affidabile, che può essere proposta a
tutti i pazienti (anche a rischio molto elevato) con indicazione a valvola
transcatetere, senza le limitazioni dell’asse arterioso aortico e periferico
che ha l’accesso transfemorale. Il breve tragitto dall’apice cardiaco alla
valvola aortica rende inoltre più facile il corretto posizionamento della
protesi.
P204
THE ROLE OF PERCUTANEOUS BALLOON AORTIC VALVULOPLASTY IN
PATIENT SELECTION FOR TRANSCATHETER AORTIC VALVE IMPLANTATION
Barbara Bordoni, Francesco Saia, Cinzia Marrozzini, Cristina Ciuca,
Nevio Taglieri, Carolina Moretti, Gianni Dall’Ara, Laura Alessi,
Angelo Branzi, Antonio Marzocchi
Istituto di Cardiologia, Policlinico S. Orsola-Malpighi, Bologna
Background. Several patients with aortic stenosis (AS) who have been
declined for surgical aortic valve replacement (AVR) are not immediately
eligible for transcatheter aortic valve implantation (TAVI). We sought to
assess the role of percutaneous balloon aortic valvuloplasty (BAV) in
patient selection for TAVI.
Methods. Between July 2007 and December 2009, 210 patients referred to
our institution for BAV were screened for TAVI. We identified 3 groups:
accepted for TAVI (n=65, 31%), excluded from TAVI (n=67, 32%); BAV as
a bridge to TAVI (n=78, 37%). This last group represents the focus of the
present study and comprises patients with low left ventricular ejection
fraction, frailty or enfeebled status, symptoms of uncertain origin, critical
conditions, moderate-to-severe mitral valve regurgitation, need for major
non-cardiac surgery. Outpatient clinic visit and echocardiography were
performed around one month after BAV in order to choose the final
therapeutic strategy (medical treatment, TAVI, AVR).
Results. Mean age was 81±8 years and the vast majority of patients had
comorbidities and high-risk features. The incidence of periprocedural
adverse events was 6.4%: 5.1% death (4 patients: 1 procedural
complication, 3 natural disease progression), 1.3% minor stroke. After
BAV, 46% of the patients were deemed eligible for TAVI, and 28% for
AVR. Patients who underwent TAVI showed similar 1-month survival in
comparison to other patients undergoing TAVI in our hospital.
Conclusions. BAV is a safe and effective tool for patient selection when
indications to TAVI are not obvious.
P205
COMPLEMENTARY ROLE OF DIFFERENT DEVICES AND APPROACHES FOR
TRANSCATHETER AORTIC VALVE IMPLANTATION
Barbara Bordoni1, Francesco Saia1, Cinzia Marrozzini1, Cristina Ciuca1,
Nevio Taglieri1, Carolina Moretti1, Gianni Dall’Ara1, Valerio Lanzillotti1,
Carlo Savini2, Emanuele Pilato2, Roberto Di Bartolomeo2, Angelo Branzi1,
Antonio Marzocchi1
1
Istituto di Cardiologia, Policlinico S. Orsola-Malpighi, Bologna,
2
U.O. di Cardiochirurgia, Bologna
Background. Transcatheter aortic valve implantation (TAVI) is superior to
standard therapy in patients with severe aortic stenosis (AS) who were
not suitable candidates for surgery.
Methods. Between February 2008 and September 2010, 97 high-risk
patients aged 84±5 years with symptomatic severe AS (valve area<1 cm²)
excluded from cardiac surgery underwent TAVI. The average Society
of Thoracic Surgeons (STS) score was 13.2±6.5%, LogEuroSCORE
22.87±12.33%, 10% had porcelain aorta, 19% previous cardiac
intervention, 25% severe pulmonary disease. The Medtronic CoreValve
(Medtronic, Minneapolis, Mn) was implanted in 64 patients (52
percutaneous transfemoral, TF, and 12 trans-subclavian, TS), the EdwardsSapien (Edwards Lifesciences Inc, Irvine, Ca) in 33 patients (23 transapical,
TA, and 10 TF, 2 surgical and 8 percutaneous). Clinical follow-up was
performed at 1, 6 and 12 months. Echocardiography was planned at
discharge, 3, 12 and 24 months.
Results. General anesthesia was performed in 40.2% of patients (TA
95.6%, TF 42.3%, and TS 25%). The procedure was successful in 95.8% of
patients; 2 patients received a valve-in-valve prosthesis for severe aortic
regurgitation, in other 2 patients post-procedure regurgitation degree
was moderate to severe. In-hospital mortality was 3% (1 acute coronary
occlusion, 1 major hemorrhage and 1 multiorgan failure). Other inhospital adverse events were new PM implantation (17.5%), cardiac
tamponade needing pericardiocentesis (2%), access site complication
requiring treatment (2%), acute myocardial infarction (2%), major
bleeding (3%). There were no cases of stroke. Mean follow-up was 299 ±
241 days (range 2-929 days). Cumulative survival was 93.4% at 30-day and
85.5% at 1-year. There were no significant differences between the type
of prosthesis used or the implantation site (1-year survival: TF 88%, TS
84%, TA 80% p=0.97; CoreValve 86%, Edwards 84% p=0.93). There were
no significant changes of echocardiographic parameters between hospital
discharge and 2-year follow-up.
Conclusion. Tailored TAVI with use of different devices and access sites is
associated with excellent clinical results and might increase the number of
eligible patients.
P206
VALUTAZIONE DELLA QUALITÀ DI VITA A BREVE E MEDIO TERMINE IN
PAZIENTI SOTTOPOSTI A TAVI
Francesca Giordana, Stefano Salizzoni, Michele La Torre,
Sebastiano Marra, Maurizio D’Amico, Mauro Giorgi, Valeria Frisenda,
Mario Lupo, Imad Sheiban, Mara Morello, Fiorenzo Gaita, Mauro Rinaldi
“Heart Team”, Ospedale San Giovanni Battista, Torino
Background. L’età avanzata e le numerose comorbilità in alcuni pazienti
(pz) affetti da stenosi aortica severa sintomatica (SASS) costituiscono una
controindicazione alla sostituzione valvolare aortica tradizionale.
L’impianto di protesi aortiche per via transcatetere (TAVI) appare oggi
come un’emergente alternativa terapeutica a medio/breve termine e viste
le caratteristiche di questa popolazione si ritiene fondamentale una
valutazione della qualità di vita post-procedurale.
Materiali e metodi. Da maggio 2008 a dicembre 2010 presso il nostro
centro sono stati trattati con TAVI 77 pz con SASS ad elevato rischio
chirurgico. Sono state impiantate 33 protesi CoreValve transfemorali, 44
protesi Edwards di cui 20 transfemorali (14 con catetere 24 F, 6 con
catetere 18 F) e 24 transapicali. Di seguito vengono riportati le
caratteristiche della popolazione (media±DS): età 82.5±6.7; area
funzionale valvola aortica 0.59±0.16 cm2; gradiente transvalvolare medio
52.5±17.7 mmHg; frazione d’eiezione 57.3±13.8%; Logistic EuroSCORE
19.5±11.8%, STS mortality 7.6±5.5%. Il 59.7% (46/77) pz era di sesso
femminile; 59 pz (76.6%) erano in classe NYHA ≥3 prima dell’intervento
mentre il 23.4% era in classe NYHA 2; 10 pz (13.0%) erano già stati
sottoposti ad intervento cardiochirurgico; 12 pz (15.6%) erano affetti da
tumore maligno pregresso o in corso di trattamento; 15 pz (19.5%)
presentavano BPCO di grado almeno moderato e 3 pz (3.9%) erano in
dialisi. Il follow-up (FU) è stato eseguito alla dimissione a 3-6-12 e 24 mesi
(FU medio 338 giorni). La qualità di vita è stata valutata applicando prima
e dopo l’intervento le seguenti scale: Lee-score; SF-12; EuroQol (EQ-5D);
Independence in activities of daily living (ADL, IADL); Nottingham Health
Profile (NHP); Kansas City Cardiomyopathy Questionnaire (KCCQ).
Risultati. La mortalità a 30 giorni è stata del 9.1% (7 pz). La sopravvivenza
attuariale ad un anno calcolata con le curve di Kaplan-Meier è del 71.3%.
Il successo procedurale è stato del 96.1% (in 2 casi è stata necessaria la
conversione ad intervento tradizionale ed in un caso è stata eseguita una
“valve in valve”); nel post-operatorio si sono verificati 7 accidenti
cerebrovascolari (9.1%) di cui 2 sono esitati in danni permanenti; 12 pz
(15.6%) hanno necessitato dell’impianto di un pacemaker definitivo dopo
l’intervento. L’elaborazione preliminare dei dati sulla qualità di vita ha
accertato un netto miglioramento post-procedurale. I pz vivi al FU
risultano completamente autonomi o con necessità di minimo aiuto nel
92.4% dei casi. Il 94.3% dei pz sono attualmente in classe NYHA ≤2.
Conclusioni. Nei pz affetti da SASS ad alto rischio operatorio, TAVI risulta
in un netto miglioramento clinico a breve e medio termine. Data l’età dei
pz, le numerose comorbilità e l’elevato impatto economico di tale
procedura, riteniamo essere imprescindibile la valutazione della qualità
di vita e dell’autonomia funzionale in questa popolazione.
P207
OUTCOME CLINICO A TRE ANNI DI IMPIANTO VALVOLARE AORTICO
PERCUTANEO: ESPERIENZA DI UN SINGOLO CENTRO
Elena Tanghetti, Claudia Fiorina, Giuliano Chizzola, Salvatore Curello,
Diego Maffeo, Giuseppe Seresini, Mario Frontini, Aldo Manzato,
Giuseppe Coletti, Federica Ettori
Laboratorio di Emodinamica, Divisione di Cardiologia,
Dipartimento Cardiotoracico, Spedali Civili, Brescia
Introduzione. L’impianto valvolare aortico percutaneao (TAVI)
rappresenta una potenziale alternativa per i pazienti affetti da stenosi
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
87S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
aortica severa sintomatica con controindicazione chirurgica o ad alto
rischio di sostituzione valvolare aortica. Riportiamo l’esperienza a 3 anni
di un singolo centro.
Materiali e metodi. Da settembre 2007 ad ottobre 2010 c/o la Divisione di
Cardiologia degli Spedali Civili di Brescia sono stati valutati 240 pazienti
consecutivi affetti da stenosi aortica severa, sintomatica, con
controindicazione chirurgica o ad elevato rischio cardiochirurgico. Il 55%
presentava criteri clinico-anatomici compatibili per l’impianto di bioprotesi
aortica tipo CoreValve (Medtronic, Minneapolis). Abbiamo valutato la
mortalità per tutte le cause e cause cardiovascolari, l’outcome clinico
(riospedalizzazioni per scompenso cardiaco, classe NYHA) ed
ecocardiografico (gradiente trans valvolare, leak paraprotesici, frazione
di eiezione).
Risultati. 133 pazienti consecutivi sono stati sottoposti a TAVI con
CoreValve ReValving System (Medtronic, Minneapolis). Il 59% era di sesso
femminile con età media di 83±9 anni, Logistic EuroSCORE di 22±15% con
LVEF media 52±12%, affetti da stenosi aortica severa (area valvolare
aortica indicizzata 0.3±0.09 cm2/m2) sintomatici (96% in classe NYHA III-IV).
La mortalità totale è stata del 22% con una mortalità per cause
cardiovascolari del 4.5% Durante il follow-up il 12% ha avuto
riospedalizzazioni per scompenso cardiaco. Dal punto di vista
ecocardiografico si è ottenuta un riduzione significativa dei gradienti trans
valvolari aortici (ΔP picco preTAVI 84±25 mmHg vs postTAVI 15±7 mmHg;
p<0.001) rimasti stabili nel corso del follow-up (a tre anni: ΔP picco 17±6
mmHg); i leak paraprotesici si sono mantenuti di grado lieve-moderato. In
soli due casi è stato necessario un posizionamento di seconda valvola
(valve in valve technique) per un peggioramento di leak paraprotesici di
grado moderato. Miglioramento statisticamente non significativo è stato
osservato anche per la LVEF (55±11%, rispetto al basale, p=0.06).
Conclusioni. Nella nostra esperienza il trattamento percutaneo con
bioprotesi aortica tipo CoreValve in una popolazione ad elevato rischio
chirurgico è risultata positiva con buoni risultati a breve e lungo termine.
P208
RISULTATI A BREVE-MEDIO TERMINE DELL’IMPIANTO PERCUTANEO DI
BIOPROTESI VALVOLARI AORTICHE
Tommaso Piva1, Elisa Nicolini2, Gabriele Gabrielli1, Andi Mucaj1,
Massimiliano Serenelli1, Giuseppe Rescigno3, Giorgio Breccia
Fratadocchi1, Alessandro Capucci2, Lucia Torracca3, Giampiero Perna4,
Alberta Pangrazi1
1
SOD Emodinamica, Presidio Cardiologico G.M. Lancisi, Ospedali Riuniti
di Ancona, 2Clinica di Cardiologia, Ospedali Riuniti di Ancona, 3SOD
Cardiochirurgia, Presidio Cardiologico G.M. Lancisi, Ospedali Riuniti di
Ancona, 4SOD Cardiologia, Presidio Cardiologico G.M. Lancisi, Ospedali
Riuniti di Ancona
Obiettivi. Analisi retrospettiva dei risultati dell’impianto di TAVI presso il
Presidio di Alta Specializzazione Cardologica “G.M. Lancisi” degli Ospedali
Riuniti di Ancona.
Materiali e metodi. Nel periodo dal 13 ottobre 2009 al 30 novembre 2010,
31 pz, donne, uomini, età media EuroSCORE logistico additivo medio con
stenosi aortica severa non suscettibili di correzione chirurgica tradizionale
sono stati candidati a TAVI. In considerazione dei rischi e dei costi
procedurali, in particolare in tempi di limitatezza delle risorse, nel Nostro
Centro la selezione è stata effettuata da un’unità di valutazione specifica,
composta da un cardiochirurgo, un emodinamista ed un cardiologo
clinico. Sono stati valutati i risultati procedurali, intraospedalieri ed al
follow-up ad 1, 3, 6 e 12 mesi.
Risultati. Il successo tecnico è stato ottenuto in tutte le 31 procedure e sono
state impiantate 24 Corevalve 26 mm e 7 CoreValve 29 mm. Le procedure
sono state effettuate attraverso accesso percutaneo femorale in 26 casi,
con accesso succlavio dx in 1 (3.2%), succlavio sn in 1, con arteriotomia
femorale in 2 (6.4%). Si è registrato un gradiente residuo di rilievo
nell’unico di valve in valve (25 mmHg), mentre si è osservato un rigurgito
residuo di grado minimo in 9 casi (29%) di grado 1 + in 7 casi (22.5%). Le
complicazioni intraprocedurali sono state le seguenti: 1 FV, durante
valvuloplastica, risolta con DC shock; 3 complicazioni vascolari (9.7%),
delle quali 1 ematoma retroperitoneale per fissurazione dell’a. fem
comune dx è stato riparata con impianto di stent ricoperto, 1 dissezione
estesa a. iliaca est sn è stata trattata con revisione chirurgica e stent ed 1
fallimento del sistema di emostasi Prostar è stato risolto con sutura diretta.
Le complicazioni intra-ospedaliere, osservate prevalentemente nei primi
15 casi trattati, sono state: 2 perforazioni da elettrocatetere (>48 h), delle
quali una ha avuto una risoluzione spontanea e l’altra ha determinato
tamponamento cardiaco ed arresto CC, complicato da ischemia intestinale
e decesso; 1 insufficienza respiratoria acuta; 1 CIN transitoria. È stato
necessario impiantare un PM in 8 pz (25.8%), per BAV insorti tra la prima
e la 5° giornata. Al follow-up (medio 9.4±5.5 mesi), la sopravvivenza è del
93.4%, in quanto un ulteriore decesso si è verificato al 6 mese per
scompenso cardiaco, in pz di74 aa affetta da fibrosi polmonare,
ipertensione polmonare, rigurgito tricuspidalico severo ed insufficienza
mitralica ingravescente. Un leak paravalvolare, inizialmente di lieve entità,
è peggiorato al punto da richiedere un’ulteriore dilatazione con pallone
a 6 mesi di distanza dall’impianto. La sopravvivenza libera da nuovi
ricoveri è 90.3%. Un miglioramento della classe funzionale significativo si
è osservato in 21/29 pz (72.4%). Nei restanti 9 soggetti, tutti già in classe
NYHA I o II, non si sono avute modificazioni.
Conclusioni. La TAVI si conferma una valida opzione terapeutica per
pazienti non candidabili alla chirurgia convenzionale, anche se,
particolarmente nei pazienti più fragili, essa non è scevra da complicazioni
88S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
intra e periprocedurali, la cui incidenza tende ad essere contenuta
dall’esperienza. Il miglioramento funzionale soggettivo dopo il
trattamento è sensibile e appare stabile nei primi mesi, ma la mancanza di
dati sui risultati a lungo termine e relativi a popolazioni ampie impongono
un follow-up clinico-strumentale rigoroso, a tempo indeterminato.
P209
EFFICACY OF LEARNING PROGRAM FOR PERCUTANEOUS VALVE
IMPLANTATION
Tommaso Piva1, Elisa Nicolini2, Gabriele Gabrielli1, Giuseppe Rescigno3,
Andi Mucaj1, Massimiliano Serenelli1, Fabrizio Schicchi1,
Giorgio Breccia Fratadocchi1, Lucia Torracca3, Alessandro Capucci2,
Giampiero Perna4, Alberta Pangrazi1
1
SOD Emodinamica, Presidio Cardiologico G.M. Lancisi, Ospedali Riuniti
di Ancona, Ancona, 2Clinica di Cardiologia, Università Politecnica delle
Marche, Ospedali Riuniti di Ancona, Ancona, 3SOD Cardiochirurgia,
Presidio Cardiologico G.M. Lancisi, Ospedali Riuniti di Ancona, Ancona,
4
SOD Cardiologia, Presidio Cardiologico G.M. Lancisi, Ospedali Riuniti di
Ancona, Ancona
Aims. Achieving confidence with a new interventional technique is often
challenging, not only for the execution of procedures, but also for the
management of patients during the hospital stay. The lack of experience
is particularly worrying when facing the first cases without assistance of
operators with expertise on the specific technique. We sought to analyze
the effectiveness of learning program for TAVI on short and mid-term
results of percutaneous aortic revalving in our patient series.
Methods. We have organized an “aortic team”, composed
by interventional, clinical cardiologists and cardiac surgeons for selection
of patients, analysis of cases and follow-up. From October 2009 to
November 2010 treated 32 patients with percutaneous CoreValve
revalving system. Among them, the first 15 (group A) have been
implanted with an experienced proctor, and the following17 (group B)
without. We compared in-hospitals and follow-up outcomes of two
groups, in terms of technical results (success and implantation in the right
position), in-hospital complications and death, length of hospital stay.
Kaplan Meier estimates of survival, and freedom from recurrent
hospitalization have been calculated, and differences regarding NYHA
functional class have been evaluated.
Results. All patients have been implanted successfully, and the valve has
been delivered in a slightly low position in 5/15 cases in group A and in
7/16 in group B (OR 1.5, 95% CI, p=0.55). There were no differences
between two groups with regard to need for permanent pacemaker,
(33.3% vs 23.1%; OR 0.46, 95% CI, p=0.36), procedural or in-hospital
complications (OR 1.5, 95% CI, p=0.68) or death. Length of in-hospital stay
was 9.4±3.1 and 8.2±3.5 days (p=0.1), with a trend to shorter stay in the
second group. Survival rate (93.1 vs 94.1%, p=0.9, HR 0.87, 95% CI) and
freedom from rehospitalisation were similar for both groups (86.7 vs
100%, p=0.2), with 2 patients of group A needing respectively balloon
dilatation of the prosthetic valve and treatment for heart failure. Patient
of both groups underwent to a stable improvement of NYHA functional
class.
Conclusions. Our series is small and we are still at the beginning of the
learning curve, but our data show that there have been no significantly
different results among procedures performed with and without the
presence of an experienced proctor. Furthermore our data are similar to
those of the current literature, confirming the effectiveness of the
learning program for TAVI.
Cardiochirurgia
P210
PROSTHESIS ENDOCARDITIS SIX MONTHS AFTER TRANSCATHETER AORTIC
VALVE IMPLANTATION
Giuseppe Santarpino, Steffen Pfeiffer, Theodor Fischlein
Klinikum Nürnberg, Klinik für Herzchirurgie, Nuremberg, Germany
Endocarditis susceptibility for transcatheter aortic valve implantation
(TAVI) is not yet reported. We present the first reported acute aortic
prosthetic endocarditis in a patient undergoing transapical TAVI.
In November 2009 an 83-year-old woman underwent TAVI (Edwards
SAPIEN 23 mm) with a normal postoperative course. After 6 months despite optimal diuretic therapy - the patient was readmitted because of
pleural effusion and pulmonary infiltration. She had haemoculture
positive for Enterococcus faecalis and we find out an unsubtle
endocarditis: fluctuating vegetation with subvalvular abscess. She
developed cardiogenic shock, requiring orotracheal intubation.
We performed an abscess closure with a pericardial patch and an aortic
valve replacement with a biological stented valve (Sorin Mitroflow 23 mm)
through a standard operation with cardiopulmonary bypass (CPB).
Following intraoperative hemofiltration and inotropic support for
weaning from CPB, the patient was extubated on postoperative day 5,
and was able to leave the intensive care unit after 18 days.
Any surgical procedure entails a risk of infection, especially in patients
with significant comorbidities who are candidates for TAVI, and current
guidelines for the prevention of infective endocarditis should be followed
strictly. Despite the high surgical risk, in our patient the infected valve was
replaced successfully, but larger series are warranted to validate this
therapeutic option in selected cases.
Objectives.
Methods.
POSTER
Results.
failure, advanced age, recent myocardial infarction, depressed LVEF,
P211
diabetes) were the main predictors (logistic regression). Late mortality was
WHICH IS THE PLACE OF HYBRID MYOCARDIAL REVASCULARIZATION IN
associated with severely depressed LVEF, diabetes and renal failure (Cox
THE MANAGEMENT OF CORONARY ARTERY DISEASE? IMPLICATIONS OF
regression). Kaplan-Meier curves for overall survival evidenced that: a)
TIME INTERVAL BETWEEN CABG AND PCI
both the use of two internal mammary grafts and the total arterial
P211
Giuseppe
Nasso, Vito Romano, Felice Piancone, Raffaele Bonifazi,
revascularization IN
is associated
with a late survival
Giuseppe
Visicchio,
Fiore, Katerina
Generali,
Giuseppe Speziale
WHICH
IS Flavio
THE PLACE
OF HYBRID
MYOCARDIAL
REVASCULARIZATION
THE MANAGEMENT
OFadvantage vs. one single
mammary graft plus venous grafts (Figure 1A and 1B); b) there is no
DivisionCORONARY
of Cardiac Surgery,
GVMDISEASE?
Hospitals ofIMPLICATIONS
Care and Research,
ARTERY
OFBari
TIME INTERVAL
BETWEEN
CABG
AND
PCIsurvival among patients receiving
statistical
difference
in
terms
of
late
Objective. Combined left mammary artery-to-left anterior descending
total arterial revascularization or two internal mammary artery grafts
artery bypass grafting plus percutaneous coronary intervention for the
(Figure 1C).
remaining targets (hybrid revascularization) is an emerging option for
Conclusions. The data strongly support the practice of using two arterial
multivessel coronary disease. We sought to ascertain whether a
Conclusions.
conduits rather than one even in the current patient population. The
differential
outcome exists for patients who had a longer (>48 hours,
Objective.
operative and late results of coronary surgery with arterial conduits are
“staged” protocol) vs. shorter (<48 hours, “simultaneous” protocol) time
optimal and should serve as a current benchmark for the comparison with
interval between CABG and PCI.
state-of-the-art percutaneous and hybrid interventions.
Methods. We retrospectively analyzed a total of 3761 hybrid
revascularization procedures from a multi-Institutional electronic database
of prospectively collected data. Following propensity-matching, we
compared 708 vs 708 patients who received either a “staged” or a
Methods.
“simultaneous” protocol during the same hospital stay (Figure 1).
Results. Unsuitability for grafting of the non-left anterior descending
coronary targets and unclampable ascending aorta were the most
common indications to hybrid revascularization. The rate of adverse
cardiac events occurring between the two procedures was comparable
Results.
among the study groups (0.6 vs 0.9%). No statistically significant
differences could be evidenced in terms of 30-days mortality and
morbidity. At a mean 4.1±2 years of follow-up, the overall survival and
the event-free survival were comparable among patients who received
the “staged” or the “simultaneous” protocol (Kaplan-Meier survival
analysis) (Figure 2). Only patient-related factors (advanced age,
compromised systolic function, previous myocardial infarction and
diabetes) rather than procedure-related factors were predictors of followup mortality (Cox hazards regression).
Conclusion. Hybrid revascularization may develop as a powerful tool to
manage patients having increased operative risk and suitable anatomic
Conclusion.
features.
Provided that CABG and PCI are performed during the same
hospital stay, the clinician may adjust the time interval between the two
procedures depending on the individual patients’ condition and the local
settings..
.
P213
P212
EARLY AND LONG-TERM RESULTS OF CORONARY ARTERY BYPASS
SURGERY: THE IMPACT OF ARTERIAL REVASCULARIZATION IN 13 047
PATIENTS
Giuseppe Nasso, Vito Romano, Felice Piancone, Raffaele Bonifazi,
Giuseppe Visicchio, Flavio Fiore, Katerina Generali, Giuseppe Speziale
Division of Cardiac Surgery, GVM Hospitals of Care and Research, Bari
Objectives. We aimed to analyse the results of myocardial revascularization
with arterial conduits. A debate over alternative therapeutic strategies
for multivessel coronary disease is currently ongoing.
Methods. We retrospectively reviewed the electronic records of 13 047
patients undergoing isolated coronary bypass surgery within our hospitals
group in the 2003-2008 period. Coronary surgery was indicated on the
basis of the current guidelines. Operative results and follow-up results
(mean: 37.4 months, range: 72 to 3 months) were available.
Results. Additive EuroSCORE was 0-5 in the 68.8% of cases, 6-9 in 25.4%
and 10-14 in 5.25%. Two mammary artery grafts were employed in the
32.6% of cases, total arterial revascularization was accomplished in 28.2%.
Overall operative mortality was 2.8%. Patient-related factors (renal
PAZIENTI INSTABILI TRATTATI MEDIANTE ANGIOPLASTICA CAROTIDEA E
INTERVENTO CARDIOCHIRURGICO ESEGUITI IN STRETTA SUCCESSIONE.
ESPERIENZA CONSOLIDATA IN UN SINGOLO CENTRO
Paolo Pantaleo, Roberto Coppola, Alberto Lavorgna, Sandro Mazzantini
Dipartimento Cardiologia Medica e Chirurgica, ICLAS-Istituto Clinico
Ligure Alta Specialità, Rapallo
Il trattamento delle stenosi carotidee significative durante intervento di
cardiochirurgia può determinare, oltre al prolungamento del tempo
complessivo dell’intervento, eventi ischemici cerebrali o, a seguito di
bradicardie ed ipotensioni indotte dalla manipolazione del glomo
carotideo, instabilizzazioni emodinamiche o eventi ischemici miocardici.
È consuetudine di molti centri, qualora si presenti il caso, sottoporre i
pazienti dapprima a trattamento chirurgico o percutaneo della stenosi
carotidea e, dopo un mese, procedere all’intervento di cardiochirurgia.
Il trattamento differito tuttavia non è applicabile ai casi, non infrequenti,
nei quali i pazienti vengono riferiti all’atto chirurgico in condizioni cliniche
instabili o comunque indifferibili.
Da oltre cinque anni il nostro Centro ha consolidato per questa tipologia
di pazienti, un trattamento sequenziale, che prevede, laddove l’anatomia
carotidea risulti adeguatamente favorevole, dapprima l’angioplastica
carotidea e, subito dopo, trasferimento in sala operatoria per eseguire
l’intervento cardiochirurgico.
Nessun trattamento antiaggregante è stato somministrato prima della
procedura percutanea per scongiurare eccessivi rischi emorragici; dopo il
primo carico di eparina non frazionata (70 UI/kg), verificato il tempo di
attivazione della coagulazione (ACT), ed eventualmente corretto al fine di
raggiungere un valore superiore ai 250 secondi, i pazienti sono stati
trattati sempre con protezione cerebrale mediante sistema di clampaggio
endovascolare (Mo.Ma. Ultra, proximal cerebral protection device,
Medtronic Inc.).
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
89S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
Nessun paziente ha lamentato eventi ischemici cerebrali dopo la
procedura percutanea in tutta la nostra casistica, né dopo l’atto chirurgico,
tranne un solo caso, con deficit di lato non pertinente col vaso trattato ed
evidenza eco-doppler di pervietà dello stent. Alla terapia eparinizzante
preliminare, veniva fatta seguire eparina a basso peso molecolare al
rientro in terapia intensiva, aspirina in vena, 500 mg, dopo 6 ore e
clopidogrel (carico 300 mg il primo giorno e 75 mg nei giorni seguenti)
dopo la rimozione dei tubi di drenaggio, generalmente entro 48 ore
dall’intervento.
A tutti i pazienti è stata verificata la corretta espansione degli stent
carotidei mediante controllo eco-doppler tra le 24 e le 48 ore dopo
l’intervento chirurgico con esito favorevole.
Conclusioni. La coesistente presenza di lesioni carotidee in pazienti affetti
da gravi quadri coronarici e/o valvolari può esser corretta mediante
angioplastica coronarica e sistema di protezione prossimale
preliminarmente all’atto chirurgico riducendo tempi operatori e rischi di
danno neurologico e cardiologico con efficacia.
P214
CONTEMPORARY RESULTS OF CONVENTIONAL AORTIC VALVE
REPLACEMENT. INSIGHTS FROM 3178 PATIENTS OF THE RERIC REGISTRY
(REGIONE EMILIA ROMAGNA INTERVENTI CARDIOCHIRURGIA)
Marco Di Eusanio1, Fortuna Daniela2, Rossana De Palma2,
Mauro Lamarra3, Donald Cristell4, Claudio Zussa4, Giovanni Contini5,
Tiziano Gherli5, Florio Pigini6, Peppino Pugliese6, Davide Pacini1,
Roberto Di Bartolomeo1
1
Dipartimento Cardiochirurgia, Ospedale S. Orsola-Malpighi, Università
degli Studi, Bologna, 2Agenzia Sanitaria e Sociale della Regione Emilia
Romagna, Bologna, 3Dipartimento Cardiochirurgia, Ospedale Villa Maria
Cecilia, Cotignola, 4Dipartimento Cardiochirurgia, Ospedale Salus,
Reggio Emilia, 5Dipartimento Cardiochirurgia, Università degli Studi,
Parma, 6Dipartimento di Cardiochirurgia, Ospedale Villa Torri, Bologna
Objective. To evaluate outcome and to identify predictors of hospital and
mid-term mortality after primary isolated aortic valve replacement. To
compare early and mid-term survival of patients older and younger than
80 years, and to assess mortality and morbidity of octogenarians with
Logistic EuroSCORE >15%.
Methods. Data from 3178 patients undergoing primary isolated aortic
valve replacement between January 2003 and December 2009 were
prospectively collected in a Regional Registry (RERIC) and analysed to
estimate hospital and mid-term results.
Results. Overall hospital mortality was 2.5%. Age >80 years, NYHA III-IV,
CCS III-IV, pulmonary artery pressure >60 mmHg, infective endocarditis
and severe chronic obstructive pulmonary disease emerged as
independent predictors of hospital mortality on multivariate analysis. At
6 years the survival rate was 79.9%. Age >80, NYHA III-IV, pulmonary
artery pressure >60 mmHg, EF 30-50%, cerebrovascular disease, creatinine
>2 mg/dl and chronic obstructive pulmonary disease emerged as
independent risk factors for 6-year mortality. Six-year survival of patients
in class I-II was higher than survival of patients operated in NYHA class IIIIV and comparable to expected survival of age- and sex-matched 2006
regional population. As compared to younger patients, octogenarians had
higher hospital mortality rate (4.5 vs 2.0%; p=0.0003) and a reduced 6year survival rate (81.7 vs 67.5%; p<0.001). Six-year survival of
octogenarians was similar to the expected survival of age- and sexmatched 2006 regional population. The observed mortality rate in
octogenarians with logistic EuroSCORE >15% (mean: 23.1%) was 8.2%
(p<0.001).
Conclusions. This study provides contemporary data on characteristics and
outcome of patients undergoing first-time isolated aortic valve
replacement.
P215
CLINICAL RESULTS OF ELECTIVE THORACIC AORTIC SURGERY IN THE
ELDERLY
Giuseppe Nasso, Vito Romano, Felice Piancone, Raffaele Bonifazi,
Giuseppe Visicchio, Flavio Fiore, Katerina Generali, Giuseppe Speziale
Division of Cardiac Surgery, GVM Hospitals of Care and Research, Bari
Objectives. Increasing age is a feature of the patients population currently
subjected to cardiac surgery. It has been previously suggested that routine
cardiac operations can be performed in the elderly and in the very elderly,
provided that accurate selection and multifactorial risk evaluation are
performed. Nonetheless, there are very scarce data available to validate
this concept in thoracic aortic surgery, which usually represents a category
of more complex operations than conventional isolated coronary or
valvular surgery. Herein we analyse our experience with elective thoracic
surgery in the elderly.
Methods. We queried our electronic database in order to identify all
patients who received surgery on the thoracic aorta (with or without
surgery of the aortic valve) in the 1992-2008 period, and aged at least 79
years. Data were prospectively included in the database by eight cardiac
surgery divisions. We excluded patients undergoing nonelective surgery.
Selection for operation was based on a multimodality evaluation protocol
and on the DASI score.
Results. A total of 343 patients underwent thoracic aortic surgery; of
these, 161 received nonelective operation. Thus, the final study population
was composed by 182 individuals. Mean age was 82.9±6.1 years. In 158
90S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
cases, the operation was limited to ascending aortic or root replacement
(with or without aortic valve plasty/replacement). In the remaining 24
cases, replacement of the proximal arch or of the entire arch was
accomplished by means of hypothermic arrest and retrograde or
antegrade cerebral perfusion. Overall operative mortality was 5.6%
(12.5% among patients receiving hypothermic arrest). The rate of minor
postoperative complications was 11.9% among patients who received
surgery involving the arch and 8.6% among patients whose operation was
limited to the proximal aorta (p=0.03). Mortality and major morbidity
were comparable among these subgroups. At an average 5.9-year followup, overall survival was 89.5% in the global population. Survival free from
adverse aortic events (reoperation, acute aortic events, metachronous
aneurysm) was 87.6%. Patients who received moderate hypothermia (2425°C degrees rectal temperature) showed a significantly lower rate of
postoperative complications compared with those who had deeper
hypothermia for completion of aortic surgery (21-22°C rectal
temperature).
Conclusions. Thoracic aortic surgery in the elderly patients is feasible in
selected patients, provided that a multimodality protocol is employed for
both preoperative evaluation and integrated postoperative management.
Maintenance of moderate hypothermia with concomitant use of
antegrade selective cerebral perfusion is preferable to deeper
hypothermia plus retrograde cerebral perfusion for neurological
protection, in order to minimize the morbidity related to hypothermia.
P216
PERCEVAL SUTURELESS AORTIC VALVE PROSTHESES: EASY, FAST AND SAFE
Giuseppe Santarpino, Steffen Pfeiffer, Theodor Fischlein
Klinikum Nürnberg, Klinik für Herzchirurgie, Nuremberg, Germany
Objective. There is an increase of elderly patients who need aortic valve
surgery. Especially in this age group a lot of new less invasive strategies are
proposed (e.g. TAVI). We show our first experience with a new sutureless
aortic valve.
Methods. The Sorin Perceval Aortic Valve is a biological pericardial valve,
assembled in a metal stent (Nitinol) and implanted intraannularly without
the need of suturing. As part of pre-marketing multicenter study (Cavalier
Study), 34 patients were screened for a Perceval implantation. All patients
underwent cardiopulmonary bypass (CPB) and mini-invasive approach
(partial upper sternotomy).
Results. 14 patients were excluded due to standardized criteria (bicuspid
valve or aortic annulus >25 mm). 20 patients received a 21 mm valve (2
patients) or 23 mm valve (6 patients) or 25 mm (12 patients), respectively.
X-clamp time was 20.6±7.6 min, implantation time was 8.6±3.1 min. Intraand postoperative echocardiography showed no paravalvular leakage,
low gradients (max 9.4±3.1 mmHg, mean 3.4±2.7 mmHg) and 2 patient
with an intra-prosthesis reflux (1 patient with 1/4+, 1 patient with 2/4+).
All patients were discharged without intra-hospital complications (ICU
stay 1.4±0.5 days, hospital stay 7±0.7 days).
Conclusions. The sutureless Perceval aortic valve is hemodynamically
excellent and - in selected patients - a safe prosthesis. Due to a simple and
fast implantation technique, this valve could guarantee a shorter
operation time in combination with a mini-invasive approach.
P217
IMPIANTO VALVOLARE AORTICO TRANS-APICALE (TAAVI)
Giampaolo Luzi, Federico Ranocchi, Brenno Fiorani, Vincenzo Polizzi,
Rosario Fiorilli, Roberto Violini, Francesco Musumeci
Division of Cardiac Surgery, San Camillo-Forlanini Hospital, Roma
Introduzione. Il trattamento chirurgico della stenosi valvolare aortica nel
paziente anziano ad alto rischio è l’opzione terapeutica di scelta, ma
gravata da alta mortalità. La TAAVI può essere una opzione terapeutica
meno invasiva rispetto l’intervento convenzionale in questa categoria di
pazienti.
Materiali e metodi. Dal giugno 2009 al gennaio 2011, 49 pazienti sono
stati sottoposti a TAAVI nella nostra U.O. In tutti i casi è stata impiantata
valvola Edwards Sapien (19 n° 23, 30 n° 26). Età media 82.1 anni (30-92) ds
4.4. 20 maschi e 29 femmine. 47 pazienti erano in classe NYHA III, 2
pazienti in classe IV. EuroSCORE medio logistico 32% (14-46). FE media
43% (35-60). Comorbilità: BPCO 21 pazienti, insufficienza renale cronica
22, diabete 27, vasculopatia periferica 24, ipertensione polmonare 11
cardiopatia ischemica 7, obesità 14, osteoporosi con crollo vertebrale 4 (1
morbo di Paget). 4 reinterventi 2 urgenza. Tutte le procedure sono state
eseguite nella SO cardiochirurgica ibrida con collaborazione tra
cardiochirurghi ed emodinamisti, sotto controllo agiografico e
ecocardiogramma TEE. L’impianto della valvola è stato in minitoracotomia
sinistra attraverso l’apice del ventricolo sinistro, senza utilizzare la
circolazione extracorporea (CEC).
Risultati. Non si sono verificati decessi intraoperatori, né conversioni ad
intervento per via sternotomica. 4 decessi ospedalieri. 1 impianto di PMK
definitivo, 2 pazienti sottoposti a CVVH post operatoria con successivo
ripristino della funzione renale. 5 pazienti sono stati operati da svegli per
grave BPCO. 32 pazienti sono stati estubati in sala operatoria. AVA
preoperatoria 0.5 cm2, AVA postoperatoria 1.7 cm2. FE post operatoria
48%. Tempo di degenza media in terapia intensiva 36 h. Tempo di
degenza medio in reparto di degenza 6.5 giorni. Al follow-up ad un anno
2 pazienti sono deceduti. 1 per insufficienza respiratoria dopo sei mesi, e
il secondo dopo un anno per polmonite.
Conclusions.
POSTER
Conclusioni. La TAAVI risulta una valida opzione terapeutica in pazienti
anziani e ad alto rischio chirurgico. La mortalità osservata di 4/49 pazienti
(8.1%) è ben inferiore a quella attesa secondo l’EuroSCORE logistico
(32%). La procedura è stata ben tollerata in tutti i pazienti. La valvola
impiantata è risultata ben funzionante garantendo una AVA
soddisfacente (1.7 cm2). Il follow-up ad un anno evidenzia dei risultati
incoraggianti. Ulteriori esperienze ed un follow-up più lungo sono
necessari per confermare l’efficacia della procedura, e per considerarla
una opzione alla chirurgia convenzionale.
P218
COMBINED HEART AND KIDNEY TRANSPLANTATION: REPORT ON TEN
CASES
Giuseppe Bruschi1, Tiziano Colombo1, Luca Botta1, Ghil Busnach2,
Giovanna Pedrazzini1, Aldo Cannata1, Francesca Macera1,
Cosimo Sansalone3, Roberto Paino1, Maria Frigerio1, Luigi Martinelli1
1
Cardiology and Cardiac Surgery Department, 2Nephrology Unit,
3
Kidney-Pancreas Transplantation Unit, Niguarda Ca’ Granda Hospital,
Milan
Objective. Combined heart-kidney transplantation (HKTx) is an accepted
therapeutic option for patients with end-stage heart disease associated
with severely impaired renal function.
Methods. Since April 1989 ten of the 850 heart transplanted patients
underwent combined simultaneous HKTx at our Center, with allografts
harvested from the same donor. Eight patients were males (mean age
44.2±10.12 years); eight patients were on dialysis at the time of
transplantation. Cause of heart failure was ischemic in six patients; renal
failure was secondary to interstitial nephritis in 3 patients.
Results. Eight donors were male, mean age 31.3±16.2 years (range 18 to
69 years). Surgical procedures were uneventful in all patients. One patient
died in the intensive care unit 41 days after transplantation. During longterm follow-up, three patients died: one due to infection and multiorgan
failure 148 months after HKTx, one due to a lung neoplasm after 6 years,
and one, a cerebral stroke at 34 months after transplantation. Only one
patient experienced renal allograft failure secondary to hypertension and
cyclosporine nephrotoxicity at 10 years after HKTx with the need for renal
replacement therapy. Last estimated glomerular filtration rate of all other
patients was 59.3±17.4 ml/min. There have been a total of 4 rejection
episodes in a total cumulative follow-up period of 1159 graft-months
patients.
Conclusions. In selected patients, with coexisting end-stage cardiac and
renal failure, combined HKTx with an allograft from the same donor
proved to give satisfactory short- and long-term results, with a low
incidence of both cardiac and renal allograft complications.
P219
SINGLE CENTRE 25 YEARS HEART TRANSPLANTATION CLINICAL
EXPERIENCE
Giuseppe Bruschi, Tiziano Colombo, Luca Botta, Aldo Cannata,
Francesca Macera, Giovanna Pedrazzini, Fabio Turazza, Fabrizio Oliva,
Roberto Paino, Maria Frigerio, Luigi Martinelli
Cardiology and Cardiac Surgery Department, Niguarda Ca’ Granda
Hospital, Milan
Background. Heart transplantation still is the gold-standard therapy for
patients affected by end-stage cardiomyopathy. We report our single
center 25 years clinical experience.
Patients and method. By November 1985 in our Department 890 heart
transplants have been done, we exclude from the present analysis 13 retransplant patients and 14 pediatric cases. Patients’ characteristics are
reported in Table I. Mean age at heart transplantation (HTx) was 49.7±11.5
years (range 15-69 years). Mean donor age was 36.6±14.7 years (range 1069 years). 76 (8.8%) patients were bridged to HTx by ventricular assist
device support. Ten patients underwent combined heart and kidney
transplantation.
Results. Hospital mortality was 10.8%, main cause of death was primary
graft failure. 768 have been discharged after successful HTx, mean followup time was 6679 patient-year. During follow-up 256 (33.3%) patients
died, main causes of death were neoplasm in 82 patients (32%) and graft
failure in 78 patients (30%). 110 patients (13.8%) experienced severe renal
failure; 480 (62.5%) patients were treated for at least one episode of acute
rejection; 71 (9.2%) patients underwent a percutaneous coronary
intervention procedure for coronary allograft vasculopathy; in 130
patients (16.9%) a solid neoplasm was diagnosed, 44 patients experienced
a PTLD. 310 patients have had a survival over 10 years and 25 patients
over 20 years. Overall actuarial survival was 77.6±2.2% and 63.3±2.9% at
5 e 10 years, respectively.
Conclusions. Heart transplantation remains an effective treatment for
end-stage heart failure patients. The results achieved at our institution
reflect the current state of HTx performed worldwide with acceptable
hospital mortality and excellent long-term results.
Table I.
Table I. Patients’ characteristics.
Male
Dilated cardiomyopathy
Ischemic cardiomyopathy
Cardiac index (l/min/m2)
Redo patient at HTx
VAD bridge to HTx
In-hospital mortality
Mortality at follow-up
Chronic hemodialysis pts
Pts >2 rejections treated
Coronary allograft vasculopathy
Pacemaker implant
Solid neoplasm
Follow-up >15 years
Patients
% or SD
703
81.6
366
42.5
348
40.4
2.0±0.6 (range 0.6-4.1)
339
39.3
52
6
93
10.8
256
33.3
58
22.6
159
20.7
245
31.9
72
9.3
86
11.2
130
16.9
P220
L’ECMO NEL TRATTAMENTO DELL’ARRESTO CARDIACO E DELLO SHOCK
CARDIOGENO REFRATTARI
Andrea Sori, Chiara Lazzeri, Pasquale Bernardo, Marco Chiostri,
Cristina Giglioli, Gian Franco Gensini, Serafina Valente
Dipartimento Cuore e Vasi, Careggi, Firenze
Introduzione. I pazienti con shock cardiogeno o arresto cardiaco sottoposti
ad assistenza cardio-circolatoria con extracorporeal membrane
oxygenation (ECMO) hanno una sopravvivenza media del 25% con ampie
variazioni (dal 4 al 64%) nelle casistiche pubblicate. Obiettivo del nostro
studio è quello di valutare l’efficacia dell’ECMO come supporto
circolatorio in questi pazienti.
Materiali e metodi. Da ottobre 2007 a dicembre 2010, 11 pazienti con
shock cardiogeno o arresto cardiaco refrattari ai trattamenti standard
sono stati sottoposti ad assistenza circolatoria mediante ECMO e ricoverati
nella nostra Unità di Terapia Intensiva Cardiologica. I dati clinici,
bioumorali e strumentali sono stati prospetticamente raccolti ed elaborati
in un data base dedicato.
Risultati. I pazienti avevano un’età media di 54 anni con un rapporto
maschi/femmine di 8/3. Il motivo dell’impianto dell’ECMO è stato lo shock
cardiogeno in due pazienti e l’arresto cardiaco nei restanti 9. Tutti i
pazienti sono stati sottoposti a ventilazione meccanica, contropulsazione
intra-aortica e terapia sostitutiva renale continua. Nei pazienti in arresto
cardiaco la latenza media tra inizio delle manovre rianimatorie e impianto
dell’ECMO è stata di 57 minuti (range 22-110). La durata media
dell’assistenza con ECMO è stata di 198 ore (range 24-504). Durante il
supporto con ECMO un paziente è stato sottoposto ad intervento
cardiochirurgico per rottura della parete libera del ventricolo sinistro, uno
a bypass aorto-coronarico a cuore battente e due pazienti sono stati
trattati con angioplastica coronarica. Le complicanze ECMO-correlate sono
state: sanguinamento massivo (7 pazienti), unloading del ventricolo
sinistro (1 paziente) dissezione arteria iliaca (1 paziente). Sei pazienti sono
deceduti durante l’assistenza: 2 per morte cerebrale, 1 per emorragia
polmonare massiva, 1 per ischemia intestinale, 1 per recidiva di rottura di
cuore ed 1 per shock emorragico. Cinque pazienti su 11 sono stati svezzati
dall’ECMO: Due pazienti sono stati dimessi. Tre pazienti, invece, sono
deceduti dopo lo svezzamento dall’ECMO (1 per FV refrattaria, 1 per
emorragia cerebrale e il terzo per shock settico).
Conclusioni. Dalla nostra esperienza, per quanto limitata ed eterogenea,
emerge che il trattamento con ECMO nell’arresto cardiaco e shock
cardiogeno refrattari è fattibile ed efficace ma necessita di un team
“dedicato e motivato” e di un’organizzazione ben strutturata per
garantire il proseguimento adeguato delle cure nei pazienti che
sopravvivono.
P221
VARIABILI DEMOGRAFICHE E CLINICHE ASSOCIATE A MORTALITÀ
PRECOCE A 30 GIORNI IN PAZIENTI CON SINDROMI ACUTE DELL’AORTA
DI TIPO A: L’ESPERIENZA DI 17 ANNI A SALERNO
Antonello Panza, Rodolfo Citro, Lucia Tedesco, Antonio Longobardi,
Paolo Masiello, Rocco Leone, Marco Mirra, Anna Battimelli,
Severino Iesu, Eduardo Bossone, Giuseppe Di Benedetto
Dipartimento Medico-Chirurgico di Cardiologia. A.O.U. “Scuola Medica
Salernitana”, Salerno
Introduzione. Le sindromi acute dell’aorta (SAA) specie di tipo A sono
un’emergenza gravata da un’elevata morbilità e mortalità che richiedono
una diagnosi rapida e un trattamento tempestivo. Non vi sono dati
definitivi in letteratura sull’incidenza degli eventi avversi, inclusa la
mortalità intra-ospedaliera (variabile dal 7 al 30%), né sui fattori predittivi
ad essi associati.
Obiettivi. Valutare l’impatto prognostico delle variabili cliniche e
demografiche sulla mortalità a breve termine nei pazienti sottoposti ad
intervento chirurgico urgente per SAA di tipo A presso la cardiochirurgia
di Salerno.
Metodi. Sono state archiviate numerose variabili inerenti le caratteristiche
demografiche, cliniche, anamnestiche, sintomi alla presentazione, esame
obiettivo, risultati di test di “imaging”, procedure mediche e/o
chirurgiche. Sono stati valutati gli eventi avversi e la mortalità, durante la
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
91S
P221
VARIABILI DEMOGRAFICHE E CLINICHE ASSOCIATE A MORTALITÀ PRECOCE A 30 GIORNI IN
PAZIENTI CON SINDROMI ACUTE DELL’AORTA DI TIPO A: L’ESPERIENZA DI 17 ANNI A SALERNO
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
Introduzione.
degenza ospedaliera e ad un follow-up a 30 giorni ed è stata eseguita una
correlazione con gli eventi al follow-up. Le variabili che ad una preventiva
analisi univariata differivano (p<0.05) tra il sottogruppo con eventi e
Obiettivi.
quello senza eventi, sono state inserite come covariate in un modello di
regressione di Cox.
Risultati. Da marzo 1993 a dicembre 2010 sono stati sottoposti ad
Metodi.
intervento chirurgico per SAA di tipo A 200 pazienti (dissezione aortica
acuta 182, ematoma intramurale 14, ulcera penetrante dell’aorta 4,
maschi 156; età 61±12 anni). La mortalità a 30 giorni è stata del 28% (57
pz). Le principali variabili associate a mortalità nella popolazione totale,
Risultati.
nei pazienti sopravvissuti ed in quelli deceduti sono elencate in tabella.
All’analisi multivariata sono risultati come predittori indipendenti di
mortalità: 1) l’esordio della sintomatologia con shock o tamponamento
[HR= 0.42; IC 0.189-0.949; p=0.03]; 2) il tamponamento cardiaco
preoperatorio [HR=0.453; IC 0.204-1.008; p=0.05] e 3) la presenza di uno
o più deficit di polso alla presentazione [HR=0.504; IC 0.254-1.000; p=0.05].
Variabile
Età media, aa SD
Età ≥70 aa
Età ≥75 aa
Pregressa chirurgia cardiaca
Dolore toracico migrante
Deficit di almeno un polso
Scompenso cardiaco
Nuovo deficit neurologico
Tamponamento cardiaco
Shock o tamponamento esordio
Disfunzione ventricolare sn in sala operatoria
Intervallo sintomi-chirurgia ore (h)
Intervallo <12h
Intervallo >12<24 h
Intervallo >36 h
Tempo perfusione cerebrale min (media±SD)
Rivascolarizzazione miocardica associata
Degenza gg
Totale
(n=200)
Sopravvissuti
(n=143)
Decessi
(n=57)
p
46 (23%)
30 (15%)
16 (8%)
83 (41%)
49 (24%)
21 (10%)
36 (18%)
29 (14%)
34 (17%)
19 (9%)
24±34
121 (60%)
31 (15%)
41 (20%)
75 (37%)
27 (13%)
15±19
60±12
28 (20%)
20 (10%)
7 (5%)
53 (37%)
29 (20%)
10 (7%)
17 (12%)
16 (16%)
18 (13%)
5 (4%)
21±33
81 (56%)
22 (15%)
24 (17%)
32±26
15 (10%)
17±19
64±11
18 (31%)
10 (7%)
9 (16%)
30 (52%)
20 (35%)
11 (19%)
19 (33%)
13 (23%)
16 (28%)
14 (24%)
32±38
30 (52%)
9 (16%)
17 (30%)
43±29
12 (21%)
8±16
0.,03
0.05
0.02
0.01
0.04
0.02
0.01
0.00
0.03
0.01
0.00
0.04
0.6
0.8
0.03
0.01
0.04
0.001
Conclusioni.
Conclusioni. La revisione della nostra esperienza ha evidenziato che i
parametri clinici espressione della severità del quadro clinico (shock o
tamponamento) e dell’estensione della lesione a carico dell’albero
vascolare (deficit multipli dei polsi) sono predittori indipendenti di
mortalità operatoria, piuttosto che la scelta della strategia chirurgia
adottata.
Casi clinici 1
P222
SINDROME DI SAPHO E MALATTIA CORONARICA ACUTA: NUOVA
ASSOCIAZIONE O SEMPLICE COINCIDENZA?
Stefano Bardari, Alberto Pivetta, Ilaria Puggia, Silvia Magnani,
Rita Salamè, Eda Zakja, Gianfranco Sinagra
Dipartimento di Cardiologia, Azienda Ospedaliero-Universitaria
“Ospedali Riuniti”, Trieste
Un uomo di 46 anni, con un solo fattore di rischio cardiovascolare
(ipertensione arteriosa), presenta storia di immunodeficienza comune
variabile in terapia cronica con immunoglobuline e.v., colite ulcerosa in
fase quiescente, pregressa timectomia con pleuropericardite postintervento e pregresso linfoma polmonare tipo MALT chemiotrattato. Da
diversi anni il paziente lamenta un’importante limitazione funzionale per
artrite polidistrettuale per la quale è in trattamento discontinuo con
corticosteroidi e methotrexate. Nel 2001, in seguito all’esame clinico, alle
radiografie e alla scintigrafia ossea, viene diagnosticata la sindrome di
SAPHO (Synovitis, Acne, Pustulosis, Hyperostosis, Osteitis). Il paziente,
infatti, presenta chiari segni di infiammazione articolare, sacroileite e
dolori muscoloscheletrici diffusi. Sulla cute si evidenziano chiazze
psoriasiche pustolose e la scintigrafia con tecnezio 99m mostra aree di
heavy uptake a livello dello sterno, della clavicola e di altre porzioni
scheletriche. L’uomo giunge presso la nostra Struttura per infarto
miocardico acuto antero-laterale, trattato con stenting diretto della
coronaria interventricolare anteriore prossimale e PTCA del primo ramo
diagonale. All’ecocardiogramma si ipo-acinesia del setto anteriore, con
frazione di eiezione conservata. Il CPK massimo raggiunto è di 615 U/I e
la troponina I massima è di 8.71 microg/l. Il paziente viene dimesso dopo
cinque giorni, in buon compenso emodinamico e con l’indicazione a
sottoporsi a periodici controlli cardiologici, ad evitare, per quanto
possibile, l’assunzione di corticosteroidi, antiinfiammatori non steroidei e
terapia immunosoppressiva. In letteratura vi sono molti casi di
associazione di Sindrome di SAPHO con le Malattie infiammatorie croniche
intestinali (MICI), con la malattia di Behcet e un recente caso di
associazione con amiloidosi renale e versamento pleurico. Nessun caso è
stato mai descritto di associazione tra questa Sindrome e Infarto
miocardico acuto. È questa una semplice coincidenza o una vera nuova
associazione? Questo case report è la prima descrizione di una Sindrome
coronarica acuta in associazione con la Sindrome di SAPHO, entrambe con
tutti i criteri diagnostici soddisfatti. Per quanto possa essere una
coincidenza, il nostro obiettivo è quello di è sensibilizzare l’attenzione dei
clinici su una sindrome recentemente descritta e non ancora del tutto
conosciuta ed una sua possibile associazione con la malattia coronarica
acuta.
92S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
P223
ST-ELEVATION MYOCARDIAL INFARCTION IN A SEVERELY ANEMIC
PATIENT: A CLINICAL CHALLENGE
Mario Fanelli1, Nicola Marchese2, Carlo Vigna2, Raffaele Fanelli2
1
Department of Cardiology, University of Foggia, Foggia,
2
Department of Cardiology, Casa Sollievo della Sofferenza Hospital
IRCCS, San Giovanni Rotondo
A male patient, 69 years old, with hypertension and dyslipidemia, but
without history of coronary disease, complained of typical and prolonged
chest pain. At emergency room of our hospital, he presented with
tachycardia (110 bpm) and hypotension (80/60 mmHg). Urgent routine
laboratory tests were rapidly obtained and a 12-lead ECG (fig. 1) showed
signs of inferior ST-elevation myocardial infarction. The patient was
promptly referred to the coronary care unit and, subsequently, to the
catheterization laboratory. Before coronary angiography, the results of
laboratory tests showed a severe anemia (haemoglobin at 3.5 g/dl). After
accurate anamnesis, the patient reported a prior gastric ulcer (10 years
before) and black stool since 5 days.
What to do? First, to start coronary angiography or to wait for blood
transfusion in the hypothesis that anemia represented the main cause of
myocardial ischemia? Second, if coronary angiography was performed, in
the case of coronary occlusion, to plan stent deployment or not? More,
which antiplatelet and antithrombotic regimen was preferable?
We decided to start coronary angiography. Left anterior descending
coronary presented a non critical stenosis. The right coronary was
occluded in the mid portion (fig. 2). The guide wire was introduced and,
considering the great thrombotic burden. Diver catheter was used, with
good result in terms of thrombosis reduction. In the cath lab activated
clotting time-guided (targeted to the lower acceptable level) dose of
sodium heparin was administered. After, balloon angioplasty, with
increasingly greater balloon size (until 3.0 mm inflated for 2 minutes at 8
atm), was performed to achieve the RCA patency (fig. 3). Chest pain
disappeared and ST-elevation resolution was obtained, with persistence of
widespread ST-depression (fig. 4) that persisted until good haemoglobin
levels were reached (fig. 5). After, only clopidogrel was administered, and
gastric bleeding was confirmed by endoscopic diagnosis of active ulcer.
At 6-month follow-up, the patient was asymptomatic and transthoracic
echocardiography demonstrated normal global and regional left ventricle
contractility.
The clinical case is very interesting since several problems needed to be
faced like: 1) the choice of initial strategy (invasive vs more conservative);
2) the use of coronary stenting or not; 3) the anticoagulant/antiplatelet
therapy to balance risks and benefits; 4) the sub-acute clinical
management.
POSTER
P224
AN UNUSUAL MYOCARDIAL INFARCTION
Sara Di Michele1, Mario Mallardo2, Sabino Carbotta3, Diana
Lama4,
Conclusioni.
Cristina Capogrosso5, Carlo Gaudio1, Domenico Galzerano2
1
Dipartimento Cuore e Grossi Vasi “A. Reale”, Università “La Sapienza”,
Roma, 2Divisione di Cardiologia, Ospedale San Gennaro, Napoli,
3
Dipartimento di Scienze Chirurgiche, Università “La Sapienza”, Roma,
4
Dipartimento di Geriatria, Seconda Università, Napoli, 5Divisione di
Cardiologia, Ospedale San Gennaro, Napoli
A 74-year-old male was admitted to emergency for chest and epigastric
pain radiated to the left arm developed 3 hours before; he was affected
by a chondrosarcoma (CHS) of right arm with amputation of the right arm
with metastasis to lungs treated by chemotherapy, laryngectomy, chronic
obstructive pulmonary disease. ECG showed (fig. 1) ST elevation in
precordial leads from V1 to V5 and right bundle block; cardiac enzymes
were abnormal. An STEMI was diagnosed; therefore the pt was sent to
another hospital for a primary angioplasty. Angiography showed a not
significant stenosis of LAD (50%); the right and circumflex artery showed
only mild atherosclerosis. The pt was discharged the day after with
suggestion of performing an echocardiogram. He underwent
echocardiography in an outpatient lab showing normal LV size and
function with impairment of diastolic function; mild sclerosis of aortic and
mitral valve leaflets; mild dilation of left atrium; normal right ventricle.
ECG showed increase in elevation of precordial leads (fig. 2). A Chest CT
scan with contrast medium for assessing lung metastasis was performed.
It showed multiple metastases of the lung. No description of the heart
was reported; one month after, during a scheduled routinary oncologic
checkup, an ECG was required. It showed increase in further ST elevation
in precordial leads. Therefore the patient was referred for a transthoracic
echocardiogram. It revealed (fig. 3): presence in apical 4-chamber view,
of a large, heterogeneous, echo-dense mass that occupies the entire right
ventricular cavity. The mass extends to the right ventricular apex. The
structure measured approximately 5x3 cm and was occupying the apical
half of the right ventricular cavity. The contraction of the interventricular
septum was significantly reduced presumably due to tumor growth into
it. The entire whole myocardial apex showed increase in echogenicity. A
revision of the chest CT scan was done and it showed the rather large
tumor located in the right ventricle and appears to engage both the wall
of the right ventricle and the apex and the interventricular septum.
Cardiac tumors may present ECG changes mimicking myocardial
infarction; chondrosarcoma is a rare oncologic rare tumor most commonly
found in the lower extremities, limb girdles, distal extremities, and trunk;
just a single case of CHS metastatic to the heart has been reported.
According to clinical pattern, a STEMI was suspected and the patient was
referred for angiography. Further echocardiography was not performed
during the admission and probably not well interpreted in the outpatient
clinic; the heart examination in CT scan performed for oncologic purpose
was ignored. Finally for a new checkup, an echocardiogram was
performed and we got diagnosis. We underline the importance to
perform echocardiography and to think about cardiac tumors in the
clinical arena of myocardial infarction management.
P225
INFARTO MIOCARDICO ACUTO ANTERIORE ED EMBOLIZZAZIONE DISTALE:
IL FRONTE D’ONDA ISCHEMICO ALLA LUCE DELLA RISONANZA
MAGNETICA CARDIACA
Manuel De Lazzari1, Luisa Cacciavillani1, Massimo Napodano1,
Martina Perazzolo Marra1, Giuseppe Tarantini1, Francesco Corbetti2,
Sabino Iliceto1
1
Clinica Cardiologica, Dipartimento di Scienze Cardiache, Toraciche e
Vascolari, Università degli Studi, Padova, 2Divisione di Radiologia,
Azienda Ospedaliera di Padova, Padova
Introduzione. La risonanza magnetica cardiaca (RMC) è diventata un
potente strumento di indagine di caratterizzazione tissutale, già validato
da studi di correlazione anatomo-patologici. La presenza di aree di
deposito tardivo di mezzo di contrasto (late enhancement, LE) permette
di identificare aree di edema/necrosi e, attraverso la loro localizzazione,
di distinguere una etiologia ischemica dalle forme non ischemiche.
Caso clinico. Paziente, maschio, di 49 anni, affetto da ipertensione
arteriosa, giungeva al pronto soccorso per la comparsa dopo sforzo di
lieve intensità di dolore retrosternale, a carattere oppressivo, associato a
dispnea, preceduto nei giorni precedenti da episodi di angina preinfartuale. Un elettrocardiogramma (ECG) mostrava sopraslivellamento
del tratto ST in sede infero-laterale per cui veniva sottoposto a
coronarografia urgente che evidenziava unica placca ulcerata realizzante
stenosi critica a carico del ramo discendente anteriore I tratto con evidente
embolizzazione distale, trattata con stenting medicato. Il picco di
troponina I risultava pari a 25 ug/L in prima giornata, successivamente in
costante calo, nella norma dosaggi di VES e la conta leucocitaria e gli altri
indici di flogosi. Un ecocardiogramma mostrava ipocinesia inferiore,
normale la funzione sistolica complessiva. In quarta giornata eseguiva
RMC (fig. 1) che rilevava ipocinesia del segmento medio ed apicale della
parete inferiore, nelle sequenze T2-pesate edema a livello dei segmenti
apicali in toto, parete anteriore media, parete inferiore media, nelle
sequenze tardive dopo contrasto presenza di LE epicardico a livello di
parete inferiore e inferolaterale (media e apicale); non vi era evidenza di
LE subendocardico. L’ECG alla dimissione mostrava onde Q in sede
inferiore.
Conclusioni. L’utilità e la validità della RMC nella pratica clinica nel
differenziare un dolore di natura ischemica da una miocardite sono ormai
consolidate. Tuttavia il confine tra le due entità nosografiche non è
sempre ben definito. Come dimostra il caso sopradescritto, la clinica ed i
tradizionali strumenti diagnostici, correlati ai dati di caratterizzazione
tissutale ottenuti tramite RMC, permettono di avanzare nuove ipotesi. La
presenza di una lesione focale, in sede tributaria di una coronaria malata,
può far sospettare un’idea nuova definibile come transmuralità inversa. Il
fronte d’onda ischemico risparmierebbe in questi casi lo strato
endocardico coinvolgendo gli strati intermedi ed epicardici. Non esiste
attualmente nulla in letteratura in merito a tale ipotesi ed ulteriori studi
sono sicuramente necessari per identificare le ipotesi patogenetiche alla
base di questo epifenomeno.
P226
A CASE OF INTRACORONARY STENT IMPLANTED IN A PATIENT WITH
CIRRHOSIS AND THROMBOCYTOPENIA
Claudia Pandolfi, Carla Boschetti, Alberta Cifarelli, Giacomo Di Bona,
Roberto Violini
U.O. di Cardiologia Interventistica, A.O. San Camillo-Forlanini, Roma
Thrombocytopenia (platelet count <150 000/mm3) is a common
complication in patients with chronic liver disease that has been observed
in up to 76% of patients. Thrombocytopenia can impact routine care of
patients with coronary disease because percutaneous coronary
interventions require the prevention of both intracoronary thrombosis
with antiplatelet agents and bleeding after the procedure.
A 66-year-old man with HCV-related cirrhosis and type II diabetes was
admitted for unstable angina. His blood count revealed 24 000
platelets/mm3. Coronary angiography showed obstruction of 90% of
proximal left descending coronary artery (LAD).
According to the haematologist, 3 days after a daily regimen of
clopidogrel 75 mg and six unit of platelet transfusion, in order to increase
platelet levels >50 000/mm3, a direct bare metal stent was successfully
implanted in the LAD ostium. Aspirin was not administered because
dosage of thromboxane A2 demonstrated low level. Clopidogrel was
continued for 15 days that is the minimum period reported in the
literature, six units of platelet were transfused each day for 3 days. No
bleeding was observed after the procedure and platelet count remained
stable at 30 000/mm3. After 6 months, no MACE was observed and
treadmill testing resulted negative.
This case report suggests that coronary bare metal stent implantation in
patients with thrombocytopenia is a safe procedure, provided that
prophylactic and postoperative platelet transfusions are performed,
associated with thromboxane A2 level dosage to decide aspirin
administration.
P227
ANEURISMI CORONARICI MULTIPLI CON COINVOLGIMENTO DEL TRONCO
COMUNE IN SOGGETTO GRANDE ANZIANO AD ELEVATO RISCHIO
CARDIOCHIRURGICO. UNA STRATEGIA TERAPEUTICA CONDIVISA
Leonardo Di Ascenzo1, Filippo Falco2, Edlira Zakja3, Alessandro Cattelan2,
Loredano Milani4, Francesco Di Pede3
1
U.O.C. Cardiologia P.O. San Donà di Piave, ULSS 10, San Donà di Piave
(VE), 2U.O.S. Emodinamica, ULSS 10 “Veneto Orientale”, San Donà di
Piave (VE), 3U.O.C. di Cardiologia Interventistica, ULSS 10 “Veneto
Orientale”, Portogruaro (VE), 4U.O.C. di Cardiologia, P.O. di San Donà di
Piave (VE), ULSS 10 “Veneto Orientale”, San Donà di Piave (VE)
Introduzione. Gli aneurismi coronarici (ac) sono osservati dallo 0.3 al 4.9%
dei pazienti (pz) sottoposti a coronarografia; tra questi quelli coinvolgenti
il tronco comune della coronaria sinistra (TC) si riscontrano in solo lo 0.1%.
L’eziopatogenesi degli ac comprende la più frequente malattia
aterosclerotica, forme infettive, malattie sistemiche di natura
immunologica, anormalità congenite e complicanze di procedure
interventistiche. Il presente caso ha lo scopo di suggerire un percorso di
valutazione e trattamento di un pz con aneurisma del TC.
Caso clinico. Un maschio 79enne, con pregresso infarto miocardico decorso
asintomatico, iperteso, diabetico, con BPCO ed ipergammaglobulinemia è
giunto alla nostra osservazione per un primo evento di scompenso
cardiaco acuto secondario a BPCO riacutizzata. Un ecocardiogramma
evidenziava un ventricolo sinistro con VTD di 92 ml/m2, FE del 43% per
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
93S
GRANDE ANZIANO AD ELEVATO RISCHIO CARDIOCHIRURGICO. UNA STRATEGIA TERAPEUTICA
CONDIVISA
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
Introduzione.
PMK in VVIR a frequenza di 90 b/min. Al controllo dopo un mese
ipocinesia diffusa più marcata a livello del setto anteriore in presenza di
l’ecocardiogramma mostrava normalizzazione della cinesi segmentaria
stenosi valvolare aortica con area di 1.08 cm2, I.M. lieve-moderata e
del ventricolo sinistro con FE 60%, all’inibizione del PMK si evidenziava
pressioni polmonari di 30-35 mmHg. Il pz riacquistava un discreto
ritmo giunzionale sempre a QRS stretto con QTc 440msec, il PMK veniva
compenso emodinamico e veniva sottoposto a studio coronarografico, che
quindi riprogrammato in VVIR a frequenza di 70b/min. Un allungamento
Caso clinico. evidenziava la presenza di una malattia coronarica trivasale con aneurisma
dell’intervallo QT nei pazienti con cardiomiopatia takotsubo è ben
sacciforme del tronco comune (16x22 mm), stenosi del 90% del II tratto
documentato in letteratura ma pochi sono i casi descritti con TdP e si
dell’interventricolare anteriore con subocclusione del I ramo diagonale,
tratta per lo più di pazienti con sindrome del QT lungo slatentizzata
stenosi dell’80% paraostiale dell’arteria circonflessa seguita da dilatazione
dalla cardiomiopatia acuta.
aneurismatica (fig. 1), ampio aneurisma (20x12 mm) all’ostio della
coronaria destra (fig. 3) seguito da occlusione con vaso a valle riabitato
da circolo collaterale intercoronarico.
Si eseguivano: le prove di funzionalità respiratoria che evidenziavano
P229
P229
modesta ostruzione e riduzione della diffusione
del CO, un eco color
MALFUNZIONAMENTO DELL’ELETTROCATETERE DEL DEFIBRILLATORE
MALFUNZIONAMENTO
DELL’ELETTROCATETERE
DEL DEFIBRILLATORE
Doppler dei TSA, che evidenziava una carotidopatia
non critica bilaterale
BIVENTRICOLARE
IN PAZIENTE CON OCCLUSIONE
DELLA VENA CAVA BIVENTRIC
mentre normale risultava la funzione renale. PAZIENTE CON OCCLUSIONE
VENA
CAVA SUPERIORE
TRATTATO
SUPERIOREDELLA
TRATTATO
CON ANGIOPLASTICA.
DESCRIZIONE
DI UN CASO CON ANGI
Il caso veniva presentato ai colleghi cardiochirurghi i quali, pur
Raffaele Luise1, Angelo Vladimir Giordano2, Giovanni De Berardinis1,
DESCRIZIONE
DI
UN
CASO
esprimendosi sulla possibilità tecnica di intervento di by-pass aortoSabrina Cicogna1
coronarico e di sostituzione valvolare aortica, ne evidenziavano l’elevato
1
U.O. di Cardiologia-UTIC, Ospedale San Salvatore, ASL de L’Aquila,
rischio operatorio sia per l’anatomia coronarica sia per le copatologie.
L’Aquila, 2Dipartimento di Diagnostica per Immagini, Università de
Si è ritenuto quindi di proporre, in modo informato e condiviso, la
L’Aquila, L’Aquila
prosecuzione della sola terapia medica che al controllo ambulatoriale a sei
L’occlusione della vena cava superiore (SVCO) non neoplastica è di
mesi ha trovato un pz in buon compenso emodinamico, asintomatico per
frequente osservazione nei pazienti, con sindrome della vena cava
angina, sincopi ed episodi di cardiopalmo in classe funzionale stabile
superiore, portatori di pacemaker, specialmente dei defibrillatori (ICD) con
NYHA II.
elettrocateteri con doppia spirale.
Conclusioni. Le complicanze più comuni degli ac sono le trombizzazioni
Paziente, maschio, di 60 anni, affetto da cardiomiopatia dilatativa con
con embolizzazioni coronariche periferiche mentre anedottica è la
circolo coronarico indenne, frazione di eiezione 25%, in III classe NYHA e
Conclusioni. rottura. Non vi è un’indicazione elettiva al trattamento cardiochirurgico
con recente ipertiroidismo, e con pregressi interventi appropriati del
nemmeno quando gli aneurismi coinvolgano il TC sebbene siano descritti
defibrillatore per tachicardia ventricolare rapida, pervenne alla nostra
anche casi di efficace trattamento per via percutanea. A guidare la scelta
osservazione per malfunzionamento del catetere dell’ICD dopo una
terapeutica dovrà essere la clinica del pz e l’eventuale sintomaticità della
recente sostituzione effettuata presso altro centro (impedenze di shock
malattia coronarica, che quando silente può è essere trattata con sola
>200W e del catetere sinistro unipolare >3000W). Dopo incannulazione
terapia medica con antiaggregazione e/o anticoagulazione, soprattutto in
selettiva della succlavia sinistra, per posizionamento di un nuovo
pz ad elevato rischio cardiochirurgico.
elettrocatetere, la SVCO, imprevista, non ha consentito la procedura. In
una seconda sessione fu eseguita l’angioplastica (PTA) via vena basilica
dal braccio destro, con catetere di diametro di 4 mm e quindi
successivamente, dalla vena succlavia sinistra con guida idrofilica ed
introduttore lungo peel away 8F, un nuovo elettrocatetere fu impiantato
sull’apice del ventricolo destro. Al termine della procedura fu eseguita
l’induzione della fibrillazione ventricolare con sensing, detezione e
cardioversione a 24 joule ottimali.
La SVCO nel nostro paziente non era associata alla sindrome della vena
cava ed era una osservazione imprevista. Il circolo collaterale della vena
azygos, come maccanismo di compenso, garantiva il drenaggio venoso al
cuore destro, ma nel nostro paziente il malfunzionamento del catetere
dell’ICD, con precedenti interventi, rendeva indispensabile l’impianto di
un nuovo elettrocatetere. L’unica possibilità era la PTA della SVCO e
l’impianto di un nuovo elettrocatetere attraverso la vena dilatata.
P228
CASO CLINICO DI CARDIOMIOPATIA TAKOTSUBO (TRANSIENT LEFT
VENTRICULAR APICAL BALLOONING) ASSOCIATO A QT LUNGO E
TORSIONE DI PUNTA
Stefania Angela Di Fusco, Nadia Aspromonte, Marco Tubaro,
Vincenzo Pasceri, Maurizio Russo, Barbara Magris, Enrica Golia,
Furio Colivicchi, Massimo Santini
Dipartimento di Cardiologia, Ospedale San Filippo Neri, Roma
La cardiomiopatia takotsubo è una condizione clinica caratterizzata da
una alterazione transitoria della cinesi segmentaria del ventricolo
sinistro spesso innescata da eventi stressanti, in assenza di stenosi o
spasmo coronarico dimostrabile ed associata ad anomalie della fase di
ripolarizzazione ventricolare all’ECG e/o incremento della troponina.
Nella maggior parte dei casi l’esordio clinico è caratterizzato da segni e
sintomi che mimano una sindrome coronarica acuta (dolore toracico e/o
dispnea e anomalie ECG). Riportiamo un caso atipico con sincope
all’esordio in assenza di dolore toracico o dispnea. Una donna di 73 anni
con storia di ipertensione e fibrillazione atriale permanente in
trattamento anticoagulante, portatrice di PMK bicamerale
(programmato in VVIR), è giunta in Pronto Soccorso in seguito ad
episodio sincopale senza prodromi, accaduto al termine di una riunione
di condominio. All’arrivo in PS la paziente era asintomatica ed in buon
compenso emodinamico. L’ECG all’ingresso mostrava fibrillazione atriale
con ritmo ventricolare elettrostimolato a frequenza di 70 b/min con QTc
490 msec, numerose extrasistoli ventricolari talora in coppia.
All’interrogazione del PMK parametri di sensing e pacing nella norma,
impedenze e tensione nei limiti, all’inibizione del PMK evidenza di ritmo
giunzionale a QRS stretto a frequenza di 50 b/min con QTc 710 interrotto
da episodi di torsione di punta autolimitantisi. Il PMK è stato quindi
riprogrammato in VVIR a 90 b/min. Agli esami ematochimici non squilibri
elettrolitici, minimo incremento della troponina 0.10 ng/ml e moderato
incremento del BNP 515 pg/ml, INR 2.54. Trasferita in UTIC
all’ecocardiogramma si evidenziava un ventricolo sinistro lievemente
ipertrofico di normali dimensioni cavitarie con acinesia dell’apice in toto
ed ipercontrattilità dei segmenti medio-basali, FE 45%. È stata quindi
eseguita coronarografia che mostrava coronarie epicardiche
angiograficamente indenni ed alla ventricolografia si confermava
l’aspetto “ballooning” dell’apice. Nel corso del ricovero in UTIC,
confermata la terapia domiciliare con ACE-inibitore associato a Solfato
di magnesio ev, non venivano registrate aritmie ventricolari al
monitoraggio ECG. Dopo 72 ore dall’ingresso all’inibizione del PMK
emergeva un ritmo giunzionale a frequenza di 50 b/min con QRS stretto
e QTc 460 msec. Alla dimissione veniva lasciata la programmazione del
94S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
P230
ASISTOLIA ASSOCIATA A REAZIONE VASOVAGALE DURANTE PUNTURA
VENOSA: RIFLESSIONI SU UN CASO CLINICO
Gennaro Ratti, Gregorio Covino, Vincenzo Rizzo, Mario Volpicelli
Pietro Belli, Cristina Capogrosso, Mario Iannaccone, Francesco Buono,
Paolo Capogrosso
UOC di Cardiologia-UTIC, Ospedale S. Giovanni Bosco, Napoli
Background. Pazienti spesso riferiscono in occasione della visita
cardiologica episodi di precedenti “malori” in relazione ad un evento
traumatico, doloroso o alla vista del sangue; questi identificati come
risposta vasovagale, sono purtroppo, spesso ignorati o sottovalutati.
Tuttavia, sono descritti in letteratura casi di asistolia associati a reazione
vaso-vagale durante emoprelievo.
Caso clinico. Descriviamo il caso di una donna di 45 anni con familiarità
per cardiopatia ischemica e un caso di morte improvvisa come fattori di
rischio cardiovascolare che doveva essere sottoposta ad intervento (a
basso rischio) di chirurgia non cardiaca. La paziente riferiva alla visita
cardiologica episodi di perdita di coscienza anamnestici. Per tali sintomi
era stata qualche anno prima, sottoposta a studio elettrofisiologico ed
angiografia coronarica risultati negativi. L’elettrocardiogramma (ECG)
a riposo presentava un ritmo sinusale e normale conduzione atrioventricolare ed intraventricolare. L’esame ecocardiografico risultava
normale, il test ergometrico massimale risultava negativo; è stato
eseguito anche un ECG dinamico per 24 ore secondo Holter; durante
ound.
inico.
ione.
POSTER
tale esame, in concomitanza di un emoprelievo di routine, fu osservato
iniziale blocco atrio-ventricolare (BAV) di II grado, successivo BAV di
grado avanzato ed asistolia realizzante pausa di circa 29 secondi e
ricomparsa di ritmo sinusale spontaneo (Fig. 1). Durante tale episodio
la paziente manifestava sincope risoltasi con la posizione di
Trendeleburg; l’evento veniva regolarmente descritto dal personale
medico sul diario clinico.
Discussione. La sincope vaso-vagale è una causa comune di sincope. Il
meccanismo vasodepressore è controverso; secondo alcuni Autori
potrebbe risiedere in una produzione eccessiva di epinefrina con
stimolazione dei barocettori ed intensa risposta vagale, oppure, come
teoria alternativa, essere dovuto ad un riflesso di Bezold-Jarish.
Qualunque esso sia, un esame clinico di routine può essere insufficiente,
anche se spesso è proprio l’anamnesi a guidare alla diagnosi. La prognosi
è generalmente benigna, anche se esistono dei casi associati ad asistolia
prolungata e ricorrente. Il trattamento per le forme con associata
cardioinibizione può essere rappresentato dall’impianto di pacemaker
temporaneo durante le procedure a rischio. Nel caso da noi presentato,
anche in base alla familiarità per morte improvvisa ed in assenza di
malattia aterosclerotica coronarica e di anomalie di origine e decorso
delle arterie coronarie la paziente è stata trattata con impianto di pacemaker definitivo.
P231
REGRESSIONE DOPO REIDRATAZIONE DI TACHICARDIA PAROSSISTICA
SOPRAVENTRICOLARE ADRENERGICA IN GRAVIDA: CASO CLINICO
Angela Potenza1, Francesco Massari1, Giovanna Rodio1,
Cosimo Cardano1, Nicola Laterza1, Michele Clemente2,
Vincenzo Nuzzolese1
1
Cardiologia-UTIC, Altamura (BA), 2Cardiologia-UTIC, Matera
La gravidanza può rappresentare una condizione predisponente alla
comparsa di tachicardia sopraventricolare con importanti limitazioni
nell’uso acuto e/o cronico di farmaci antiaritmici, i quali sono
potenzialmente tossici per il feto soprattutto nel primo trimestre di
gravidanza.
Nel marzo 2009, giungeva alla nostra osservazione una donna di 26 anni
alla 13a di gravidanza per comparsa nella settimana precedente di episodi
palpitazione associati a lieve lipotimia. La paziente non assumeva farmaci
e all’ECG è stata diagnosticata una tachicardia sopraventricolare con
frequenza ventricolare di 180/min. L’aritmia presentava un “drive
adrenergico”: compariva con l’ortostatismo e scompariva con il
clinostatismo. La pressione arteriosa, gli esami di laboratorio,
l’ecocardiogramma e le condizioni fetali erano nella norma. L’ECG
Dinamico sec. Holter documentava una distribuzione dell’aritmia
esclusivamente nelle ore diurne. Il farmaco ottimale in questa condizione
poteva essere il betabloccante (profilo di rischio FDA C). Ma, nell’anamnesi
emergeva che, nelle settimane precedenti, la paziente aveva ridotto
l’introito di liquidi senza alcun motivo.
Abbiamo, quindi, valutato lo stato idrico mediante bioimpedenziometria
corporea totale (Cardio-EFG, Akern, Firenze) e documentato uno stato di
disidratazione sia attraverso un’analisi semiquantitativa (BIAVECTOR: polo
superiore del 75° percentile; figura punto 1) che quantitativa (71% di
idratazione della massa magra). Pertanto, abbiamo avviato infusione di
500 cc di soluzione fisiologica al 5% di NaCL al dì e invitato la paziente a
bere acqua. Progressivamente, lo stato di idratazione si è normalizzato
(BIAVECTOR in figura punti 2 e 3, e idratazione al 73%) e l’aritmia è
regredita con beneficio clinico.
Le variazioni del volume plasmatico ottenute mediante le variazioni
dell’emoglobina ed ematocrito (Dill e Costill, J Appl Physiol 1974)
documentavano un incremento percentuale del 10 e 38% rispettivamente
al terzo e quarto giorno di idratazione.
In seguito, la donna ha partorito normalmente senza terapia antiaritmica
e senza ricomparsa dei sintomi riferiti in precedenza.
In conclusione, questo singolare caso focalizza come le aritmie
adrenergiche possano derivare da condizioni di disidratazione (ed
ipovolemia) che non possono essere diagnosticate clinicamente se non
con l’ausilio di esami strumentali facili, rapidi, sicuri e poco costosi come
la bioimpedenziometria corporea. Tali conoscenze e metodiche hanno
evitato in questo caso l’utilizzo di farmaci potenzialmente tossici per il
feto.
P232
LOCALIZZAZIONE DISTALE DELL’ATEROSCLEROSI CORONARICA IN
GIOVANE
DONNA
CON
PREGRESSA
RADIOTERAPIA
PER
ADENOCARCINOMA MAMMARIO SINISTRO
Dario Formigli1, Vitangelo Franco1, Carmen Moriello2,
Stefano Capobianco1, Vincenza Procaccini1, Francesco Moscato1,
Saverio Santopietro1, Ettore Maria De Fortuna1, Teresa Pironti2,
Marino Scherillo1
1
Dipartimento di Cardioscienze, 2U.O.C. di Radioterapia,
A.O. Gaetano Rummo, Benevento
Background. L’aumento della sopravvivenza a lungo termine dalla
malattia neoplastica ha portato a identificare effetti collaterali cardiaci
indotti da radiazioni che possono verificarsi dopo radioterapia di tumori
mediastinici, della gabbia toracica o della mammella. L’aterosclerosi
accelerata, conseguente ad un danno vascolare con disfunzione
endoteliale, è una delle manifestazioni della malattia cardiaca indotta da
radiazioni e può essere potenziata dalla cardiotossicità degli agenti
chemioterapici usati nel trattamento antitumorale e riconosce come causa
principale cambiamenti proinfiammatori microvascolari come evidenziato
da studi pre-clinici. Il protocollo di radioterapia conformazionale
tridimensionale (3D-CRT) utilizzante campi tangenti contrapposti è quello
utilizzato maggiormente nel trattamento dell’adenocarcinoma mammario
in fase iniziale e garantisce una irradiazione completa del territorio
mammario con minimizzazione della dose ricevuta dagli organi toracici
(cuore, polmoni e coronarie). La localizzazione sinistra però, rispetto alla
destra, è associata ad un rischio di insorgenza di infarto acuto del
miocardio circa 8 volte maggiore negli anni successivi. Anche in donne con
storia di patologia cardiaca precedente alla radioterapia, si è osservato
come la localizzazione sinistra sia gravata da una maggiore mortalità
cardiovascolare, infarto acuto del miocardio, scompenso cardiaco o
coronaropatia a distanza. Tale riscontro sembra essere dovuto al fatto che
l’irradiazione sinistra comporti una maggior esposizione delle arterie
coronarie, descritto in passato soprattutto per la discendente anteriore, ai
raggi X.
Caso clinico. Riportiamo il caso di una giovane donna di 45 anni senza
fattori di rischio cardiovascolare (diabete, ipertensione, dislipidemia,
abitudine tabagica o familiarità) giunta al Pronto Soccorso della nostra
azienda ospedaliera per dolore antero-toracico prolungato irradiato
all’arto superiore sinistro ed in sede infrascapolare. All’anamnesi si segnala
circa un anno prima la diagnosi di carcinoma duttale infiltrante del
quadrante infero interno della mammella sinistra T1cN1G3, con positività
per i recettori estrogeni e progestinici trattato mediante intervento di
quadrantectomia infero interna sinistra e svuotamento linfonodale
ascellare e tre cicli di chemioterapia adiuvante con 5-fluorouracile,
epirubicina e ciclofosfamide.
Successivamente la paziente è stata sottoposta a trattamento
radioterapico su parenchima mammario residuo. Il treatment planning ha
previsto l’utilizzo di due campi contrapposti tangenti alla parete toracica
con fotoni da 6 MV prodotti da acceleratore lineare più l’ausilio di due
campi, per l’ottimizzazione della distribuzione di dose, con tecnica field in
field. La dose totale erogata è stata di 50 Gy sull’intera ghiandola in 25
frazioni di 2 Gy. Come si evince dalle immagini la distribuzione della dose
è omogenea e conformata sul target con pieno rispetto delle norme ICRU
nei punti di massima e minima dose (95%-107%). La conformazione
anatomica della paziente ha consentito una geometria dei fasci radianti
tale da ottenere che solo il 3% del volume cardiaco, la porzione più
periferica del cuore, rientrasse nell’isodore del 10%, pari a 5 Gy per l’intero
trattamento (Figura 1).
Al momento del ricovero la paziente era in trattamento farmacologico
con enantone e tamoxifene. L’elettrocardiogramma (ECG) all’ingresso in
Pronto Soccorso evidenziava un sopraslivellamento del tratto ST in sede
inferiore (0,2 mv in D2, D3 ed aVF) con sottoslivellamento reciproco in D1
ed aVL (Figura 2). L’ecocardiogramma (ECO) evidenziava un ventricolo
sinistro di normali dimensioni e spessori con ipocinesia dei segmenti
postero-laterale ed inferiore medio. All’ingresso in UTIC si registrava un
episodio di tachicardia ventricolare regredito con amiodarone. Lo studio
coronarografico eseguito in emergenza evidenziava un’ateromasia del
tratto distale della Circonflessa, che appariva caratterizzata da una lesione
lunga, concentrica inducente stenosi emodinamicamente non significativa
(<50%) con diffusa riduzione del blush miocardico (grado 1) perilesionale
per rarefazione dei collaterali con occlusione del suo ramo terminale
(Figura 3). In considerazione dell’interessamento estremamente distale
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
95S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
onclusioni.
non veniva posta indicazione a rivascolarizzazione mediante angioplastica
coronarica. Veniva intrapresa terapia con acido acetil-salicilico (ASA),
clopidogrel, eparina a basso peso molecolare, statina e beta-bloccante.
Veniva raggiunto in prima giornata un picco enzimatico di 933 UI/L di CPK,
100 UI/L di CPK-MB e 14.6 ng/ml di Troponina I. Il decorso clinico è stato
regolare ed in quinta giornata la paziente è stata dimessa con terapia
farmacologica caratterizzata da ASA, clopidogrel, atorvastatina, acidi
grassi polinsaturi omega-3 e congescor. Tre giorni dopo la dimissione la
paziente si presenta nuovamente al Pronto Soccorso per analogo episodio
di dolore antero-toracico prolungato. L’EGC evidenziava la presenza di
onda Q e sopraslivellamento del tratto ST in sede inferiore (0,2 mv in D2,
D3 ed aVF) ed in sede laterale (0,1 mV in V5-V6) con sottoslivellamento
reciproco in D1 ed aVL. L’ECO evidenziava una progressione
dell’estensione dell’ipocinesia all’apice inferiore. Veniva eseguito un
nuovo studio coronarografico che confermava la presenza della lesione
ateromasica della Circonflessa distale sopra descritta, ricanalizzazione
completa del tratto distale precedentemente occluso e sub-occlusione con
flusso TIMI 1 di un collaterale di 2° ordine precedentemente pervio (Figura
4). Anche in questo caso veniva posta indicazione a terapia medica. Il picco
enzimatico a 24 ore è stato di 412 uI/L di CPK, 50 UI/L di CPK-MB e 10.3
ng/ml di troponina I. Il decorso clinico è risultato regolare e la paziente è
stata dimessa in ottava giornata con terapia farmacologica caratterizzata
da ASA, prasugrel, rosuvastatina, congescor, isosorbide mononitrato e
acidi grassi polinsaturi omega-3.
Conclusioni. Il caso clinico presentato mostra a nostro avviso due aspetti
di notevole interesse: 1) la localizzazione (solamente al tratto distale del
ramo Circonflesso), le caratteristiche dell’ateromasia coronarica (malattia
concentrica diffusa con riduzione del blush miocardico perilesionale con
tendenza evidente a sviluppare trombosi del microcircolo) e la dinamicità
della malattia stessa (occlusione trombotica di piccoli collaterali di 2°
ordine afferenti allo stesso tratto di circonflessa distale malato
determinanti due episodi di infarto acuto del miocardio a presentazione
ST sopraelevato a distanza di 10 giorni l’uno dall’altro), fanno ipotizzare
in prima istanza una disfunzione endoteliale coronarica localizzata; 2) la
radioterapia conformazionale tridimensionale (due campi tangenti
contrapposti secondo tecnica field in field) precedentemente eseguita,
che ha portato ad un assorbimento di dose localizzato solamente al
pericardio infero-posteriore (dose assorbita stimata pari a 5 Gy dall’analisi
dei volumi di trattamento della Tomografia Assiale Computerizzata Figura D), può aver determinato una disfunzione endoteliale coronarica
localizzata. La correlazione tra radioterapia per adenocarcinoma
mammario sinistro e alterazioni ECGgrafiche silenti o difetti di perfusione
miocardica successive al trattamento è stata riportata in letteratura in
numerosi casi clinici e studi retrospettivi e prospettici. Spesso tali pazienti
non vengono sottoposti ad uno studio coronarografico per assenza di
indicazione. L’incidenza di infarto miocardio acuto è comunque
estremamente bassa (<2% nella casistica più numerosa). Il nostro caso è
peculiare nel dimostrare la stretta associazione tra radioterapia mammaria
sinistra ed aterosclerosi coronarica localizzata.
Infarto miocardico acuto: il fattore tempo
P233
INDAGINE ESPLORATIVA DEI FATTORI PSICOLOGICI CHE INFLUENZANO IL
TEMPO DECISIONALE DEL PAZIENTE CON STEMI
Francesca Noli1, Giulia Acquistapace2, Paola Sepe2, Claudio Panciroli3,
Fabio Lissoni2, Egidio Marangoni2
1
Associazione Amici del Cuore, Lodi, 2U.S.C. Cardiologia, Lodi,
3
U.S.S. Emodinamica, Lodi
Background. Nei pazienti con infarto miocardico con sopraslivellamento
del tratto ST (STEMI), il tempo decisionale (TD) del paziente influenza in
maniera importante il ritardo evitabile preospedaliero.
Scopo dello studio. Indagine esplorativa dei fattori psicologici che possono
influenzare il TD nei pazienti con STEMI.
Casistica e metodi. Sono stati studiati i pazienti ricoverati per STEMI dal
1.4.2009 al 30.6.2010 che hanno dato il consenso informato, esclusi i pz
non valutabili per demenza o patologia psichiatrica invalidante. Si sono
calcolati il TD, tempo tra inizio sintomi e primo contatto medico, ed il
profilo psicologico dei pazienti mediante test psicodiagnostici (CBA-H e
DS-14) e colloquio con psicologa.
Risultati. Da un totale di 150 pazienti consecutivi con STEMI, 95 sono
risultati arruolabili: età media 62 anni (range 33-91), 69.5% maschi. Il TD
medio è stato di 274.02 minuti (mediana 90 min, minimo 5 min, massimo
3 giorni). Mediante colloquio e test sono state analizzate le seguenti
caratteristiche psicologiche: reazioni emotive post-infarto (ansia di stato,
eccessive paure sanitarie, reazione depressiva); stato emotivo antecedente
l’infarto (deflessione del tono dell’umore, malessere psicofisico,
percezione di stress); caratteristiche di tratto e di personalità
(introversione, estroversione, nevroticismo, ansia sociale, ostilità,
incapacità a rilassarsi, difficoltà interpersonali, competitività, irritabilità,
fretta e impazienza, ipercoinvolgimento, inibizione sociale, affettività
negativa) e alcuni pattern di personalità e comportamentali (pattern
stress, pattern ansia, pattern depressione, pattern alessitimico,
esaurimento vitale, tratti di personalità di tipo A e D). Sono state
analizzate inoltre le abitudini ed i comportamenti dei pazienti (affettività,
caratteristiche lavoro, eventi stressanti, relazioni sociali). L’analisi statistica
bivariata tra le variabili soprariportate ed il TD ha evidenziato una
correlazione significativa solo con le variabili nevroticismo ed esaurimento
vitale (tempo minore) e significatività vicino alla soglia per i pazienti con
ipercoinvolgimento (tempo maggiore). Nell’area delle abitudini di vita il
tempo decisionale è correlato con l’abitare da soli (tempo maggiore) e la
monotonia lavorativa (tempo minore).
Conclusioni. Il nostro studio evidenzia che alcune caratteristiche
psicologiche, di personalità e alcune abitudini comportamentali
influenzano il tempo decisionale del paziente all’esordio dello STEMI. I
pazienti con stabilità emozionale critica (alti valori di nevroticismo) e con
percezione di stress ed esaurimento nel periodo precedente l’infarto
hanno tempi di decisione minori; i soggetti ipercoinvolti nelle attività
quotidiane e lavorative o che abitano da soli si attivano con maggiore
ritardo per cercare soccorso.
P234
L’ESPERIENZA DI INTEGRAZIONE FRA UN CENTRO CARDIOLOGICO SPOKE
E L’EMERGENZA TERRITORIALE 118, NELLA DIAGNOSI E TRATTAMENTO
DELLA SCA STEMI, MEDIANTE L’UTILIZZO DELLA TELECARDIOLOGIA
Giuseppe Bianchino, Floriana Botticella, Carmela Dragonetti,
Francesco Ferrara, Pietro Guarino, Carmenita Lo Conte,
Gianvito Manganelli, Vincenzo Pellecchia, Emilia Ragno,
Gennaro Bellizzi
U.O.C. di Cardiologia-UTIC, Ospedale Ariano Irpino, ASL Avellino,
Ariano Irpino (AV)
Background. Quando la distanza è ancora un fattore critico è necessario
pensare ad un modello organizzativo, con protocolli prefissati e
condivisi, di telecardiologia al fine di prevedere una corsia preferenziale
per il trattamento delle emergenze cardiologiche (ischemiche e/o
aritmiche), valida anche per un esteso territorio di 1929 km2, a tratti
ancora impervio, come quello dell’ASL AV1. In particolare per la
patologia ischemica cardiaca e soprattutto per l’IMA STE, il maggior
determinante prognostico è noto essere il tempo trascorso fino al
trattamento riperfusivo. Il miglior trattamento, infatti, dell’IMA STE si
ottiene, fornendo nella maniera più rapida possibile la migliore terapia
riperfusiva, appropriata al singolo caso.
Scopo. L’impegno del nostro progetto è stato proprio quello di ridurre al
minimo il tempo del ritardo evitabile. Dal 2005 (data di inizio del
progetto) a tale scopo è nato il progetto “TELESOCCORSO
CARDIOLOGICO”, coordinato dall’UTIC del PO di Ariano I. (AV). Dai dati
raccolti in questi anni di lavoro d’equipe telecardiologica si è rilevato che
per il pz l’esecuzione e l’interpetrazione del I° ECG 12 der. È il miglior
predittore per un trattamento rapido ed efficace.
Metodi. Al fine di garantire un tempestivo cardiosoccorso l’UTICCardiologia del PO di Ariano I., coordina un programma di assistenza che
integra il Servizio di emergenza territoriale.- Centrale Operativa
Provinciale del 118 - n. 6 sedi SAUT - Emodinamica h24 Osp. Moscati di Av.
Il servizio di emergenza territoriale teletrasmette (Sistema Cardiotelefono:
n. 9 Monitor Def. LIFPACK 12 con teletrasmissione - Centrale di Rilevazione
ECG - n. 9 telefoni portatili GSM), l’ECG del pz con sospetta SCA e/o aritmia
con immediata attivazione del teleconsulto. Per i pz con diagnosi di IMA
STE confermata, in assenza di controindicazioni viene praticata trombolisi
96S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
POSTER
in dose unica. Se questa non possibile o fallisce, il pz viene inviato
immediatamente in sala Emodinamica h24.
Risultati. Nel solo periodo gennaio 2009-marzo 2010 sono stati
teletrasmessi 230.ECG di altrettanti pz. Di questi 46 pz sono stati fatti
afferire al PS per una migliore definizione diagnostica; 82 pz sono stati
ricoverati direttamente in UTIC (22 avevano rivìcevuto trombolisi
preospedaliera, 34 pz avevano IMA NSTE; 26 pz presentavano aritmie di
vario genere - ipercinetiche SV e V. e bradiaritmie). Solo 8 pz sono stati
avviati a coronarografia in emergenza. Il tempo medio di arrivo del 118 al
domicilio del pz e il teleconsulto è risultato essere di 10 minuti. Il tempo
medio del I° contatto con il pz e la terapia riperfusiva è risultato di 15
minuti per la trombolisi e di 80 minuti per la coronarografia. Rispetto al
tempo di ischemia, di 160 mediana minuti di registrati in Campania
(gennaio 2009/marzo 2009) dal progetto ICARO-ANMCO Campania, si è
osservata una significativa riduzione del ritardo evitabile.
Conclusioni. Il progetto di “TELESOCCORSO CARDIOLOGICO”, con un
costo affrontabile, consente di ridurre il tempo evitabile, fornendo
percorsi pribvilegiati dopo il primo soccorso, nonché una tempestiva ed
appropriata terapia, evitando ritardi intermedi inopportuni.
amici/parenti non presenti, 11.7% si è rivolto al Medico Curante. Motivi
per cui non è stato chiamato il 118: 75.7% non ha riconosciuto i sintomi
o li ha confusi con altro; 10% pensava che passassero; 11.7% si è rivolto
al Medico Curante. D’altra parte, la maggior parte dei pz (90.6%) sapeva
che chiamare il 118 è strategia efficace in caso di infarto. L’analisi statistica
bivariata tra le variabili soprariportate ed il TD ha evidenziato una
correlazione significativa solo con il primo infarto (TD maggiore) e una
tendenza alla significatività per i pz non sposati (TD maggiore). Il TD è
correlato con la strategia di chiamare il 118 (TD minore) rispetto a recarsi
in Pronto Soccorso o chiamare il Medico Curante; il TD è correlato con il
non aver avvertito sintomi o non averli riconosciuti come infartuali (TD
maggiore); sapere che si deve chiamare il 118 in caso di infarto non ha
influenzato significativamente il TD.
Conclusioni. Il nostro studio evidenzia che alcuni fattori socio-demografici
e le strategie di coping e attivazione influenzano il tempo decisionale del
pz all’esordio dell’infarto. La strategia corretta della chiamata precoce del
118 non rappresenta ancora la modalità prevalente di risposta all’esordio
dei sintomi. La difficoltà di molti pz a riconoscere i propri sintomi come
quelli di esordio dell’infarto condizionerebbe maggiormente il ritardo
nella ricerca del contatto medico; questo elemento non dovrebbe essere
trascurato nei programmi educazionali per la popolazione.
P235
NARRATIVE BASED MEDICINE: IL RITARDO DECISIONALE NELLA SCA
STEMI. STUDIO QUALITATIVO DELLE NARRAZIONI DI PAZIENTI POSTANGIOPLASTICA PRIMARIA E/O RESCUE
S. Selmi1, F. Mattarei1, F. Lenzi1, G. Vergara2
1
U.O. di Psicologia 2, 2U.O. di Cardiologia, Ospedale Santa Maria del
Carmine, Rovereto
Introduzione. Ritardi decisionali e scarsa aderenza alle terapie
rappresentano due dei maggiori problemi in tema di prevenzione
primaria e secondaria della sindrome coronarica acuta nella popolazione
italiana. Le numerose campagne di prevenzione e sensibilizzazione non
sembrano essere significativamente efficaci nell’attenuazione di queste
condotte disfunzionali. Presso l’Unità Operativa di Cardiologia
dell’Ospedale di S. Maria del Carmine di Rovereto è in corso uno studio
qualitativo, secondo il modello della Narrative Based Medicine, che
prendendo spunto dalle evidenze dell’esistenza di un quadro psicologico
caratteristico premorboso, si pone lo scopo di comprendere i processi
psicologici che influenzano i ritardi decisionali e l’orientamento delle
scelte relative alla propria salute.
Metodo. Lo studio preliminare è stato condotto su 20 pazienti, 10 uomini
e 10 donne, intervistati nelle 72 ore successive all’intervento di
angioplastica primaria e/o rescue. Il campione è sequenziale, stratificato
per sesso ed età (45<P<64 e P>65). Le narrazioni così raccolte sono state
analizzate attraverso il pacchetto informatico di analisi del testo ATLAS-ti.
Risultati. Dall’analisi preliminare dei risultati è emersa una “teoria” che
assegna ai significati che la persona dà “all’infarto” un ruolo centrale nella
precocità della richiesta di intervento medico e ricorso alle strutture
sanitarie. Cruciali nell’orientamento delle scelte relative alla propria salute
si sono mostrate, inoltre: le credenze personali circa la possibilità di agire
concretamente in prima persona sulla propria salute e la presenza di un
caregiver.
Conclusioni. La comprensione dei processi che regolano l’adozione di
comportamenti e scelte relative alla salute, ci permette di effettuare
alcune proposte operative per migliorare gli interventi di prevenzione
primaria e secondaria della SCA che non guardano solo agli interventi
prettamente psicologici, ma anche alla strutturazione di efficaci campagne
di prevenzione e alla comunicazione operatore sanitario-paziente,
operatore sanitario-caregiver.
P236
STUDIO DEI FATTORI CHE CONDIZIONANO IL TEMPO DECISIONALE NEI
PAZIENTI CON STEMI
Egidio Marangoni1, Francesca Noli2, Giulia Acquistapace1, Paola Sepe1,
Claudio Panciroli3, Fabio Lissoni1
1
U.S.C. di Cardiologia, Lodi, 2Associazione Amici del Cuore, Lodi,
3
U.S.S. di Emodinamica, Lodi
Background. Nei pazienti (pz) con infarto miocardico con
sopraslivellamento del tratto ST (STEMI), il tempo decisionale (TD) del pz
rappresenta una componente del ritardo evitabile preospedaliero
fondamentale e ancora poco indagata.
Scopo dello studio. Valutazione dei fattori socio-demografici e delle
strategie di coping e attivazione che possono influenzare il TD nei pz con
STEMI.
Casistica e metodi. Sono stati studiati tutti i pz ricoverati per STEMI dal
1.4.2009 al 30.6.2010. Si sono calcolati il TD, tempo tra inizio dei sintomi
e primo contatto medico, le caratteristiche socio-demografiche e le
strategie di coping e di attivazione mediante questionario autocompilato
e/o colloquio clinico.
Risultati. Da un totale di 150 pz consecutivi con STEMI, 95 sono risultati
valutabili per lo studio: età media 62 anni (range 33-91), 69.5% maschi,
77.8% con licenza media, 43% pensionati, 71.6% coniugati. Si trattava
del primo ricovero cardiologico nel 79.8% dei pz e del primo infarto
nell’85% dei pz. Il TD medio è stato di 274.02 minuti (mediana 90 min,
minimo 5 min, massimo 3 giorni). Le strategie di coping e di attivazione
dei pz (cosa è stato fatto all’esordio dei sintomi) sono state le seguenti:
26.6% ha chiamato il 118, 23.4% ha continuato a svolgere le proprie
attività, 19.1% si è recato in Pronto Soccorso, 14.9% si è rivolto ad
P237
GESTIONE DELLO STEMI NELLE UTIC DELL’AREA BRIANZA: RISULTATI DI
MORTALITÀ OSPEDALIERA E AD 1 ANNO DEL REGISTRO OSSERVAZIONALE
PROSPETTICO “STEMI-BRIANZA”
Alessandro Bozzano1, Simone Tresoldi2, Renata Rogacka2,
Pietro Vandoni2, Virgilio Colombo3, Ivan Calchera3, Laura Valagussa3,
Stefano Garducci4, Fabrizio Bassani4, Tiziana Zaro4, Pietro Delfino5,
Gian Piera Rossi6, Angelo Rovati3
1
U.O. di UTIC, A.O. San Gerardo di Monza, Monza, 2U.O. di
Emodinamica, Ospedale di Desio, A.O. di Desio e Vimercate, Desio,
3
U.O. di Emodinamica, A.O. San Gerardo di Monza, Monza, 4U.O. di
Emodinamica e U.O. di UTIC, Ospedale di Vimercate, A.O. di Desio e
Vimercate, Vimercate, 5U.O.C. di Cardiologia, Policlinico di Monza,
Monza, 6AAT 118 Monza e Brianza, Monza
Obiettivo. Nel 2006, nell’area della Prov. Monza e Brianza (800.000 ab.,
2000 ab./km2), è stata implementata una rete per la gestione dello STEMI.
Per valutarne l’efficienza è stato creato un database concordato tra le 4
Cardiologie con emodinamica (H San Gerardo di Monza, H di Desio, H di
Vimercate e H Policlinico di Monza) e il SSUEm 118 Brianza. Si descrivono
le caratteristiche cliniche, i trattamenti e gli outcome di 527 casi
consecutivi registrati dal 1/6/ 2007 al 30/6/2008.
Metodi. Sono stati esaminati tutti gli STEMI <24h dall’insorgenza dei
sintomi, afferenti alle 4 Cardiologie dell’Area. I dati sono stati immessi in
un CRF elettronico (http://mednetwork.org) sponsorizzato dalla Onlus
Brianza per il Cuore.
Risultati. Di 527 pazienti, il 73.7% erano uomini, l’età media 64.4±12 anni,
con 115 pazienti (21.4%) >75 anni. Le donne avevano maggiore età media
(71.5±11.8 vs 61.8±12.2 anni, p<0.0001), erano più spesso ipertese (68.1 vs
49.5%, p<0.0001), più raramente fumatrici (24.8 vs 45.7%, p<0.0001). Il
diabete era noto nel 16.8% casi. Il sistema 118 è stato usato nel 41.6%
casi, nel 40% casi vi è stata autonoma presentazione in PS e nel 16.6%
casi il paziente era trasferito da un Centro Spoke. La sede ECG è stata
anteriore nel 46.9% casi, inferiore nel 44.1%, laterale nel 27.2%. Il 50.3%
dei pazienti era ad alto rischio (5.6% pazienti in ACC alla presentazione,
il 4.3% in shock cardiogeno, il 23.3% con STEMI >5 derivazioni, il 13.8%
in classe Killip >1, il 3.8% con GCS <8). Entro 24h dalla presentazione il
94.8% dei pazienti è stato trattato con aspirina e l’85.7% con
tienopiridine. 2/3 pazienti sottoposti a PCI primaria hanno ricevuto antiIIb/IIIa (abciximab nel 78.1%). La PCI primaria è stata usata nel 65% casi,
la fibrinolisi nel 18.4% casi (nel 13.1% di essi in ambulanza) e di essi 1/3
ha ricevuto rescue PCI. 79 pazienti (14.7%) non hanno ricevuto trattamenti
riperfusivi immediati. Nel 56% casi la presentazione è stata entro 2h dai
sintomi. I tempi mediani di riperfusione sono stati di 25.5 min [IQR 15,
40.3] per la fibrinolisi e di 85 min [IQR 55, 133] per la PCI primaria. Circa
la metà della popolazione (45.3%) (n=243) ha ricevuto un trattamento di
riperfusione meccanica entro 120 min dall’arrivo in ospedale. Nel 96.6%
dei casi trattati con PCI è stato applicato uno stent, in prevalenza (76.3%)
BMS.
Outcome. La mortalità ospedaliera è stata del 2.6% (n=14), l’incidenza di
complicanze emorragiche è stata del 2.2%, l’incidenza cumulativa
ospedaliera di MACE (morte, reinfarto non fatale, ictus non fatale,
sanguinamenti maggiori) è stata 6% (n=32). La mortalità ad 1 anno è stata
del 6.9% (n=36). Sono risultati predittori di mortalità l’età >75 anni,
l’insufficienza renale cronica, il diabete, un pregresso infarto, un pregresso
bypass coronarico, l’insufficienza cardiaca cronica e la presenza di sintomi
neurologici all’arrivo in ospedale, ma non il tipo di trattamento
riperfusivo.
Conclusioni. Nell’area Brianza i candidati ad interventi di
rivascolarizzazione miocardica per STEMI sono circa 650/milione di
abitanti/anno. Il sistema 118 è usato nel 40% casi ed il primo contatto
medico avviene nella maggior parte dei casi precocemente. L’uso del
trattamento riperfusivo è frequente e prevalentemente con PCI primaria,
con tempi rapidi di gestione.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
97S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
P238
(periodo 118, PTCA-P, Rete). Tre gruppi di pz costituiscono l’oggetto dello
studio: gruppo A (n=178): anno 1997; gruppo B (n=174): anno 2005;
TIME TO REPERFUSION AND OUTCOME OF PRIMARY PCI, IMPACT OF ONgruppo C (n=147): anno 2010. Sono stati comparati: le variabili
HOUR VERSUS OFF-HOUR INTERVENTIONS
demografiche, i ritardi temporali, le modalità di trasporto in ospedale, il
Gabriele Crimi, Davide Bartolini, Sandro Bellotti, Alessandro Iannone,
trattamento e il door-to-balloon (DTB), inteso come intervallo di tempo tra
P238
Paolo Rubartelli
il first medical
contact
TIME
TO REPERFUSION
AND
OUTCOME
OF PRIMARY PCI, IMPACT OF ON-HOUR
VERSUS
OFF- (FMC) e il gonfiaggio del pallone.
Ospedale
Villa Scassi, ASL3
Genovese,
Genova
Risultati. Le variabili demografiche sono risultate sovrapponibili nei tre
HOUR
INTERVENTIONS
Background.
Patients who undergo primary PCI (pPCI) for ST-elevation
gruppi.
Pz
con
FMC
<2 ore dall’esordio dei sintomi: gruppo A 18%
myocardial infarction (STEMI) might have different outcome according to
(32/178); gruppo B 37.9% (66/174); gruppo C 52.4% (77/147); (p<0.01 tra
their presentation during normal duty hours versus weeknights or
tutti i gruppi). Pz con FMC >12 ore dall’esordio dei sintomi: gruppo A
weekends. Conflicting data are reported in literature.
Background.
22.5% (40/178); gruppo B 16.2% (28/174); gruppo C 10.2% (15/147); (C vs
Purpose. To evaluate performance of primary PCI (pPCI) during daytime onA: p<0.01). Trasporto con ambulanza/118 nei pz con esordio dei sintomi
hour service (ON-h) and the off - hour call service (OFF-h) in our h24/7d Cath Lab.
P238
entro 12 ore: gruppo A 31.2% (43/138); gruppo B 49.3% (72/146); gruppo
Methods and results. We included 777 consecutive patients (mean age
Purpose.
TIME TO REPERFUSION
AND
OUTCOME
OF PRIMARY
PCI, IMPACT
ON-HOUR
VERSUS
OFF- (66/132); (B e C vs A: p<0.01). Trattamento riperfusivo nei pz con
C 50%
67.1±12.6, years,
male
gender 72%)
that underwent
pPCI OF
within
12 hours
HOUR INTERVENTIONS
esordio dei sintomi entro 12 ore: gruppo A 65.2% (90/138); gruppo B
since the and
symptoms
Methods
results.onset, in the period between the 1st January 2006
86,3% (126/146); gruppo C 97.7% (129/132); (p<0.01 tra tutti i gruppi).
and 31st December 2010. Interventions performed between 8.00 a.m. and
Trattamento riperfusivo nei pz con età >75 aa: gruppo A 46.6%, gruppo
20.00 pm were defined ON-h; between 20.00 pm and 8.00 am and during
Background.
B 84.6%, gruppo C 100% (p<0.01 per tutti i gruppi). DTB: gruppo B 130±51
public holidays, were defined OFF-h. Patients received intervention and
min (mediana 125); gruppo C (trasporto del pz in UTIC) 121±36 min
antithrombotic therapy according to the international guidelines, unless
(mediana 119); gruppo C (trasporto del pz direttamente in Emodinamica)
specifically contraindicated. Main population characteristics are outlined
Purpose.
81±25 min (mediana 82); (gruppo C-UTIC vs gruppo B: p=ns; gruppo Cin table 1.
EMO vs gruppo B: p<0.01; gruppo C-EMO vs gruppo C-UTIC: p<0.01).
Table1.
Methods and
results.
Conclusioni. Nel corso degli anni è significativamente aumentata la quota
Table 1.
di pz che giunge precocemente all’osservazione medica; parallelamente
Description
OFF-h
ON-h
p
sono diminuiti i pz con presentazione tardiva. Il numero di pz trasportati
(431, 55.5%)
(n=346. 44.5%)
dal 118 è rimasto stabile nei rilevamenti dal 2005 al 2010. Il trattamento
Age (years)
66.8±13.0
67±12.1
0.51
Male gender (%)
72
75
0.64
riperfusivo è significativamente aumentato nel corso degli anni,
Diabetes mellitus (%)
25.5
26.3
0.82
soprattutto negli anziani. Il DTB degli STEMI trasportati in PS/UTIC è
TIMI risk score median (IQR)
3 (1-4)
3 (1-4)
0.30
rimasto stabile nel tempo, senza sostanziali riduzioni dovute alla gestione
Table1.
Killip classes 3-4 (%)
3.5
3.3
0.78
in rete dello STEMI. Come atteso, il DTB dei pz giunti direttamente in
Anterior MI (%)
39.1
38.4
0.15
emodinamica è invece significativamente inferiore rispetto a quello degli
1st medical contact-balloon
86 (70-107)
83 (59-112)
0.54
median min (IQR)
STEMI trasportati in PS/UTIC.
Symptom onset - 1st medical contact
median min (IQR)
In-hospital mortality (%)
Final flow TIMI3 (%)
100 (50-191)
115 (50-278)
0.12
6.3
84.1
8.4
84-3
0.26
0.21
55.5% of pPCI are performed OFF-h in our population, indicating the
absence of logistic interference on the choice of reperfusion. Overall there
are no significant differences between the two group regarding
reperfusion time, final TIMI flow and in-hospital mortality (Table 1). OFFh patients are characterized by higher dispersion in first medical contact
to balloon time (coeff F 10.4, p<0.01) as it is showed in figure 1, most of
Conclusions.
outliers in reperfusion time are found in night hours.
Conclusions. More than half primary PCIs are performed during on-call
off-hour serice in hour Cath Lab. OFF-h interventions have similar delay
Conclusions.
and results as as ON-h PCIs.
P239
GESTIONE E TRATTAMENTO DELL’INFARTO MIOCARDICO ACUTO (STEMI):
15 ANNI DI ESPERIENZA DELLA UNITÀ DI TERAPIA INTENSIVA
CARDIOLOGICA (UTIC) DI UN CENTRO HUB CON EMODINAMICA H24
Giampaolo Scorcu1, Annarita Pilleri1, Emanuela Serra1, Luigi Valentino1,
Bruno Loi2, Francesco Sanna1, Pierpaolo Sori3, Daniela Boscarelli3,
Giuseppe Iasiello4, Giancarlo Pinna5, Maurizio Porcu1
1
S.C. di Cardiologia-UTIC, A.O. “G. Brotzu”, Cagliari, 2S.C. di
Emodinamica, A.O. “G. Brotzu”, Cagliari, 3Azienda Mista OspedalieroUniversitaria, Cagliari, 4Centrale Operativa 118, Cagliari, 5Sistema
Territoriale dell’Emergenza 118, Cagliari
Introduzione. Negli ultimi anni il passaggio dalla riperfusione farmacologica
a quella interventistica con angioplastica primaria (PTCA-P) ha rappresentato
un notevole progresso nel trattamento dello STEMI. Contemporaneamente
si è sviluppato il sistema gestionale ed organizzativo: il 118 ha garantito il
trasporto protetto del paziente (pz), la rete territoriale attraverso la
diagnosi preospedaliera e la teletrasmissione dell’ECG ha favorito una
rapida ed efficace terapia riperfusiva. Questo studio analizza gli aspetti
gestionali dello STEMI in tre periodi diversi e ne descrive l’impatto sulle
strategie diagnostiche, terapeutiche e sui tempi di trattamento.
Materiali e metodi. I dati dei pz con STEMI ricoverati consecutivamente in
UTIC e arruolati in due registri epidemiologici degli anni 1997 (periodo
pre-118, pre-PTCA-P, pre-Rete) e 2005 (periodo 118, PTCA-P, pre-Rete) sono
stati confrontati con i dati dei pz ricoverati consecutivamente nel 2010
98S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
P240
LA RETE DELL’INFARTO MIOCARDICO ACUTO ST SOPRASLIVELLATO
(STEMI): TELETRASMISSIONE DELL’ECG E IMPATTO SUI TEMPI DI
RIVASCOLARIZZAZIONE
Giampaolo Scorcu1, Annarita Pilleri1, Emanuela Serra1, Luigi Valentino1,
Bruno Loi2, Francesco Sanna2, Pierpaolo Sori3, Daniela Boscarelli3,
Giuseppe Iasiello4, Giancarlo Pinna5, Maurizio Porcu1
1
S.C. di Cardiologia-UTIC, A.O. “G. Brotzu”, Cagliari, 2S.C. di
Emodinamica, A.O. “G. Brotzu”, Cagliari, 3Azienda Mista OspedalieroUniversitaria, Cagliari, 4Centrale Operativa 118, Cagliari, 5Sistema
Territoriale dell’Emergenza 118, Cagliari
Introduzione. Le linee guida per il trattamento dello STEMI della Società
Europea di Cardiologia enfatizzano l’importanza di un sistema di
emergenza articolato su una organizzazione di rete integrata
interospedaliera ed ospedale-territorio finalizzata a migliorare l’outcome
del paziente. I cardini di questo sistema che dovrebbe garantire la più
rapida ed efficace terapia riperfusiva sono la diagnosi pre-ospedaliera e il
trasferimento del paziente nella struttura più appropriata. Questo studio
descrive i percorsi organizzativi del sistema di rete e il loro impatto sui
tempi di rivascolarizzazione nei pazienti con STEMI ricoverati nell’UTIC di
un centro Hub con emodinamica h24.
Materiali e metodi. Sono stati valutati prospetticamente tutti i pazienti
con STEMI ricoverati consecutivamente entro 12 ore dall’esordio dei
sintomi dal 01/01/2008 al 27/12/2010. Sono stati esaminati la provenienza
e i ritardi temporali nella fase pre ed intra-ospedaliera. In particolare, nei
pazienti trasportati dal 118, è stato calcolato il door-to-balloon (DTB),
inteso come l’intervallo di tempo intercorso tra il first medical contact
(FMC) e il gonfiaggio del pallone. Il FMC è stato riferito alla registrazione
del primo ECG diagnostico. Dall’analisi sono stati esclusi i pazienti trasferiti
da altri centri.
Risultati. Nei 3 anni dello studio sono stati ricoverati 402 pazienti con
STEMI. Il 118 ne ha trasportato in totale 182 (45.3%), rispettivamente 58 nel
2008 (41.7%), 59 nel 2009 (44%), 65 nel 2010 (50.4%). La teletrasmissione
all’UTIC è stata effettuata in 148 casi (81.3%); 45 nel 2008 (77.6%), 42 nel
2009 (71.2%), 61 nel 2010 (93.8%). Dei 148 pazienti con teletrasmissione
dell’ECG, 8 (5.4%) sono stati trasportati in Pronto Soccorso, 76 (51.3%) in
UTIC e 64 (43.3%) direttamente in sala di emodinamica. L’accesso diretto
in emodinamica è avvenuto in 14 casi (31.1%) nel 2008, 15 (35.7%) nel 2009
e 35 (57.4%) nel 2010. Il DTB degli STEMI con teletrasmissione dell’ECG
trasportati in PS/UTIC è risultato significativamente inferiore al DTB dei
pazienti senza teletrasmissione (media 121 ± 38 minuti, mediana 113, vs
156±55 minuti, mediana 139; p<0.03). Come atteso il DTB dei pazienti
trasportati direttamente in emodinamica è significativamente inferiore
rispetto a quello degli STEMI trasportati in PS/UTIC (media 84±28 minuti,
mediana 83, vs 121±38 minuti, mediana 113; p<0.0001).
Conclusioni. Nella nostra esperienza il ricorso al 118 è aumentato
costantemente nel corso dei tre anni di studio ed attualmente rappresenta
la modalità preferenziale di accesso in ospedale dei pazienti con STEMI.
L’ottimizzazione del sistema di rete garantisce oggi la teletrasmissione
dell’ECG nella quasi totalità dei pazienti trasportati dal 118.
Contestualmente sono cresciuti gli accessi diretti in sala di emodinamica
che rappresentano la maggioranza dei casi teletrasmessi. I nostri dati
confermano che l’accesso diretto in emodinamica garantisce il più breve
DTB, consente il rispetto dei parametri di tempo raccomandati dalle linee
guida per l’attuazione della terapia riperfusiva e rappresenta la migliore
strategia per la riduzione del ritardo evitabile.
POSTER
P241
L’EREDITÀ DEL PROGETTO INFARTO.NET: ESPERIENZA DI UN CENTRO HUB
M. Pugliese, M.S. Fera, L. De Lio, A. Terranova, P. Celli, E. Natale
E. Giovannini
Cardiologia I-UTIC, Dipartimento Cardiovascolare, Ospedale San Camillo,
Roma
La UTIC dell’Ospedale S. Camillo è attiva come centro
Hub nell’ambito del
Conclusioni.
progetto infarto.net. Tale progetto è partito nel 2005 ed ha avuto un
durata di 3 anni, con lo scopo di realizzare, implementare e sensibilizzare
all’uso del sistema di telemedicina nella rete dell’emergenza coronarica
nella Regione Lazio. Anche dopo il termine del progetto il centro Hub ha
continuato a ricevere le chiamate in tele cardiologia dalle ambulanze del
118. Oltre alle sindromi coronariche acute (SCA) che afferiscono
normalmente in UTIC indipendentemente dal progetto infarto.net (in
media oltre 550 casi/anno), il centro ha il compito di indirizzare i pazienti
con SCA STEMI verso l’ospedale più vicino o verso lo stesso centro Hub.
Scopo. Analizzare la quantità e la tipologia degli interventi richiesti al
centro Hub nell’arco temporale degli ultimi due anni.
Metodi. Il centro Hub è dotato di un sistema ricevente Medtronic, abilitato
alla ricezione in tempo reale degli ECG effettuati sulle ambulanze del 118.
All’arrivo
dell’elettrocardiogramma
il
cardiologo
contatta
immediatamente il personale di bordo dell’ambulanza per ottenere tutte
le informazioni cliniche del caso. Un paziente con SCA STEMI viene
giudicato ad alto rischio in caso di shock cardiogeno o controindicazione
alla trombolisi o almeno una delle seguenti condizioni: età >75 aa, PAS
<100 mmHg, FC >100/m, classe Killip >1, sopraslivellamento del tratto ST
in 6 o più derivazioni.
Risultati. Nell’arco degli ultimi due anni la nostra UTIC ha ricevuto in
qualità di centro Hub 131 chiamate. L’età media dei pazienti valutati in
teleconsulto è stata di 70±18 anni. Il 94.7% delle chiamate ha riguardato
casi di dolore toracico in atto o recenti. In 7 casi (5.3%) le chiamate erano
motivate da altre problematiche (3 casi di sincope/presincope, due casi di
dispnea, 1 crisi ipertensiva, 1 caso di dolore epigastrico). Vi sono stati 27
pazienti (20.6%) considerati ad elevato rischio che sono stati accolti
direttamente in UTIC. Il protocollo prevedeva in tali casi l’allerta
immediata dell’emodinamica già prima dell’arrivo del paziente,
l’esecuzione di un ecocardiogramma, di un prelievo ematico per i marker
di necrosi miocardica e la ripetizione di un ECG. I tempi necessari per
l’effettuazione dei primi esami di conferma diagnostica hanno richiesto al
massimo 10 minuti (9±1 min). Il tempo di latenza massimo tra l’arrivo del
paziente in UTIC e l’ingresso in emodinamica è stato di 15 min. 104
(79.3%) pazienti non ad alto rischio sono stati avviati presso il PS più
vicino, che in oltre la metà dei casi era lo stesso DEA del S. Camillo; 57
pazienti (43.5% del totale) sono comunque giunti in UTIC dopo essere
stati valutati presso il nostro DEA. Dei 57 pazienti giunti in UTIC
direttamente o tramite DEA, il 92.9% (53 pz) è stato avviato in
emodinamica per una CVG diagnostica ed un’eventuale PCI.
Conclusioni. I dati raccolti confermano la validità del sistema di
telecardiologia applicato all’emergenza. Sarebbe auspicabile un
potenziamento delle risorse per amplificare i primi risultati del progetto
infarto.net.
P242
TRATTAMENTO DELL’INFARTO MIOCARDICO SENZA SOPRASLIVELLAMENTO
DEL TRATTO ST IN PAZIENTI ULTRASETTANTACINQUENNI: TIMING DELLA
STRATEGIA INVASIVA E PROGNOSI INTRAOSPEDALIERA
Maria Zaccaria, Pietro Palmisano, Domenico Zanna, Filippo Masi,
Donato Quagliara, Stefano Favale
Dipartimento di Cardiologia, Università degli Studi, Bari
Introduzione. Nei pazienti con sindrome coronarica acuta senza
sopraslivellamento del tratto ST una strategia invasiva eseguita entro le
48-72h ha un effetto positivo sulla prognosi. Recenti studi hanno
dimostrato che in questi pazienti una strategia precocemente invasiva
(<24h) non sembra offrire vantaggi sostanziali rispetto ad una strategia
invasiva differita (comunque entro 48-72h) tranne che per i pazienti ad
alto rischio. L’infarto miocardico senza sopraslivellamento del tratto ST
(NSTEMI) è una frequente manifestazione della sindrome coronarica acuta
nei pazienti anziani. In questo sottogruppo di pazienti spesso le
comorbilità associate condizionano la scelta del trattamento e ritardano
l’approccio invasivo. Obiettivo di questo studio è stato di valutare
l’impatto della strategia invasiva e del suo timing, in una popolazione dei
pazienti ultrasettantacinquenni con NSTEMI.
Materiali e metodi. Sono stati studiati 189 pazienti ultrasettantacinquenni
(49% maschi, età media di 83±5 anni) ammessi nel nostro Centro con
diagnosi di NSTEMI. Per verificare l’impatto prognostico a breve termine
della strategia invasiva e del suo timing è stata valutata l’incidenza
intraospedaliera di eventi cardiaci avversi maggiori (MACE).
Risultati. 108 (57%) pazienti hanno ricevuto una strategia invasiva, di
questi: 38 (35%) entro 24h dall’insorgenza dei sintomi, 32 (30%) tra 2472h, 38 (35%) oltre le 72h. Nel corso della degenza 62 (33%) pazienti
hanno presentato MACE: 53 (86%) scompenso cardiaco acuto; 3 (5%)
angina post-infartuale; 2 (3%) reinfarto; 5 (8%) morte cardiaca. Il grafico
mostra l’incidenza intraospedaliera di MACE nei sottogruppi di pazienti
divisi in base al tipo di trattamento ricevuto e in base al timing della
strategia invasiva. I pazienti che hanno ricevuto una strategia invasiva
entro le 72h hanno avuto globalmente un’incidenza di MACE
intraospedalieri inferiore rispetto ai pazienti che hanno ricevuto una
strategia conservativa (13 vs 46%; p<0.001). Mentre i pazienti che hanno
ricevuto una strategia invasiva oltre le 72h hanno avuto un’incidenza di
MACE intraospedalieri non diversa dai pazienti che hanno ricevuto una
strategia conservativa (45 vs 46%; p=NS). Nell’ambito dei pazienti che
hanno ricevuto una strategia invasiva entro le 72h, i pazienti che l’hanno
ricevuta entro le 24h hanno avuto un’incidenza di MACE intraospedalieri
significativamente inferiore rispetto ai pazienti che l’hanno ricevuta oltre
le 24h (5 vs 22%; p=0.039).
Conclusioni. I nostri dati indicano che, quando eseguita entro le 72h,
anche nei pazienti anziani con NSTEMI la strategia invasiva migliora la
prognosi a breve termine. In questi pazienti il ricorso precoce (entro le
24h) alla strategia invasiva sembrerebbe migliorare ulteriormente la
prognosi a breve termine.
Infarto miocardico acuto
P243
CONFRONTO TRA EFFICACIA E TOLLERABILITÀ DI DUE TERAPIE
TROMBOLITICHE IN PAZIENTI STEMI TRATTATI IN UNA UTIC SENZA
SERVIZIO DI EMODINAMICA
Giuseppe Picardi, Renato Cocchia, Eugenio Stampati, Francesco Scafuro
U.O. di Cardiologia-UTIC, P.O. Santa Maria della Pietà, Nola (NA)
La terapia farmacologica trombolitica rappresenta la terapia riperfusiva di
primo impiego in una UTIC come la nostra priva di servizio di emodinamica
in situ. I farmaci a disposizione per tale terapia sono rappresentati dagli
attivatori del plasminogeno tissutale come l’alteplase (ALT) e un suo
derivato come il tenecteplase (TNK). Dal gennaio 2006 al dicembre 2010
sono giunti alla nostra osservazione 782 STEMI, di questi sono stati
sottoposti a terapia trombolitica 459 (58.7%), mentre 60 (7.7%) sono stati
inviati ad un centro di emodinamica per una terapia trombolitica
meccanica (PTCA primaria). Dei pz. sottoposti a terapia trombolitica
farmacologica 218 (47.5%) sono stati trattati con ALT e 241 (52.5%) con
TNK. In 162 pz pari al 35.4% dei pz trombolisati non si è raggiunto il
risultato della riduzione di oltre il 50% del sopraslivellamento del tratto
ST per cui i pz sono stati trasferiti per praticare una PTCA rescue. Dei 215
pz trattati con ALT il 28.8% sono stati trasferiti per una PTCA rescue
mentre dei 242 pz trattati con TNK il 41.3% sono stati trasferiti per una
procedura di salvataggio. Il 27.5% dei pz trattati con ALT erano di sesso
femminile contro il 15.3% dei pz trattati con TNK. Il 17.4% dei pz trattati
con ALT erano di età >75 anni contro l’8.3% di quelli trattati con TNK. Il
48% dei pz con IMA anteriore trattati con ALT sono stati trasferiti per
angioplastica rescue contro il 65% dei pz con la stessa estensione
infartuale trattati con TNK. Tale differenza di comportamento tra i due
gruppi di trattamenti ci ha lasciato perplessi circa quale sia la migliore
terapia da utilizzare in pz ospedalizzati. Il risultato della nostra casistica è
presumibilmente da ricercarsi nell’arruolamento dei pz. ad uno dei 2
farmaci. L’ALT è stato preferito nelle donne, nei soggetti di età avanzata,
nelle presentazioni più tardive. Il TNK è stato utilizzato invece soprattutto
nei soggetti giovani, con presentazioni precoci. Rispetto all’estensione
dell’IMA i pz trattati con TNK sembrerebbero essere trasferiti per un
trattamento invasivo con maggiore frequenza. I pz trattati con TNK sono
sicuramente più a rischio e ciò giustifica il fallimento più frequente della
terapia fibrinolitica e il loro maggior ricorso all’angioplastica di
salvataggio. Il dato confortante della nostra casistica è la rarissima
incidenza di complicanze emorragiche gravi (4 pz in 5 anni con emorragie
subaracnoidee) con entrambe le terapie a conferma della relativa
sicurezza degli attivatori del plasminogeno tissutale se utilizzati in accordo
con le linee guida internazionali.
P244
COME TRATTIAMO L’INFARTO MIOCARDICO ACUTO IN UNA UTIC SENZA
SERVIZIO DI EMODINAMICA. ESPERIENZA DEGLI ULTIMI 9 ANNI
Giuseppe Picardi, Renato Cocchia, Eugenio Stampati, Francesco Scafuro
U.O. di Cardiologia-UTIC, P.O. Santa Maria della Pietà, Nola (NA)
La nostra U.O. di Cardiologia e UTIC è il polo cardiologico di riferimento
di un vasto territorio che raccoglie una utenza di oltre 350.000 abitanti.
Sono stati ricoverati in UTIC dal gennaio 2002 al dicembre 2010 n. 2969 pz
con diagnosi di IMA. L’incidenza annua di IMA nelle nostra popolazione
è dunque di circa 0.1%. I maschi sono stati 1904 (64%) e 1065 (36%) le
femmine. L’età media è stata di 65,25 aa. (range età 30-92 anni). L’età
media dei maschi è stata significativamente più bassa 61.2 anni rispetto ai
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
99S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
71.25 anni dell’età media delle femmine. L’orario di presentazione dei pz
disease (CAD) detected by angiography have a substantial risk of
al PS e di ricovero è stato lievemente maggiore nelle ore notturne (55%
subsequent coronary events within one-year. However, the prognosis of
degli IMA dalle ore 20 alle 8). Il quadro ecgrafico evidenziava
these patients in the real world setting has been poorly investigated. The
sopraslivellamento del tratto ST (STEMI) in 1331 pz (44.83%), mentre non
aim of this study was to evaluate the long-term outcome of patients with
era presente sopraslivellamento del tratto ST (NSTEMI) in 1638 pz.
ACS presenting with non-obstructive CAD and the rate of prescription at
(55.17%). Nei nove anni della nostra osservazione abbiamo notato una
discharge of aspirin and clopidogrel according to guideline
progressiva riduzione di circa il 10% all’anno dei casi di STEMI a fronte di
recommendations.
Methods. ACS patients presenting at our Institution and undergoing
un incremento di oltre il 20% dei casi di NSTEMI. La necrosi ha interessato
coronary angiography were screened. ACS was defined according to
la parete anteriore nel 51.2% e nel restante 48.8% sono state coinvolte le
ACC/AHA criteria. Non-obstructive CAD was defined as angiographic
pareti posteriore, inferiore e/o laterale. I pz STEMI (1331) sono stati trattati
findings of <50% diameter stenosis in any major epicardial artery. These
in 866 (65%) con terapia riperfusiva trombolitica con alteplase o
patients were further stratified into 2 groups according to their
tenecteplase. Solo 8 pz. in 9 anni pari allo 0.96% hanno presentato episodi
angiographic findings: Group A (0% stenosis) and Group B (>0 and <50%
emorragici maggiori (emorragie subaracnoidee). Il 28.2% non sono stati
stenosis). Patients were followed-up for 2 years. Major adverse cardiac
sottoposti ad alcuna terapia riperfusiva a causa sia del ritardo di
events (MACE), defined as death, ACS leading to hospitalization, and nonpresentazione che delle controindicazioni alla terapia farmacologica. Solo
fatal stroke were recorded.
il 6.8% dei pz. è stato inviato a praticare PTCA primaria. I pz. NSTEMI
Results. A total of 2157 ACS patients were screened, of whom 261 (12%)
(1638) sono stati trattati nel 93.5% con clopidogrel e nel 44.7% anche con
antagonisti delle glicoproteine IIb/IIIa (tirofiban). Anche in questi pazienti
presented non-obstructive CAD defined according to study criteria.
solo circa il 25% riesce ad essere sottoposto a esame coronarografico nelle
Groups A and B were composed of 123 (47.1%) and 138 (52.9%)
prime 48 ore come da linee guida. La degenza media dei pz con IMA in
patients, respectively. The overall MACE rate at 2 years was 6.5%, with
UTIC è stata di 3.2 giorni, quella degli stessi pz in reparto di cardiologia è
a numerical increase, albeit not statistically significant among group B
stata di 4 giorni.
versus group A patients (9.2 vs 3.3%, p=0.20). During follow-up, group
In conclusione si è notata una progressiva riduzione dei tempi di degenza
B patients were more frequently hospitalized for ACS and underwent
per IMA negli ultimi nove anni in accordo con quanto accade da anni
coronary revascularization compared with group A patients (7.0 vs 1.1%,
anche in altri paesi europei ed un incremento dell’incidenza di infarti non
p=0.04). Despite guideline recommendations, only 49% of patients with
P247
Q. La mancanza di un laboratorio di emodinamica in situ e di una rete
ACS and non-obstructive CAD were prescribed with dual antiplatelet
Patients
on aspirin
were 87% and 54%,
cardiologica regionale con protocolli gestionali
adeguati condiziona
POLIMORFISMO
DELLAtherapy.
MTHFR
C677T
EDor clopidogrel
EVENTI alone
CARDIOVASCOLARI:
respectively.
significativamente le scelte terapeutiche in tema di terapia riperfusiva.
Nonostante ciò si è osservata una sempre CLINICO
maggiore aderenza negli anni
Conclusions. ACS patients with non-obstructive CAD have a low use of
alle linee guida con un persistente progressivo miglioramento degli
dual antiplatelet therapy and remain at high risk for long-term recurrent
standard terapeutici.
ischemic events, underscoring the need for aggressive medical
management in these patients.
P245
Background.
CHEST PAIN PATIENTS WITH KNOWN CORONARY
DISEASE EVENTUALLY
P247
HAVE HIGH-RISK PROFILE FOR CORONARY EVENT NONETHELESS THEY
POLIMORFISMO DELLA MTHFR C677T ED EVENTI CARDIOVASCOLARI:
PRESENT WITH NONDIAGNOSTIC ECG
POTENZIALE IMPIEGO CLINICO
Sonia Vicidomini, Alberto Conti, Simone Vanni, Giuseppe Pepe,
Marco Marini1, Matteo Francioni1, Maria Vittoria Paci1,
Yuri Mariannini, Aurelia Guzzo, Emiliano Lotti, Erica Canuti,
Salvatore Amoroso2, Gian Piero Perna1
1
Cristina Nanna, Riccardo Pini, Claudio Poggioni, Claudia Casula
Cardiologia, Ospedali Riuniti Umberto I-Lancisi-Salesi di Ancona,
Department of Critical Care Medicine and Surgery, Careggi University
Ancona, 2Farmacologia Clinica, Università Politecnica delle Marche,
Hospital, Florence
Ancona
Aim. To evaluate risk profile of chest pain patients with known existing
Background. L’iperomocisteinemia è un fattore di rischio indipendente
P245
coronary disease as compared to patients without who present with
per malattie cardiovascolari. Peraltro se è vero che una severa
CHEST PAIN
PATIENTS
WITH
KNOWN CORONARY
HIGH-RISK PROFILE
normal
EKG and
first-line
nondiagnostic
work-up. DISEASE EVENTUALLY HAVE
iperomocisteinemia
si associa a aumentato rischio trombogeno ed a
Methods.
Low-riskEVENT
patients
with normalTHEY
ECG PRESENT
and Troponin
admission
aumentata
incidenza di CAD, stroke, TVP, è anche vero che il significato di
FOR CORONARY
NONETHELESS
WITHon
NONDIAGNOSTIC
ECG
underwent observation or stress testing
by unstandardized clinical
iperomocisteinemie più modeste è molto dubbio. Probabilmente solo le
Metodi.
judgment. Patients who experienced recurrent angina or positive ECGs or
iperomocisteinemie legate a mutazione della MTHFR C677T hanno un
troponins during observation or patients with positive stress testing were
significato clinico, ma è improponibile uno screening del rischio basato
admitted
and considered for angiography; otherwise they were discharged.
sulla ricerca di tale mutazione, il cui ruolo clinico è pertanto ancora da
Aim.
definire. Scopo del nostro studio è stato studiare se esistano correlazioni
Endpoint. Coronary stenoses ≥50% at angiography or coronary events at
tra eventi cardiovascolari maggiori e presenza di iperomicisteinemia e
follow-up
Methods. including cardiovascular death, myocardial infarction,
revascularisation, and rehospitalisation for angina.
mutazione genica.
Results. Out of 5656 patients considered, 1732 with abnormal ECG were
Metodi. Abbiamo perciò valutato il polimorfismo della MTHFR C677T in
admitted, 2860 with atypical chest pain and normal ECG were
gruppi di soggetti così selezionati:
discharged; 1064 low-risk were enrolled. Patients with known vascular
- Gruppo A: 26 pazienti (età media 31±4) con CAD documentata da eventi
Endpoint.
disease, older age, female gender, diabetes mellitus, and lower chest pain
cardiaci maggiori senza fattori di rischio convenzionali
score were likely managed with observation. The global management
- Gruppo B: 34 pazienti (età media 40±5) con CAD documentata da eventi
Results.
showed 23% patients reached the endpoint; the negative predictive value
cardiaci maggiori con fattori di rischio convenzionali
Risultati.
was 96%. Patients with known coronary disease as compared to patients
- Gruppo C: 20 soggetti (età media 36±6) senza CAD e senza eventi cardiaci
without reached the endpoint in 15 vs 8%, respectively, p<0.0001, as
maggiori con fattori di rischio convenzionali
follows: 26 v 12%, respectively, p<0.0001, during in-hospital stay; 7 vs 2%,
Risultati. Una mutazione della MTHFR C677T (omozigote o eterozigote) è
respectively, p<0.0001, at 9.9±4.9 month follow-up. The negative
stata rilevata in tutti i pazienti del gruppo A, nel 9% dei pazienti del
predictive value was 90 vs 98%, respectively, p<0.0001.
gruppo B e nello 0% dei pazienti del gruppo C (vedi figura 1). Nel gruppo
Conclusions. One-third of chest pain patients with known existing
A la percentuale di mutazioni omozigoti era del 40% circa. I nostri dati
coronary disease and nondiagnostic first-line work-up eventually was
sembrano perciò suggerire che sia utile eseguire una valutazione del
Conclusions.as having coronary event. Thus, noninvasive management of
recognized
polimorfismo della MTHFR C677T esclusivamente in pazienti in cui non si
patients with known existing coronary disease could be unreliable in the
rilevi un’eziologia “standard” dell’evento coronario, e che la valutazione
real world.
possa essere utile per le scelte terapeutiche successive.
Negative predictive value
Endpoint during hospital stay
Endpoint at follow-up
Total
95.8%
198 (18.6%)
49 (4.6%)
Known CAD
90.1%
126 (26.4%)
35 (7.3%)
Unkonwn CAD
98.1%
72 (12.3%)
10 (1.7%)
p
<0.0001
<0.0001
<0.0001
P246
ACUTE CORONARY SYNDROME AND NON-OBSTRUCTIVE CORONARY
ARTERY DISEASE: LONG-TERM PROGNOSIS
Roberta Rossini1, Giuseppe Musumeci1, Corrado Lettieri2,
Davide Capodanno3, Ugo Limbruno4, Paolo Calabria4, Paola Mantovani2,
Andrea Micheli4, Tamar Nijaradze1, Luca Tomasi2, Laurian Mihalcsik1,
Luigi Fiocca1, Matteo Baroni1, Giulio Guagliumi1, Orazio Valsecchi1,
Dominick Angiolillo5, Antonello Gavazzi1
1
Ospedali Riuniti, Bergamo, 2Ospedale Carlo Poma, Mantova, 3Ospedale
Ferrarotto, Università degli Studi, Catania, 4Ospedale della Misericordia,
Grosseto, 5University of Florida-Shands Jacksonville, Jacksonville, USA
Background. Data from clinical trials have demonstrated that patients
with acute coronary syndrome (ACS) and non-obstructive coronary artery
100S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
POTEN
POSTER
P248
RUOLO DELLA RIVASCOLARIZZAZIONE COMPLETA E DEL FLUSSO FINALE
TIMI 3 IN PAZIENTI CON INFARTO MIOCARDICO ACUTO CON
SOPRASLIVELLAMENTO DEL TRATTO ST E SHOCK CARDIOGENO
Dario Formigli, Francesco Moscato, Vitangelo Franco,
Stefano Capobianco, Fortunato Scotto di Uccio, Paolo Silvestri,
Marino Scherillo
Dipartimento di Cardioscienze, Azienda Ospedaliera
“Gaetano Rummo”, Benevento
Background. L’angioplastica coronarica primaria (PPCI) è il trattamento di
rivascolarizzazione percutanea indicato nei pazienti con infarto acuto del
miocardio a presentazione con sopraslivellamento del tratto ST (STEMI). Lo
shock cardiogeno può presentarsi all’esordio in una percentuale non
trascurabile di pazienti con STEMI ed è gravato da un’alta mortalità
intraospedaliera e da un’elevata insorgenza di eventi cardiaci maggiori a
distanza di tempo. Obiettivo di questo studio è quello di valutare
l’efficacia e l’outcome intraospedaliero ed a 30 giorni della PPCI nei
pazienti con STEMI complicato da shock cardiogeno all’esordio.
Disegno dello studio. Da gennaio 2008 a novembre 2010 abbiamo
valutato retrospettivamente 48 pazienti consecutivi (38 maschi e 10
femmine; età media 66.4±13.0 anni) trattati mediante PPCI per infarto
acuto con sopraslivellamento del tratto ST complicato all’esordio da shock
cardiogeno ricoveratisi presso il nostro reparto. Abbiamo raccolto i dati
clinici, angiografici e la mortalità intra-ospedaliera ed a breve termine (30
giorni). I pazienti sono stati classificati in due gruppi in base alla
sopravvivenza ospedaliera (Gruppo A, n=28, 58%) o meno (Gruppo B,
n=20, 42%).
Risultati. I pazienti non sopravvissuti (Gruppo B) rispetto ai sopravvissuti
(Gruppo A) erano più anziani (età media 72.7±8.8 vs 62.0±13.8; p=0.004);
presentavano una maggior incidenza di arresto cardiaco all’esordio (50 vs
21%; p=ns) e localizzazione antero-laterale dell’infarto (60 vs 36%; p=ns).
All’angiografia basale i pazienti del Gruppo B presentavano una maggior
estensione della malattia coronarica caratterizzata da interessamento
trivasale e/o del tronco comune (60 vs 50%; p=ns); ed una lesione “culprit”
interessante la discendente anteriore e/o il tronco comune (60 vs 36%;
p=ns). Per quanto riguarda le caratteristiche procedurali, si è osservato
come la rivascolarizzazione completa (20 vs 71%; p=0.001) e la perfusione
coronarica ottimale valutata mediante flusso TIMI 3 all’angiografia finale
(30 vs 76%; p=0.002), fossero presenti in maniera significativamente
inferiore nel Gruppo B rispetto al Gruppo A. Nel Gruppo A a distanza di
30 giorni non si sono avuti eventi cardiaci maggiori. Solo 4 pazienti (14%)
hanno eseguito un’ulteriore rivascolarizzazione percutanea mediante
angioplastica coronarica, 3 casi per restenosi ed 1 caso per progressione
della malattia. La rivascolarizzazione incompleta (OR 10, 95% CI 2.5-39;
p=0.001) ed il flusso finale TIMI <3 (OR 6.4, 95% CI 1.8-22.5; p=0.006) sono
risultati predittori indipendenti di mortalità intraospedaliera.
Conclusioni. Nella nostra casistica si conferma che l’infarto acuto del
miocardio con sopraslivellamento del tratto ST complicato all’esordio da
shock cardiogeno è gravato da un’elevata mortalità intraospedaliera. I
predittori sono rappresentati da un flusso TIMI <3 all’angiografia finale e
dalla rivascolarizzazione incompleta.
P249
IL DOLORE TORACICO IN UN DEA AD ALTO VOLUME DI ACCESSI: UTILITÀ
DEL TEST DA SFORZO NEL RULE OUT DEI PAZIENTI
Andrea Ciolli1, Maurizio Di Lorenzo1, Carmelo Ribis1, Giovanni Lo Sardo1,
Donatella Livoli2, Cinzia Cancrini2, Alessandra Revello2,
Giuliano Altamura1, Francesco Rocco Pugliese2
1
Divisione di Cardiologia, 2DEA, Ospedale Sandro Pertini, Roma
Materiali. Sono stati considerati i pazienti adulti di competenza medica
giunti al PS dell’Ospedale Sandro Pertini di Roma tra 1/1/2008 e 31/10/2008
(GR1) e tra 1/1/2010 e 31/10/2010 (GR2).
In assenza di controindicazioni e di alterazioni elettrocardiografiche o
enzimatiche suggestive di SCA, i pazienti del GR2 a rischio intermedio di
SCA eseguivano routinariamente a TE dopo 12 ore di osservazione e dopo
almeno 6 ore dall’ultima manifestazione del dolore. Solo un numero
esiguo di pz del GR I veniva sottoposto a TE. Il TE, limitato dai sintomi, era
effettuato al treadmill sec. il protocollo di Bruce modificato. I pz con TE
positivo venivano ricoverati nel reparto di Cardiologia d’Urgenza, di
Cardiologia o di Medicina d’Urgenza, mentre quelli con TE negativo erano
inviati a domicilio. In caso di controindicazione al TE, di risultato dubbio
o non conclusivo, i pz venivano ricoverati per eseguire eco stress (ES). Tutti
i pz con TE o ES positivo eseguivano coronarografia.
Risultati. I pz del GR I sono stati 56 820 di cui 2.442 (42.9%) con DT, quelli
del GR II sono stati 54 616 di cui 2.382 con DT (44.36%). Nel GR I sono
stati effettuati 54 TE di cui 3 risultati positivi per ischemia da sforzo
(5.5%), mentre i TE effettuati nel GR II sono stati 334 di cui 12 positivi
(5.5%). In entrambi i gruppi non sono state registrate complicanze. Dei
pz giunti per DT è stata fatta in PS diagnosi di SCA in 512 pz (20.9% dei
pz con DT) del GR I e in 481 pz (20.1%) GR II (ns), altre diagnosi
(pericardite, embolia polmonare, dissezione aortica, pneumotorace)
sono state poste in 78 pz (3.2%) del GR I e in 82 pz (3.4%) del GR II (ns).
Sono stati ricoverati con diagnosi di DT i pz con TE positivo (da avviare
a coronarografia) e quelli che non avevano eseguito il TE. I pz ricoverati
con diagnosi di DT sono stati complessivamente 449 (19,1%) nel GR I e
98 (4.1%) nel GR II (p<0.005). La diagnosi di dimissione dall’Ospedale
era di angina pectoris in 86 pz (19.1% dei pz ricoverati per DT) del GR I
e in 78 pz (79.6%) del GR II (ns), mentre diagnosi di DT era posta in 343
pz (76.4% dei pz ricoverati per DT) nel GR I e 20 pz (20.4%) nel GR II
(p<0.001).
Accessi totali
Accessi per DT
TE effettuati
Complicanze
TE +
Pz ricoverati con diagnosi di DT
Pz dimessi con diagnosi di angina
Pz dimessi con diagnosi di DT
GR1
56 820
2442
54
0
3
449
86
343
GR2
54 616
2382
334
0
12
98
78
20
p
ns
ns
<0.001
ns
<0.001
<0.005
ns
<0.001
Conclusioni.Il TE eseguito in PS nei pz con DT in un centro a elevato
Conclusioni.
numero di accessi si conferma un test sicuro e utile per ridurre i ricoveri e
per aumentarne l’appropriatezza.
P250
I DUE ESTREMI DEL PERCORSO “DOLORE TORACICO” IN PRONTO
SOCCORSO
Donatella Livoli1, Cinzia Cancrini1, Alessandra Revello1, Antonio Simone1,
Carmelo Ribis2, Andrea Ciolli2, Francesco Rocco Pugliese1
1
U.O.C. di Pronto Soccorso Medicina d’Urgenza, 2U.O.C. di Cardiologia,
Ospedale Sandro Pertini, Roma
Un appropriato iter diagnostico del DT in un PS ad elevato numero di
accessi deve necessariamente riuscire ad individuare rapidamente i
pazienti che richiedono un percorso di priorità per trattamento assicurare
il miglior percorso clinico-assistenziale a tutti gli altri.
Scopo del lavoro. Verificare la sensibilità del percorso “Dolore Toracico”
nell’individuare tempestivamente tra tutti “tale sintomo di
presentazione” quelli che richiedono un percorso di priorità (STEMI) e
analizzare il ruolo del Test Ergometrico in PS per i pazienti potenzialmente
dimissibili.
Materiali e metodi. Sono stati confrontati i dati relativi al I semestre 2009
rispetto allo stesso periodo 2010 per valutare l’appropriatezza
dell’applicazione e la sensibilità del percorso per il paziente con “dolore
toracico”. Il percorso attivato dalla nostra UOC prevede l’esecuzione
dell’ECG a 12 derivazioni al momento della valutazione al triage,
interpretato dal medico della sala d’emergenza; nel caso di un riscontro
di “ST sopraslivellato” il codice di priorità del paziente è “rosso” e si attiva
il percorso di valutazione congiunta medico d’urgenza/cardiologo. Gli altri
pazienti proseguono il percorso clinico diagnostico; i pazienti
potenzialmente dimissibili con medio e basso rischio eseguono un test
ergometrico in PS.
Risultati preliminari. L’Ospedale Sandro Pertini (300 posti letto, UTIC 8 PL
e laboratori di emodinamica attivo 24/7, ma in reperibilità notturna e
festiva) registra circa 87000 accessi/anno in pronto soccorso, di questi circa
il 4.3% si presenta riferendo come sintomo principale “dolore toracico”.
Nel 2009 n. 83 cartelle sono state chiuse come STEMI; i tempi di chiusura,
presi come riferimento per l’avvio all’emodinamica, sono stati 56 minuti
di media. Nel 2010, a fronte di un numero di accessi per dolore toracico
sovrapponibile, si sono registrati 87 STEMI i cui tempi di avvio in
emodinamica sono risultati inferiori: tempo medio 52 minuti. L’età media
65 anni e mortalità 0.0602. I pazienti con medio e basso rischio sono stati
sottoposti a T.E. predimissione. Nel 2009 sono stati chiusi 1582 pazienti
con diagnosi dolore toracico; di questi 109 eseguivano T.E., 4 (3.6%)
risultavano positivi. Nel 2010 dei 1437 pazienti con dolore toracico 206
eseguivano T.E. e 11 (5.3%) risultavano positivi.
Conclusioni. L’esecuzione di ECG al triage e l’aderenza ai protocolli,
consentono di ridurre i tempi di invio del paziente al percorso adeguato,
con un out-come positivo, in particolare per i casi di STEMI. L’esecuzione
del T.E. in PS ha aumentato la percentuale delle dimissioni in sicurezza
(2009 il 32%, nel 2010 il 46%), ha ridotto la percentuale di ricoveri (2009
il 22%; 2010 il 20%) e ha permesso di identificare la bassa percentuale dei
pazienti con ischemia inducibile (3.6%-2009; 5.2%-2010).
P251
UN NUOVO TRATTAMENTO PER PAZIENTI CON ANGINA REFRATTARIA:
RIVASCOLARIZZAZIONE MIOCARDICA MEDIANTE UTILIZZO DI ONDE
D’URTO
(EXTRACORPOREAL
SHOCKWAVE
MYOCARDIAL
REVASCULARIZATION, ESMR)
Gianluca Alunni, Maurizio D’Amico, Ilaria Meynet, Monica Andriani,
Armando Deberardinis, Mario Campana, Elena Giraudi,
Sebastiano Marra
Azienda Universitario-Ospedaliera San Giovanni Battista, Torino
Introduzione. Il trattamento corrente della malattia coronarica (CAD) ha
tre opzioni terapeutiche: angioplastica coronarica percutanea (PCI), bypass
(CABG), terapia farmacologica. La prognosi, ma soprattutto la qualità di
vita dei pazienti sintomatici con una grave CAD, senza più indicazione del
PCI o CABG, rimane comunque un problema in continuo aumento. Ad
oggi, oltre la terapia medica, diverse terapie alternative sono emerse per
alleviare i sintomi anginosi e la perfusione miocardica di questa pazienti,
ma solo pochi dati hanno evidenziato una vera efficacia e sicurezza.
Scopo. Valutare la perfusione miocardica distrettuale mediante SPECT
dopo trattamento con onde d’urto a 3-6-12 mesi rispetto al pretrattamento (endpoint primario). Valutare inoltre il miglioramento della
classe funzionale (CCS), della frazione d’eiezione (EF), consumo di
trinitrina e ricoveri ospedalieri (endpoint secondari).
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
101S
roduzione.
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
po.
todi.
ultati.
nclusioni.
Metodi. Abbiamo trattato 15 pazienti con severa malattia coronarica,
senza indicazione di una possibile PCI o CABG (età media 71±5.6 DS, 3
femmine e 12 maschi) mediante utilizzo di onde d’urto (ESMR) (200
colpi/spot a 0.09 mJ/mm per 20-40 punti, 3 volte alla settimana, con
intervalli di 4 settimane per un totale di 3 mesi, nove trattamenti a
paziente in totale). La zona ischemica da trattare veniva sistematicamente
ricercata con scintigrafia miocardica da stress dipiridamolo (SPECT). Ogni
paziente veniva sottoposto a un controllo pre-trattamento (basale e dopo
stress) ed a 6 mesi dal trattamento (basale e dopo stress). Il follow-up dei
pazienti è stato a 1, 3 clinico e a 6-12 clinico e strumentale (SPECT).
Risultati. La terapia con onde d’urto cardiaca ha portato:
- miglioramento dei sintomi (Canadian Cardiovascular Society, dal 2.8
(media) a 1.73 a 3 mesi a 1.27 a 6 mesi a 1.27 a 12 mesi; p<0.0001 sia a 3
che a 6 che 12 mesi);
- non più utilizzo di nitrati a 3 e 6 mesi e nessuno ricovero a 3 e 6 mesi
(p<0.001 per entrambi);
- ha migliorato la perfusione miocardica globale a 6 mesi (+34% nel
confronto tra i basali, p<0.021 e +42% p<0.0009 nel confronto tra gli stress
test). Tale evidenza è stata confermata anche quando si sono analizzati i
sottogruppi dei diversi gradi di perfusione scintigrafica (riduzione del 54%
della classe 3 p<0.01 e del 75% della classe 4 p<0.01 nel confronto tra gli
stress test pre e post-trattamento). Questi effetti positivi si sono protratti
per 12 mesi. Nessuna complicazione procedurale o effetti avversi sia
durante che nel follow-up.
Conclusioni. La terapia con onde d’urto ha portato ad un significativo
miglioramento della perfusione miocardica e di conseguenza ad un
significativo miglioramento dei sintomi anginosi. Si è rivelata un
trattamento efficace e non invasivo per pazienti con grave malattia
coronarica in fase terminale.
P252
ANGINA VARIANTE AL RECHALLENGE CON CAPECITABINA
Veronica Dusi1, Marianna Aita2, Giuseppe Aprile2, Fabio Puglisi2,
Chiara Lestuzzi3, Maria Grazia Baldin4
1
Dipartimento di Cardiologia Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo e
Università degli Studi, Pavia, 2Dipartimento di Oncologia, Ospedale
Universitario di Udine, Udine, 3U.O. Cardiologia, Centro di Riferimento
Oncologico, IRCCS, Aviano (PN), 4S.O.C. di Cardiologia,
Ospedale di Palmanova, Palmanova (UD)
Introduzione. La capecitabina (CAPE) è un analogo orale del 5fluorouracile, con profilo di tossicità cardiologica, a presumibile eziologia
vasospastica, molto simile. Nelle pazienti con carcinoma mammario si
associa ad un’incidenza complessiva del 3-9% di angina, infarto
miocardico, aritmie ventricolari, morte cardiaca improvvisa. Si descrive un
caso di angina variante al rechallenge con CAPE.
Caso. Una donna di 46 anni in premenopausa viene valutata per
rechallenge di chemioterapia (CT) con CAPE per recente (4.02.10)
progressione epatica di carcinoma mammario duttale infiltrante. La
paziente era stata sottoposta nel 2006 a 4 cicli di CT neoadiuvante con
doxorubicina e ciclofosfamide, senza segni né sintomi di cardiotossicità; in
data 16.11.06 aveva iniziato il primo dei 4 cicli previsti di paclitaxel e CAPE
(1850 mg/m2/die). Il 21.11 accesso al DEA per dolore toracico atipico;
all’ECG sopra-ST da V4 a V6 e in DI-aVL; troponina I (TnI) picco 0.27 ng/ml
(normalità <0.09 ng/ml). L’ecocardiogramma evidenzia ipocinesia inferodorsale con frazione d’eiezione conservata. L’angiocardioscintigrafia del
23.11 non mostra discinesie. Il quadro è ritenuto compatibile con
miopericardite: si interrompe CAPE e si somministra ASA per un mese, con
risoluzione dei sintomi e normalizzazione dell’elettrocardiogramma e
dell’ecocardiogramma. La paziente riceve quindi trastuzumab adiuvante,
e a seguire trastuzumab come terapia di prima linea per metastasi sternali.
Considerati il dato anamnestico e le segnalazioni di letteratura, al
rechallenge si programma stretto monitoraggio cardiaco, con dosaggio
della CAPE ridotto a 1000 mg/m2/die. I primi ECG, a distanza di 2 e 3 giorni
dall’avvio della CT (1.03.10), non mostrano alterazioni, la paziente è
asintomatica. Il 5.03 esegue monitoraggio Holter 24 ore (H-Scribe Mortara
102S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
12 canali) con evidenza di 2 episodi (da 20:37 a 20:40 e da 20:50 a 21:08)
di appiattimento dell’onda T/onda U prominente in sede laterale (associati
a sensazione di costrizione epigastrica) e un episodio asintomatico (da
7:20 a 7:32) di sopra-ST inferiore e antero-laterale (max 4 mm). La paziente
riceve in DEA amlodipina, nitrati e ASA. ECG, curva TnI ed
ecocardiogramma sono negativi. In accordo con l’oncologo di riferimento
sospende definitivamente CAPE e inizia CT di seconda linea con
vinorelbina+trastuzumab. A completamento diagnostico si eseguono
angio-TC coronarica (17.06: coronarie indenni) e cardio-RMN (27.07: non
late enhancement né segni di miocardite). Si ipotizza pertanto che anche
il primo episodio di cardiotossicità sia stato su base ischemica acuta con
danno miocardico minore.
Conclusione. La tossicità da CAPE con manifestazioni ischemiche acute e
clinica spesso atipica è un effetto collaterale cardiaco frequente, anche se
poco conosciuto e verosimilmente sotto diagnosticato. In assenza di linee
guida condivise, l’ECG sec. Holter 24-48 ore su 12 canali eseguito in 4-6
giornata dall’inizio della CT si dimostra un esame ad alta resa diagnostica
anche per episodi di ischemia silente. Come segnalato in letteratura il
rechallenge pur a dose ridotta è ad alto rischio di recidiva e, se ritenuto
indispensabile, necessita di stretto monitoraggio.
P253
ACS DETECTION BY ECHO: LV WALL MOTION ASSESSMENT BY ECHO AS
PRINCIPAL TOOL TO DIAGNOSE LCX-RELATED ACS
Domenico Delfino, Manrico Partemi, Stenio Amabili, Emidio Nardini,
Vito Maurizio Parato
Chest Pain Unit and Echolab, Cardiology Unit, Mazzoni Hospital,
Ascoli Piceno
Introduction. The role of echocardiography in acute coronary syndrome
(ACS) today is considered very important. Generally, the diagnosis of ACS
is based on the medical history data, ECG and cardiac enzymes.
Furthermore, echocardiography is an accurate, inexpensive, rapid and
noninvasive test, with a high diagnostic and prognostic value, able to
detect complications in ACS. By localizing and quantifying segmental wall
motion abnormalities, echocardiography can identify the location and
extent of the ischemia. But there is currently no consensus on the use of
resting echocardiography for monitoring of patients with chest pain and
suspected Acute Coronary Syndrome (ACS). We performed a study with
the aim to assess the ability of resting echocardiography to detect an acute
coronary syndrome (ACS) before the occurrence of ischemic ECG changes
or Troponin-T elevation.
Materials and methods. 403 patients who presented to the ER with chest
pain, normal ECGs, and normal Troponin T levels were admitted to the
cardiologist-run CPU for further monitoring. They underwent serial resting
echocardiography for monitoring of left ventricle (LV) wall motion, ECG
telemetry monitoring, and serial Troponin-T measurements.
Results. An ACS was detected in 49 patients (12.1%). These 49 patients
were then subdivided into 3 different groups, based on the initial mode
of detection of their ACS. In group A, 16/49 (32.6%) of the patients had
ACS shown by echocardiographic detection of LV wall-motion
abnormalities. In group B, 24 out of 49 (48.9%) of patients had an ACS
detected by ischemic ECG changes. In group C, 9 out of 49 (18.3%) patients
had an ACS detected by Troponin T elevations. The shortest time interval
between CPU-admission and ACS detection occurred in group A (A vs B
p<0.03 and A vs C p<0.01). In group A, cardiac angiogram showed that
the culprit coronary lesion was more frequently in the circumflex artery
(11 out of 16; 68.7%) (LCx vs LAD p<0.02; LCx vs RCA p<0.001) and of these
11 patients with circumflex lesions, the ECG was normal in 8 (72.7%).
Conclusion. This investigation demonstrates the usefulness of LV wallmotion monitoring by serial echocardiography as part of a diagnostic
protocol that can be implemented in a CPU. Furthermore,
echocardiography could become an essential tool used in the diagnosis
of ACS secondary to circumflex lesions.
P254
EFFETTI DIASTOLICI DELL’IVABRADINA NEL CORSO DEL FOLLOW-UP DI
PAZIENTI INFARTUATI
M. Pugliese, M.S. Fera, F. De Santis, R.L. Putini, A. Fiorella, E. Natale,
P. Pino, G. Minardi, E. Giovannini
Cardiologia I- UTIC, Dipartimento Cardiovascolare,
Ospedale San Camillo, Roma
È noto che il flusso miocardico subendocardico tende a diminuire anche in
assenza di stenosi significative con l’aumentare della frequenza cardiaca,
con la possibilità di determinare a frequenze molto elevate (>200 b/min)
un disequilibrio tra domanda e offerta. Se presenti stenosi coronariche, ciò
avviene anche per valori di frequenza cardiaca non particolarmente
elevati. Tutto ciò può avere una conseguenza immediata sulla funzione
diastolica del ventricolo sinistro.
Scopo. Sono state analizzate le modifiche della funzione diastolica nel
corso del follow-up dei pazienti (pz) infartuati, trattati con ivabradina.
Tale farmaco riduce in modo selettivo la frequenza cardiaca, agendo
attraverso una inibizione selettiva e specifica della corrente pacemaker
cardiaca If.
Metodi. Abbiamo studiato 40 pz, omogenei per età e sesso, tutti con storia
di infarto miocardico negli ultimi 6 mesi, sottoposti a rivascolarizzazione
coronarica (dell’arteria responsabile) mediante PCI e con FE compresa tra
40-50% e frequenza cardiaca rilevata al momento dell’arruolamento 74±4
POSTER
Materiale e metodo. Da un database in cui sono stati inseriti dal 1998 tutti
i pazienti consecutivi afferenti ad un ambulatorio specialistico cardiologico
dell’ASP, sono stati selezionati i pazienti che erano stati dimessi da
strutture ospedaliere con diagnosi di angina instabile o IMA. Sono stati
esclusi i pazienti con documentazione incompleta e/o con terapia
effettuata non nota. Sono stati presi pertanto in considerazione 907
pazienti, di cui 559 maschi, età media 70 anni, 418 con pregresso IMA, 277
sottoposti a rivascolarizzazione di cui 147 con PCI. Dei 480 pazienti che
avevano avuto nell’ambulatorio due o più controlli nel tempo, è stato
preso in considerazione l’ultimo controllo.
Risultati e conclusione. Su 907 pazienti 49 (5.4%), di cui 9 dimessi con
diagnosi di pregresso IMA, non utilizzavano nessuno dei 4 farmaci
raccomandati; 141 pazienti ne utilizzavano 1; 271 2 farmaci; 274 3 farmaci;
172 tutti e 4 i farmaci. Dividendo i pazienti per anno di osservazione dal
1998 ad oggi è stato osservato un trend di crescita di aderenza alle LG
portandosi nel 2009 al 65% nell’utilizzo di 3 o 4 farmaci ed al 78% per i
primi 10 mesi del 2010. Per la tipologia del farmaco è stato osservato per
l’ASA e/o tienopiridinici un utilizzo nel 2010 del 96%, per l’ACE-I/sartano
del 76%, per le statine del 75%, per i betabloccanti del 68%.
L’implementazione del trattamento secondo le LG è condizionata da un
importante incremento dal 2008 dei pazienti rivascolarizzati in evidente
rapporto con l’attivazione dell’emodinamica e dell’h24 nell’Azienda
ospedaliera a cui afferisce il territorio. Infatti nei controlli effettuati nei
primi 10 mesi del 2010 35 pazienti avevano effettuato PCI e 26 by-pass
Ao-C, il 47% di tutti i pazienti post SCA venuti in osservazione di cui il
90% era in trattamento con 3 o 4 farmaci contro il 67% degli ischemici
non rivascolarizzati. Dividendo la popolazione studiata in due gruppi di
cinque anni 1999-2003 e 2004-2008, escludendo pertanto gli ultimi due
anni, in cui i pazienti rivascolarizzati più o meno si presentavano nello
stesso numero anno per anno, è strato trovato che i pazienti con
trattamento con 3 o 4 farmaci era salito dal 34 al 54%.
P255
Il trend in crescita dell’utilizzo di combinazioni di farmaci indicati dalle
VARIAZIONE DELL’ADERENZA PRESCRITTIVA SECONDO LE LINEE GUIDA
LGDOPO
evidenzia
una
ZIONE DELL’ADERENZA
PRESCRITTIVA
SECONDO
LE LINEE GUIDA IN PAZIENTI
SCA
INprogressiva e maggiore attenzione nella prescrizione
IN PAZIENTI DOPO
SCA IN CONTROLLI
SUCCESSIVI
nei pazienti post SCA, con un miglior trattamento per i pazienti con
OLLI SUCCESSIVI
Gianfranco Parise
pregresso IMA, che diventa ancora maggiore per quelli sottoposti a
Cardiologia, Poliambulatorio di Quattromiglia, ASP Cosenza, Rende (CS)
rivascolarizzazione.
Scopi della ricerca. Verificare nel tempo l’aderenza al trattamento con la
terapia prevista e ai consigli sullo stile di vita secondo le linee guida (LG)
della ricerca.nei pazienti con cardiopatia ischemica cronica post SCA ritornati in
successivi controlli.
Circolo coronarico e periferico
Materiale e metodo. Da un database in cui sono stati inseriti dal 1998 tutti
i pazienti consecutivi afferenti ad un ambulatorio specialistico cardiologico
P257
ale e metodo.
dell’ASP sono stati selezionati 275 pazienti con diagnosi di angina instabile
RUOLO DEL TNF-α IN MODELLO SPERIMENTALE DI DIABETE DI TIPO II
o IMA alla dimissione da strutture ospedaliere, che non avevano mai avuto
Stefano Capobianco1, Xue Gao2, Cuihua Zhang2, Dario Formigli1,
controlli precedenti all’evento acuto e che avevano avuto dopo il primo un
Marino Scherillo1
successivo controllo a distanza non inferiore all’anno. Sono stai esclusi
1
Cardiology Department, Gaetano Rummo Hospital, Benevento,
quelli con documentazione incompleta e/o con terapia effettuata non
2
Department of Veterinary Physiology and Pharmacology,
nota. 171 pazienti sono maschi, 104 femmine, età media 67 anni al primo
Texas A&M University, College Station, Texas, USA
controllo 72 anni all’ultimo, 75 rivascolarizzati di cui 51 con BPCA. È stata
Background. Abbiamo ipotizzato che la citochina tumor necrosis factor-α
valutata l’aderenza prescrittiva all’utilizzo dei farmaci raccomandati dalle
(TNF-α) produca disfunzione endoteliale nel diabete di tipo II (NIDDM).
LG, ASA e/o tienopiridinico, ACE-I o sartano, statina, betabloccante e agli
Materiali e metodi. Abbiamo utilizzato animali da esperimento (mice)
stili di vita.
di età compresa tre le 20 e le 24 settimane, in gruppi così suddivisi:
Risultati e conclusione. I pazienti che non utilizzavano i farmaci
gruppo eterozigote di controllo (m Lepr-db mice; n=20), omozigote
ti e conclusione.
raccomandati sono diminuiti dal primo all’ultimo controllo da 22 a 9,
diabete tipo II (Lepr-db mice; n=20) e omozigote diabete tipo II “null”
quelli che ne utilizzavano uno solo da 65 a 33, due farmaci da 104 a 84,
per TNF (dbTNF-/dbTNF- mice; n=20). Abbiamo prelevato dal cuore degli
mentre i pazienti che utilizzano tre farmaci sono aumentati da 56 a 86, e
animali sacrificati delle arteriole coronariche di diametro compreso tra
quelli con quattro da 28 a 63. L’utilizzo dell’aspirina ha avuto un
40 e 100 μm e, dopo averle incannulate ad entrambi gli estremi
incremento di +7.30%; i betabloccanti del +12.18%; l’ACE-I o sartano e le
mediante pipette di vetro, le abbiamo pressurizzate mediante un sistema
statine rispettivamente del +17.58 e del +19.45%. I pazienti che non
chiuso ad una pressione endoluminale di 60 cmH2O. Il vaso incannulato
hanno sospeso il fumo sono passati da 28 a 23; la media dell’indice di
veniva successivamente adagiato in una vaschetta piena di soluzione
massa corporea è rimasta immodificata intorno al 28.6.
fisiologica contenente BSA all’1% e mantenuto ad una temperatura
Il trend in crescita dell’utilizzo di combinazioni di farmaci indicati dalle
costante di 37ºC. Dopo avere indotto il tono vascolare nominale
LG evidenzia una progressiva e maggiore attenzione nella prescrizione
mediante endotelina-I, abbiamo testato la risposta vasomotoria sotto
nei pazienti post SCA, con una implementazione della terapia nell’arco di
differenti stimoli. (SNP, acetilcolina, iperemia attiva).
tempo medio di circa 5 anni negli stessi pazienti, con scarsi risultati sulle
Risultati. Nel gruppo controllo (m Lepr-db), il nitroprussiato di sodio (SNP)
modifiche dello stile di vita.
e l’acetilcolina (Ach) inducevano vasodilatazione dose-dipendente e la
b/min. Età media 71±9 anni. Tutti erano trattati con terapia piena
mediante ace-inibitori o sartanici, beta-bloccanti, statine, antiaggreganti,
diuretici. In 20 pz (gruppo A) è stata aggiunta ivabradina in terapia al
dosaggio di 5 mg bid fino a 7.5 mg bid, al fine di raggiungere una FC pari
a 60/m. Il trattamento con ivabradina è iniziato ad un mese dall’infarto ed
in condizioni di stabilità clinica. Nessun paziente era affetto da
insufficienza epatica o renale di grado severo. In nessun caso vi era
malattia del NSA. I pz erano tutti in classe NYHA I-II. Nessun paziente
riferiva sintomatologia anginosa nell’ultimo mese. Non vi erano problemi
di QT lungo nei pz considerati. È stata valutata la funzione diastolica
mediante l’eco-Doppler (E/A e DT) e la tecnica TDI (rapporto E/e’) in tutti
i pz, al momento dell’arruolamento ad 1 mese e dopo 3 mesi. È stata
effettuata l’analisi statistica mediante il test T di Student ad 1 coda sui
due gruppi di pz: gruppo A (20 pz con terapia standard con ivabradina),
gruppo B (20 pz. con terapia standard senza ivabradina).
Risultati. Il confronto delle medie (gruppo A vs gruppo B) dei valori del
rapporto E/e’ nelle varie fasi dello studio, ha dato tali risultati: basale (10
vs 9.9) p=0.46; 1 mese (7.7 vs 9.2) p=0.03; 3 mesi (8 vs 9.2) p=0.07. Riguardo
al pattern eco-Doppler transmitralico il confronto delle medie dei valori
del rapporto E/A e del DT ha mostrato un miglioramento a favore del
gruppo A sia ad 1 mese che a 3 mesi (p=0.04). L’utilizzo dell’ivabradina
nei pz con una frequenza cardiaca non ottimale si è dimostrato efficace
nel migliorare il pattern eco-Doppler e TDI di funzione diastolica. Il
risultato positivo sul miglioramento della funzione diastolica è stato
registrato già ad 1 mese di follow-up, ed è stato mantenuto a 3 mesi.
Conclusioni. Tali risultati pur con la limitazione della numerosità
campionaria, confermano gli effetti positivi dell’ivabradina nel migliorare
la funzione diastolica dei pazienti ischemici.
P256
TREND DELL’ADERENZA PRESCRITTIVA DOPO SCA NELL’ULTIMO
DECENNIO IN UNA POPOLAZIONE
Gianfranco Parise
Cardiologia, Poliambulatorio di Quattromiglia, ASP Cosenza, Rende (CS)
Scopi della ricerca. Verificare l’andamento dell’aderenza prescrittiva dopo
SCA nell’ultimo decennio in una popolazione della Media Valle del Crati
nell’azienda territoriale di Cosenza. L’aderenza si riferiva all’utilizzo di
uno o più farmaci raccomandati dalle linee guida (LG): ASA e/o
tienopiridinico, ACE-I o sartano, statina, betabloccante.
dilatazione indotta dall’acetilcolina era bloccata dalla NG-monometil-Larginina, un inibitore della NO-sintasi. Nel gruppo Diabete (Lepr-db), la
vasodilatazione indotta dall’iperemia e dall’acetilcolina era ridotta
rispetto al gruppo controllo, ma il nitroprussiato di sodio causava una
dilatazione quantitativamente comparabile a quella ottenuta nel gruppo
controllo (p<0.05). Nell’animale diabetico senza TNF (dbTNF-/dbTNF-), la
vasodilatazione indotta dall’iperemia e dall’acetilcolina era maggiore
rispetto al gruppo diabetico (Lepr-db) e paragonabile al gruppo controllo
(m Lepr-db) (p<0.05). La concentrazione plasmatica di TNF era
significativamente aumentata nel gruppo diabetico (Lepr-db) quando
comparata con quella rilevata nel gruppo controllo (m Lepr-db). La Real
Time-PCR e il Western blotting mostravano che la concertazione di mRNA
e l’espressione proteica del TNF e del fattore nucleare-kb (NF-kB) erano
aumentati nel gruppo diabetico (Lepr-db) rispetto al gruppo controllo
(m Lepr-db) (p<0.05). La somministrazione di anticorpo anti-TNF e di
sRAGE (receptor for advanced glycosylation end products) riduceva
l’espressione di NF-kB e di TNF nel gruppo diabetico (Lepr-db) (p<0.05).
L’immunostaining mostrava che il TNF era localizzato prevalentemente
nelle cellule muscolari lisce vascolari piuttosto che nei miocardiociti e nelle
cellule endoteliali. La produzione di anione superossido era elevata nei
microvasi del gruppo diabetico (Lepr-db) mentre era quasi nulla nel
gruppo controllo (Lepr-db) (p<0.05). La somministrazione di superoxidescavengers (TEMPOL), di inibitore della NADPH (apocinina) o di anticorpo
anti-TNF ripristinava la vasodilatazione endotelio-dipendente nel gruppo
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
103S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
diabetico (Lepr-db).L’attività della NAD(P)H ossidasi, l’espressione proteica
di nitrotirosina e la produzione di perossido di idrogeno erano aumentate
nel gruppo diabetico (Lepr-db) rispetto al gruppo controllo (m Lepr-db),
ma queste variabili erano riportate ai livelli di controllo dalla
somministrazione di anticorpo anti-TNF.
Conclusioni. Il signaling e i pathway coinvolgenti AGE/RAGE e NF-kB
giocano un ruolo di fondamentale importanza nell’espressione di TNF
attraverso l’aumento di produzione (sistemica e locale/vascolare) di TNF
nel topo affetto da diabete mellito di tipo II (NIDDM). L’aumento della
produzione e dell’espressione proteica di TNF-α induce l’attivazione della
NAD(P)H ossidasi e la produzione di specie reattive dell’ossigeno (ROS) che
portano a disfunzione endoteliale in modelli di diabete mellito tipo II.
ma tale risposta era significativamente attenuata nel gruppo diabetico
rispetto al gruppo controllo (p<0.05). La vasodilatazione acetilcolinodipendente in presenza di L-NAME e di indometacina (inibitori
rispettivamente dell NO sintasi e della prostaglandina-sintasi) era quasi
completamente abolita nel gruppo controllo (m Leprdb) e non veniva, per
converso, ulteriormente ridotta nel gruppo diabetico (Leprdb) (p<0.05).
Questa funzione endoteliale residua e indipendente dall’NO è da ascrivere
alla attività, anche essa endotelio-dipendente, dell’EDHF.
Conclusioni. L’EDHF gioca un ruolo di fondamentale importanza nel
mantenere un certo grado di funzione endoteliale nel diabete di tipo II.
P260
P258
ENDOTHELIAL-DEPENDENT VASOMOTOR DYSFUNCTION AS A
PATHOGENETIC
MECHANISM
OF
STRESS-INDUCED
ISCHEMIC
CARDIOMYOPATHY (TAKO-TSUBO SYNDROME)
Edoardo Verna, Andrea Pozzi, Sergio Ghiringhelli, Chiara Minoia,
Stefano Provasoli, Jorge Salerno-Uriarte
U.O di Cardiologia I, Ospedale di Circolo e Fondazione Macchi,
Università degli Studi dell’Insubria, Varese
Background. There is a general consensus considering stress-induced
transient left ventricular apical ballooning syndrome (tako-tsubo
syndrome, TTS) as a form of post-ischemic myocardial stunning. However,
its etiology remains unclear.
Patients and methods. We evaluated coronary vasomotor function and
intravascular ultrasound vessel histology (IVUS) in 27 consecutive patients
(17 women and 4 men, mean age 68 years) in the acute phase of stressrelated TTS (6±2 hours from symptom onset).
Results. Occult atherosclerosis with different degree of plaque formation
was found in all but one patient despite normal angiographic
appearance. The virtual histology characteristics of “thin cup
fibroatheroma” was observed in 12 (41%) patients. Selective
administration of the endothelium-dependent vasodilator Acetylcholine
resulted in a paradoxical vasoconstriction of the epicardial vessel in 24
(88.5%) patients. An attenuation of the hyperemic response of the
coronary microcirculation to the non-endothelium dependent vasodilator
adenosine was found in 22 (76%) patients. Four patients also showed
intramyocardial course of the mid left anterior descending artery by IVUS
imaging with an obstructive Doppler flow pattern. Recovery of regional
left ventricular wall motion by echocardiography was observed in all
patients.
Conclusions. In TTS patients occult atherosclerosis and endothelial
dysfunction are common. Stress induced catecholamine-mediated
sustained paradoxical coronary vasoconstriction due to endothelial
dysfunction may be the pathophysiological mechanism of severe transient
post-ischemic myocardial stunning in TTS.
LA DIVERSA REATTIVITÀ VASCOLARE ALL’ADENOSINA MODIFICA I CRITERI
DI VALUTAZIONE DELLA FFR NELL’UOMO E NELLA DONNA?
Massimo Fineschi1, Tommaso Gori2, Giuseppe Guerrieri3,
Elisabetta Palmerini3, Carlo Pierli1, Sergio Mondillo3
1
U.O.C. di Emodinamica, Policlinico Santa Maria alle Scotte, Siena,
2
Klinikum der Johannes Gutenberg, Universität Mainz, Mainz, Germany,
3
U.O.C. di Cardiologia Universitaria, Policlinico Santa Maria alle Scotte,
Siena
Background. L’utilizzo della fractional flow reserve (FFR) permette di
indagare il significato funzionale di una stenosi coronarica di grado
intermedio. Dal momento che l’uso della FFR richiede il raggiungimento
dell’iperemia massimale, questa metodica è basata sull’assunto che la
risposta microvascolare ai vasodilatatori sia omogenea in tutti i pazienti.
Diversi studi, al contrario, hanno dimostrato che fattori come il sesso o la
presenza di comorbilità modificano in modo significativo la reattività del
microcircolo ai vasodilatatori normalmente utilizzati. Lo scopo di questo
studio è stato quello di valutare l’influenza del genere maschile e
femminile sulla misurazione della FFR.
Metodi e risultati. Sono state valutate 138 stenosi angiograficamente
intermedie (40-70%) in 113 pazienti (38 donne, 33%). La severità della
lesione veniva determinata con l’angiografia coronarica quantitativa. Non
c’era differenza tra maschi e femmine nella severità angiografica della
stenosi, nei valori di pressione arteriosa, età, presenza di comorbilità e
fattori di rischio cardiovascolare (p>0.2 per tutti). Il rapporto al basale tra
la pressione distale alla stenosi (Pd) e la pressione prossimale alla stenosi
(Pa) risultava simile nei due gruppi (uomini: 0.93±0.05; donne 0.93±0.05).
Il valore di Pa durante l’infusione di adenosina risultava sensibilmente, ma
non significativamente, più basso negli uomini (uomini: 86±17 mmHg;
donne: 90±15 mmHg; p=0.2); al contrario, il valore di Pd risultava
significativamente più basso negli uomini (67±15 mmHg contro 75±14
mmHg; p<0.001). In accordo con questo dato, sia la FFR (uomini: 0.79±0.01;
donne: 0.84±0.01; p<0.001) sia il delta tra il Pd/Pa di base e il Pd/Pa dopo
iperemia (uomini: 0.13±0.07; donne: 0.09±0.07; p<0.001) risultavano
significativamente differenti nei due gruppi.
Conclusioni. Il sesso ha una forte influenza sulla risposta microcircolatoria
a vasodilatatori come l’adenosina. Allo stesso modo, esso ha un impatto
significativo sui valori di FFR nelle stenosi coronariche di grado intermedio.
P259
RUOLO COMPENSATORIO DELL’EDHF NELLA DISFUNZIONE ENDOTELIALE
IN MODELLO SPERIMENTALE DI DIABETE DI TIPO II
Stefano Capobianco1, Yoonjung Park2, Cuihua Zhang2, Dario Formigli1,
Vitangelo Franco1, Marino Scherillo1
1
Cardiology Department, Gaetano Rummo Hospital, Benevento,
2
Department of Veterinary Physiology & Pharmacology, Texas A&M
University, College Station, Texas, USA
Background. L’EDHF (endothelium-derived hyperpolarizing factor) sembra
giocare un ruolo di fondamentale importanza nel mantenere la funzione
endoteliale quando quella NO-dipendente sia ridotta o abolita in presenza
di diabete mellito. Nella nostra osservazione abbiamo esplorato il ruolo
dell’EDHF in animali da esperimento (Mice) affetti da Diabete mellito di tipo
II valutando la risposta vasomotoria endotelio dipendente ed endotelioindipendente di vasi di resistenza coronarici (40-100 μm) prelevati dai cuori
e sottoposti a studio funzionale in vitro in presenza di inibitore dell’NOsintasi NG-nitro-L-arginina-metilestere (L-NAME) e dell’inibitore della
prostaglandina-sintasi, indometacina (Indo, Cox inhibitor).
Materiali e metodi. Abbiamo utilizzato animali da esperimento (mice) di
età compresa tre le 20 e le 24 settimane, in gruppi così suddivisi: gruppo
eterozigote di controllo (m Lepr-db mice; n=20), omozigote diabete tipo
II (Lepr-db mice; n=20) e omozigote diabete tipo II “null” per TNF
(dbTNF-/dbTNF- mice; n=20). Abbiamo prelevato dal cuore degli animali
sacrificati delle arteriole coronariche di diametro compreso tra 40 e 100
μm e, dopo averle incannulate ad entrambi gli estremi mediante pipette
di vetro, le abbiamo pressurizzate mediante un sistema chiuso ad una
pressione endoluminale di 60 cmH2O. Il vaso incannulato veniva
successivamente adagiato in una vaschetta piena di soluzione fisiologica
contenente BSA all’1% e mantenuto ad una temperatura costante di 37ºC.
Dopo avere indotto il tono vascolare nominale mediante endotelina-I,
abbiamo testato la risposta vasomotoria sotto differenti stimoli (acetilcolina,
SNP).
Risultati. Le arteriole coronariche isolate dal gruppo controllo (m Leprdb) e
dal gruppo diabetico (Leprdb) mostravano una risposta vasodilatatoria al
sodio nitroprussiato (SNP, un vasodilatatore endotelio-indipendente)
assolutamente identica e concentazione-dipendente. Al contrario, le
arteriole coronariche isolate dal gruppo controllo (m Leprdb) e dal gruppo
diabetico (Leprdb) mostravano una risposta vasodilatatoria concentrazionedipendente all’Acetilcolina (Ach, un vasodilatatore endotelio-dipendente)
104S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
P261
MYOCARDIAL TISSUE ABNORMALITIES UNDERLYING VALUES OF
CORONARY FLOW RESERVE IN PATIENTS WITH ACUTE MYOCARDIAL
INFARCTION. A STUDY PERFORMED BY CARDIAC MAGNETIC RESONANCE
Martina Perazzolo Marra1, Francesco Tona1, Luisa Cacciavillani1,
Roberta Montisci2, Giuseppe Tarantini1, Francesco Corbetti3,
Manuel De Lazzari1, Lalenis Charalampos1, Paolo China1, Sabino Iliceto1
1
Clinical Cardiology, Department of Cardiac, Thoracic and Vascular
Sciences, University of Padova, Padova, 2Clinical Cardiology, University of
Cagliari, Cagliari, 3Division of Radiology, Padova
Background. Contrast-enhanced magnetic resonance imaging (CE-MRI)
allows characterization of the myocardial and microvascular injury after
acute myocardial infarction (AMI). Moreover, coronary flow reserve (CFR)
measurements by transthoracic echocardiography may provide functional
assessment of the microvasculature despite coronary artery flow
restoration by primary percutaneous intervention (PCI) in AMI.
Aim. The aim of this study was to detect the capability of CE-MRI to detect
structural determinants of CFR, in particular evaluating the relationship
between different CFR values and necrosis, microvascular damage on CEMRI in patients with reperfused anterior AMI.
Methods. CFR by transthoracic echocardiography in the left anterior
descending coronary artery and CE-MRI were studied in 68 patients (57
males, aged 58±13 years) with anterior AMI, who underwent PCI. CFR ≤2.5
was considered abnormal. On CE-MRI myocardial infarction was labelled
as transmural necrosis (TN) if hyperenhancement was extended to ≥75%
of the thickness of at least 2 contiguous segments; microvascular
impairment was evaluated both as first pass defects and as delayed
hypoenhancement. Infarct size index (ISI) was assessed as fraction of the
sum of score in each 17 segments.
Results. Median pain–to–balloon time was 165 min. Multiple linear
regression analysis showed that TN (P<0.05) and previous myocardial
infarction (P<0.05) were the only independent determinants of CFR.
Multiple logistic regression analysis showed that only TN (p=0.035; OR
3.29, 95%CI 1.087-9.954) and first pass defects (p=0.05;OR 2.89, 95%CI
1.002-8.358), but no delayed hypoenhancement (p>0.05) were predictors
of CFR ≤2.5. The highest probability for patients with anterior AMI having
a CFR ≤2.5 occurred in patients with higher ISI (Figure).
ons.
P263
DISSEZIONE CORONARICA SPONTANEA: UN DILEMMA TERAPEUTICO
Introduzione.
POSTER
Conclusions. Transmurality and first pass defects on CE-MRI are
independent determinants of microvascular damage detected by echoderived CFR in anterior AMI patients. Highest ISI increase the probability
to have a pathologic CFR (≤2.5).
Metodi. Dei 1252 pazienti consecutivi sottoposti a coronarografia presso
il nostro laboratorio di emodinamica per sindrome coronarica acuta dal
gennaio 2009 al dicembre 2010 sono stati identificati 5 casi di DCS. Sono
stati analizzati parametri demografici, clinici, strumentali e terapeutici
Metodi.
all’ingresso
e al controllo clinico-strumentale.
Risultati. Nel periodo di osservazione stati individuati 5 casi di DCS che
rappresentano lo 0,4% dei casi di sindrome coronarica acuta sottoposta a
coronarografia.
In tabella sono riportate le caratteristiche della popolazione
Risultati.
in esame, il tipo di trattamento intrapreso e l’outcome clinico/strumentale.
Età (anni)
Sesso
Presentazione
clinica
Comorbilità
Postpartum
Coronaria
coinvolta
Interessamento
multivaso
P262
CORONARY MICROVASCULAR DYSFUNCTION IN OBESE PATIENTS WITH
LOW FRAMINGHAM RISK SCORE AND WITHOUT OBSTRUCTIVE
CORONARY DISEASE: NEW EVIDENCE OF THE RELATIONSHIP BETWEEN
SYSTEMIC INFLAMMATION AND CORONARY MICROVASCULOPATHY
Leonardo Di Ascenzo1, Roberto Serra2, Elena Osto1, Alessandro Scarda2,
Roberto Fabris2, Roberta Montisci3, Andrea Giovagnoni4,
Roberto Vettor2, Sabino Iliceto1, Francesco Tona1
1
Department of Cardiological, Thoracic and Vascular Sciences, University
of Padova, Padova, 2Department of Medical and Surgical Sciences,
University of Padova, Padova, 3Department of Cardiological and
Neurological Sciences, University of Cagliari, Cagliari, 4Department of
Radiology, Abano Terme Hospital, Abano Terme
Background. Several evidences show that obesity is associated with
structural and functional changes in the heart and it is independently
associated with increased cardiovascular risk. However, possible
mechanisms through which early obesity affects coronary microvascular
function remain uncertain.
Methods and results. 86 obese subjects (62F, aged 44±12 years, BMI 41±8)
without clinical evidence of heart disease and 48 lean controls matched for
age and gender were studied. Coronary flow velocity in the left anterior
descending coronary artery was detected by transthoracic Doppler
echocardiography at rest and during adenosine infusion. Coronary flow
velocity reserve (CFVR) was the ratio of hyperaemic diastolic flow velocity
(DFV) to resting DFV. CFVR ≤2.5 was considered abnormal and patients
with abnormal CFVR underwent to multislice computed tomography
(MSCT) in order to exclude an epicardial coronary stenosis. CFVR was
abnormal in 27 (31%) obese subjects and in 2 (4%) controls (p<0.0001). All
subjects with abnormal CFVR were normal at MSCT. At multivariable linear
regression analysis, IL-6 and TNF-a were the only determinants of CFVR
(p<0.02 and p<0.02, respectively). At multivariable logistic regression
analysis, IL-6 and TNF-a were the only determinants of CFVR ≤2.5 (p<0.03
and p<0.03, respectively).
Conclusions. CFVR is often reduced in obese subjects without clinical
evidence of heart disease, suggesting a preclinical coronary microvascular
impairment. This microvascular dysfunction seems to be related to an
inflammatory chronic process, enlarged by adipocytokines. Our findings
may explain the increased risk of cardiovascular disease in obesity,
independently of body mass index.
P263
DISSEZIONE CORONARICA SPONTANEA: UN DILEMMA TERAPEUTICO
Alberto Roman-Pognuz, Margherita Cinello, Matteo Cassin,
Franco Macor, Riccardo Neri, Fauzia Vendrametto, Gianluigi Rellini,
Valeria Leonelli, Gian Luigi Nicolosi
Cardiologia, ARC, A.O. S. Maria degli Angeli, Pordenone
Introduzione. La dissezione coronarica spontanea (DCS) è caratterizzata
dalla formazione di un ematoma intramurale o, più raramente, da una
lesione intimale con dissezione secondaria della parete del vaso. La DCS è
una causa rara, ma potenzialmente fatale di sindrome coronarica acuta
(SCA) (0.2% circa), che colpisce più frequentemente le donne e di queste
il 30% nel periodo peripartum. Tra le altre cause sono riportate condizioni
quali l’uso di contraccettivi orali, cocaina, ciclosporina, patologie
autoimmuni, il trauma toracico e la patologia aterosclerotica. Nel sospetto
di DCS, il gold standard è ancora la coronarografia, ma spesso per la
diagnosi conclusiva sono necessarie altre metodiche diagnostiche quali
l’ecografia intravascolare (IVUS) e la tomografia a coerenza ottica (OCT).
Attualmente non esistono delle linee guida specifiche di trattamento e la
gestione terapeutica è sovrapponibile a quella delle SCA su base
aterosclerotica. Le incertezze maggiori riguardano l’utilizzo della terapia
anticoagulante ed antiaggregante che può essere controproducente.
Scopo di questo lavoro è presentare la casistica del nostro centro relativa
all’ultimo biennio con particolare riferimento all’outcome clinico e
strumentale, correlandolo al trattamento intrapreso.
ASA
Clopidogrel
GpIIbIIIa
Eparina
Fibrinolisi
Indagine
diagnostica
PTCA/CABG
Follow-up (FU)
clinico
FU strumentale
Caso 1
Caso 2
Caso 3
Caso 4
Caso 5
31
F
STEMI
60
F
NSTEMI
45
F
STEMI
56
F
NSTEMI
59
F
NSTEMI
Nessuna
Epatite B,
gastrite cronica
Fenomeno Raynaud
Tiroidine cronica
autoimmune
Si
Discendente
anteriore
No
Circonflessa
No
Discendente
anteriore
No
Circonflessa
Ipertensione
arteriosa
importante
No
Discendente
anteriore
No
No
No
No
No
Si
No
No
Si
No
Coronarografia,
IVUS
No
Si
Si
No
Si
No
Si
Si
No
Si
No
Si
No
No
Si
No
Coronarografia
Coronarografia
Coronarografia
No
No
No
Si
No
No
Si
No
Coronarografia,
IVUS
No
12 mesi
6 mesi
2 mesi
12 mesi
12 mesi
3 mesi.
Risoluzione
completa.
1 mese.
Progressione
angiografica.
TIMI 3
1 mese. Progressione
angiografica. TIMI 3
/
1 mese.
Risoluzione
completa.
Conclusioni.
Conclusioni.
- Si conferma anche nella nostra casistica l’incidenza riportata in
letteratura (0.4%).
- In nessun caso è stata eseguita angioplastica coronarica, intervento
chirurgico, fibrinolisi.
- Il follow-up clinico è stato in tutti i casi favorevole.
- I pazienti trattati con singolo antiaggregante (ASA) hanno mostrato una
risoluzione completa del quadro angiografico, mentre i casi trattati con
doppia antiaggregazione hanno mostrato una progressione del quadro.
P264
AGE AT MENARCHE INDEPENDENTLY INCREASES CAROTID INTIMA-MEDIA
THICKNESS IN OVERWEIGHT/OBESE WOMEN
Giovanni De Pergola1, Maria Teresa Porcelli2, Marco Matteo Ciccone3,
Rosa Carbonara3, Pietro Scicchitano3, Michele Gesualdo3,
Annapaola Zito3, Pasquale Caldarola4
1
DETO, Sezione Endocrinologia e Malattie Metaboliche, Università degli
Studi, Bari, 2Divisione di Cardiologia, Ospedale Sarcone, Terlizzi (BA),
3
DETO Sezione Malattie dell’Apparato Cardiovascolare, Università degli
Studi, Bari, 4Divisione di Cardiologia, Ospedale San Paolo, Bari
Objective. It is not known whether age at menarche is determinant for
cardiovascular risk. We aimed to determine whether menarcheal age is
an independent predictor of common carotid artery intima-media
thickness (CCA-IMT) in adulthood.
Methods. We examined the associations of CCA-IMT with menarcheal age,
BMI, central fat accumulation (indirectly measured by waist circumference),
and other well known cardiovascular risk factors such as blood pressure
levels, fasting serum insulin, glucose, and lipid (cholesterol, HDL-cholesterol,
and triglyceride) concentrations, and the level of insulin resistance
(estimated by homeostasis model assessment for insulin resistance
[HOMAIR]) in a sample of 403 women, mainly overweight and obese
patients, aged 18-72 years.
Results. CCA-IMT was significantly and positively correlated with age, age of
menarche, waist circumference, systolic and diastolic blood pressure, and
fasting blood glucose, triglyceride and total cholesterol levels and negatively
associated with HDL cholesterol. In a multivariable analysis in which these
risk factors were mutually adjusted for, only age and age at menarche
maintained an independent positive relationship with the CCA-IMT.
Conclusion. This study shows that age at menarche is positively associated
with the CCA-IMT, independently of age and common cardiovascular risk
factors (adverse glucose and lipid levels, higher blood pressure, insulin
resistance, body fatness and central body fat). These findings suggest that
a delay in the age at menarche is “per se” an independent cardiovascular
risk factor.
P265
IS THERE A CORRELATION AMONG DURATION, SEVERITY OF OSAS
DISEASE AND INCREASED CAROTID ARTERY INTIMA-MEDIA THICKNESS?
Marco Matteo Ciccone1, Massimo Ruggiero2, Onofrio Resta3,
Pierluigi Carratù3, Gianfranco Mitacchione1, Maria Teresa Porcelli4,
Pietro Scicchitano1, Annapaola Zito1, Michele Gesualdo1,
Pasquale Caldarola2
1
DETO Sez. Malattie dell’Apparato Cardiovascolare, Università degli
Studi, Bari, 2Divisione di Cardiologia, Ospedale San Paolo, Bari,
3
Dipartimento di Pneumologia, Università degli Studi, Bari, 4Divisione di
Cardiologia, Ospedale Sarcone, Terlizzi (BA)
Introduction. Obstructive sleep apnoea syndrome (OSAS) is a common
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
105S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
airways disease recognized as an independent cardiovascular risk factor.
This pathology is often associated to obesity, diabetes and dyslipidemia,
and through its patho-physiological consequences, such as hypoxia,
hypercapnia, micro arousals, sympathetic hyperactivity, oxidative stress,
systemic inflammation and hypercoagulability, it has been involved in the
development of hypertension, endothelial dysfunction, higher values of
intima-media thickness (IMT), i.e., all elements able to bring to
atherosclerosis. Nowadays the relationship between higher degree of
OSAS severity and higher values of IMT (a parameter of atherosclerosis
risk) is largely known. The aim of our study was to demonstrate a
relationship between the time of onset of OSAS and the values of intimamedia thickness.
Methods. We enrolled 156 patients (125 men and 31 women, mean age:
60±12 years) affected by OSAS of different severity, not all in continuous
positive airways pressure (CPAP) therapy, some of them also affected by
hypertension, dyslipidemia and diabetes. Patients underwent evaluation
of carotid artery IMT and answered a questionnaire investigating the time
of onset of disease (this last was also submitted to a person that knew the
older sleeping habits of the patient).
Results. Data obtained from this study demonstrated the statistically
significant presence of an higher IMT value in the patients who have an
older onset of disease (p<0.01).
Conclusions. Our study clearly shows that the time of pathology onset is
an important data correlating with higher values of IMT and then with an
elevated atherosclerosis risk in those patients.
P266
PROCEDURAL SUCCESS AND CLINICAL FOLLOW-UP IN ENDOVASCULAR
TREATMENT FOR TASC II C AND D LESIONS IN FEMOROPOPLITEAL
ARTERIAL DISEASE
Alessandro Furgieri1, Fausto Castriota2, Giuseppe Cagnazzo1,
Marianna Miranda1, Giancarlo Biamino2, Alberto Cremonesi2,
Armando Liso1
1
Interventional Cardio Angiology Unit, GVM Care and Research, Lecce,
2
Interventional Cardio Angiology Unit, GVM Care and Research,
Cotignola
Aim. To assess the technical success and clinical follow-up after
endovascular treatment of femoropopliteal arterial disease TASC II C and
D lesions in patients suffering of critical limb ischemia (CLI) and lifestylelimiting claudication (IC) in a single expert centre.
Methods. From January 2009 to December 2009 106 consecutive limbs in
95 patients with femoropopliteal segment TASC II C (n=39) and D (n=67)
lesions were treated. Endovascular treatment consisted of percutaneous
transluminal angioplasty (PTA), subintimal recanalization and PTA, and
stent graft if needed. Patients were evaluated at 30 days, 6, 12, 18 months
by clinical examination and a color duplex ultrasound.
Results. 58% of procedures were performed on patients with IC
(Rutherford clinical category III) and 42% were performed for CLI
(Rutherford clinical categories: IV-VI). Technical success, defined as
successful recanalization and treatment of occluded vessel, was achieved
in 92.5% (96 of 106) of cases. Stenting was performed in 48% (n=51) of
successful procedures. No death occurred in the perioperative period,
while the 30 day mortality was 2.8% (3 of 106) all deaths occurred in the
CLI groups. Complications occurred in 5.6% of all procedures (n=6): three
arterial perforation (2.8%), two femoral artery pseudo-aneurysms (1.9%)
and one arterio-venous fistula (0.9%). One year follow-up was achieved
82%. The primary and secondary patency at 1 year was 79.6 and 83%
respectively. Amputations have been 4.7% (5 of 106) all performed in CLI
groups.
Conclusion. PTA for TASC II C and D femoropopliteal lesions showed a high
procedural success, low complications and good one-year vessel patency.
The endovascular treatment can delay amputation, preserving the native
vessel and does not impede surgical bypass if needed. The endovascular
treatment may be the first choice treatment even in femoropopliteal
artery disease TASC II C and D lesions.
P267
MID-TERM RESULTS OF ILIAC TASC C-D ANGIOPLASTY IN A SINGLE CENTER
EXPERIENCE
Marianna Miranda1, Fausto Castriota2, Alessandro Furgieri1,
Daniale Oliviero1, Alberto Cremonesi2, Giancarlo Biamino1,
Gerardo Di Matteo1, Armando Liso1
1
Città di Lecce Hospital, Lecce, 2Villa Maria Cecilia Hospital,
Cotignola (RA)
Aaim. Evaluation of percutaneous recanalization and mild-term followup of TASC C-D iliac stenosis, in patients with peripheral arterial
obstructive disease.
Material and methods. From March 2009 to December 2010, 52
consecutive patients with iliac lesions (30 stenoses, 22 occlusions) were
treated by percutaneous transluminal angioplasty (PTA). According to
Transatlantic Inter-Society Consensus (TASC) classification, 21 limbs (40%)
were in Type C and 31 (60%) in Type D. Overall 66 stents were implanted
(nitinol self-expanding stents 30; nitinol balloon-expandable 36). In the
study population the rate of predictive risk factors in terms of current
smoking, diabetes, dyslipidemia, hypertension and renal failure was 77%,
52%, 77%, 98% and 19% respectively. CAD association was 38.5%. A
follow-up period of 13±7 months post-procedure was obtained using
106S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
clinical examination, ankle-brachial index (ABI) score, and in symptomatic
patients with ABI <0.9 Doppler ultrasound and possibly angiography.
Results. The overall primary technical success rate was 82.7%. There was
no perioperative death. One death (1.9%) was reported during hospital
stay due to multiorgan failure. 4 patients (7.7%) had subsequent stent
placement for recurrent stenosis. Minor complications (hematoma, distal
emboli and vessel dissection) were documented in 4 patients (7.7%). The
primary and secondary patency rate was 94.24% and 98.1% respectively.
Conclusion. Endovascular treatment of extensive aortoiliac disease (TASC
C-D) can be performed successfully by experienced interventionists in
selected patients with high primary and secondary patency rates can be
achieved.
P268
INTERVENTIONAL THERAPY IN DIABETIC FOOT: RISK FACTORS, CLINICAL
EVENTS AND PROGNOSIS AT ONE YEAR FOLLOW-UP (A STUDY OF 103
CASES)
Marco Matteo Ciccone1, Francesco Tota2, Alfredo Marchese3,
Aikaterini Generali3, Cataldo Loiodice3, Pietro Scicchitano1,
Michele Gesualdo1, Annapaola Zito1, Maria Teresa Porcelli4,
Pasquale Caldarola2
1
DETO Sez. Malattie dell’Apparato Cardiovascolare, Università degli
Studi, Bari, 2Divisione di Cardiologia, Ospedale San Paolo, Bari,
3
C.C. Anthea Hospital, Bari, 4Divisione di Cardiologia, Ospedale Sarcone,
Terlizzi (BA)
Background. Diabetic foot disease is an important health problem
worldwide because of the high incidence of diabetes in the general
population and the close association with major and minor vascular
events, resulting in a poor quality of life and high mortality rate in the
short term. Aim of our study was to investigate the outcome, the
incidence of clinical events, the number of recurrent ulcers and the risk
factors for adverse events in patients with diabetic foot during 1 year
follow-up after PTA revascularization.
Methods. From January 2007 to August-2009, we recruited to this study
103 diabetic patients (type 2) with diabetic foot undergoing
revascularization of a lower limb by angioplasty. All patients were
evaluated at 1 year follow-up from the revascularization treatment to
assess the incidence of major events: death, stroke and MI, and minor
events: deep vein thrombosis, renal failure, clinical vascular restenosis. We
also investigated the incidence of recurrent ulcers. We finally searched for
predictive elements of all these events. Data were analyzed and crossed,
evaluating statistically significant correlations.
Results. At 1 year follow-up the incidence of major and minor events was
15% and 34%, respectively. Among the major events (15%): deaths
accounted for 5%, stroke for 1%, and MI for 9% of cases. Among the
“minor” events (34%) renal failure occurred in 11%, deep vein thrombosis
in 9% and restenosis in 14% of cases. Among the factors analyzed obesity,
high blood levels of LDL and distal arterial lesions (at posterior tibial artery
in particular) were statistically significantly associated with major events.
On the other hand among these factors only obesity resulted statistically
associated with more minor events. Finally, high levels of CPR had a
statistically significant relationship with the recurrence of ulcers (21%)
while distal arterial obstructions showed a trend toward significance.
Conclusions. Especially in view of the mortality rate, our study underlines
the importance of a prompt diagnosis and of appropriate
revascularization treatment in diabetic foot, to improve the natural
prognosis characterized by high mortality and morbidity rates. Currently
no certain predictive factors of risk are available and other studies are
needed to ascertain these.
P269
SCREENING
DELL’ANEURISMA
DELL’AORTA
ADDOMINALE
IN
AMBULATORIO VASCOLARE
Maurizio Fisicaro, Michela Casson, Antonella Cherubini,
Andrea Di Lenarda
Centro Cardiovascolare, ASS1 Trieste, Trieste
Premesse. La maggior parte degli aneurismi dell’aorta addominale (AAA)
decorre in modo asintomatico. La rottura di un AAA comporta una
mortalità ospedaliera superiore al 50%, a fronte di un rischio inferiore al
3% per l’intervento in elezione. Vari studi hanno dimostrato la semplicità
e l’efficacia dello screening ecografico per AAA. I risultati dimostrano una
riduzione della mortalità del 42% rispetto al non screening. Gli studi
finora sono stati eseguiti prima su ampie popolazioni non selezionate e
successivamente, in modo mirato, su soggetti ad alto rischio (maschi di
età >65 anni, fumatori o ex fumatori). Un miglior rapporto costo/beneficio
dello screening dell’AAA si potrebbe ottenere estendendolo a quelle
strutture che già utilizzano apparecchiature ecografiche per diagnostica
vascolare o ecocardiografica per aumentare le occasioni di osservazione
ma senza incidere sui costi e tempi dell’indagine. All’ambulatorio di
diagnostica vascolare del Centro Cardiovascolare di Trieste (ASS1)
afferiscono pazienti con arteriopatia periferica (AP) nota o sospetta. Scopo
dello studio è stato: 1) verificare l’incidenza di AAA in una popolazione ad
alto rischio di sesso maschile; 2) la fattibilità di uno screening rapido
ecografico contestuale all’esame eco color-Doppler (ECD) (carotideo o
degli arti inferiori) già programmato; 3) assegnare percorsi diversi in base
alla presenza di aneurisma e delle sue dimensioni.
Materiali e metodi. Da maggio a dicembre 2010 sono stati sottoposti a
POSTER
screening ecografico (ecografo Hitachi H21 Vision) per la ricerca di un AAA
84 pazienti maschi di età 65-75 anni fumatori o ex, senza diagnosi
pregressa di AAA. È stata raccolta l’anamnesi per gli altri principali fattori
di rischio. I pazienti sono stati poi stratificati in gruppi con percorsi diversi
a seconda o meno della presenza di AAA e delle sue dimensioni: diametro
dell’aorta addominale <3 cm no follow-up; diametro tra 3-3.9 cm:
controllo ecografico annuale; diametro tra 4-4.9 cm: controllo ecografico
semestrale; >5 cm o espansione >1 cm/anno: invio a diagnostica
radiologica (angio TAC) ed eventuale trattamento chirurgico o con
endoprotesi vascolare.
Risultati. Dei 84 soggetti esaminati 34% erano fumatori, 66% ex fumatori,
41% diabetici, 61% ipertesi, 59% dislipidemici. Il 36% era affetto da
cardiopatia ischemica ed il 47% da arteriopatia periferica. Sono stati
identificati 3 AAA (incidenza 3.5%) con diametro medio 3.3 cm. In 3 casi
(3.5%) l’esame è risultato non valutabile per obesità. I tre casi con
riscontro di AAA sono stati inseriti in un programma di follow-up ad un
anno. Il tempo massimo dello screening, aggiuntivo rispetto all’esame ECD
è stato di 5 minuti.
Conclusioni. Questo studio preliminare ha evidenziato la fattibilità, senza
eccessivi tempi aggiuntivi dello screening per AAA in una struttura
dedicata alla diagnostica dell’AP. La prevalenza riscontrata di AAA è
sovrapponibile a quella di analoghe popolazioni a rischio. È stato attivato
un percorso di presa in carico dei pazienti con AAA diverso a seconda o
meno della presenza di aneurisma e delle sue dimensioni.
Cardiologia interventistica: STEMI
P270
IS RADIAL APPROACH BETTER THAN FEMORAL ONE DURING PRIMARY
CORONARY ANGIOPLASTY? INSIGHTS FROM PAPRICA-OUTCOMES
DATABASE PARMA PRIMARY CORONARY ANGIOPLASTY
Luigi Vignali1, Emilia Solinas1, Alberto Menozzi1, Maria Alberta Cattabiani1,
Iacopo Tadonio1, Barbara Bordini2, Diego Ardissino1
1
Divisione di Cardiologia Azienda Ospedaliera Universitaria di Parma,
2
Laboratorio di Tecnologia Medica, Istituto Ortopedico Rizzoli, Bologna
Background. Trans-radial approach (TRA) during primary coronary
angioplasty (pPCI) has been associated with similar rates of procedural
success, while offering a significant lower incidence of bleeding
complications when compared with the trans-femoral one (TFA), and this
benefit may have an effect on MACE and mortality.
Methods. A prospective observational cohort study was designed to collect
data from all consecutive pts with STEMI, undergoing pPCI in Parma
University Hospital Cath Lab and compare TRA versus TFA in the incidence
of MACE, overall mortality and bleeding complications at one year follow
up. The project started in March 2009, and preliminary data are available
up to date about 289 pts with 98% of complete short term and 80% of 1
year follow up. Date were compared with Kaplan Meier survival analysis,
and Cox model for logistic regression was performed to adjust for possible
confounders. All comparisons were made at pre-specified 5% p level of
significance.
Results. A total of 161 pts out of 289 (55.7%) underwent right TRA pPCI,
while 128 pts underwent right TFA (44.3%). Switch from TRA to TFA was
required in 8 pts (2.8%). TFA-pts exhibited a worse risk profile with higher
frequency of peripheral vascular disease (21.1 vs 10.5%, p=0.02),
cerebrovascular disease (7 vs 1.9%, p=0.04), shock at presentation (12.5 vs
0%, p<0.001) and left main disease (7 vs 1.2%, p=0.01). Procedural success
was similar in the two groups (p NS), whereas mean radioscopy time was
significantly lower with TFA (12.3±7.4 vs 14.3±7.4 min, p=0.02). Cumulative
incidence of MACE at 1 year follow up in overall population was 11.8%,
with all-cause mortality of 8%, 3.8% of non fatal MI with TVR, and 0.3%
of stent thrombosis. When comparing TFA with TRA the incidence of 1
year MACE was significantly higher (8.1 vs 17.1%, p=0.02), mainly due to
higher mortality (2.5 vs 16.4%, p=0.001). Higher incidence of major
bleeding was evident for TFA vs TRA, but not reaching statistical
significance (0.85 vs 2.3%, p=0.62). Adjusted risk of 1 year MACE was
significantly associated with TFA (HR 2, 95% CI 1.0-3.9, p=0.017) as well as
adjusted risk of 1 year mortality (HR 7.7, 95% CI 2.2-27.2, p=0.0015).
Conclusion. TRA for STEMI pts undergoing pPCI is safe and effective when
compared with TFA. Adjusted data suggest that TRA may be associated
with lower rates of long term MACE and mortality, but do not confirm
that the benefit could be explained by the reduced incidence of major
bleeding, rather than the preferred TFA for pPCI in higher risk patients.
P271
THE IMPACT OF RENAL INSUFFICIENCY ON MORTALITY AND ROLE OF
ABCIXIMAB IN PATIENTS UNDERGOING PRIMARY PERCUTANEOUS
CORONARY INTERVENTION FOR ST-SEGMENT ELEVATION MYOCARDIAL
INFARCTION
Francesco Giannini1, Andrea Perkan1, Giancarlo Vitrella1, Giulia Barbati2,
Marco Cinquetti1, Sara Santangelo1, Serena Rakar1, Erica Della Grazia1,
Alessandro Salvi1, Gianfranco Sinagra1
1
Cardiovascular Department, “Ospedali Riuniti” and University of
Trieste, Trieste, 2Department of Environmental Medicine and Public
Health, University of Padua, Padova
Background. Renal insufficiency was shown to be associated with a
worsened prognosis in patients with ST-segment elevation acute
myocardial infarction (STEMI) treated with PCI and there is an increasing
recognition that patients with chronic renal failure receive less aggressive
treatment than patients with normal renal function. The benefit of
abciximab in this subset of patients is not clear.
Aim. We analyzed the outcomes of STEMI patients with renal insufficiency
treated using primary percutaneous coronary intervention and evaluated
the effect of abciximab on mortality in this subset of pts.
Methods. 701 (76% male, mean age 66±12 years) consecutive patients
with acute myocardial infarction treated with primary angioplasty were
included in our single center retrospective registry. Abciximab was given
at the physician’s discretion. Renal insufficiency at admission was defined
by a value of estimated glomerular filtration rate (eGFR) <60 ml/min.
Results. Renal insufficiency was present in 187 patients (27%). Patients
with renal dysfunction were significantly older (72±12 vs 64±12, p<0.001),
more frequently in Killip class III-IV at admission (25 vs 7%, p<0.001) and
most often develop heart failure after PCI (34 vs 17%, p<0.001) than
patients with normal renal function. Moreover, they had a higher
incidence of in-hospital mortality (14 vs 4%, p<0.001) and of combined
end-point of death and re-infarction rate at 30 days (19 vs 8%, p<0.001).
At multivariate analysis, abciximab treatment was found to be associated
to a lower at 30 days mortality in patients with renal failure, while in the
group of patients without chronic renal failure the use of abciximab was
not associated to improved outcome measures.
Conclusions. In our study patients with renal impairment treated with
primary PCI for STEMI had a worse in-hospital and 30-days outcome than
patients with normal renal function. Adjunct pharmacologic treatment
with abciximab was significantly associated with a better prognosis only
in the group of patients with renal dysfunction.
P272
SPONTANEOUS REPERFUSION PREDICTORS IN PATIENTS WITH ACUTE STELEVATION MYOCARDIAL INFARCTION: RESULTS FROM THE AVACAS
REGISTRY
Emilio Di Lorenzo1, Rosario Sauro1, Giannignazio Carbone1,
Michele Capasso1, Alfredo Casafina1, Luigi Sauro1, Ciro Mariello2,
Giovanni Stanco2, Giuseppe Rosato2
1
Laboratorio di Emodinamica, 2U.O.C. di Cardiologia-UTIC, AORN
S. Giuseppe Moscati, Avellino
Background. Patients with acute ST-elevation myocardial infarction
(STEMI) candidate to an invasive strategy are sometimes observed to have
already been reperfused even before percutaneous coronary intervention
(PCI). This phenomenon, called spontaneous reperfusion (SR) is associated
with a better clinical outcome, but its incidence is unclear.
Methods. We analyzed data from our AVellino Acute CoronAry Syndromes
Registry. From January 2003 to December 2009 a total of 1067 patients
with STEMI underwent primary PCI. SR incidence, predictive factors, and
relation to major adverse cardiac event (MACE) were analyzed. SR was
defined as TIMI 2-3 flow at the time of primary coronary angiography.
Results. The rate of SR in our population was 14.5% (n=155); a post PCI
TIMI 3 flow was observed in 98.7% of patients with SR and 90.7% of
patients with no SR (p<0.01). Patients without SR had higher baseline
blood low-density lipoprotein (LDL) cholesterol levels (SR 121.2±34.6, noSR
153.4±39.3, p<0.01). A complete ST resolution post-PCI was more frequent
in patient with SR than those without SR. Patients with SR showed good
hospital survival rates (100 vs 96.1%, p<0.01) and lower MACE rates at 1
month (18.0 vs 24.4%, p<0.01), 6 months (19.3 vs 26.9%, p<0.01), and 12
months (21.2 vs 31.9%, p<0.01).
Conclusion. These results suggest that SR is associated with comparable
subsequent epicardial flow post-PCI.
P273
IMPATTO DELL’APPROCCIO TRANSRADIALE SULLA COMPONENTE
PROCEDURALE DEL RITARDO EVITABILE DURANTE PCI PRIMARIA: ANALISI
MONOCENTRICA DI FATTIBILITÀ
Antonio Zingarelli, Francesco Abbadessa, Corinna Giachero,
Massimo Vischi, Alberto Valbusa, Roberto Delfino, Francesco Chiarella
U.O. di Cardiologia, Azienda Ospedaliera Universitaria San Martino,
Genova
Premessa. Tra i fattori che influenzano il ritardo evitabile al trattamento
riperfusivo dopo diagnosi ECGrafica di infarto miocardico acuto ST-elevato
(STEMI), vi è la componente procedurale, operatore- e team-dipendente,
della PCI primaria (pPCI), cioè il tempo intercorrente tra l’arrivo del
paziente in Sala di Emodinamica (CatLab) e la ricanalizzazione del vaso
coronarico colpevole. La recente introduzione nell’interventistica
coronarica dell’accesso transradiale (rPCI), volto a minimizzare gli eventi
vascolari indesiderati (emorragici e non) correlati al tradizionale accesso
femorale, pone tuttavia dubbi sulla efficacia (in termini di tempestività e
di fattibilità) dell’impiego di tale metodica in corso di PCI d’emergenza, in
particolare in CatLab a basso volume complessivo di rPCI (<50% PCI totali).
Metodi e scopi. Analisi retrospettiva nel quadriennio 2007-2010, su 583
consecutivi STEMI <12 ore trattati con pPCI in un centro Hub appartenente
alla rete genovese dell’Emergenza. Le pPCI erano effettuate in accesso
elettivo transfemorale (f-pPCI) o transradiale (r-pPCI) a discrezione
dell’operatore. Le r-pPCI incluse nell’analisi risultavano ad appannaggio di
un solo operatore ad alto volume (>50% rPCI/PCI totali x operatore).
Escluse dall’analisi le f-pPCI effettuate in corso di shock cardiogeno
(sempre eseguite in accesso femorale). Considerato come end-point
principale dell’analisi, l’indicatore di “performance” temporale [tempo
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
107S
Metodi e scopi.
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
tra l’arrivo al CatLab e la prima ricanalizzazione del vaso con pallone o
tromboaspiratore (in caso di vaso occluso) o attraversamento del filoguida (in caso di vaso pervio) (CatLab Door-to-Balloon, (C)D-to-B)];
valutata anche l’incidenza di switch dell’accesso (contro-laterale o eteroaccesso) e il successo procedurale/angiografico.
Risultati. Nell’ambito delle consecutive 583 pPCI eseguite in tale arco
Risultati.
temporale, 54 f-pPCI furono escluse dall’analisi in base ai criteri
sopraindicati. Tra le restanti 529 pPCI, 475 (90%) furono effettuate
elettivamente in f-pPCI e 54 (10%) in r-pPCI. Non esistevano sostanziali
differenze tra le caratteristiche cliniche generali nei due gruppi; inoltre
risultavano sovrapponibili i principali dati procedurali (pretrattamento
con inibitori piastrinici IIb/IIIa, vaso coronarico trattato, incidenza di vaso
colpevole occluso, utilizzo di sistemi di tromboaspirazione ed impiego di
stent). L’end-point di performance relato alla componente procedurale
del ritardo evitabile [mediana (Me); range interquartile (RIQ)] e gli altri
indicatori procedurali sono riassunti nella tabella seguente:
frequentemente sfuggivano alle maglie di una rete “h12”. Nel passaggio
ad attività h24, al di là degli aspetti numerici, appare evidente come il
vantaggio si esplichi sulla qualità dell’assistenza vista la crescente
evidenza di reclutamento di pazienti “high risk” maggiore del passato.
P275
IMPATTO
DELLA
TROMBOASPIRAZIONE
ESEGUITA
DURANTE
ANGIOPLASTICA PRIMARIA NELL’INFARTO MIOCARDICO ACUTO
COMPLICATO DA SHOCK CARDIOGENO
Francesco Tomassini, Andrea Gagnor, Vincenzo Infantino, Sara Giolitto,
Rosario Tripodi, Maria Cristina Rosa Brusin, Emanuele Tizzani,
Ferdinando Varbella
Ospedale
di Rivoli, Rivoli
P275
Introduzione. L’angioplastica primaria (PPCI) come trattamento
IMPATTO DELLA TROMBOASPIRAZIONE ESEGUITA DURANTE ANGIOPLASTIC
dell’infarto con sopraslivellamento del tratto ST (STEMI) può essere
NELL’INFARTO
MIOCARDICO di
ACUTO
COMPLICATO
DA SHOCK
CARDIOGENO
complicato
da embolizzazione
materiale
aterotrombotico
sia spontanea
sia indotta dalla PPCI. Alcuni studi hanno evidenziato che la
f-pPCI
r-pPCI
p
tromboaspirazione (TA) durante la PPCI era associata con una migliore
(n=475)
(n=54)
perfusione miocardica e con una maggiore sopravvivenza, ma non è chiaro
(C)D-to-B (min) [Me; RIQ]
21;9
25;10
0.10
Introduzione.
se
questi benefici siano estesi nello STEMI complicato da shock cardiogeno
Switch accesso (%)
1
4
0.32
(CS). In questo studio retrospettivo abbiamo valutato la fattibilità,
Successo procedurale (%)
98
98
NS
l’efficacia
e l’impatto sulla sopravvivenza della TA in questa popolazione
Successo angiografico (TIMI 3) (%)
90
94
NS
ad alto rischio.
Metodi. Da marzo 2003 ad ottobre 2008 sono stati raccolti I dati di
Conclusioni.
pazienti (pz) consecutivi ricoverati per STEMI entro 12 ore e complicato
Conclusioni. In base ai nostri dati, l’accesso transradiale nelle pPCI
da CS sottoposti a PPCI. La TA è stata eseguita a discrezione dell’operatore.
rappresenta un’opzione efficace in termini di performance procedurale,
Sono
state analizzate le caratteristiche cliniche e procedurali dei pz
con tempi di ritardo alla ricanalizzazione coronarica (componente
Metodi.
sottoposti a TA ed in quelli sottoposti a PCI convenzionale così come la
procedurale del ritardo evitabile) comparabili alle pPCI in accesso
mortalità in ospedale ed a lungo termine in questi 2 gruppi di pz.
transfemorale, purché eseguita da operatori ad alto volume di PCI
Risultati. La PPCI è stata eseguita in 140 pz con STEMI complicate da CS
transradiale.
(17.3% di tutte le PPCI). Di questi, 71 pz sono stati sottoposti a TA e 69 pz
a PCI convenzionale. I pz nel gruppo TA erano più giovani (66±12 vs 71±12
Risultati.
anni, p=0.015) ed avevano un flusso coronarico pre-PCI peggiore (TIMIP274
grade
flow ≥2 in 8.5 vs 27.5%, p=0.01). La TA era associata ad una più alta
ASPETTI ASSISTENZIALI NELL’ALLESTIMENTO DI UNA RETE PROVINCIALE
incidenza di trombo alla coronarografia (100 vs 65%, p<0.0001), ad una
PER LE EMERGENZE CARDIACHE: ESPERIENZA DI UN ANNO DI ATTIVITÀ
minore presenza di malattia multivasale (55 vs 77%, p=0.01) e del tronco
DELLA
P274 PROVINCIA DI VITERBO
comune (1.5 vs 16%, p=0.006), ad un uso più esteso di inibitori delle
Emanuele Bruno1, Luca Golino1, Giorgia Caferri1, Fabiana Piccioni1,
glicoproteine IIb/IIIa
vs 62%,
p=0.003) e di contropulsatore aortico (90
ASPETTISerra
ASSISTENZIALI
NELL’ALLESTIMENTO
DISommariva
UNA RETE
PROVINCIALE
PER(85LE
EMERGENZE
1
1
1
Francesco
, Pietro Scrimieri
, Vincenzo Affinito2, Luigi
vs 75%, p=0.036)
and e ad un minore utilizzo di stent medicati (4 vs 16%,
1 CARDIACHE: ESPERIENZA DI UN ANNO DI ATTIVITÀ DELLA PROVINCIA
DI VITERBO
U.O.C. UTIC/Emodinamica/Cardiologia, Ospedale Belcolle, Viterbo,
p=0.04). Successo della TA (definito come ripristino di flusso anterogrado
2
Dipartimento Medico-Chirurgico di Cardiologia Pediatrica, Ospedale
con o senza rimozione di frammenti trombotici) è stato del 91%. Il followBambino Gesù, Roma
up mediano è stato di 34 mesi (range 5-69). Gli eventi principali
Introduzione. Le reti ospedaliere, strutturate con il modello hub e spoke,
intraospedalieri ed a lungo termine sono presentati nella tabella.
rappresentano il modello più diffuso per la gestione STEMI. La rete STEMI
della provincia di Viterbo è costituita da un centro hub (Ospedale Belcolle
diIntroduzione.
Viterbo) dotato di emodinamica H24 e da 5 centri spoke (Montefiascone,
Ronciglione, CivitaCastellana, Tarquinia, Acquapendente). L’elemento
distintivo rispetto alle linee guida della società europea di cardiologia,
riguarda i pazienti (pz) sottoposti a trombolisi (TL) che vengono comunque
trasferiti al centro hub indipendentemente dal profilo di rischio e
dall’efficacia della TL (Protocollo Transfer-AMI) per essere sottoposti o
ad angioplastica di salvataggio o a coronarografia ed angioplastica
“sistematica” a 12-24 ore dalla TL. Questa strategia è frutto di due aspetti:
i centri spoke non posseggono reparti UTIC al loro interno e sono obbligati
al trasferimento; l’utilizzo della TL si impone nei pz selezionati visto che i
tempi di trasferimento sono condizionati da una rete stradale non ad alto
scorrimento.
Scopo dello studio. Scopo del presente lavoro è di verificare se l’estensione
temporale dell’attività di emodinamica h24 7/7, con una simile
Scopo dello studio.
organizzazione
provinciale, costituisca un fatto meramente quantitativo
(incremento n. PCI) rispetto ad uno status h12 5/7, o piuttosto non mostri
presenti riflessi di tipo qualitativo (incremento trattamento in pz ad alto
rischio).
Metodi. Sono stati confrontati 2 distinti periodi dell’attività di
Metodi.
emodinamica
dell’ospedale Belcolle di Viterbo: aprile/dicembre 2009
(gruppo A) - aprile/dicembre 2010 (gruppo B). Il primo periodo con attività
h12 5/7, il secondo h24 7/7. Il profilo di rischio dei pz è stato calcolato
utilizzando il TIMI risk index (TRI).
Risultati. La popolazione è composta da 52 pz sottoposti a PTCA primaria
Risultati.
(pPCI)
e 24 pz sottoposti a PTCA rescue (rPCI) nel gruppo A e da 103 pz
sottoposti a pPCI e 16 pz sottoposti a rPCI nel gruppo B.
Età
TIMI risk index
2009 pPCI
64±13
25±12
2010 pPCI
66±13
28±14
2009 rPCI
61±12
22±13
2010 rPCI
66±13
28±14
p
NS
0.01
Conclusioni.
Conclusioni.
Nessuna differenza statisticamente significativa delle età
tra i due gruppi sebbene fossero statisticamente diversi i TRI. Quello che
emerge è la differenza statisticamente significativa nel confronto rPCI
tra i due anni messi a confronto. Questo aspetto potrebbe trovare
spiegazione nel fatto che una maggior quota di pazienti che giungeva
ai centri spoke e che prima o non veniva trattata per condizioni cliniche
o comorbilità o doveva essere esclusivamente trasferita per pPCI, immersi
in una situazione strategica definita, riceve comunque un trattamento
riperfusivo precoce e successivamente inviata al centro hub per evitare
il dispendio temporale che la logistica impone. Questo conferma la
particolare attenzione verso i pazienti “high risk”, che proprio in un
sistema a limitazione temporale (h12), erano quelli che più
108S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
Morte
Reinfarto
Target vessel failure
Stroke
Eventi avversi cardiaci maggiori
Sanguinamenti maggiori
Trombosi di stent*
In ospedale, %
TA (+)
TA (-)
p
26
43
<0.0001
0
0
3.5
0
0.2
1.4
0
0.99
30.9
43
0.24
0
1.4
0.99
1.4
0
0.99
Lungo termine, %
TA (+)
TA (-)
p
29.5
50.7
0.02
1.4
0
0.99
11.3
1.4
0.04
1.4
0
0.99
43.6
52.1
0.4
0
1.4
0.99
4
1.4
0.6
*ARC definita e probabile
Conclusioni.
Conclusioni. Nella nostra esperienza la TA during PPCI in pz con STEMI
complicato da CS è fattibile con buona efficacia in circa metà dei casi
consistente principalmente in pz con malattia coronarica meno complessa
e con una maggiore presenza di trombo. TA, quando eseguita, potrebbe
ridurre gli eventi in una popolazione selezionata, ma ulteriori studi sono
necessari per confermare questa ipotesi.
P276
LACTATE CLEARANCE IN PATIENTS WITH CARDIOGENIC SHOCK
FOLLOWING ST ELEVATION MYOCARDIAL INFARCTION
Paola Attanà, Claudio Picariello, Chiara Lazzeri, Marco Chiostri,
Gian Franco Gensini, Serafina Valente
Intensive Cardiac Coronary Unit, Heart and Vessel Department,
Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi, Firenze
Background and aim. Recent studies documented that serial lactate
measurements over time or lactate clearance may be clinically more
reliable for risk stratification in different pathological conditions ranging
from sepsis to trauma. No data are available on lactate clearance in
cardiogenic shock following acute myocardial infarction. The aim of
present investigation was to assess the role of lactate level on ICCU
admission and lactate clearance (at 6 and 12 hours from ICCU admission)
for early death in 51 consecutive patients with cardiogenic shock
following ST-elevation myocardial infarction submitted to primary
percutaneous coronary intervention.
Methods and results. Fifty-one consecutive patients with cardiogenic shock
following STEMI were enrolled. The in-ICCU mortality rate was 49%
(25/51). Admission lactate (p=0.004) were higher in CS patients who died
(p=0.004), while no difference was detectable in 6 hours lactate clearance
between the two subgroups. At 12 hours from admission, lactate
clearance was higher in survivors (p=0.013). Admission lactate and 12h
lactate clearance <10% were independent predictors for early death.
Conclusion. In patients with cardiogenic shock following STEMI, submitted to
optimal treatment (primary PCI and stent implantation, use of glycoprotein
POSTER
IIb/IIIa inhibitors, intra-aortic balloon pump, mechanical ventilation and
ultrafiltration, when needed) 12h lactate clearance, together with
admission lactate, was an independent predictor for early death.
P277
P279
IMPIEGO E RISULTATI DELLA TROMBOASPIRAZIONE MANUALE NELLO
STEMI. A DOUBLE-CENTER EXPERIENCE
Francesco Greco1, Massimo Siviglia2, Mimma Cloro1, Roberto Caporale1,
Federico Battista1, Giuseppe Tassone2, Francesco Ciancia2,
Giuseppe Ielasi2, Ferdinando Fascetti1
1
Ospedale Civile SS. Annunziata, Cosenza, 2Ospedali Riuniti, Reggio Calabria
La tromboaspirazione (TA) manuale impiegata nel trattamento percutaneo
dello STEMI migliora la perfusione miocardica e l’outcome clinico.
Su 139 pazienti con STEMI (104 maschi, 35 femmine, età media 63.8 anni)
sottoposti consecutivamente ad angioplastica primaria da gennaio a
maggio 2010, in 2 laboratori h24, è stato valutato l’impiego del
tromboaspiratore manuale Export AP F6 - Medtronic. Il 78% dei pazienti
presentava pre-trattamento una IRA con un flusso TIMI 0/1.
La TA è stata impiegata in 81 pazienti (58.2%) con un tasso di “failure”, i.e.
impossibilità nel raggiungere o superare il sito dell’occlusione, pari al 24.6%
(20 pazienti). Cinquantotto pazienti (41.7%) non sono stati trattati con TA.
Il gruppo di 20 pazienti con “failure” della TA rispetto al gruppo con
impiego tecnicamente efficace della TA aveva un età media più avanzata
(70.5 vs 58.8 - p.001), l’IRA era più frequentemente rappresentata dalla
coronaria DX, aveva una coronaropatia più estesa (40 vs 14.7%; p.004) e
un tempo di ischemia più prolungato (55 vs 36%). Il 35% dei pazienti
terminava la procedura con una perfusione miocardica peggiore (MBG
0/1, 35 vs 8% - p.0001) rispetto al gruppo di pazienti in cui la TA era stata
impiegata con successo tecnico. Infine, non sono state osservate differenze
significative in termini di FE media valutata in ecocardiografia
predimissione e MACE a 30 giorni, verosimilmente per la bassa numerosità
del campione in esame e il limitato periodo di follow-up.
Il ricorso alla TA, nonostante le evidenze ad oggi favorevoli a supporto della
tecnica nel trattamento percutaneo dello STEMI, è limitato, nel gruppo in
esame, a poco più della metà dei pazienti. L’impossibilità del dispositivo
di raggiungere o superare il sito dell’occlusione risulta sorprendentemente
alto (24%) e impatta significativamente sulla perfusione miocardica.
Appare ragionevole implementare l’impiego della TA durante le
procedure di angioplastica primaria e poter disporre di dispositivi
maggiormente performanti.
RELATIONSHIP OF BLOOD TRANSFUSION AND CLINICAL OUTCOME IN
PATIENTS TREATED WITH PRIMARY ANGIOPLASTY FOR ACUTE
MYOCARDIAL INFARCTION
Renato Valenti, Guia Moschi, Ruben Vergara, Alberto Santini,
Angela Migliorini, Nazario Carrabba, Guido Parodi, Giampaolo Cerisano,
David Antoniucci
Divisione di Cardiologia Invasiva I, Ospedale di Careggi, Firenze
Background. Few data exist about the prognostic impact of blood
transfusion (BT) in patients treated with primary percutaneous coronary
intervention (PCI) for acute myocardial infarction (AMI). The aim of the
study was to assess the impact of BT on cardiac mortality and ischemic
related events (IE) in patients treated with primary PCI for AMI.
Methods. From 1995 to 2007, 2771 patients underwent primary PCI.
Ninety-three (4.1%) patients received BT. Indication for BT was a
hemoglobin value <9 g/dl. The impact of BT on 6-month cardiac mortality
and IE (composite of ischemic related cardiac death and nonfatal
reinfarction) were assessed by multivariate Cox regression analysis and
with a propensity-score adjusted multivariate analysis.
Results. Median hemoglobin value in the BT group was 8.1 g/dl (IQ range
7.6-8.5). There were significant differences (p<0.05) in baseline clinical and
angiographic characteristics between the BT group (n=93) and the nonBT
group (n=2678): mean age 73±10 vs 65±12 years; male 49 vs 76%; diabetes
19 vs 15%; previous myocardial infarction 18 vs 11%; cardiogenic shock on
admission 28 vs 11%; ischemia time (h) 4.8±2.6 vs 4.0±2.3; multivessel
disease 65 vs 49%. The primary PCI success rate was similar in both groups
(97.9 vs 98.3%). In-hospital major bleeding (TIMI criteria) and vascular
complication were significantly higher in BT group: 0.3 vs 39% (p<0.001)
and 1.8 vs 28% (p<0.001) respectively. The 6-month follow-up rate was
100%. Six-month cardiac mortality rate was 26.9% in BT group and 6.9%
in nonBT group (p<0.001) and IE were 9.7 vs 2.2% respectively (p<0.001).
Multivariate analysis showed BT to be an independent predictor of cardiac
death (HR 2.33, 95% CI 1.49-3.64; p<0.001) and cardiac P280
IE (HR 4.58, 95% CI
P280
2.24 - 9.37; p<0.001), also adjusting for the propensity-score
STUDIO(c-statistic
RETROSPETTIVO
OUTCOME DIDIOUTCOME
PAZIENTI
DIABETICI
TRATTATI
CON ANGIOPLASTI
STUDIO DI
RETROSPETTIVO
DI PAZIENTI
DIABETICI
TRATTATI
0.92): HR 2.07 (p=0.048) for cardiac mortality and HR 5.26 (p=0.001) for IE.
CORONARICA
CON ANGIOPLASTICA CORONARICA
Conclusions. BT is associated with unfavorable characteristics
and
a
poor
P280
Alba Milanese1, Matteo Cassin2, Eugenio Cervesato2, Franco Macor2,
outcome in patients treated with primary PCI. However, BT remains an
2
1
RETROSPETTIVO
DI 1OUTCOME
DI PAZIENTI
DIABETICI
CON
ANGIOPLASTIC
Riccardo Neri
, Fauzia Vendrametto
, Gian Luigi
Rellini2,TRATTATI
Renata Mimo
,
independent predictor of mortality also with a restrictedSTUDIO
use to patients
1
1
2
Alberto
Roman-Pognuz
,
Margherita
Cinello
,
Gian
Luigi
Nicolosi
CORONARICA
with severe anemia. Probably cardiac IE play a key role to explain the
1
2
S.O.C. di Cardiologia, S.O.C. di Cardiologia-ARC, A.O. S. Maria degli
worse prognosis.
Angeli, Pordenone
Background. È noto che il diabete mellito (DM) rappresenta uno dei più
Background.
importanti fattori di rischio cardiovascolare. Allo scopo di valutarne
P278
l’influenza, sia nella forma insulinodipendente (DM ID) sia non
EARLY PERCUTANEOUS CORONARY INTERVENTION AFTER
SUCCESSFUL
insulinodipendente (DM NID), sull’outcome dei pazienti avviati a PTCA,
Background.
THROMBOLYTIC THERAPY FOR STEMI: RESULTS FROM THE AVACAS
abbiamo esaminato retrospettivamente la nostra casistica consecutiva
REGISTRY
relativa al periodo 2005-2007.
Emilio Di Lorenzo1, Rosario Sauro1, Michele Capasso1, Metodi.
Metodi. I dati sono stati ricavati dall’analisi delle SDO, registro UTIC ed
Giannignazio Carbone1, Alfredo Casafina1, Giuseppe Amoroso2,
Emodinamica e dal sistema informatico di gestione clinica. Il follow-up è
2
Luigi Sauro1, Francesco Rotondi2, Fiore Manganelli2, Giovanni
Stanco
,
Metodi.
stato eseguito con valutazione clinica oppure mediante contatto telefonico.
Giuseppe Rosato2
Risultati. Nel periodo sono state effettuate complessivamente 1477 PTCA;
Risultati.
1
Laboratorio di Emodinamica, 2U.O.C. di Cardiologia-UTIC, AORN
maschi 1077 età media 63.5±11.2 anni, femmine 400 età media 71.6±11.2
S. Giuseppe Moscati, Avellino
anni. Sono stati valutati gli eventi avversi durante la degenza e nel followRisultati.
Background. Elective PCI after successful thrombolysis is still
controversial.
up di durata massima di 24 mesi.
In case an invasive strategy is chosen, how early a PCI should be performed
is not known. The aim of this study was to assess the safety and benefits
Indicazione alla PTCA
Follow-up
Casi con
Copatologia
of early, elective percutaneous coronary intervention (PCI) after successful
(mesi)
eventi
CIS STEMI NSTEMI altro
thrombolytic therapy for ST elevation myocardial infarction (STEMI).
DM ID
28
28
16
4
17.3±1.1
37 (49%)
Methods. We analyzed data from our AVellino Acute CoronAry Syndromes
DM NID
93
77
71
5
17.6±0.6
98 (40%)
Registry. From January 2003 to June 2008 a total of 676 patients with
no DM
404
295
450
6
18.9±0.3
319 (28%)
STEMI who underwent elective PCI within two weeks of successful
thrombolytic therapy were grouped based on time between thrombolysis
CIS=cardiopatia ischemica stabile. DM vs no DM p<0.001 DM ID vs DM NID p=NS.
and PCI: group 1: <24 hours (n=153, 68 men, 63.5±11.7 years of age);
group 2: 24-48 hours (n=167, 73 men, 62.1±12.5 years); group 3: 48-72
La classificazione degli eventi (con possibile incidenza multipla sui casi) è
hours (n=171, 82 men, 61.2±12.7 years); group 4 >72 hours (n=185, 70
stata: IMA non fatale 127, decesso 97, ristesosi con rePTCA 86, ricovero
men, 62.7±11.5 years). Primary study outcomes include major adverse
per scompenso cardiaco acuto 77, aritmie maggiori 39, STEMI 32, bypass
cardiac events (MACE: cardiac death, MI, new revascularization) at one, six
aortocoronarico 32, complicanza locale 24, dissezione coronarica 18,
and 12 months after the index procedure. Secondary end points include
arresto cardiaco 11, ictus 9. Il grafico Kaplan-Meier riporta la probabilità
major bleeding complications.
Conclusioni.
cumulativa di non avere eventi avversi.
Results. There were no significant differences between groups in the
Conclusioni. Nella nostra casistica la copatologia diabetica si conferma
baseline and angiographic characteristics. Symptom onsetConclusioni.
to needle time
causa di aumentata incidenza di eventi avversi nel follow-up della PTCA
was similar between the four groups: 3.1±2.9 hours in group 1; 3.8±3.2
e di riduzione di qualità della vita.
hours in group 2; 4.1±3.6 hours in group 3; and 4.2±3.4 hours in group 4,
p=0.342. There were no differences in the major bleeding rate, in-hospital
mortality. We observed a non significant difference in one month
incidence of MACE. At 6 and 12 months, MACE were significantly lower in
patients who underwent PCI within 48 hours of thrombolytic therapy,
compared with those who underwent PCI later: 6-month MACE: 1.3%
group 1; 1.7% group 2; 7.8% group 3; 8.6% group 4, p<0.05 group 1 and
2 vs group 3 and 4); 12-month MACE: 1.9% group 1; 3.5% in group 2;
10.5% group 3; 10.8% group 4, p<0.05 group 1 and 2 vs group 3 and 4).
Conclusion. Our study shows that an invasive strategy with elective PCI
within 48 hours of successful thrombolytic therapy for STEMI is safe and
associated with a significant reduction of major cardiac events compared
with PCI performed later.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
109S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
Cardiologia interventistica:
stent bare e medicati/palloni medicati
P281
GENDER DIFFERENCE IN CLINICAL OUTCOME FOLLOWING SIROLIMUSELUTING STENT IMPLANTATION. A LONG-TERM (UP TO 5 YEARS) FOLLOW-UP
Daniela Trabattoni, Piero Montorsi, Franco Fabbiocchi,
Giuseppe Calligaris, Alessandro Lualdi, Stefano Galli,
Giuseppe Calligaris, Giovanni Teruzzi, Antonio Bartorelli
Centro Cardiologico Monzino, Dipartimento di Scienze Cardiovascolari,
Università degli Studi, Milano
Background. Coronary stenting in women has been associated with worse
results in terms of morbidity, mortality and restenosis rate in the baremetal stent era, due to higher risk profile and smaller coronary vessels.
Although drug-eluting stents have equalized clinical results, no data are
available on long-term outcomes between gender.
Objectives. To evaluate the role of gender in acute, mid- and long-term
clinical outcome after sirolimus-eluting stent (SES) implantation.
Methods. We retrospectively evaluated 1186 patients, 970 (81.8%) men
and 216 (18.2%) women treated with SES implantation between April
2002 and December 2005.
Results. Women were older (p=0.049), more hypertensive (43.5 vs 33.7%,
p=0.006) and more frequently received small (≤2.75 mm) vessel stenting
(39.3 vs 28.2%, p=0.001) for single-vessel disease (63.9 vs 42.5%, p=0.03)
and unstable angina (16.6 vs 9.2%, p=0.001). The two groups were well
matched for lesion and procedural characteristics. Overall, stent
thrombosis rate was 0.4% (0.5% in women vs 0.3% in men, p=ns). At sixmonth follow-up, no significant difference in MACE was observed. Longterm follow-up (median time 33.2 months), available in 180 (83.3%)
women and 720 (75%) men, showed higher angina recurrence rate (17.7
vs 11%, p=0.013), rePCI (16.1 vs 8.7%, p=0.001) and TVR (3.9 vs 0.9%,
p=0.001) in women compared to men. Late stent thrombosis, need for
CABG and mortality were similar in both groups.
Conclusions. No gender difference was observed in acute and 6-month
outcome after SES implantation despite older age, more unstable clinical
presentation and more frequent small vessel stenting in women. However,
long-term clinical follow-up (up to 5 years) in women showed higher
symptoms recurrence and TVR rate but no difference in overall MACE.
P282
IS XIENCE V STENT BENEFICIAL ON CLINICAL OUTCOMES IN DIABETIC
COMPARED TO NON-DIABETIC PATIENTS? A TWO-YEAR, SINGLE-CENTER
ANALYSIS
Daniela Trabattoni, Franco Fabbiocchi, Piero Montorsi, Giovanni Teruzzi,
Stefano Galli, Stefano De Martini, Luca Grancini, Paolo Ravagnani,
Antonio Bartorelli
Centro Cardiologico Monzino, Dipartimento di Scienze Cardiovascolari,
Università degli Studi, Milano
Background. Spirit IV trial demonstrated significantly better safety and
efficacy of Xience V (XV Abbott Vascular, Illinois, USA) compared to Taxus
(Boston Scientific, Natick, MA, USA) stent. The outcome difference was
not present in diabetic (D) patients.
Aim of the study. To compare clinical outcomes in real-world D and nondiabetic (ND) patients treated with XV.
Methods. Between November 2006 and December 2008, 1319 patients
(81% male, mean age 65±9 years) undergoing XV implantation were
enrolled and followed for up to 3 years. D (n=168, 12.7%) patients were
compared to ND (n=1151).
Results. D pts were more hypertensive (72.6 vs 45.5%, p<0.001) and more
often had stable angina (82 vs 71%, p=0.004). Coronary stenting in D was
performed mainly in 2/3 vessel disease (69.6 vs 47.2%, p<0.001), long
lesions (>30 mm: 53 vs 54%, p=0.92), and small vessels (<2.5 mm: 38% D
vs 27% ND, p=0.005). Mean stented segment length per patient and per
lesion was similar in both groups. Two early stent thromboses occurred in
ND (0.17%) group. Cumulative in-hospital MACE was 12% in D vs 5.8% in
ND (p=0.065), mainly due to post-procedural non-Q MI (> x 3 CK-MB)
(8.9% in D vs 5.3% in ND, p=0.067). Six-month TLR and cumulative MACE
were very low and comparable in both groups. These positive results were
maintained on long-term (mean 27.7±13 months) follow-up with a
cumulative MACE rate of 8.2% in D vs 4.5% in ND (p=0.06) patients. TLR
and TVR were low even at 24-month follow-up, but significantly higher in
D patients (3 vs 0.6% ND, p=0.007). One late stent thrombosis was
observed in ND while no very late stent thrombosis occurred at all.
Conclusions. Treatment of real-world coronary lesions with XV is safe and
associated with similar and excellent immediate and 6-month clinical
outcomes in D and ND. At 24-months, D showed a moderate but
significantly higher rate of TLR/TVR compared to ND.
P283
ESPERIENZA DI UN SINGOLO CENTRO SENZA CARDIOCHIRURGIA IN SEDE
NELL’UTILIZZO DI STENT MGUARD IN CORSO DI ANGIOPLASTICA
PRIMARIA SU VASI CON IMPORTANTE COMPONENTE TROMBOTICA
Francesco Tomassini, Andrea Gagnor, Maria Cristina Rosa Brusin,
Paolo Giay Pron, Vincenzo Infantino, Emanuele Tizzani, Sara Giolitto,
Ferdinando Varbella
Ospedale di Rivoli, Rivoli
Scopo del lavoro. Valutare i risultati e la fattibilità di angioplastica primaria
110S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
di lesioni con importante componente trombotica utilizzando lo stent
dedicato MGUARD che è uno stent in acciaio a celle chiuse rivestito di
Dacron che garantisce una ridotta embolizzazione di materiale trombotico
a livello del letto vascolare distale.
Materiali e metodi. Analisi retrospettiva (da gennaio 2008 a maggio 2010).
Risultati. Dal 2008 sono state eseguite 1816 PCI, di cui 440 angioplastiche
primarie (24.2%). Il protocollo in corso di infarto acuto prevede l’utilizzo
di device di tromboaspirazione subito dopo l’angiografia diagnostica in
caso di occlusione completa del vaso o in caso di vaso pervio ma con
evidente formazione trombotica. Lo stent MGUARD è stato impiantato in
tutti i pazienti in cui era presente importante componente trombotica
dopo tromboaspirazione e in cui non esistevano controindicazioni a
terapia con doppio antiaggregante e in cui non fossero coinvolti nella
lesione rami di biforcazione. Lo stent MGUARD è stato utilizzato in 39
pazienti. 31 pazienti erano uomini, 21 presentavano età <70 anni, 3 >80
anni. Alla presentazione FE >60% era presente in 6 pazienti, <35% in 2.
Nell’88% dei casi è stata trattata la coronaria destra, l’11% dei pazienti era
diabetico. L’8.3% dei pazienti era in shock al momento della procedura.
Il tempo medio inizio dei sintomi/apertura del vaso è risultato 120 minuti.
In tutti i pazienti era stata eseguita tromboaspirazione (EXPORT
Medtronic) prima dell’impianto, nel 58.9% dei pazienti è stato necessario
predilatare la lesione. Nel 30.7% dei pazienti è stata effettuata
postdilatazione dello stent con pallone non compliante a bassa atmosfere
per subottimale espansione dello stent. In tutti i pazienti il flusso finale è
risultato essere TIMI 3; per quanto riguarda i parametri di perfusione
miocardica MBG 3 era presente nell’81.4%, MBG 2 nel rimanente 18.6. In
nessun paziente MBG è risultato <2. Regressione del sopraslivellamento ST
>70% all’ECG a 15 minuti dalla procedura si è registrato nel 70.3%, tra 30
e 70% nel rimanente 29.7%. In nessun paziente la regressione del
sopraslivellamento ST è risultata inferiore al 30%. Non si sono registrate
complicanze immediate o intraricovero nei pazienti trattati con MGUARD
né si sono registrati eventi (morte, infarto o trombosi di stent) al followup clinico. In 6 pazienti è disponibile follow-up angiografico (recidiva di
ischemia in pazienti con malattia multivasale); in tutti i casi lo stent
MGUARD non presentava ristenosi significativa e la lesione colpevole era
su altro vaso.
Conclusioni. L’utilizzo di stent dedicato MGUARD in corso di angioplastica
primaria su vaso con importante componente trombotica residua dopo
tromboaspirazione è sicuro ed efficace e sembrerebbe garantire una
migliore perfusione tissutale (valutata con criteri angiografici ed
elettrocardiografici) rispetto a serie storiche di pazienti trattati con
angioplastica convenzionale.
P284
GLI STENT GENOUS - REGISTRO “LANCISI”
Andi Muçaj, Tommaso Piva, Massimiliano Serenelli, Gabriele Gabrielli,
Fabrizio Schicchi, Pietro Boscarato, Nicolò Schicchi, Giorgio Breccia,
Alberta Pangrazi
U.O. di Emodinamica, Presidio “G.M Lancisi”, Ospedali Riuniti, Ancona
Introduzione. L’avvento dei DES, con una netta riduzione della restenosi
e dei eventi clinici ad essa correlati, ha cambiato radicalmente
l’atteggiamento dell’emodinamista espandendo il suo campo verso quello
della chirurgia. Dall’altra parte, la trombosi subacuta intrastent ha
sollevato il problema della sicurezza, in quanto tale evento rimane
gravato da un’alta mortalità e i DES potrebbero favorire la trombosi per
lo stimolo all’aggregazione piastrinica dimostrato in vitro. Gli stent
GENOUS, in grado di catturare le cellule progenitrici dell’endotelio si sono
dimostrati efficaci rispetto agli stent tradizionali metallici sia in termini di
riduzione della restenosi, sia della trombosi intrastent. L’accelerata
riparazione del vaso dopo l’impianto dello stent rende questi ultimi di
particolare importanza in quella fascia della popolazione che presenta
una scarsa compliance o delle controindicazioni alla duplice terapia
antiaggregante (DAT) per un periodo di un mese tradizionalmente seguito
per i BMS.
Materiali e metodi. 32 pazienti (21maschi e 11 donne) arruolati nel nostro
Registro venivano sottoposti presso la nostra U.O. di Emodinamica, ad una
procedura di PTCA ed impianto di almeno uno stent GENOUS nel periodo
dal luglio 2008 a ottobre 2010. L’età media della popolazione era di 72±10
anni (9 pazienti avevano superato gli 80 anni). Dell’intera popolazione 29
pz si ricoveravano per una SCA nelle 24 ore precedenti alla procedura, 6
pz erano affetti da neoplasia maligna, 1pz da emorragia cerebrale posttrombolisi, 3 pz da disturbi di coagulazione, 3 pz risultavano allergici
all’ASA, 3 pz avevano eseguito un intervento recente di chirurgia
maggiore. Nell’intera popolazione 40 lesioni (diametro 3.2±0.43 mm,
lunghezza 14.1±4.5 mm) venivano trattate con 45 stent GENOUS mentre
in 5 pazienti venivano impiantati anche 5 BMS (di cui due per tentativo
inefficace di impianto GENOUS). Il successo periprocedurale dell’impianto
dei stent GENOUS risultava 95%, e non si verificavano complicanze
periprocedurali in nessun caso. Durante la degenza si sono verificati due
decessi (6%), rispettivamente ad 1 gg (per insufficienza multiorgano) ed
a 18 giorni dopo (per aritmia). Tutti gli altri pazienti erano dimessi con la
DAT.
Risultati. Dal nostro follow-up telefonico, eseguito sull’intera popolazione,
abbiamo rilevato che 6 pazienti hanno seguito la DAT per meno di un
mese (3 pz prima di BAC per malattia del TC, 1 pz per l’emorragia
cerebrale, 1pz per allergia all’ASA e 1 pz per ematemesi) e di questi 2 per
meno di 15 gg. Durante il periodo intercorso dalla dimissione al contatto
telefonico, che varia da 3 a 26 mesi, non si e verificato nessun MACE
POSTER
events (MACE, i.e. the composite of death, myocardial infarction and
repeat revascularization).
Results. We included a total of 1598 patients, 1090 (68%) with long lesion
stenting (mean stent length 45±23 mm) and 508 (32%) with short lesion
stenting (mean stent length 13±4 mm). The two groups significantly
differed for age (67±11 vs 65±11 years, p<0.001) and prevalence of
diabetes (32 vs 24%, p<0.01) as well as for DES usage (41 vs 26%, p<0.001)
and number of stents implanted (3.0±1.4 vs 1.1±0.2, p<0.001). The 30-day
MACE rate was similar for both groups (6.4 vs 5.5%, p=0.53). However,
after a mean follow-up of 53 months, the risk for MACE was increased in
long lesion group compared with the short lesion group (51.9 vs 41.7%,
p<0.001). Similarly, the long term rate of death (17.7 vs 13.2%, p=0.04)
P285
and the need for repeat coronary revascularization (36.6 vs 27.9%,
DES NEI PAZIENTI DIABETICI: OUTCOME A LUNGO TERMINE E
p=0.002) were significantly higher in patients with longer lesions. Finally,
CONFRONTO CON PAZIENTI NON DIABETICI
myocardial infarction and definite stent thrombosis occurred in 8.41 vs
C. Auguadro, E. D’Elia, V. Casali, F. Scalise, M. Manfredi, G. Specchia
8.37% (p=0.98) and 2.5 vs 2.0% (p=0.59), respectively.
U.O. di Cardiologia, Policlinico di Monza, Monza
Conclusions. Despite the introduction of first-generation DES, long
Background.
Il diabete mellito rappresenta un noto fattore di rischio per
P285
coronary
lesions
still remain at higher risk of unfavorable clinical outcome
pazienti
a procedura
di rivascolarizzazione
percutanea
(PCI), CON PAZIENTI
DES NEI candidati
PAZIENTI DIABETICI:
OUTCOME
A LUNGO TERMINE
E CONFRONTO
NON
after
PCI. Whether new generation DES can sensibly improve outcomes in
poiché
si associa non soltanto ad una maggiore predisposizione ad
DIABETICI
this patient population at higher risk of death as well as non-fatal adverse
aterosclerosi severa e rapidamente progressiva, ma anche ad un maggior
events is still uncertain.
rischio di restenosi omosede a seguito di impianto di stent, sia esso
medicato
(DES) o non medicato (BMS). I dati finora disponibili in
Background.
letteratura non sono esaustivi in merito all’impatto dei DES sull’outcome
a lungo termine dei pazienti diabetici. Il nostro lavoro si propone di
P287
valutare la sicurezza e l’outcome a lungo termine di DES versus BMS in
PERCUTANEOUS CORONARY INTERVENTIONS WITH ENDOTHELIAL
pazienti diabetici e non diabetici.
PROGENITOR CELL CAPTURE STENTS (EPC) FOR HIGH RISK PATIENTS WITH
Metodi e popolazione. La popolazione oggetto di questo studio è
NO OPTION FOR DRUG-ELUTING STENTS
costituita da 1201 pazienti, 370 diabetici e 831 non diabetici, sottoposti a
Paolo Scacciatella1, Emanuele Meliga2, Maurizio D’Amico1,
PCI
per motivi
clinici. Stent a rilascio di farmaco (DES) sono stati utilizzati
Gianluca Amato1, Mauro Pennone1, Federico Conrotto1, Ilaria Meynet1,
Metodi
e popolazione.
in 122 pazienti diabetici e in 249 non diabetici; nei restanti pazienti sono
Sebastiano Marra1
1
stati utilizzati stent metallici. Tutti i pz sono stati seguiti in follow-up con
Interventional Cardiology Department, San Giovanni Battista Hospital,
controlli clinici e strumentali. Gli eventi presi in considerazione nel corso
Turin, 2Interventional Cardiology Unit, Ordine Mauriziano Hospital,
del follow-up sono stati la mortalità totale, la morte per causa cardiaca e
Turin
non cardiaca e i MACE (morte cardiaca, ospedalizzazioni per infarto
Aims. Drug-eluting stents (DES) are currently considered the gold standard
miocardico e/o angina instabile).
for reducing restenosis of coronary artery lesions. Owing to their effect on
Risultati.
the healing process, DES use requires mandatory prolonged dual
Risultati. Il follow-up medio è stato di 4±2 anni. In tabella 1 è riportata
l’incidenza degli eventi presi in considerazione nei singoli gruppi.
antiplatelet therapy (DAT). The endothelial progenitor cell (EPC) capture
stent, attracting circulating EPCs, promotes vascular healing and allows a
No diabete BMS
No diabete DES Diabete BMS Diabete DES
p
short post-procedural period of DAT. The aim of the present study was to
(n=582)
(n=248)
(n=249)
(n=122)
evaluate the short and long term clinical outcomes of the use of the
Mortalità totale
5.15%
2.02%
10.44%
0.82%
0.00003
Genous R stentTM in a selected high risk population with “no option” for
Morte cardiaca
3.1%
1.61%
6.43%
0.82%
0.006
DES.
Morte non cardiaca
2.07%
0.40%
3.61%
0.0%
0.02
MACE
6.53%
4.9%
11.2%
4.9%
0.02
Methods and results. From December 2005 to October 2008, 61 high risk
patients with clear contraindications to a prolonged period of DAT who
underwent PCI with EPC capture stent implantation in our institution were
Tra i pazienti trattati con BMS, i diabetici hanno una più alta incidenza di
prospectively selected and analyzed. Technical success rate was 100%.
mortalità totale (10.4 vs 5.1%, p=0.005) e morte per causa cardiaca (6.4 vs
Procedural success rate was 95.1%. After two years, major adverse
3.1%, p=0.02) rispetto ai non diabetici. L’utilizzo di DES ha portato ad una
cardiovascular events (MACE) free survival was 80.6%. According to the
riduzione significativa della mortalità totale sia nei diabetici che nei non
Academic Research Consortium definitions, cardiac death occurred in 1.6%
diabetici mentre la riduzione della morte per causa cardiaca è risultata
of patients, and re-infarction, target lesion revascularization (TLR) and
significativa solo nei pz diabetici (0.8 vs 6.4%, p=0.01). D’altra parte
target vessel revascularization (TVR) occurred in 6.6%, 9.8% and 11.5%
l’utilizzo dei DES non ha modificato l’incidenza di morte per causa non
of patients, respectively. Definite stent thrombosis occurred in one patient
cardiaca, sia tra i diabetici che i non diabetici. L’incidenza di MACE è
Conclusione.
and was acute (specifically 20 hours after the procedure). In patients who
risultata più alta nei pz diabetici trattati con BMS rispetto ai non diabetici
underwent surgery, no post-procedural MACE and no stent thrombosis
(11.2 vs 6.5%, p=0.02); l’utilizzo di DES ha ridotto significativamente
were recorded.
l’incidenza di MACE solo nei pz diabetici (4.9 vs 11.2%, p=0.04).
Conclusions.
EPC capture stent implantation in high risk patients with no
Conclusione. I nostri dati confermano che i pazienti diabetici sottoposti a
option for DES seems encouraging, with satisfactory clinical outcomes
PCI hanno un più alto rischio di eventi cardiovascolari maggiori in corso di
both at short and long term follow-up.
follow-up rispetto ai non diabetici. L’utilizzo di stent a rilascio di farmaco
si è associato ad una riduzione significativa di mortalità in tutti i pazienti
ma in particolare nei pazienti diabetici ove il beneficio è apparso
maggiore in termini di riduzione percentuale. Il dato ancora più saliente
P288
è il riscontro di una riduzione significativa dell’incidenza di morte per
IMPROVED EVENT-FREE SURVIVAL AFTER DRUG-ELUTING STENTING IN
causa cardiaca nei pz diabetici trattati con DES. Questi dati supportano
PATIENTS WITH CHRONIC KIDNEY DISEASE
l’utilizzo sempre più estensivo di stent a rilascio di farmaco nei pz
Chiara Resmini1, Flavia Ballocca1, Marco Di Cuia1, Giorgio Quadri1,
diabetici.
Mario Bollati1, Claudio Moretti1, Filippo Sciuto1, Pier Luigi Omedè1,
Giuseppe Biondi Zoccai2, Fiorenzo Gaita1, Imad Sheiban1
1
Division of Cardiology, University of Turin, Turin, 2Division of
Cardiology, University of Modena and Reggio Emilia, Modena
P286
Background. Coronary artery disease represents the most important cause
LONG-TERM CLINICAL OUTCOME OF CORONARY STENTING ACCORDING
of mortality and morbidity in chronic kidney disease (CKD). Despite
TO LESION LENGTH
1
1
1
1
continuous improvements in percutaneous coronary intervention (PCI),
Giorgio Quadri , Giada Longo , Fabrizio D’Ascenzo , Anna Gonella ,
1
1
1
1
CKD is still associated with more adverse events after PCI. As there are
Mario Bollati , Alberto Pullara , Claudio Moretti , Filippo Sciuto ,
limited data on the long-term effectiveness of drug-eluting stents (DES) in
Pier Luigi Omedè1, Giuseppe Biondi Zoccai2, Fiorenzo Gaita1,
patients with CKD, we performed a retrospective study to compare bare
Imad Sheiban1
1
metal stents (BMS) versus DES in subjects with CKD.
Division of Cardiology, University of Turin, Turin, 2Division of
Methods. We included all patients undergoing PCI at our center from July
Cardiology, University of Modena and Reggio Emilia, Modena
2002 to December 2004 with CKD, defined as creatinine clearance <60
Background. Lesion length has been implicated as an important predictive
ml/min. Patients who received only DES were compared to those who
factor for restenosis after percutaneous coronary intervention (PCI) in the
received only BMS. The primary end-point was the long-term rate of major
balloon and bare metal stent eras. Although drug-eluting stents (DES)
adverse cardiac events (MACE, i.e. the composite of death, myocardial
have markedly improved early and mid-term findings of PCI even in long
infarction and repeat revascularization).
lesions, data on clinical outcome according to the lesion length several
Results.
We included a total of 150 patients with chronic renal failure out
years after implantation of first-generation DES are still limited.
of a total of 1606 patients, with 123 (82%) receiving BMS and 27 (18%)
Methods. We retrospectively collected baseline, procedural and outcome
DES. Significant baseline differences were found for age (73±10 vs 66±10,
data from all patients undergoing PCI from July 2002 to December 2004
p=0.001) and previous PCI (15 vs 33%, p=0.03). After a mean follow-up of
at our center. Two groups were distinguished according to the length
48 months, the MACE rate was significantly higher in patients treated with
of the lesion covered by stent: long lesions (treated by one or more
BMS (68 vs 37%, p=0.05). A similarly increased risk with BMS were found
stents whose total length was ≥20 mm) versus short lesions (treated by
for death (45 vs 21%, p=0.03), whereas the rates for repeat coronary
one or more stents whose total length was <20 mm). The primary endrevascularization (24 vs 22%, p=0.8), myocardial infarction (16 vs 4%,
point of the study was the long-term rate of major adverse cardiac
(inteso come morte per cause cardiache, re-IMA o TLR). Due pazienti
hanno eseguito una PTCA su un altro vaso e 3 di loro hanno eseguito
ricoveri per episodi di scompenso. Sono verificate 4 morti per neoplasia ma
nessuno di loro aveva manifestato sintomi cardiaci prima dell’exitus.
Conclusioni. Dalla nostra iniziale esperienza e pur con un numero limitato
di pazienti, gli stent ad accelerata endotelizzazione sono dimostrati
efficaci in una popolazione ad altissimo rischio di sanguinamenti con un
tasso di MACE a lunga distanza simile alla popolazione tradizionalmente
trattata con BMS.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
111S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
con il gonfiaggio prolungato (almeno 60 secondi) del pallone medicato
scelto in base ad un rapporto di 1 ad 1 con il diametro del vaso.
Materiale. In circa due anni su 1210 PTCA eseguite, le procedure portate
a termine con il metodo descritto sono state 62. La decisione relativa al
tipo di trattamento della biforcazione è sempre stata presa all’inizio di
ogni procedura. Di queste 62, 43 hanno riguardato biforcazioni
coinvolgenti IVA e diagonale e 19 IVP e PL della coronaria destra. I pazienti
erano di età media pari a 66 anni, prevalentemente di sesso maschile, 51
giunti per test da sforzo positivo e 11 per sindrome coronarica acuta senza
P289
sopralivellamento del tratto ST. I rami collaterali erano tutti coinvolti
ESPERIENZA INIZIALE DELL’UTILIZZO DI PALLONI MEDICATI PER IL
all’ostio da stenosi significative focali ed avevano una distribuzione e
TRATTAMENTO DELLA RISTENOSI INTRASTENT. RISULTATI ACUTI E A
diametro tali da essere ritenuti degni di essere trattati. Il successo
MEDIO TERMINE
procedurale è stato del 100%, con aumento significativo anche se
Stefano Galli, Cristina Ferrari, Piero Montorsi, Paolo Ravagnani,
contenuto degli enzimi miocardiospecifici in 8 pz. In 9 casi è stata accettata
Daniela Trabattoni, Franco Fabbiocchi, Alessandro Lualdi,
una stenosi residua del ramo collaterale del 40%. In nessun caso è stato
Giovanni Teruzzi, Stefano De Martini, Antonio L. Bartorelli
necessario completare la PTCA con stent della coronaria secondaria.
Centro Cardiologico Monzino, IRCCS, Istituto di Cardiologia,
Risultati. Il follow-up a 8-12 mesi ha riguardato tutti i pazienti. In 23 è
Università degli Studi, Milano
P289
stato
eseguito mediante coronarografia, negli altri con test provocativo.
Introduzione. Il trattamento di scelta della ristenosi intrastent (ISR) è
ESPERIENZA
INIZIALE
DELL’UTILIZZO
DI
PALLONI
MEDICATI
PER
IL
TRATTAMENTO
DELLA
Nel
primi il controllo
angiografico ha evidenziato la persistenza di un
attualmente l’impianto di stent medicati in stent. Tale soluzione tuttavia
RISTENOSI
INTRASTENT.
RISULTATI
A MEDIO
TERMINEspecie nel
ottimo risultato angiografico a carico del ramo collaterale con restenosi
non è risultata
altrettanto
efficace inACUTI
caso diE recidiva
di ristenosi,
massime del 40%. Gli altri pazienti hanno mostrato un test provocativo
caso di stent medicati. I risultati preliminari dell’uso dei palloni medicati
negativo sia per dato clinico che ecgrafico e/o ecocardiografico. Non si
sia in ambito coronarico che periferico, potrebbero rendere tale device
sono avuti decessi né ulteriori ricoveri per cardiopatia ischemica.
una possibile soluzione soprattutto in caso di multiple recidive di ISR.
Conclusioni. Da questo studio retrospettico non è ovviamente possibile
Scopo dello studio è valutare l’efficacia a breve e a lungo termine
Introduzione.
trarre conclusioni definitive circa il trattamento sistematico con pallone
dell’utilizzo di palloni medicati per il trattamento dell’ISR.
medicato di stenosi del ramo collaterale. Secondo noi rappresenta
Metodi. Dal settembre 2010 sono stati arruolati consecutivamente 31 pz
comunque un’esperienza significativa, in considerazione sia dell’efficacia
che presentavano rispettivamente 36 ISR, trattate con utilizzo di palloni
2
riscontrata ma anche della semplicità della procedura.
medicati con paclitaxel 3 mg/mm (Pantera Lux, Biotronik). Il protocollo
prevede il trattamento di tutte le morfologie di ristenosi mediante
Scopo dello studio
predilatazione con pallone convenzionale o debulking con cutting balloon
cui doveva seguire dilatazione con pallone medicato del diametro pari a
Cardiologia interventistica
Metodi.
quello dello stent, con singolo gonfiaggio protratto per almeno 60 sec. È
stato consentito cross-over ad impianto di stent in stent in caso di
P291
dissezione, occlusione acuta o flusso ridotto. Il duplice trattamento
ANGIOPLASTICA DEL TRONCO COMUNE NON PROTETTO: UNA RECENTE
antiaggregante (ASA+clopidogrel) è mandatorio per almeno 3 mesi. Il
ESPERIENZA TRIENNALE MONOCENTRICA
follow-up prevede controllo clinico-angiografico a 6 mesi.
Antonio Mugnolo, Paolo Pasoli, Michele Pighi, Antonio Rigamonti,
Risultati. I pz presentavano le seguenti caretteristiche cliniche: età media
Massimiliano Manfrin, Luca Donazzan, Giacomo Mugnai,
67.8±9.6 anni; diabete 22.5%; pregresso IMA 41% e pregresso CABG nel
Gabriele Pesarini, Flavio Luciano Ribichini, Corrado Vassanelli
20% dei casi. L’indicazione alla PCI è elettiva nel 72% mentre per sindrome
Divisione di Cardiologia, Dipartimento di Scienze Biomediche e
coronarica
acuta
nel
28%
dei
casi.
Le
sedi
di
ISR
erano:
16
IVA;
CFx
10;
CD
Risultati.
Chirurgiche, Università degli Studi, Verona
8 e SVG 2 casi. La classificazione sec. Mehran della ISR era: tipo 1A=0; 1B=2;
Scopo dello studio. Report monocentrico di procedure percutanee di
1C=18; 1D=2; tipo 2=12; 3=1 e 4=1 caso. Inoltre la ISR interessa in 8 casi
angioplastica coronarica e stenting del tronco comune della coronaria
stent BMS; in 26 DES ed in due casi DES in BMS. La lunghezza della ISR è
sinistra
(TCCS) non protetto con successivo follow-up clinico ed
14.6±10.6 mm mentre la percentuale di stenosi 76.7±14.3%. mm. Per il
angiografico a medio termine.
trattamento delle 36 ISR sono stati utilizzati 39 palloni (1.08 DEB/ISR) con
Metodi. Tra gennaio 2007 e dicembre 2010, i pazienti sottoposti ad
diametro medio di 3.04±0.5 mm; lunghezza media di 21.2±7.2 mm;
intervento di angioplastica e stenting del TCCS non protetto presso il
utilizzando una pressione di gonfiaggio medio di 11.6±2.6 atm mantenuta
laboratorio di emodinamica della Divisione Clinicizzata di Cardiologia
per protocollo per almeno 60” (tempo di gonfiaggio medio 58±25 sec); in
dell’Ospedale Civile Maggiore di Verona sono entrati a far parte di un
un solo caso non è stato raggiunto il tempo di protocollo per ischemia
registro interno. In questi pazienti l’ipotesi chirurgica è stata esclusa per
associta a ipotensione. I risultati strumentali acuti e clinici a 30 gg sono
l’elevato rischio stimato dal cardiochirurgo oppure rifiutata dagli stessi
rappresentati in tabella:
pazienti. Tutti i soggetti sono stati sottoposti a controllo clinico ed
ecocardiografico a 6 mesi dalla procedura, ed a follow-up clinico a 16 8
Successo tecnico
36/36 (100%)
Mortalità
0/36 (0%)
mesi dalla procedura. Inoltre 25 pazienti hanno eseguito anche un
Cross-over stent
0/36 (0%)
Trombosi stent/TLR
0/36 (0%)
controllo angiografico ad un follow-up medio di 11±2 mesi.
Dissezioni
0/36 (0%)
IMA CK-MB massa >3 vv
1/36 (2.7%)
Risultati. 42 pazienti (32 maschi-76% e 10 femmine-24%) sono stati
Prolasso di placca
1/36 (2.7%)
Picco CK-MB Post
2.84±7.5 ng/mL
sottoposti ad angioplastica coronarica (PTCA) ed impianto di 22 BMS
Successo clinico
35/36 (97.3%)
Picco Tn-I Post
0.47±0.87 ng/mL
(48%) e 24 DES (52%) a livello del TCCS. Di questi device 15 (36%) avevano
come landing-zone l’IVA prossimale e 7 (16%) la CX prossimale. Due
I risultati clinici ed angiografici a 6 mesi saranno presentati al termine del
pazienti hanno eseguito V-stenting con DES della biforcazione DA-CX.
Conclusioni.
follow-up.
Ulteriori 24 stents (14 BMS e 10 DES) sono stati utilizzati per il trattamento
Conclusioni. I risultati preliminari di questo studio evidenziano come il
di lesioni differenti in altre sedi coronariche. Sei pazienti (14%)
trattamento della ISR mediante utilizzo di palloni medicati risulta sicura
presentavano malattia del TCCS isolato, 4 presentavano lesioni al TCCS +
ed efficace anche a medio termine. Sembra inoltre efficace anche nelle
1 vaso (9.5%), 20 pazienti (47%) avevano patologia di TCCS + 2 vasi ed
morfologie di ristenosi più complesse, come nelle recidive multiple di ISR
infine 12 pazienti (29.5%) di TCCS + 3 vasi. L’indicazione più frequente
di DES in stent.
all’intervento era costituita da NSTEMI/Angor instabile (29 pz-69%),
mentre 8 pazienti (19%) erano stati sottoposti a rivascolarizzazione
d’urgenza per STEMI o scompenso cardiaco acuto refrattario alla terapia
P290
medica. In 11 pazienti (26%) è stata utilizzata la contropulsazione aortica
UTILIZZO DEL PALLONE A RILASCIO DI PACLITAXEL NEL TRATTAMENTO
periprocedurale mentre in 5 (12%) il device utilizzato era l’Impella LP 2.5:
DELLE BIFORCAZIONI
tali ausili sono stati mantenuti per una media di 2 giorni nel postM. Cacucci, A. Catanoso, P. Valentini, A. Lodi Rizzini, P. Agricola,
operatorio. L’EuroSCORE medio nei nostri soggetti era di 19.2±4.2%,
G. Inama
mentre il Syntax Score calcolato era di 33±5.1. Gli eventi in-hospital erano
Dipartimento Cardio-Cerebro-Vascolare, Ospedale Maggiore, Crema
costituiti da morte cardiaca (4 pz-9.5%), IMA periprocedurale (1 pz-2.4%),
Background. Il trattamento delle biforcazioni coronariche rappresenta
sanguinamento maggiore (1 pz-2.4%). Alla dimissione, avvenuta in media
una delle principali problematiche della cardiologia interventistica. Il loro
12.2±4.7 giorni dopo l’ingresso, i pazienti erano in terapia medica ottimale
approccio è difatti più frequentemente gravato da restenosi e da un
secondo le ultime linee guida per le condizioni cliniche e tutti hanno
aumentato rischio di trombosi e la ricerca di specifici device sempre più
seguito la doppia terapia anti-aggregante per almeno 12 mesi. La frazione
semplici ed efficaci è in continuo divenire. Negli ultimi anni è stato
di eiezione media a 6 mesi dalla procedura nei pazienti viventi era di
prodotto un pallone in grado di rilasciare in modo efficiente un farmaco
44±10.2%. Gli eventi rilevati al follow-up sono stati i seguenti: morte (2 pzantiptoliferativo estremamente lipofilo: il placlitaxel. Il suo utilizzo è stato
5.2%, di cui 1 cardiaca), re-IMA (3 pz-7.9%), nuova rivascolarizzazione
prevalentemente rivolto al trattamento della restenosi intrastent sia su
ischemia-guidata (2 pz-6.5%).
BARE che su DES. Da circa due anni nel nostro Laboratorio abbiamo
Conclusioni. Nella nostra esperienza sul trattamento percutaneo del TCCS
utilizzato questo pallone anche nel trattamento sistematico, nell’ambito
non protetto, in pazienti a rischio chirurgico intermedio-elevato, il
di biforcazioni, di stenosi ostiali e focali del ramo collaterale di dimensioni
successo procedurale è stato del 91.5% e la mortalità a 16 mesi è stata del
comprese fra 2 e 3 mm (Medina class.: 1,1,1; 1,0,1; 0,1,1).
16%, con un’incidenza combinata di eventi maggiori (morte, infarto
Metodi. La procedura inizia con la preparazione della biforcazione,
miocardico e necessità di nuova rivascolarizzazione) del 35.5%.
mediante dilatazione con pallone semplice in kissing o su ciascun vaso.
Quindi prosegue con il posizionamento dello stent medicato sul vaso
principale. Dopo redilatazione efficace del ramo collaterale, si procede
p=0.1) and stent thrombosis (3 vs 0%, p=0.2) were not significantly
different.
Conclusions. Compared with BMS, use of DES in patients with CKD is
associated with significantly fewer long-term clinical events and lower
mortality, and they should thus be the default stent choice in subjects with
renal dysfunction.
112S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
POSTER
P292
P294
PERCUTANEOUS LEFT MAIN CORONARY DISEASE TREATMENT WITHOUT
ON-SITE SURGERY BACK-UP IN PATIENTS WITH ACUTE CORONARY
SYNDROMES: IMMEDIATE AND 2-YEAR OUTCOMES
Andrea Gagnor1, Francesco Tomassini1, Enrico Romagnoli2,
Sara Giolitto1, Emanuele Tizzani1, Paolo Giay Pron1,
Vincenzo Infantino1, Ferdinando Varbella1
1
Ospedale di Rivoli, Rivoli, 2Policlinico Casilino, Roma
Background. Best revascularization strategy in patients with acute
coronary syndromes (ACS) and unprotected left main (ULM) coronary
disease is still debate reflecting lack of convincing data.
Objectives. Io assess clinical feasibility and efficacy of ULM percutaneous
coronary intervention (PCI) in patients with ACS and describe the practice
of a center without on-site surgical back-up over a 7-year period.
Methods. Data on high-risk patients with ACSs undergoing percutaneous
ULM treatment were prospectively collected in an independent registry.
Primary end-points of this study were immediate and long-term outcomes
expressed as target lesion failure (TLF, composite of cardiac death,
myocardial infarction and target lesion revascularization).
Results. Between January 2003 and January 2010, 200 consecutive patients
were included in this study. Angiographic success was obtained in 95% of
patients and in-hospital procedural success was 87%. At median follow-up
of 26 months (IQ 10-47), the overall TLF rate was 28.5%, with 16.0% of
cardiac death, 7.0% of myocardial infarction and 10.5% of clinically-driven
target lesion revascularization rates. Cumulative definite/probable stent
thrombosis was 3.5%. Elevated EuroSCORE value and pre-procedural
hemodynamic instability were the strongest predictors of TLF. Temporal
trend analysis showed a progressive but not significant improvement for
both immediate (p=0.110) and long term (p=0.073) outcomes over the
study period.
Conclusion. This single-center study based on current clinical practice in
patient with ULM disease and ACS demonstrated PCI as feasible
revascularization strategy in absence of on-site cardio-thoracic support.
Nevertheless, the outcome of these high-risk patients is still hampered by
a significant in-hospital mortality rate.
TREATMENT OF CORONARY BIFURCATION LESIONS WITH PROVISIONAL
APPROACH USING BOTH BARE AND DRUG ELUTING STENTS. TWO YEARS
OF CLINICAL FOLLOW-UP
Luca Golino1, Emanuele Bruno1, Giorgia Caferri1, Fabiana Piccioni1,
Francesco Serra1, Maria Pina Madonna1, Vincenzo Affinito2,
Luigi Sommariva1
1
U.O.C. UTIC/Emodinamica/Cardiologia, Ospedale Belcolle, Viterbo,
2
Dipartimento Medico-Chirurgico di Cardiologia Pediatrica, Ospedale
Bambino Gesù, Roma
Background. Coronary bifurcation lesions (CBL) account for up to 15% of
all percutaneous coronary interventions (PCI) and are one of the most
challenging lesions in interventional cardiology. The treatment strategies
so far proposed have improved the prognosis although is still present an
high risk of restenosis. The optimal strategy to face CBL remains matter of
of debate. Single-stent approach appear to be superior to systematic 2stent strategies with bare-metal stents (BMS); drug-eluting stents (DES)
have low rates of restenosis and might offers improved outcomes with
complex stenting techniques. Aim of the study is to investigate clinical
outcome (two years of follow-up) in patients (pts) admitted to our cath lab
with CBL (true bifurcation) and/or lesions close but not involving a
bifurcation (false bifurcation) that need a “bifurcation lesion-like
approach”. All pts were treated with provisional approach (PA).
Methods. From January 2007 to January 2009 were recruited all pts with
CBL and treated with simple strategy (one stent approach even followed
by postdilatation of side branch (SB)). Post dilatation of SB followed stent
deployment if residual stenosis ≥60% or TIMI flow grade <3 was present.
True (TB) and false bifurcation (FB) were defined according with Medina
classification as follows: TB (111, 101, 011); FB (110, 100, 010, 001).
Results. 71 pts with CBL underwent PCI and PA. 53 (74.6%) were male,
and 18 (25,4%) were female. Diabetes mellitus (DM) was present in 13%
(6.6% IDDM). Pre-post procedural angiographic characteristics were: TB
represented 57.3% and FB represented 42.7% of total lesions. Reference
vessel diameter (RDV) in the MB, 3.08 mm and 2.6 in the SB. The mean
minimal lumen diameter (MLD) in the MB was 0.34 mm and in the SB was
0.29 mm, lesion length was, in the MB 15.7 mm and in the SB 4.71 mm.
Direct stenting of MB, was performed in 34% of pts. The rate of final
residual stenosis of the SB was 30.4%. The rate of post-dilatation on the
ostium of side branch was 60.67%. Final kissing balloon was performed in
7.86% of patients. Median follow up was 24 months for 93% of pts (n=66).
Overall MACCE rate was 6.9%, cardiac death 0.7% (n=1), TVR 1.4% (n=2)
and TLR 0.7% (n=1). Non cardiac death occurred in 1 pts (0.7%). No cases
of stroke were recorded. No acute and subacute stent thrombosis
occurred. Probable late stent thrombosis occurred in 1 pts (0.7%) at 10
months. The adherence to double antiplatelet therapy (DAT) in our
population was very high at 12 months (98%).
Conclusion. In our single center experience PA with “single stent”, was
effective, even in DM pts, a population at higher risk of restenosis.
Sequential post-dilatation of SB also appears to provide encouraging
results in terms of prognosis even if associated with a limited use of “final
kissing balloon”. In addition only 68.3% of pts were treated by DES
placement because of the low DM rate (13%), the high DVR values (3.1
mm) along with a discrete FB lesions rate (42.7%). Thus, we can also
conclude that in a population at low risk (no DM, large RVD and FB) - 32%
of our study population - the use of BMS instead of DES, did not affect
clinical prognosis of CBL.
P293
PERCUTANEOUS CORONARY INTERVENTION IN SMALL CORONARY
VESSELS: A VERY LONG-TERM FOLLOW-UP STUDY
Giorgio Quadri1, Giada Longo1, Mario Bollati1, Fabrizio D’Ascenzo1,
Anna Gonella1, Alberto Pullara1, Filippo Sciuto1, Pier Luigi Omedè1,
Claudio Moretti1, Giuseppe Biondi Zoccai2, Fiorenzo Gaita1,
Imad Sheiban1
1
Division of Cardiology, University of Turin, Turin, 2Division of
Cardiology, University of Modena and Reggio Emilia, Modena
Background. Despite continuous improvement in percutaneous coronary
intervention (PCI), small coronary vessel disease is still associated with an
increased risk of adverse events in comparison to larger reference vessel
diameters. Most studies focusing on this object are limited by a short-term
follow-up or emphasis on the pre-drug eluting stent (DES) era. We thus
performed a retrospective study to appraise very long-term (>3 years)
outcomes of PCI in small vessels.
Methods. We included all patients undergoing PCI at our centre from
July 2002 to December 2004. They were divided in two groups according
to the size of the vessels: small vessels (treated with a ≤2.75 mm stent)
and large vessels (treated with a ≥3.0 mm stent). The primary end-point
of the study was the long-term rate of major adverse cardiac events
(MACE, i.e. the composite of death, myocardial infarction and repeat
revascularization).
Results. A total of 1599 patients were included, 419 (26.2%) with small
vessel stenting and 1180 (73.8%) with large vessel stenting. Previous PCI
(30.1 vs 23.7%, p=0.02) and diabetes (38.8 vs 25.8%, p<0.001) were more
frequent in small vessel stenting group. Moreover, there were significant
differences between groups in the prevalence of DES usage (45.5 vs 33.2%,
p<0.001). At 30 days, the two groups did not differ significantly in the rate
of MACE (8.3 vs 6.1%, p= 0.14), as well as of all cause death (2.5 vs 1.6%,
p=0.29). At a mean follow-up of 53 months the MACE rate was
significantly higher in small vessel stenting group in comparison to the
large vessel stenting group (54.8 vs 46.7%, p<0.01), with death occurring
in 17.1 vs 15.8% (p=0.57), myocardial infarction in 8.19% vs 8.88%
(p=0.70), repeat revascularization in 41.5 vs 31.4% (p<0.001), including
target vessel revascularization in 27.2 vs 20.0% (p<0.01) and definite stent
thrombosis in 2.11 vs 1.89% (p=0.80).
Conclusions. Small vessels disease still carries an important burden of
complications, driven from higher rates of target vessel revascularizations:
thus intensive medical and interventional strategy should be offered to
reduce these adverse outcomes.
P295
ESPERIENZA DI UN SINGOLO CENTRO SENZA CARDIOCHIRURGIA IN SEDE
NEL TRATTAMENTO PERCUTANEO DI OCCLUSIONI CORONARICHE
CRONICHE (>3 MESI): FATTIBILITÀ E RISULTATI
Andrea Gagnor, Francesco Tomassini, Emanuele Tizzani,
Maria Cristina Rosa Brusin, Rosario Tripodi, Sara Giolitto,
Vincenzo Infantino, Paolo Giay Pron
Ospedale di Rivoli, Rivoli
Scopo del lavoro. Valutare la fattibilità di PCI, i risultati e le caratteristiche
dei pazienti con CTO in un laboratorio di emodinamica non dotato di
cardiochirurgia in sede.
Materiali e metodi. Analisi retrospettiva (1/2004-5/2010).
Risultati. Sono state eseguite 5514 PCI, 502 (9.1%) in pazienti che
presentavano CTO >3 mesi (78% uomini). Nel 43% dei casi l’età era <65
anni, nell’8.1% >80 anni. 26.8% presentava occlusione dell’IVA, 48.2%
della destra. Malattia monovasale era presente in 79 pazienti, 236 trivasale
e 15 del tronco comune. FE normale era presente nel 44.6%, FE <35% nel
13.3%. La lunghezza della lesione era >20 mm nel 67.9%. LE CTO sono
passate dal 6.3% delle PCI totali nel 2004 al 10.1% nell’anno in corso
(p=0.02), con una percentuale di successo che è passata dal 61.3%
all’attuale 81.4% (p<0.0001) nonostante un aumento della complessità
dei casi trattati, anche grazie all’utilizzo di tecniche più “aggressive” (9.9%
di iniezione controlaterale fino al 2007 contro 40.6% nel triennio
successivo, 2.8% parallel wire nel 2005 contro 19.3% nel triennio 200810). L’approccio anterogrado resta il più utilizzato (97.0% su dati
complessivi, 93% nell’ultimo anno). In tre casi è stato utilizzato rotablator.
17 pazienti (3.3%) hanno presentato complicazioni al termine della
procedura; in 5 pazienti si è verificata perforazione coronarica maggiore
con necessità in 4 casi di impianto di stent ricoperto (3 casi con necessità
di pericardiocentesi). 1 paziente ha presentato insufficienza renale acuta
e ci sono state 9 perforazioni da guida risolte protamina. In due pazienti
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
113S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
è stato necessario eseguire angioplastica su TC per dissezione iatrogena.
In due casi si è manifestato arresto cardiaco (1 irreversibile) dopo
riperfusione efficace in assenza di complicanze coronariche. L’utilizzo di
stent medicati (DES/disostruzioni con successo) è stata del 59.0% (47.2%
fino al 2007, 76.3% dal 2008 al 2010, p<0.0001). I pz sono stati sottoposti
a follow-up clinico a almeno 6 mesi con un decesso improvviso domiciliare;
30 pz hanno presentato ristenosi sintomatica di vaso sede di disostruzione:
20 di BMS (10 focali), 5 di DES (3 focali) e 5 di POBA (2 focali); 29 pazienti
sono stati trattati con nuova PCI con ottimo esito. 1 (0.2%) paziente ha
presentato trombosi subacuta di stent medicato (con infarto STEMI) ed è
stato sottoposto ad angioplastica primaria con ottimo successo immediato
e al follow-up a 1 anno.
Conclusioni. La rivascolarizzazione percutanea di occlusioni coronariche
croniche in centro di emodinamica non dotato di cardiochirurgia è sicuro
ed efficace nonostante l’utilizzo di tecniche apparentemente “aggressive”
ma che in realtà consentono un trattamento più sicuro grazie alla miglior
visualizzazione del vaso distale. Nelle procedure eseguite con successo il
successo clinico al follow-up nel medio periodo è stato molto alto.
P296
LONG-TERM FOLLOW-UP OF PCI IN OCTOGENARIANS
Giada Longo1, Giorgio Quadri1, Anna Gonella1, Fabrizio D’Ascenzo1,
Mario Bollati1, Alberto Pullara1, Claudio Moretti1, Filippo Sciuto1,
Pier Luigi Omedè1, Giuseppe Biondi Zoccai2, Fiorenzo Gaita1,
Imad Sheiban1
1
Division of Cardiology, University of Turin, Turin, 2Division of
Cardiology, University of Modena and Reggio Emilia, Modena
Background. Octogenarians are the fastest growing population and face
an increased early and late risk after percutaneous coronary intervention
(PCI). However, their very late outlook has not been adequately studied in
the drug-eluting stent (DES) era. We investigated the very long-term
outcomes of elderly patients undergoing PCI in the DES era.
Methods. All patients undergoing bare metal stent (BMS) or (DES)
implantation at our center between July 1, 2002, and December 31, 2004,
were included. We distinguished subjects older than 80 years and those
younger than 80 years. The primary end-point was the long-term rate of
major adverse cardio and cerebrovascular events (MACCE, i.e. the
composite of death, myocardial infarction, repeat revascularization, or
stroke). We also investigated stent thrombosis according to the Academic
Research Consortium definitions.
Results. We identified a total of 1606 patients, 9.0% octogenarians and
90.9% under 80 years. There were significant differences across groups in
prevalence of male gender (respectively, 54 vs 79.7%, p<0.001), smoking
(2.0 vs 13.9%, p<0.001), history of prior PCI (11.7 vs 21.9%, p=0.004) and
DES usage (7.5 vs 22.7%, p=0.004). The elderly were also at higher risk
regarding renal failure, dyslipidemia, impaired left ventricular function
and peripheral arterial disease (all p<0.05). 30-day MACCE occurred in
11.0% of patients older than 80 years vs 5.2% of younger (p=0.004), with
death in 4.8 vs 1.2% (p=0.001), myocardial infarction in 3.4 vs 0.9%
(p=0.008) and stroke in 0 vs 0.1% (p=0.8). 30-day stent thrombosis
occurred in 2.7 vs 0.6% (p=0.010). After a median follow-up period of 53
months, MACCE occurred in 46.9% of elderly patients vs 38.6% of younger
(p=0.051), with death in 32.4 vs 10% (p<0.001), myocardial infarction in
3.5 vs 4.9% (p=0.4), repeat revascularization in 13.7 vs 25.2% (p=0.002),
stroke in 5.5 vs 1.8% (p=0.004), and stent thrombosis in 0 vs 1.1% (p=0.21).
Conclusions. This very long-term study demonstrates the very high risk of
short and long-term adverse events faced by elderly patients undergoing
PCI in the DES era, emphasizing the need for new and more effective
therapeutic strategies for this population.
P297
ANGIOPLASTICA CORONARICA CON SUPPORTO CARDIOPOLMONARE.
TECNICA COMPLESSA MA EFFICACE PER CASI PARTICOLARMENTE CRITICI.
ESPERIENZA DI UN SINGOLO CENTRO
P. Pantaleo, R. Coppola, G. Tartaglia, M. Fedele, M. Gucciardo,
A. Morelli, A. Pasquè, S. Mazzantini
Dipartimento Cardiologia Medica e Chirurgica, ICLAS-Istituto Clinico
Ligure Alta Specialità, Rapallo
I continui progressi tecnologici e professionali hanno permesso di
continuare ad estendere i campi di applicazione sia dell’angioplastica
coronarica (PTCA) che dei bypass aortocoronarici. Tuttavia residuano casi,
seppur di numero molto limitato, che, per la peculiare combinazione del
quadro clinico e delle lesioni anatomiche, non risultano adeguatamente
attribuibili a nessuna delle due metodiche di rivascolarizzazione
considerate singolarmente né con tecniche ibride.
In questi scenari, la PTCA in corso di assistenza cardio-polmonare, consente
di rivascolarizzare distretti che con il solo supporto meccanico della
contropulsazione aortica o di dispositivi di assistenza ventricolare, non
risulterebbero adeguatamente protetti.
Descriviamo l’esperienza del nostro Centro che in 5 anni ha arruolato 25
pazienti considerati a rischio eccessivo per PTCA, parimenti esclusi
dall’opzione cardiochirurgica per controindicazioni cliniche e/o anatomiche
ad un panel congiunto di cardiologi, cardiochirurghi e rianimatori.
Abbiamo trattato 18 maschi e 7 femmine, età media 71 anni, 41% diabetici,
frazione d’eiezione media 40%; il 48% aveva avuto precedente infarto
miocardico; il 12% era già stato bypassato ed il 24% era già stato trattato con
PTCA. Il 60% dei pazienti era stato ricoverato per sindrome coronarica acuta.
114S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
La gravità del quadro clinico è stata valutata mediante EuroSCORE: 41.5%
logistico e 13.7 standard. La complessità delle lesioni coronariche, valutata
mediante SYNTAX score, era mediamente di 29. La media dei vasi trattati
per paziente è stata 2.5; nel 44.5% era coinvolto il tronco comune. Tutti i
pazienti sono stati trattati con stent medicati (media stent/paziente: 2.8).
Le procedure sono risultate tecnicamente efficaci e complete nel 100%
dei casi; la durata media delle PTCA è stata di 92 minuti con tempi medi
di assistenza extracorporea di 81 minuti; 22 pazienti (88%) sono stati
trasferiti vivi dalla sala di emodinamica in Terapia Intensiva; 18 (72%) sono
stati dimessi vivi dal Reparto di Cardiologia. Dei pazienti deceduti in
Reparto, uno è morto per aritmie maligne recidivanti refrattarie, seppur
in assenza di trigger ischemici ai tracciati ecgrafici ed uno per scompenso
terminale. Due pazienti hanno avuto problematiche emorragiche legate
all’accesso vascolare del supporto cardiopolmonare; 14 hanno ricevuto
emotrasfusioni.
Conclusioni. La PTCA con supporto cardiopolmonare, per quanto di
infrequente utilizzo, è una metodica efficace ed affidabile per il
trattamento di pazienti considerati a rischio particolarmente elevato, già
esclusi spesso per molteplici cause dall’opzione chirurgica; ciò è possibile
grazie alla velocità e alla duttilità della procedura percutanea unita alla
protezione, non sempre surrogabile con altri presidi, della circolazione
extracorporea. La collaborazione di differenti professionisti, cardiologi,
cardiochirurghi, rianimatori e perfusionisti implica la necessità di eseguire
queste procedure in Centri dotati di unità cardiochirurgica in loco, con
ambienti dedicati che, insieme con gli alti costi procedurali, può
parzialmente spiegare la mancata diffusione di tale metodica.
P298
DEFER PCI ON FFR BASIS: 4-YEAR FOLLOW-UP IN A SINGLE CENTER
RETROSPECTIVE STUDY
Stefania Uguccioni, Lucia Uguccioni, Lucia Marinucci, Rosario A. Parisi
U.O.C. Emodinamica Interventistica, Azienda Ospedaliera
Ospedali Riuniti Marche Nord, Pesaro
Background. Coronary stenosis causing myocardial ischemia induces
angina and ischemic cardiac events. Otherwise non significant coronary
lesions can be safely managed by medical therapy. Percutaneous coronary
intervention (PCI) is useful for relieve myocardial ischemia and treat
angina while lowering coronary ischemic event rates. Recent evidence
show that multivessel fractional flow reserve guided-PCI (FFR-guided PCI)
significantly reduce MACE, still after two years of follow-up, when
compared with angio-guided PCI. The aim of the study is to investigate
mid and long term outcome of treated and untreated angiographic
intermediate coronary stenosis on the basis of FFR evaluation in the real
world contest.
Methods. Our cath-lab operators are used to assess coronary lesions of
uncertain functional meaning by FFR. Today about 12% of PCI in our
center is made with pressure wire aid. From June 2005 to July 2006, 108
patients with at least one intermediate coronary stenosis (≥50%)
underwent FFR evaluation during angiography (7% of total PCI). 30 of
these patients (A Group) underwent PCI or CABG because the result of
FFR was <0.80; in 47 patients (B1 Group) no revascularization was
performed on the basis of FFR results ≥0.80, while 31 patients (B2 Group)
in whom FFR measurement on the intermediate lesion was ≥0.80
underwent anyway PCI on other vessels. Clinical outcome of the three
groups of patients was verified by phone interview. MACE were
considered as: new onset angina, myocardial infarction, new
revascularization and death. Myocardial infarction and new
revascularizations were classified as vessel-related or non vessel-related
regarding the vessel on which FFR evaluation was performed.
Results. Clinical characteristics were similar in the three groups except for
dyslipidemia that was more frequent in the B2 Group (p=0.03). The three
vessel disease was most represented in the B2 Group 48,39% in
comparison with A Group (23,3%) and B1 Group (19.1%) (p=0.0001).
Mean follow-up was 47 months and was completed in 92.52% of patients.
Event free survival was similar in the three groups of patients (A Group:
85.2%, B1 Group: 88.6%, B2 Group 75.9%) (p=0.26). No statistically
significant differences were found in vessel-related events (A Group:
11.1%, B1 Group: 6.8%, B2 Group 13.8%) (p=0.56).
Conclusions. FFR-guided PCI of moderate coronary stenosis in the real
world setting is safe in terms of event free survival for mid and long-term
follow-up. Most of ACS and new revascularizations occurred because of
progression of the disease in other vessels (not evaluated by FFR).
Coronary ischemic event risk caused by a non hemodynamic significant
stenosis cannot be reduced by stent placing.
P299
L’UTILIZZO DI GUIDA IVUS DURANTE GLI INTERVENTI CORONARICI
PERCUTANEI MIGLIORA L’OUTCOME CLINICO A BREVE E LUNGO TERMINE.
ANALISI A BREVE E LUNGO TERMINE DI 7616 PCI IN UN SINGOLO CENTRO
Stefano Galli, Piero Montorsi, Paolo Ravagnani, Massimo Mapelli,
Daniela Trabattoni, Franco Fabbiocchi, Cristina Ferrari, Luca Grancini,
Giovanni Teruzzi, Antonio L. Bartorelli
Centro Cardiologico Monzino, IRCCS, Istituto di Cardiologia,
Università degli Studi, Milano
Background. La diffusione degli interventi coronarici percutanei (PCI) ha
portato i cardiologi interventisti ad affrontare pz. e lesioni sempre più
complessi. L’utilizzo dell’IVUS per ottimizzare il risultato delle PCI è tuttora
P299
L’UTILIZZO DI GUIDA IVUS DURANTE GLI INTERVENTI CORONARICI PERCUTANEI MIGLIORA
L’OUTCOME CLINICO A BREVE E LUNGO TERMINE. ANALISI A BREVE E LUNGO TERMINE DI 7616
POSTER
PCI IN UN SINGOLO CENTRO
Risultati.
limitato, nonostante in letteratura ci siano sempre più evidenze di un
miglior outcome delle PCI condotte con guida IVUS, specie nei multivaso,
Background.
biforcazioni; tronco comune non protetto; SYNTAX score elevato ecc.
Scopo e metodi. Scopo dello studio è pertanto rivalutare retrospettivamente
i risultati a breve e lungo termine di PCI eseguite con guida IVUS oppure
solo con valutazione angiografica. Dal 2005 al 2009 sono state valutate
tutte le procedure consecutive eseguite presso il ns Centro, PCI primarie
incluse,eemetodi.
divise in due gruppi: con guida IVUS (G1) e solo Angio (G2). Il
Scopo
follow-up clinico è stato condotto con visita o contatto telefonico a 30 gg,
1, 2 e 3 anni. I criteri di ottimizzazione IVUS sono stati eseguiti da ogni
singolo operatore. Angioplastiche complesse erano definite: TC non
protetto, biforcazione con due stent, ricostruzione >50 mm; più di 5 stent
impiantati e CTO.
Risultati. Sono stati arruolati 7616 pz consecutivi: 1108 (15%) (G1) con
guida IVUS e 6508 (85%) solo Angio (G2). Le caratteristiche cliniche, i
fattori di rischio ed i precedenti cardiovascolari nei due gruppi erano simili;
Risultati.
in particolare: diabete 16.1% in G1 vs 15.8% in G2; insufficienza renale
6.9% in G1 vs 6.8% in G2; IMA pregresso 31% in G1 vs 30.9% in G2;
pregressa PCI 40.1% in G1 vs 39.8% in G2. Differivano invece per: età
media 63.6±10 in G1 vs 65.4±9.8 in G2, p<0.05; procedure complesse 35%
in G1 vs. 15% in G2, p<0.01; indicazioni elettiva 70% in G1 vs 55% in G2
e di contro per sindromi acute 30% in G1 vs 45% in G2, p<0.04. Non vi
erano differenze significative tra i due gruppi nel numero di vasi trattati;
nell’utilizzo di DES (>80% in entrambi) e completamento della
rivascolarizzazione (70%) nei due gruppi mentre differivano per numero
di stent/pz 2.0±0.5 in G1 vs. 1.3±0.5 in G2, p<0.01 e per stent/lesione
1.5±0.5 in G1 vs 1.2±0.5 in G2, p<0.05. Nella tabella sono mostrati i MACCE
a breve e a lungo termine compresi anche di trombosi di stent.
Mortalità in-hospital (%)
IMA (inclusi CK >3 vv) in-hospital (%)
MACCE a 30 gg (%)
Trombosi stent a 30 gg (%)
MACCE a 30 gg in PCI complesse (%)
Event free survival a 2 anni (%)
Event free survival a 3 anni (%)
G1
(n=1108)
9 (0.8)
126 (11.4)
n=1084
41 (3.6)
7 (0.6)
11 (2.8)
n=1005
98 (9.7)
n=805
50 (6.2)
G2
(n=6508)
40 (0.6)
920 (14.1)
n=6318
365 (5.7)
85 (1.3)
62 (6.4)
n=6150
617 (10.5)
n=5003
358 (7.1)
in una giovane donna di 45 anni con BMI pari a 21; l’eco-Doppler,
effettuato il giorno dopo la procedura, ha escluso una formazione
pseudoaneurismatica e documentato una buona pervietà del vaso per cui
l’ematoma è stato trattato con beneficio mediante compressione manuale
e bendaggio elastico. In nessun paziente si è verificato ischemia della
mano né complicanze maggiori.
Conclusioni. La coronarografia con approccio transradiale, associata o non
a Conclusioni.
cateterismo cardiaco dx, appare fattibile e sicura in regime di day-hospital.
Tale modalità di ricovero potrebbe rappresentare una valida alternativa
per gli esami diagnostici, riducendo le liste di attesa e i costi di ricovero.
Tabella 1. Caratteristiche della popolazione.
Tabella 1.
Età (anni)
Maschi (n, %)
Femmine (n, %)
BMI (kg/m2)
Fumatori (n, %)
Ipertensione arteriosa (n, %)
Ipercolesterolemia (n, %)
Diabete mellito (n, %)
Familiarità per CAD (n, %)
Presentazione clinica (n, %)
Ipertensione polmonare
Insufficienza mitralica
Cardiomiopatia dilatativa
Cardiomiopatia restrittiva
p p
61±10
11 (52)
10 (48%)
25±3
5 (24)
11 (52)
7 (33)
0 (0)
7 (33)
15 (71)
1 (5)
3 (14)
1 (5)
p
0.04
0.01
0.02
0.05
0.05
0.23
0.56
Conclusioni. I risultati di quest’ampia serie mostra un outcome migliore
Conclusioni.
nei pz sottoposti a PCI con guida IVUS. La riduzione significativa degli
eventi si registra a 30 gg ma si mantiene nel FU a lungo termine, anche nel
sottogruppo PCI complesse, a significare un impatto favorevole su i re
interventi tardivi. L’IVUS consente una significativa riduzione della
trombosi subacuta di stent che poi si mantiene nel tempo.
P300
LA CORONAROGRAFIA E IL CATETERISMO CARDIACO DESTRO IN REGIME
DI DAY-HOSPITAL: ESPERIENZA DI UN SINGOLO CENTRO
Maria Alberta Cattabiani, Cinzia Galizia, Anna Rita Maurizio,
Walter Serra, Iacopo Tadonio, Alberto Menozzi, Luigi Vignali,
Diego Ardissino
U.O. di Cardiologia, Azienda Ospedaliero-Universitaria di Parma
Introduzione. Il progresso nelle tecniche e le “facilities” delle strutture
hanno reso possibile i ricoveri dei pazienti in regime di day-hospital per un
gran numero di patologie cardiologiche (scompenso cardiaco,
cardioversione elettrica della FA, ecc.) riducendo i costi di ricovero ed
aumentando il comfort del paziente. Tuttavia pochi dati esistono
attualmente sulle procedure invasive (coronarografia, cateterismo
cardiaco) effettuate in regime di day-hospital.
Obiettivi. L’obiettivo dello studio è stato verificare la fattibilità e la sicurezza
della coronarografia (associata o non a cateterismo cardiaco) in regime di
day-hospital effettuata con approccio transradiale. È stata valutata la
fattibilità della procedura, così come le complicanze locali (ematomi,
aneurismi, pseudoaneurismi) e le complicanze cardiache maggiori.
Metodi. Da luglio 2008 a settembre 2010, 21 pazienti consecutivi sono
stati sottoposti a cateterismo cardiaco dx e coronarografia (13, 62%) o
solo cateterismo cardiaco dx (5, 24%) o solo coronarografia (3 14%) in
regime di day-hospital presso la Cardiologia di Parma. In tutti i pazienti la
coronarografia veniva eseguita con approccio transradiale dx mentre il
cateterismo destro veniva eseguito pungendo la vena femorale dx. Le
caratteristiche della popolazione sono mostrate in Tabella 1. 11 pazienti
(52%) erano in TAO; il warfarin veniva sospeso 24 ore prima della
procedura e il valore medio dell’INR era 1.5±0.4 il giorno
dell’angiografia/cateterismo. In tutti i pazienti veniva effettuato il test di
Allen per valutare la pervietà della vascolarizzazione dell’arcata palmare
prima di pungere l’arteria radiale. L’introduttore veniva rimosso in tutti i
casi al termine della procedura e in tutti i pazienti veniva applicata una
medicazione compressiva in sede di arteria radiale e di vena femorale, che
veniva poi allentata progressivamente 1h e 6h dopo la procedura stessa e
rimossa completamente il giorno seguente. Tutti i pazienti venivano
mobilizzati dopo 4 ore dalla procedura ed invitati a tornare in ospedale
la mattina seguente per un controllo.
Risultati. In tutti i pazienti la coronarografia è stata portata a termine per
via radiale, senza necessità di shift di accesso radiale>femorale. Tra le
complicanze locali è stato documentato solo 1 ematoma radiale comparso
P301
MID-TEM FOLLOW-UP AFTER PERCUTANEOUS TRANSCATHETER CLOSURE
OF PATENT FORAMEN OVALE FOR CRYPTOGENIC CEREBRAL ISCHEMIA
Pasquale Antonio Scopelliti, Giovan Battista Antongiovanni,
Davide Personeni, Antonio Saino, Antonio Silvestro, Chiara Angeletti,
Andrea Cafro, Paolo Peci, Tiberio Nicoli, Maurizio Tespili
U.O. di Cardiologia, A.O. Bolognini, Seriate (BG)
Patent foramen ovale (PFO) is an embryonic defect in the interatrial
septum which presence may occur even in adult life. In the population
with cryptogenic stroke aged <55 years, the incidence of PFO was
documented to be higher (up to 56%) than in patients with stroke of
known cause (18%) or in general adult population (~25%). In the last
years percutaneous transcatheter closure of PFO has raised to wide clinical
utilization, particularly in prevention of recurrent cerebral ischemic events
in cryptogenic stroke high-risk patients, due to very low incidence of
periprocedural complications and good long-term clinical results, although
the last guide-lines suggests caution in patient selection.
Objective. The aim of this study was to evaluate the recurrence of ischemic
events in patients with cryptogenic recurrent cerebral ischemia who
successfully underwent percutaneous transcatheter closure of PFO in our
catheterization laboratory.
Methods and results. During a period of 45 months, transesophageal
echocardiographic examination (TEE) was performed in 152 patients with
recurrent cryptogenic stroke or TIA referred to our Centre. In 71 patients
(47%) PFO and paradoxical right-to-left atrial shunt (spontaneous or during
Valsalva manoeuvre) were documented with the injection of a contrast
media in the left antecubital vein. Percutaneous PFO closure was
performed under sedation and TEE guidance in 62 of 71. They were 36
male and 26 female, mean age 52 (±11) years. The implantation was
successful in all patients; in 1 patient the implantation was obtained in a
second setting because of troublesome anatomic approach (severe
kyphoscoliosis) clarified by cardiac NMR. Fifty-eight patients received an
Amplatzer PFO occluder and four patients received a Biostar device. There
were no periprocedural major complications (death, device embolization,
need for surgery, pericardial effusion), nor minor. In 12 patients a residual
trivial right-to-left shunt through the device was documented by echocontrast at the end of the procedure. Follow-up consisted in clinical
evaluation and transthoracic echocardiogram performed between 6 and 12
months, then once a year. Mean follow-up was 20 (±10) months. No events
or complications have been evidenced at the follow-up (stroke recurrence,
late displacement of the device, mechanical injury of the aortic wall).
Conclusions. Our experience confirms that the current disposable
technology is safe and effective. Our follow-up is actually event-free.
P302
INFLUENCE OF PATENT FORAMEN OVALE MORPHOLOGICAL
CHARACTERISTICS ON LONG TERM RESIDUAL SHUNT AFTER
PERCUTANEOUS CLOSURE WITH AMPLATZER OCCLUDER DEVICE. A
TRANSCRANIAL DOPPLER AND INTRACARDIAC ECHOCARDIOGRAPHY
STUDY
Nicola Marchese1, Carlo Vigna1, Michele Pacilli1, Vincenzo Inchingolo2,
Raffaele Fanelli1, Francesco Loperfido3
1
Department of Cardiology, Casa Sollievo della Sofferenza Hospital
IRCCS, San Giovanni Rotondo, 2Department of Neurology, Casa Sollievo
della Sofferenza Hospital IRCCS, San Giovanni Rotondo, 3Department of
Cardiology, Catholic University Medical School, Rome
Background. Patent foramen ovale (PFO), particularly when atrial septal
aneurysm (ASA) is associated, has been identified as a potential risk factor
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
115S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
d.
for cryptogenic stroke. The procedural success rate varies widely among
the studies and is influenced by device type, interventional technique and
echographic method to evaluate residual right-to-left (RLS) shunt.
Aim. We sought to evaluate the impact of morphological characteristics of
PFO evaluated with intracardiac echocardiography in regard to the
residual RLS assessed by transcranial contrast color Doppler.
Methods. 125 consecutive patients with cryptogenic cerebral ischemia and
spontaneous or provoked high degree right-to-left shunt underwent
percutaneous PFO closure with Amplatzer occluder. The PFO and fossa ovalis
dimensions were obtained by mechanic intracardiac echocardiography (ICE).
Transcranial contrast color Doppler (TCCD) was performed after 12 months.
Results. We observed a significant (>1 grade at TCCD) residual RLS in 17
patients (14). The subgroup of patients with residual RLS had higher
longitudinal (24.3±3.8 vs 18.6±4.9 mm, p<0.001) and transversal (19.7±4.4
vs 15.4±4.7 mm, p<0.001) dimensions of fossa ovalis, and more frequently
a device >25 mm (29 vs 4%, p=0.002) and ASA (82 vs 23%, p<0.001)
compared with the subgroup of patients without residual RLS. Fig 1
illustrates in depth the results of TCCD at 3 and 12 months according to
the presence of ASA or not. Using ROC curves, we derived the cutoff of
longitudinal (20.8 mm, sensitivity and specificity 95% and 71%
respectively), and transversal fossa ovalis dimensions (16.9 mm, sensitivity
and specificity 77% and 71%). At multivariable analysis, only the presence
of ASA (odds ratio 7.6; 95%CI 1.38 to 42.35; p=0.02) and the longitudinal
fossa ovalis dimension >20.8 mm (odds ratio 8.5; 95%CI 1.55 to 46.95;
p=0.014) were independently and directly related with the presence of
residual RLS.
Conclusion. The presence of ASA and the large size of fossa ovalis are
related to greater residual RLS in patients undergoing percutaneous PFO
closure.
P303
PERCORSO CLINICO-DIAGNOSTICO E TERAPIA DEL FORAME OVALE
PERVIO: ESPERIENZA DI UN SINGOLO CENTRO
Roberta Rosso1, Sara Bacchini1, Lorenzo Coppo2, Mirella Corebellini1,
Laura Plebani1, Francesco Monaco2, Carolina Monaco3,
Angelo Sante Bongo1
1
Cardiologia Ospedaliera, 2Clinica Neurologica, 3Servizio di Anestesia II,
Ospedale Maggiore della Carità, Novara
Il forame ovale pervio (PFO) definisce un’anomalia cardiaca in cui l’atrio
destro comunica con il sinistro a livello della fossa ovale tra septum
primum e il septum secundum. Statisticamente interessa all’incirca il 2530% della popolazione adulta. Anche se attualmente non c’è alcuna prova
sicura di un rapporto causa-effetto, numerosi studi hanno comunque
confermato una forte associazione tra la presenza di un PFO e il rischio di
embolia paradossa o di episodi di ischemia cerebrale.
In circa 5 anni nel nostro ambulatorio cardio-neurologico abbiamo visitato
circa 1500 pazienti provenienti da ambiti neurologici: pazienti con stroke
criptogenetico e pazienti con emicrania con aura. Di questi solo il 10% ha
trovato indicazione alla chiusura percutanea. La chiusura è avvenuta solo
nei pazienti che corrispondevano ai seguenti criteri: Doppler transcranico
positivo per shunt dx-sx, ecocardiogramma con iniezione di fisiologica
sonicata positivo per shunt dx-sx a livello del PFO (eventuale eco
transesofageo in caso di impossibilità di diagnosi con eco TT) e RMN
encefalo positiva per multiple lesioni di tipo ischemico cardioembolico.
L’intervento è stato eseguito, in sedazione profonda, con successo nel 99%
dei casi. In un caso non si è riusciti a passare in atrio sinistro con il catetere
giuda. In acuto si è verificata una sola complicanza (1%): un caso di
apposizione trombotica su dispositivo trattata con eparina in infusione
ed anticoagulante orale per 6 mesi.
In 2 casi sono stati posizionati più di un dispositivo per la chiusura
completa del difetto del setto atriale.
I dispositivi utilizzati: 50% Amplatzer PFO occluder, 40% Cardia Atria Sept,
10% Premere Saint Jude.
Alla dimissione tutti i pazienti hanno ricevuto doppia antiaggregazione
per tre mesi (clopidogrel + acido acetilsalicilico) seguita da terapia con
solo ASA per altri 3 mesi, poi la terapia è stata modulata in base alla
patologia di base di ogni paziente.
116S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
Nel mese successivo alla chiusura 4 pazienti (2.6%) hanno presentato un
episodio di fibrillazione atriale persistente trattata con amiodarone.
Dopo tre mesi tutti i pazienti sono stati sottoposti a controllo cardioneurologico: visita + ECG, ecodoppler transcranico (DTC) ed
ecocardiogramma transtoracico (ETT) con infusione di microbolle.
L’80% al controllo non ha più mostrato shunt residuo con assenza clinica
di recidive e nella maggior parte dei casi miglioramento della
sintomatologia cefalgica. Il rimanente 20% è stato rivalutato a 6 mesi, in
considerazione della presenza di uno shunt dx-sx residuo: risultato
ottimale in 25 casi su 30 con 5 shunt residui che in taluni casi hanno
necessitato di un nuovo intervento di chiusura.
Al follow-up circa il 3% dei pazienti hanno ripresentato problematiche
neurologiche: recidive di ischemie cerebrali sintomatiche; in tutti questi
pazienti non vi era shunt residuo e sono stati trattati con TAO. Nel caso di
pazienti con emicrania con aura: il 20% ha presentato accentuazione dei
sintomi, il 60% miglioramento dei sintomi ed il 20% nessuna
modificazione della sintomatologia.
In conclusione la chiusura percutanea di PFO, eseguita in un centro di
esperienza, è una tecnica sicura ed efficace. Gioca un ruolo fondamentale
per il successo procedurale la corretta selezione del paziente.
P304
STENOSI DELLE ARTERIE RENALI IN PAZIENTI SOTTOPOSTI A PRECEDENTE
TRAPIANTO CARDIACO: PREVALENZA E RISULTATI A LUNGO TERMINE DEL
TRATTAMENTO CON ANGIOPLASTICA PERCUTANEA
Marco Ferlini, Giuseppe Alessandrino, Laura Ferrero, Laura Scelsi,
Claudia Raineri, Giovanni Bertazzoli, Maurizio Ferrario, Umberto Canosi,
Alessandra Repetto, Barbara Marinoni, Stefano Ghio, Ezio Bramucci,
Luigi Oltrona Visconti
Cardiologia, Dipartimento Cardio-toraco-vascolare, Fondazione IRCCS
Policlinico San Matteo, Pavia
L’insufficienza renale cronica (IRC) e l’ipertensione arteriosa (IPT) sono due
condizioni cliniche frequenti in pazienti sottoposti a trapianto cardiaco
(TX). L’eziopatogenesi dell’IRC nel paziente cardiotrapiantato è
verosimilmente multifattoriale, e si associa a un incremento del rischio di
morte di 4-5 volte. Una stenosi angiograficamente significativa (≥50%)
dell’arteria renale può rappresentare un riscontro occasionale, oppure
essere associata IPT e disfunzione renale: il loro trattamento percutaneo
con impianto di stent (PTA) in soggetti non-cardiotrapiantati ha dato
risultati contrastanti sia sulla pressione arteriosa che sulla funzione renale.
Non è noto quale sia la reale prevalenza di stenosi delle arterie renali nei
pazienti sottoposti a TX, né quale sia l’effetto sulla funzione renale e sulla
pressione arteriosa del trattamento percutaneo di tali stenosi.
Metodi e risultati. Dal 2003 al 2009 presso il nostro Laboratorio di
Emodinamica, 118 pazienti (78% maschi, età 53±14 anni)
precedentemente sottoposti a TX, sono stati sottoposti ad amgiografia
delle arterie renali, nel contesto di uno studio coronarografico
programmato. In 12 pazienti è stata riscontrata una stenosi ≥50% a carico
di almeno una delle arterie renali (Gruppo A), che è stata trattata
mediante PTA, senza complicanze. I pazienti con stenosi presentavano una
pressione arteriosa sistolica (PAs) basale di 144±18 mmHg, e valori basali
di creatinina plasmatica significativamente più alti rispetto ai pazienti
senza stenosi renale (Gruppo B): 1.91±0.7 vs 1.46±0.4 mg/dl, p<0.05. È stato
quindi eseguito un follow-up ambulatoriale per i pazienti di entrambi i
gruppi a 3, 6, 12, 24, 36, 48 e 60 mesi con valutazione clinica e misurazione
di creatinina e PAs. In entrambi i gruppi si è verificato un aumento non
significativo dei valori di creatinina rispetto al basale: Gruppo A (1.91±0.7
vs 2.15±1.0 mg/dl a 60 mesi), Gruppo B (1.46±0.4 vs 1.62±0.6 mg/dl a 60
mesi). Nel Gruppo A si è verificata una significativa riduzione di PAs a 36
mesi rispetto al basale (144±18 vs 125±13 mmHg, p=0.03),
Conclusioni. Nella nostra casistica i pazienti cardiotrapiantati presentano
una prevalenza del 10% di stenosi delle arterie renali che si associa ad una
significativo aumento dei valori di creatinina basale. Il trattamento di tali
stenosi ad un follow-up a 5 anni sembra solo limitare una ulteriore
progressione del danno renale, mentre sembra avere un ruolo favorevole
sui valori di PAs.
P305
TRATTAMENTO DELLA SINDROME CORONARICA ACUTA CON
ANGIOPLASTICA CORONARICA NELLA POPOLAZIONE DI “GRANDI
ANZIANI” OVER 85
M. Dallago, G. Braito, A. Menotti, S. Muraglia, R. Bonmassari
U.O. di Cardiologia, Ospedale S. Chiara, Trento
L’invecchiamento della popolazione con buona qualità della vita di molti
soggetti anziani ha portato ad affrontare problematiche inaspettate solo
un decennio fa modificando anche da questo punto di vista l’approccio
alla terapia della sdr coronarica acuta (SCA).
Scopo dello studio. Valutazione dei risultati del trattamento con
angioplastica coronarica (PCI) della SCA in pazienti (pz) “grandi anziani”,
ultraottancinquenni.
Materiali e metodi. Dal gennaio 2009 al dicembre 2010 sono stati
sottoposti a PCI presso il nostro Laboratorio di Emodinamica (LabEm),
centro h24 ad alto volume, 52 pz consecutivi ultraottantacinquenni, nel
54% dei casi per via arteria radiale, ricoverati per una SCA, 36% maschi età media 86.7 aa (range 85-91 aa).
Risultati. 20 pz sono stati sottoposti a PCI primaria per infarto miocardico
acuto ST sopra (STEMI), in 3 posizionando contropulsatore aortico, 32 a PCI
POSTER
per angina instabile refrattaria alla terapia medica massimale. 5 erano i pz
oltre i 90 aa. Nel 95% si è proceduto a PCI con posizionamento di stent,
nel 5% ad angioplastica con solo pallone. Nel 63% dei pz sono stati
posizionati 2 o più stent, 75% bare metal stents (BMS), e 25% drug eluting
stents (DES). Il 71% è stato sottoposto a trattamento di un singolo vaso
coronarico, il 29% a 2 o 3 vasi, 3 pz a PCI su bypass aortocoronarico in
vena safena, 4 pz su tronco comune della coronaria sx non protetto.
L’utilizzo del solo DES è stato nel 4% dei pz, del solo BMS nel 96%: di
questi 8 pz (17%) sono stati sottoposti a nuova PCI con impiego di DES, 3
per restenosi clinica intrastent (6%). Il successo procedurale è stato del
94%. I pz con SCA non STEMI provenienti da altri reparti, venivano
ritrasferiti dopo PCI immediatamente o entro 24 ore. La mortalità
intraospedaliera totale è stata del 5.7%, riguardante solo i pz con STEMI
(1 pz per shock irreversibile in LabEm, 2 in UCI per dissociazione
elettromeccanica).
Conclusioni. Nella nostra esperienza l’angioplastica coronarica, anche
multivasale e per via radiale si è dimostrata una procedura sicura,
praticabile ed efficace nella SCA anche in una popolazione over 85. L’età
si conferma non essere una controindicazione alla PCI, che rimane la
terapia di scelta nei “grandi anziani” con SCA refrattaria alla terapia
medica massimale.
Cardiochirurgia
P306
EMATOMA INTRAMURALE AORTICO: EVOLUZIONE NATURALE
INTRAOSPEDALIERA
Angelo Sasso, Marco Boccalatte, Carlo Bitello, Fabio Esposito,
Crescenzo Materazzi, Ciro Mauro
Cardiologia-UTIC, AORN A. Cardarelli, Napoli
L’ematoma intramurale è una grave patologia dell’aorta,
prevalentemente ascendente, caratterizzata dalla rottura dei vasa
vasorum, con conseguente emorragia intraparietale. L’evoluzione
naturale della malattia è caratterizzata da una mortalità a tre mesi di circa
il 90%. Il trattamento terapeutico, tranne nei rari casi di ematoma
intramurale dell’aorta discendente è esclusivamente chirurgico. Per tale
motivo una rapida diagnosi è fondamentale per un miglioramento della
prognosi. Attualmente le metodiche strumentali utilizzate per la diagnosi
di ematoma intramurale sono l’ecocardiografia trans esofagea, l’angioTAC
toraco-addominale e la RM. L’angiografia aortica è utilizzata solo in casi
selezionati.
Un paziente di anni 64 giunge alla nostra osservazione proveniente da
altra struttura ospedaliera, per dolore toracico e riscontro di versamento
pericardico moderato all’ecocardiogramma. All’anamnesi presenza di
aneurisma dell’aorta ascendente e addominale. All’ingresso viene
praticata un’angio-TAC che risulta negativa per malattia acuta dell’aorta,
con dimensione degli aneurismi sovrapponibili agli esami precedenti.
Essendo il paziente allergico agli antinfiammmatori, viene iniziato un
trattamento con cortisonici. Controlli ecocardiografici trans toracici a due
e quattro giorni evidenziarono riduzione del versamento pericardico, ma
incremento di una insufficienza aortica, che lieve all’ingresso, dopo
quattro giorni era diventata moderata. Con il paziente completamente
asintomatico, si decide di praticare d’urgenza un’ecocardiografia
transesofagea, che diagnostica un esteso ematoma intramurale dell’aorta
ascendente. Il paziente viene trasferito d’urgenza in cardiochirurgia dove
viene sottoposto con successo a impianto di protesi in aorta ascendente.
Il caso descritto ci offre lo spunto per due importanti considerazioni.
La prima è che le patologie dell’aorta per il cardiologo del dipartimento
di emergenza rappresentano una patologia sempre molto difficile da
riconoscere. Il paziente del caso descritto, nei giorni successivi al ricovero
rimase completamente asintomatico e in ottimo stato generale
nonostante la progressione rapida della malattia.
La seconda è che proprio perché estremamente subdola come patologia,
l’intervento diretto del cardiologo con un eco transesofageo è preferibile,
secondo noi, a un angio-TAC, dove spesso il radiologo non è a conoscenza
della sintomatologia clinica del paziente e può non essere esperto di
patologie dell’aorta. Nel caso descritto il paziente aveva praticato una tac
sia all’ingresso che dopo la diagnosi ecografica transesofagea. La
progressione della malattia era chiara; ma, anche la prima indagine,
associata all’anamnesi e ai segni clinici poteva evidenziare una piccola
lesione da far sospettare una patologia acuta dell’aorta.
P307
LA CRIOABLAZIONE DELLA FIBRILLAZIONE ATRIALE E LA CHIRURGIA
DELLA VALVOLA MITRALE POSSONO ESSERE EFFETTUATE CON SUCCESSO
PER VIA MINITORACOTOMICA
Giovanni Marchetto1, Suad El Qarra1, Eliana Raviola1,
Laura Bergamasco2, Mauro Rinaldi1
1
Divisione e Cattedra di Cardiochirurgia, Azienda Ospedaliero
Universitaria San Giovanni Battista, Torino, 2Dipartimento di Fisica,
Università degli Studi, Torino
Obiettivo. Valutare la fattibilità e l’efficacia della crioablazione della
fibrillazione atriale (FA) in concomitanza a chirurgia della valvola mitrale
mediante accesso minitoracotomico.
Metodi. Dall’ottobre 2006 al novembre 2010, 26 pazienti con valvulopatia
mitralica (età media 63.9±10.7 anni; M/F 10/16, 11 ad eziologia reumatica,
10 degenerativa e 5 cardiomiopatie dilatative) e storia di FA (17 persistenti
di lunga durata, 4 persistenti e 5 parossistiche) sono stati sottoposti ad
intervento combinato di crioablazione della FA e chirurgia della valvola
mitrale per via minitoracotomica (IV spazio intercostale destro; incisione
cutanea di 5.3±0.6 cm). Sito di cannulazione e tipo di clampaggio aortico
sono stati scelti in base alle caratteristiche cliniche dei pazienti (4/26 clamp
endovascolare centrale, 13/26 clamp endovascolare periferico e 9/26
cannulazione femorale e clampaggio diretto transtoracico dell’aorta). In
tutti i pazienti si è utilizzato il sistema di crioablazione Cryomaze
(Medtronic, Minneapolis, MN, USA) e si è eseguita l’ablazione della FA
mediante uno schema che includeva l’isolamento endocardico delle vene
polmonari e la linea mitralica.
Risultati. L’accesso minitoracotomico si è dimostrato adeguato in tutti i
casi trattati. In 15 dei 26 pazienti si è eseguita una chirurgia conservativa
della valvola mitrale; 5 dei 26 pazienti sono stati sottoposti anche a
chirurgia della valvola tricuspide. Il tempo medio di clampaggio aortico è
stato di 93.9±20.3 minuti. Non abbiamo osservato complicanze correlate
alla procedura, né mortalità ospedaliera. 24 dei 26 pazienti sono stati
dimessi in ritmo sinusale (RS). Ad un follow-up medio di 19.1±13.9 mesi
nessun paziente è stato rioperato, 22/25 (88%) sono in RS stabile, nessun
paziente ha necessitato dell’impianto di pacemaker; si è verificato un
evento cerebrovascolare acuto transitorio ed un decesso (8 mesi
dall’intervento, polmonite).
Conclusioni. La crioablazione della fibrillazione atriale e la chirurgia della
valvola mitrale possono essere effettuate con successo per via
minitoracotomica. L’approccio mini-invasivo dovrebbe essere quindi preso
in considerazione anche nei pazienti con storia di FA che necessitano di
chirurgia della valvola mitrale.
P308
SURGICAL REDUCTION OF GIANT LEFT ATRIUM IN PATIENTS UNDERGOING
MITRAL VALVE SURGERY MAY IMPROVE CLINICAL RESULTS AND REDUCE
THROMBOEMBOLIC EVENTS
Enrica Bosisio, Paolo Vanelli, Giovanni Cagnoni, Guido Gelpi,
Andrea Mangini, Carlo Antona
Cardiovascular Department, A.O. Polo Universitario Luigi Sacco, Milan
Objectives. To evaluate echocardiographic and clinical results of surgical
left atrial (LA) volume reduction with concomitant mitral valve surgery.
Methods. From 2008 to 2010, 14 patients were admitted (M/F 5/9, mean
age 70.3±5.7 years). Twelve patients showed degenerative mitral valve
regurgitation, the other two patients had a rheumatic mitral valve
stenosis. Permanent atrial fibrillation (AF) was present in 11 cases. The
mean LA diameter was 51±10 mm and mean LA area was 39±8 mm. We
performed a bi-dimensional reduction of LA, during mitral valve repair in
9 cases, and mitral valve replacement in other 5. Surgical ablation of AF
was done in 10 cases. All patients received LA appendage closure. All
patients received warfarin for at least 3 month and discontinued if not
contraindicated.
Results. The postoperative course was uneventful without major bleeding
referred. There was one late death not cardiac related. Thirteen patients
were discharged with restoration of left atrial volume and area. At the
follow up (247.7±300.8 days) all patients were alive: 10 in 2nd and 3 in 3rd
NYHA functional class. Transthoracic echocardiography showed a
reduction of LA area (24.4±9 mm). No neurological major events were
referred.
Conclusion. LA volume reduction in patients with giant left atrium is an
uncomplicated procedure that improve clinical results and reduce risk of
thromboembolic events in patients underwent mitral surgery and ablation
of AF.
P309
CAN EuroSCORE PREDICT INTENSIVE-CARE-UNIT LENGTH OF STAY AFTER
CARDIAC SURGERY? A REGRESSION MODEL OF COMPETING RISKS BASED
ON PSEUDO-VALUES OF THE CUMULATIVE INCIDENCE FUNCTION
Fabio Barili, Antonio Capo, Enrico Ardemagni, Nicoletta Barzaghi,
Claudio Grossi
Departments of Cardiac Surgery and Anaesthesia, Ospedale S. Croce,
Cuneo
Background. There is no consensus in the estimation of intensive care unit
(ICU) length of stay (LOS), as variable ICU is generally dichotomized and
not considered as continuous. A preoperative risk algorithm specifically
designed to predict the need for intensive care resources in cardiac surgery
is yet lacking. The aim of this study was to design a specific ICU-LOS risk
model.
Materials and methods. From January, 1st 2004 to December, 31th 2009,
data on 3263 consecutive heart surgery patients were prospectively
collected by 2 trained M.D. ICU length of stay is a time-to-event variable
in a competing risks framework with death as competing event. Effect of
covariates on cumulative incidence function was modeled using pseudovalues from a jack-knife of the non-parametric estimate of the crude
cumulative incidence. A flexible parametric model was adopted, resorting
to regression splines to estimate baseline function.
Results. Sixty-eight patients died in ICU, 3142 were discharged and 53 were
right censored. The median ICU-LOS was 1 day. At univariate analysis, all
categorical factors but gender were significant and were considered in
the initial model. Age was not found related to ICU-LOS (p>0.8) while its
logarithm had a significant p value (p=0) and was selected for the model.
The method for selecting the subset of covariate was purposeful selection
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
117S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
of all variables significant in the bivariate analysis. Post-infarct septal
rupture, unstable angina and recent myocardial infarction had a p value
>0.05 at Wald test and were eliminated one term at the time. All the other
EuroSCORE factors remained in the algorithm. A significant Wald test for
the time-dependent effect was shown for all factors but chronic
pulmonary disease, neurological dysfunction, pulmonary hypertension
and surgery for the thoracic aorta. All EuroSCORE factors in the model
prolonged the ICU LOS with a relative risk (RR) <1, ranging from 0.9 to
0.35. In the final model, factors that mostly affect ICU-length of stay were
critical preoperative state (RR 0.33), serum creatinine >200 microMol/L (RR
0.49), poor left ventricular dysfunction (RR 0.42) and emergency (RR 0.35).
The median ICU-LOS for patients with factor “emergency” is 2.6 times
those non-emergency patients.
Conclusions. The algorithm developed through time-to-event modeling
can estimate the ICU-LOS starting from preoperative EuroSCORE factors.
P310
ANULOPLASTICA RIDUTTIVA CON UN MINI-BAND MONODIMENSIONALE
IN PTFE NELL’INSUFFICIENZA MITRALICA ISCHEMICA: UNA TECNICA
SEMPLICE, ECONOMICA ED EFFICACE
Antonio Panza1, Severino Iesu1, Paolo Masiello1, Ornella Priante1,
Antonio Longobardi1, Francesco Itri1, Rocco Leone1,
Generoso Mastrogiovanni1, Rodolfo Citro2, Giuseppe Di Benedetto1
1
S.C. di Cardiochirurgia, 2S.C. di Cardiologia, A.O.U. San Giovanni di Dio
e Ruggi d’Aragona, Salerno
Introduzione. Un anello mitralico incompleto e flessibile preserva le
caratteristiche sfinteriche degli anuli mitralico ed aortico (fisiologica
variazione sisto-diastolica della loro area valvolare). Studi anatomici hanno
dimostrato che il diametro dell’anulus e l’altezza del lembo anteriore di
una mitrale ischemica hanno una scarsa variabilità (100 e 27 mm
rispettivamente). Un band posteriore di 62 mm sommato ad uno spazio
libero intertrigonale (in genere 2.2 mm nelle mitrali ischemiche),
formando una circonferenza di circa 84 mm, determina un diametro
settolaterale di 20 mm. Essendo il lembo anteriore mitralico di circa 27
mm, tale riduzione del diametro settolaterale produrrà una coaptation
length ottimale (>5 mm). In questo lavoro, presentiamo la nostra
esperienza nel trattamento dell’insufficienza mitralica ischemica (IMI)
mediante l’uso di un mini-band posteriore e monodimensionale (62 mm)
in PTFE ed impianto trigono-trigono.
Metodo. Dal gennaio 2009 a dicembre 2010, 45 pazienti consecutivi (età
media 66.3±8.7 anni; uomini 65%) erano sottoposti a chirurgia per IMI.
Tutti i pazienti ricevano un emianello costituito da un tubo di PTFE lungo
62 mm e confezionato artigianalmente, che veniva impiantato da trigono
a trigono. La FE preoperatoria media era 45±9.1%, con un EuroSCORE
logistico medio di 12. Tutti i pazienti presentavano una IM >2+ ed una
IM 4+ era presente nel 60% dei casi. Tutti i target coronarici ischemici
adeguati venivano rivascolarizzati, preferendo la tecnica del cuore
battente.
Risultati. La mortalità operatoria era dell’8.8%. Tutti i pazienti ricevevano
una rivascolarizzazione miocardica (graft /paziente = 2.2 in media). Alla
dimissione nessun paziente presentava una IM >2+ (IM media
preoperatoria 3.4±0.5 e postoperatoria 1.2±0.8, p<0.001). Al follow-up a
breve termine solo un paziente presentava una IM 2+. L’area valvolare
mitralica media prima e dopo chirurgia passava dal 6.7±4.3 al 2.9±0.5,
rispettivamente. La classe NYHA media si riduceva da 3.3±0.5 a 2.2±0.6
(p<0.001).
Conclusioni. L’anuloplastica con emianello di dimensioni standard
garantisce ottimi risultati a breve tempo. La sua riproducibilità, semplicità
ed economicità la rendono una tecnica attraente. Un follow-up adeguato
è necessario per definirne l’efficacia nei risultati a distanza.
P311
A NEW EXTRACORPOREAL VACUUM-ASSISTED DEVICE TO OPTIMIZE
CARDIOPULMONARY BYPASS. COMPARISON WITH CONVENTIONAL
SYSTEM
Giuseppe Nasso, Vito Romano, Felice Piancone, Raffaele Bonifazi,
Giuseppe Visicchio, Flavio Fiore, Katerina Generali, Giuseppe Speziale
Division of Cardiac Surgery, GVM Hospitals of Care and Research, Bari
Objective. The conventional cardiopulmonary bypass circuits are
associated with significant morbidity. The miniaturized systems, though
more biocompatible, are limited by scarce adaptability to the spectrum of
all cardiac surgical operations. We evaluated a versatile cardiopulmonary
bypass system (EVADO) based on the elimination of roller pumps,
separation of extracavitary suctioned blood and state-of-the-art
technology for oxygenator systems and digital control.
Methods. We randomized 165 patients undergoing a variety of cardiac
operations to either EVADO or conventional CPB. Intraoperative
haemolysis was assessed (free haemoglobin, FHb, and haptoglobin, HPT).
Postoperative blood loss, haemoglobin levels, need for transfusions and
perioperative clinical results were assessed.
Results. In all patients randomized to EVADO, surgery could be completed
without conversion to conventional CPB. The use of EVADO significantly
reduced the intraoperative haemolysis (lesser increase in FHb levels,
p<0.001 vs control, and lesser decrease in HPT levels, p=0.001 vs control).
Among patients undergoing surgery with EVADO, we observed a lesser
total postoperative bleeding (p=0.004 vs control), reduced requirement
of transfusions of blood products (p=0.046), reduced rate of revision for
118S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
bleeding (p=0.03), lesser rate of postoperative atrial fibrillation (p=0.007),
shorter time to extubation (p=0.02) and ICU stay (p=0.04).
Conclusions. Compared with a conventional system, the application of
EVADO is associated with a reduction of haemolysis, lesser haemodilution
and blood loss, and lesser transfusions requirements. The clinical benefits
associated with the EVADO may be due to better end-organ perfusion,
lesser impairment of the coagulation and inflammatory reaction.
Dedicated studies are required to these issues.
P312
ANULOPLASTICA MITRALICA E SOSPENSIONE DEI MUSCOLI PAPILLARI
(RING + STRING) NELLA INSUFFICIENZA MITRALICA FUNZIONALE GRAVE:
SOLUZIONE DEL PROBLEMA O ILLUSIONE?
Valentino Borghetti1, Daniella Bovelli2, Giulia Camilli2, Marco Patella2,
Paolo Fiaschini3, Francesco Fioriello1, Marco Bazzucchi2,
Stefano Bergonzini2, Chiara Marini2, Alessandro Pardini1
1
S.C. di Cardiochirurgia, 2S.C. di Cardiologia, A.O. “S. Maria”, Terni
Introduzione. Studi clinici hanno dimostrato che l’anuloplastica mitralica
restrittiva isolata (RING), nella insufficienza mitralica funzionale (IMF), non
previene le recidive a distanza né impedisce la persistenza di insufficienza
mitralica, in quanto non riduce l’apicalizzazione dei lembi mitralici
secondaria alla dilatazione del ventricolo sinistro (VS). Recentemente è
stata proposta una tecnica chirurgica aggiuntiva di sospensione
transventricolare dei muscoli papillari (STRING) che ha il presupposto di
ridurre stabilmente la distanza di tethering mitralico, ripristinando la
coaptazione fisiologica, in modo da prevenire la recidiva di IMF secondaria
al rimodellamento del VS. Lo scopo di questo studio è quello di validare
l’efficacia a breve termine dell’associazione di RING + STRING mitralico
nella riduzione del tethering e del rigurgito mitralico nella IMF grave.
Materiali e metodi. Nel periodo maggio-dicembre 2010, 5 pazienti (pz) di
sesso maschile, età media di 66±11 anni (54-75 anni), affetti da IMF grave
(4+/4+) sono stati sottoposti a RING + STRING mitralico. L’IMF era di origine
ischemica in 4 pz e dilatativa in 1 pz. L’ecocardiogramma preoperatorio
documentava una FE media 35±2% (25-55%), DTD medio 64±3 mm (54-70
mm), VolTD medio 232±84 ml (158-320 ml). Il RING mitralico è stato
effettuato mediante l’impianto di un anello rigido completo tipo St. Jude
Saddle-Ring n. 28 in tutti i pz. Lo STRING mitralico è stato effettuato, per
via transvalvolare aortica, sospendendo entrambi i muscoli papillari,
ancorati con due suture in politetrafluoroetilene 4-0 rinforzate con
pledgets, esteriorizzate a livello della continuità mitro-aortica ed annodate,
per via ecoguidata ed a cuore battente, in assistenza circolatoria
extracorporea parziale. L’obiettivo tecnico è stato quello di abolire l’IMF
intraoperatoria ottenendo una profondità di coaptazione inferiore a 10
mm. In 2 pz è stata associata una rivascolarizzazione miocardica completa.
Risultati. Non vi sono stati decessi intraospedalieri né a distanza. In 1 pz si
sono verificate aritmie ventricolari maligne recidivanti, risoltesi con terapia
farmacologia antiaritmica ad elevati dosaggi. Tutti i pazienti sono stati
sottoposti ad un controllo ecocardiografico ad un follow-up (FU) breve di
2.2±1 mesi che ha dimostrato, confrontando i parametri preoperatori con
i postoperatori, una riduzione: dell’entità della insufficienza mitralica da
4+ a 1+/2+ o triviale in tutti i pz, della profondità di coaptazione da 14±2
mm a 9±0 mm, dell’area di tenting da 41±7 mm2 a 22±0 mm2, del VolTD
del VS da 232±84 ml a 191±77 ml e una riduzione della classe NYHA da IIIIV a I-II in tutti i pz.
Conclusioni. Il RING+STRING mitralico si dimostra una tecnica chirurgica
promettente nella riduzione, a breve termine, del rigurgito mitralico e
della profondità di coaptazione in pz affetti da IMF con miglioramento
consensuale della classe funzionale. Un’osservazione a medio e lungo
termine è necessaria allo scopo di stabilire se tali risultati permangano
stabili nel tempo e soprattutto possano favorire un rimodellamento
inverso del VS.
P313
INCREMENTAL BENEFITS OF THE LEFT VENTRICULAR PASSIVE
CONTAINMENT
DEVICE
(CorCap)
COUPLED
WITH
CARDIAC
RESYNCHRONIZATION THERAPY
Giuseppe Nasso, Vito Romano, Felice Piancone, Raffaele Bonifazi,
Giuseppe Visicchio, Flavio Fiore, Katerina Generali, Giuseppe Speziale
Division of Cardiac Surgery, GVM Hospitals of Care and Research, Bari
Objectives. Heart failure is a leading cause of morbidity and mortality in
the Western world, and accounts for a considerable number of repeated
hospitalizations with ensuing social costs. The cardiac resynchronization
therapy (CRT) is a valuable option in patients with dilated cardiomyopathy
and intraventricular dyssynchrony (gain in left ventricular ejection fraction
and functional improvement over time is achievable). In the same patients,
the use of the left ventricular passive containment device (CorCap) has
been associated with a statistically significant reduction of cardiac
dimensions, improved functional capacity and improved quality of life.
The present investigation is aimed at ascertaining whether an incremental
benefit can be obtained with the coupling of these two strategies.
Methods. In a randomized study, we enrolled patients with left ventricular
end-diastolic diameter ≥60 mm, left ventricular ejection fraction ≤30%
and >10%, NYHA III symptoms of heart failure despite optimal medical
therapy, and QRS duration ≥120 msec. Patients with more than mild mitral
regurgitation, indication to coronary surgery and life expectancy shorter
than 1 year due to any comorbidity were excluded. Patients were assigned
to Group A (CRT plus CorCap) to Group B (CRT alone).
POSTER
Results. Forty-seven patients were enrolled in each group. Baseline
characteristics, including echocardiographic parameters were comparable
between groups. The CorCap device could be implanted off-pump in all
Group A patients without any instance of operative mortality or major
morbidity. At the end of an average 12.5 months, in both groups we could
demonstrate a statistically significant reduction in the average enddiastolic diameter, volume and volume index (p<0.001 all). The mean
sphericity index and ejection fraction of the left ventricle were increased
at the end of the follow-up in both groups (p<0.01 both). Nonetheless, the
average left ventricular diameter, volume and volume index were
statistically lower at the end of the follow-up in Group A vs Group B. The
SF-36 domains contributing to the Physical Health score were significantly
higher in Group A. NYHA functional class improved by a mean 1.9 classes
in Group A and 1.2 classes in Group B (p=0.013). Kaplan-Meier analysis
showed that patients enrolled in Group A had an improved survival free
from hospitalization for heart failure vs. Group B patients (log-rank
p=0.005).
Conclusions. The present data indicate that the use of the left ventricular
passive containment device in conjunction with CRT confers incremental
clinical benefits in patients with dilated cardiomyopathy and
desynchronization vs patients subjected to CRT alone.
P314
LONG-DISTANCE BRIDGING OF PATIENTS ON MECHANICAL CIRCULATORY
SUPPORT (MCS); THE “HUB AND SPOKE” MODEL
Massimo Maiani1, Giorgio Guzzi1, Vincenzo Tursi1, Cristian Daffarra1,
Luigi Vetrugno2, Flavio Bassi2, Rodolfo Muzzi2, Ugolino Livi1
1
CardioThoracic Dept, University General Hospital, Udine,
2
Anesthesiology, Resuscitation and Intensive Care Dept, Udine
Objective. Regional referral networks (so called hub-and-spoke) have been
extensively created to facilitate transfer of critically-ill patients. This model
is not well established for those on mechanical circulatory support (MCS),
even if improving results with ventricular assist devices forwards their
wider clinical application.
Materials and methods. Between 2005 and 2010, 6 patients [5 males,
mean(median) age 56(58)±6 years (range 46-62)] were transferred to our
Institution supported by MCS; Intraaortic balloon pump counterpulsation
(IABP) + extracorporeal membrane oxygenation (ECMO) in 2, left
centrifugal pump after IABP/ECMO in 3, and ECMO alone in 1. Indications
for MCS were cardiogenic shock following acute myocardial infarction in
3 patients and post cardiotomy in 1, dilated cardiomyopathy in 1, and
H1N1-related respiratory failure in 1. Mean distance was 487(264)±488 km
(range 84-1100); 4 patients transferred by ground, 2 by air+ground. After
referral, 2 centrifugal pumps were bridged to pulsatile left ventricular
assist devices (LVADs). All but one were on mechanical ventilation; 2
patients required continuous veno-venous hemofiltration (CVVH)/dialysis
before referral, 2 afterwards.
Results. During transportation, all patients were hemodynamically
stable, no problems occurred. One patient died after overall 40 days of
assistance for multi-organ failure due to sepsis. Four patient were
successfully transplanted 20(2)±38 days (range 0-76); H1N1 patient was
weaned by ECMO after 11 days. At 35(40)±24 months follow-up, all
patients are alive and well but the female, died for neoplasia 34 months
after transplant.
Conclusions. Our experience seems to validate the hub-and-spoke model
for management of these critically ill patients. Key of success of this
approach is presence of skilled teams and a close collaboration among
peripheral (spoke) and experienced (hub) centers.
P315
TRAPIANTO DI CUORE IN PAZIENTI GIOVANI E IN PAZIENTI ANZIANI.
CONFRONTO TRA DUE POPOLAZIONI OMOGENEE. ESPERIENZA DEL
CENTRO TRAPIANTI DI TORINO
Luca Checco1, Massimo Boffini2, Riccardo Saviolo3, Marco Ribezzo2,
Tullio Usmiani1, Riccardo Bonato2, Erika Simonato2, Suad El Qarra2,
Davide Ricci2, Mauro Rinaldi2, Sebastiano Marra1
1
Cardiologia Ospedaliera, 2Cardiochirurgia, 3Cardiologia Universitaria,
Azienda Universitaria Ospedaliera S. Giovanni Battista Molinette, Torino
Razionale. Confrontare 2 diverse popolazioni di pazienti, sottoposti a
trapianto di cuore presso il Centro Trapianti di Torino, ordinati per età
anagrafica: pazienti con età <35 anni (gruppo A) e pazienti con età >60
anni (gruppo B) per evidenziare caratteristiche diverse di popolazione, di
evoluzione di quadro clinico e di sopravvivenza a lungo termine, che
possano condizionare eventuali scelte gestionali-terapeutiche successive
del Centro Trapianti.
Materiali e metodi. Dal 03 aprile 1990 al 15 gennaio 2011, sono stati
trapiantati presso il nostro Centro Trapianti Cuore 479 pazienti, con età
compresa tra 14 e 70 anni (media 57.3±11). 405 pazienti (84%) erano di
sesso maschile, 74 (16%) di sesso femminile. Il gruppo A (<35 anni) era
composto da 46 pazienti (31 maschi - 67% e 15 femmine - 33%), con età
compresa tra 14 e 35 anni (media 26.3±6); il gruppo B (>60 anni) era
composto da 94 pazienti (78 maschi - 83% e 16 femmine - 17%), con età
compresa tra 60 e 70 anni (media 62.9±3). Nel confronto dei 2 gruppi sono
state considerate come variabili valutative: eziologia della malattia
iniziale, gruppo sanguigno, terapia immuno-soppressiva post-trapianto,
episodi di rigetto acuto (nel primo anno) o cronico (inteso come
disfunzione ventricolare sinistra o segni di scompenso destro), evoluzione
del profilo emodinamico destro, co-morbilità, sopravvivenza nel posttrapianto, mortalità e cause di morte.
Risultati. Confrontando i 2 gruppi, l’eziologia prevalente era quella
idiopatica/virale/post-gravidica nel gruppo A (71%), mentre nel gruppo B
oltre a quella idiopatica/virale/post-gravidica (45%) era numerosa anche
quella ischemica (42%), non vi erano differenze di distribuzione del
gruppo sanguigno nei 2 gruppi: 0 (48%), A (32%), B (15%), AB (5%), né
nella terapia immuno-soppressiva post-trapianto (con associazione
prevalente ciclosporina + everolimus dopo il primo anno), né nelle comorbilità post-trapianto, né nel rigetto cronico (valutato attraverso la
comparsa di segni di disfunzione ventricolare sinistra o destra
all’ecocardiogramma, o la comparsa di segni clinici di scompenso sinistro
o destro): 12% nel gruppo A e 19% nel gruppo B. Si sono riscontrate
invece differenze statisticamente significative nel confronto del rigetto
acuto entro il primo anno (inteso come riscontro alla BEM di grado >ex 2
sec. la working formulation), che è stato del 41% nel gruppo A e del 21%
nel gruppo B (p=0.03) e nella sopravvivenza nel post-trapianto: gruppo A
14.6 anni verso gruppo B 9.1 anni (p=0.02). Le cause di morte sono state
per entrambi i gruppi prevalentemente legate a rigetto acuto evoluto in
MOF nei decessi entro il primo anno, e alla comparsa di neoplasie in organi
solidi nei decessi oltre il quinto anno. Con un’analisi del sottogruppo della
popolazione femminile del gruppo B (16 pazienti) si è osservato che le
caratteristiche erano simili a quelle del gruppo A per eziologia
(idiopatica/virale/post-gravidica: 61%, p=0.04), per la percentuale di
rigetto acuto (31%, p=0.03) e per la sopravvivenza nel post-trapianto (10.6
anni, p=NS).
Conclusioni. L’età dei pazienti sottoposti a trapianto cardiaco, a causa
della differente eziologia della malattia di base e delle co-morbilità
presenti al momento del trapianto, rappresenta un indice prognostico
negativo per la sopravvivenza a lungo termine dei pazienti. L’unico dato
a favore della popolazione più anziana è rappresentato dal minor numero
di rigetti acuti (e di morti per MOF) nel primo anno. Il sesso femminile,
nel gruppo ad età più avanzata, sembra invertire tale tendenza, e rendere
tali pazienti del tutto sovrapponibili ai pazienti del gruppo ad età più
giovane.
P316
LONG-TERM MECHANICAL SUPPORT WITH THE HEARTMATE II LVAS
Antonio Loforte, Andrea Montalto, Federico Ranocchi,
Paola Lilla Della Monica, Angela Lappa, Carlo Contento,
Francesco Musumeci
Department of Cardiac Surgery and Transplantation, S. Camillo Hospital,
Rome
Background. The HeartMate II LVAS is an implantable axial-flow pump,
which is designed to support the left ventricle for extended periods of
time. We report our experience with the device.
Materials and methods. Between 2002 and 2010, 27 patients were
supported on HeartMate II LVAS at our institution. The cohort included
23 men with a mean age of 56±9.7 years (range 31-69). Primary indications
for implantation were ischemic cardiomyopathy (n=18) and idiopathic
cardiomyopathy (n=9). At time of implantation Interagency Registry for
Mechanically Assisted Circulatory Support (INTERMACS) score was 2 in two
patients and 3 in the rest. Two of them had undergone prior open heart
surgery.
Results. Mean support time was 267±262.3 days (range, 1–902). Early (30day) mortality was 27.7% (n=6) mainly due to multiple organ failure.
Bleeding requiring reoperation occurred in 9 cases (33.3%). Cerebral
hemorrhage occurred in 1 case. Ten patients (37%) required primary
temporary right ventricular support. Nineteen subjects (70.3%) were
successfully discharged home. Five implants resulted to be a permanent
support. Two patients died after 660 and 480 days of support, respectively.
Device failure occurred in one patient who got recovery and successfull
explant of the pump. Overall, 12 patients (44.4%) underwent
transplantation and 3 are awaiting a suitable organ. At latest follow-up,
the survival rate after transplantation is 75% (n= 9).
Conclusions. Long-term HeartMate II LVAS can successfully bridge patients
to heart transplantation. Good mid- and long-term results support the use
of this device even as permanent solution.
P317
LEVITRONIX CENTRIMAG THIRD-GENERATION MAGLEV CONTINUOUS
FLOW PUMP AS BRIDGE TO SOLUTION
Antonio Loforte, Andrea Montalto, Federico Ranocchi,
Paola Lilla Della Monica, Angela Lappa, Carlo Contento,
Francesco Musumeci
Department of Cardiac Surgery and Transplantation, S. Camillo Hospital,
Rome
Introduction. The Levitronix ventricular assist device (VAD) is a magnetically
levitated rotary pump designed for temporary extracorporeal support.
The aim of this study is to report our early results with the device.
Materials and methods. Between 02/2004 and 10/2010, 42 consecutive
adult patients were supported with Levitronix at our institution (32 men;
age 62.3±10.5, range 31-76 years). Indications for support were: (Group A,
n=37) failure to wean from the cardiopulmonary bypass in the setting of
post-cardiotomy (n=23), primary donor graft failure (n=4) or right
ventricular failure after axial LVAD placement (n=10); and (Group B, n=5)
refractory heart failure after acute myocardial infarction.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
119S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
Results. The mean support time was 11.2±6.8 days (range 3 to 43 days) in
Group A and 8.6±4.3 days (range 5 to 11 days) in Group B. In the postcardiotomy cohort (Group A), eleven (47.8%) patients were weaned from
support as all supported graft failure patients. Eight patients of axial LVAD
cohort were weaned from RVAD with removal of the temporary pump
performed through a right mini-thoracotomy in 6 of them. One patient
was bridged to heart transplantation (Htx). Overall 13 (35.1%) patients
died on support in Group A. In Group B, one patient was bridged to Htx
and four died on support. Overall bleeding requiring re-operation
occurred in 15 (35.7%) cases and cerebral major events in 4 (9.5%). There
were no device failures. Overall twenty-five (59.5%) patients were
discharged home.
Conclusions. Levitronix CentriMag proved to be effective as a bridge to
decision in patients with refractory acute cardiogenic shock in several
clinical scenarios.
Insufficienza cardiaca 1
insufficiency (GFR <60 ml/min) in 28.9 and 24.3%, peripheral vascular disease
in 21.6 and 23.1% and anemia (Hb <12 g/dl) in 9.9% and 11.6%. During the
same period echocardiogram was performed in 1028 pts (61%). LVEF was
≤40% in 33% of pts, >40% in 50.5% and not available in 16.5%. BB were
prescribed in 66.5% of pts with LVEF ≤40% and in 59.7% in those with LVEF
>40%. In pts with LVEF ≤40%, those on ACE or AII inhibitors were 95% in
pts on BB while 76.6% in pts not on BB. In cases with atrial fibrillation
anticoagulants were given in 71%. Rest HR ≥70 was present in 30.4% of pts
treated with BB (48.3% on ≤50% of target doses) and 47.8% of those who
were not on BB, complete bundle branch block in 25.8 and 27.1%, 2nd or
advanced AV block in 2.2 and 2.8%, sick sinus syndrome in 2.3 and 1.8%,
atrial fibrillation in 51.3 and 52.6%, syncope in 7.2% and 8.1% and previous
electrical device implantation in 29.5 and 26.4%. The recall of all “SHIFT”
patients is on course to reconsider the indication and dose titration of BB
(1st choice) or eventually to start ivabradine (2nd choice).
Conclusions. Clinical performance evaluation may be useful to plan specific
interventions and track changes overtime for continuous quality
improvement of patient care. The results of specific intervention to
improve treatment of HF targeted to heart rate will be presented.
P318
PROGRESSIONE DELLA DISFUNZIONE VENTRICOLARE SINISTRA E DEL
RIMODELLAMENTO VENTRICOLARE NELLO SCOMPENSO CARDIACO
CRONICO IN TERAPIA MEDICA OTTIMALE: RUOLO DEL BACKGROUND
GENETICO INDIVIDUALE
Marzia Rigolli, Mariantonietta Cicoira, Corinna Bergamini,
Andrea Chiampan, Andrea Rossi, Corrado Vassanelli
Divisione Clinicizzata Cardiologia, Dipartimento di Medicina,
Università degli Studi, Verona
Background. I sistemi neuro-ormonali giocano un ruolo fondamentale
nello scompenso cardiaco cronico. A causa dell’eterogeneità
interindividuale nella risposta alla terapia si potrebbe ipotizzare che i
polimorfismi genetici dei sistemi neuro-ormonali influenzino il
rimodellamento e la funzione sistolica del ventricolo sinistro. Scopo dello
studio è quello di valutare se il background genetico di una popolazione
di pazienti affetti da scompenso cardiaco cronico in terapia ottimale possa
predire variazioni di volumi e funzione sistolica del ventricolo sinistro.
Metodi. È stata condotta un’analisi prospettica su 131 pazienti affetti da
scompenso cardiaco cronico in terapia ottimale da almeno 6 mesi. Sono
state eseguite valutazioni ecocardiografiche complete all’arruolamento e
a distanza di 12 mesi. Sono stati inoltre tipizzati tramite analisi genetica i
polimorfismi per i geni ACE I/D, Beta1AR Arg389Gly, Beta2 Arg16Gly e
Beta2 Gln27Glu.
Risultati. Tra i sottogruppi genetici non sono state constatate differenze
significative nelle caratteristiche basali della popolazione. È stato
riscontrato che il polimorfismo ACE II è predittore significativo di
variazione di volume telediastolico e telesistolico del ventricolo sinistro
(p= 0.003 e p= 0.002 rispettivamente) ma non di frazione d’eiezione,
mentre Beta1AR GlyGly è risultato correlato al miglioramento di frazione
d’eiezione (p=0.02) e di volume telesistolico (p=0.01) del ventricolo
sinistro. Il valore predittivo di questi polimorfismi è risultato significativo
anche dopo correzione per gli altri predittori clinici significativi (p<0.05).
Conclusione. I polimorfismi genetici ACE I/D e Beta1AR Arg389Gly sono
predittori indipendenti di rimodellamento inverso e di miglioramento di
funzione sistolica nei pazienti affetti da scompenso cardiaco cronico in
terapia medica ottimale.
P319
INTERVENTION PLAN TO IMPROVE PRESCRIPTION AND DOSAGE OF BETABLOCKERS IN HEART FAILURE PATIENTS WITH HEART RATE MORE THAN 70
BPM
Giulia Russo1, Antonella Cherubini1, Giorgio Faganello1, Laura Massa2,
Marco Merlo2, Matteo Dal Ferro2, Francesca Brun2, Antonio Di Chiara3,
Monica Bonin3, Gianfranco Sinagra2, Andrea Di Lenarda1
1
Centro Cardiovascolare, ASS1 Triestina, Trieste, 2Dipartimento
Cardiovascolare, Ospedali Riuniti, Trieste, 3Cardiologia, ASS3 Tolmezzo,
Tolmezzo
Background. Heart failure (HF) is a growing health problem, with
significant impact on quality of life and outcome, health care organization
and resource utilization. The measure of “real world” clinical performance
in outpatient care of HF may be useful for quality improvement activities
within physician practices. Three Cardiology Centers (CC) of Friuli Venezia
Giulia (North-East Italy) participate to a Cardiovascular Registry, an
integration of an intranet based electronic medical charts.
Methods. From January 1, 2010 to December 31, 2010, all clinical data
were collected and encoded in medical charts. Integration of health care
database was empowered using Business Object. We present the
preliminary results of a descriptive cross-sectional study of patients (pts)
with history of HF and not treated with beta-blockers (BB) evaluated in
Outpatient Clinics of CC.
Results. 3357 cardiologic evaluations (2/patient-pt) were performed in 1685
pts with diagnosis of HF according to ESC criteria (males 61.9%, age
74.2±11.2 years). 1010 pts were treated with BB (59.9%), while 675 (40.1%)
were not. In the history, ischemic heart disease was present in 48.2% of
patients treated with BB, and 45.8% in not treated (myocardial infarction
in 27.7 and 26.4% respectively), valvular HD in 16.4 and 21%, arterial
hypertension in 76.7 and 72.3%, “cardiomyopathies” in 23.3 and 12%.
Among comorbidities, COPD was present in 16.3% of those treated with
BB and 28.8% of those who were not, diabetes in 32.1 and 29.2%, renal
120S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
P320
RISPOSTA CLINICA ED EMODINAMICA ALLA SOMMINISTRAZIONE DI
LEVOSIMENDAN IN PAZIENTI CON SCOMPENSO CARDIACO
RIACUTIZZATO: È SEMPRE POSITIVA?
Emanuele Cecchi, Salvatore Mario Romano, Marco Chiostri,
Valentina Spini, Emma Gelera, Gian Franco Gensini, Cristina Giglioli
Subintensiva Cardiologica Medico-Chirurgica, Dipartimento del Cuore e
dei Vasi, Azienda Ospedaliero-Universitaria Careggi, Firenze
Introduzione. La terapia dei pazienti con scompenso cardiaco riacutizzato
(SCR) è volta ad ottenere l’euvolemia ed è costituita principalmente dai
diuretici endovenosi e dalla terapia sostitutiva renale continua. Un ruolo
cardine è inoltre svolto dagli inotropi tra cui il levosimendan, un calciosensibilizzante, è risultato associato ad un miglioramento clinico in questi
pazienti.
Scopo. Valutare se pazienti con SCR trattati efficacemente con diuretici
endovenosi o ultrafiltrazione, possano ricevere un ulteriore beneficio
clinico ed emodinamico dalla somministrazione di levosimendan.
Metodi. 31 pazienti (età media 69.4±10.6 anni) con SCR (classe NYHA IIIIV) sono stati trattati con diuretici endovenosi (n=15) o ultrafiltrazione
(n=16), ottenendo una riduzione significativa dei segni e sintomi di
ipervolemia, e successivamente con infusione di levosimendan per almeno
24 ore. Sono stati misurati con il PRAM, un sistema di monitoraggio
minimamente invasivo, la pressione sistolica, diastolica, dicrota e media,
le resistenze vascolari sistemiche (RVS) e alcuni indici sia della contrattilità
cardiaca [cardiac output (CO), stroke volume (SV), dP/dtmax, cardiac power
output (CPO)] che della performance globale del sistema cardiovascolare
[cardiac cycle efficiency (CCE)] in condizioni di base, alla fine del
trattamento e 36 ore dopo la somministrazione di levosimendan.
Risultati. Un aumento significativo di CCE, CO, SV, dP/dtmax ed una
diminuzione significativa della pressione diastolica, dicrota e delle RVS
sono stati osservati alla fine del trattamento con levosimendan e 36 ore
dopo rispetto ai valori basali. È stata inoltre osservata con l’aggiunta del
levosimendan un’ulteriore significativa riduzione dei segni e sintomi di
scompenso cardiaco e della classe NYHA (3.65±0.49 all’ingresso vs
3.00±0.58 36 ore dopo somministrazione di levosimendan; p<0.001).
Cinque pazienti hanno mostrato un andamento opposto di alcuni
parametri emodinamici in assenza di un significativo miglioramento
clinico e sono stati definiti come “non-responsivi”.
Conclusioni. Nella maggior parte dei pazienti con SCR trattati con diuretici
endovenosi e ultrafiltrazione, il levosimendan determina un ulteriore
miglioramento clinico e di alcune variabili emodinamiche indicative della
contrattilità cardiaca e della performance globale del sistema
cardiovascolare. Tuttavia, un sottogruppo di pazienti non beneficia
dell’aggiunta di levosimendan, probabilmente per esaurimento della loro
riserva contrattile miocardica; la caratterizzazione di questi ultimi potrà
permettere di ottimizzare l’impiego di questo farmaco, anche nell’ottica
di un’attenta valutazione del rapporto costo-beneficio.
P321
IVABRADINA: EFFICACIA E TOLLERABILITÀ NEI PAZIENTI CON SCOMPENSO
CARDIACO ACUTO POST-INFARTUALE
Ilaria Jacomelli, Federica Giordano, Mariano Pellicano, Tania Dominici,
Concetta Torromeo, Francesca Moschella Orsini, Gennaro Petriello,
Francesco Barillà
Dipartimento Cuore e Grossi Vasi, Policlinico Umberto I, La Sapienza
Università, Roma
Background. La modulazione della frequenza cardiaca nei pazienti con
SCA consente di ridurre il lavoro cardiaco, il consumo miocardico di
ossigeno e di migliorare la perfusione miocardica per l’allungamento del
tempo di diastole. L’ivabradina è un farmaco che determina un calo della
FC senza alterare l’inotropismo cardiaco: possiede quindi effetti
antianginosi e anti-ischemici associati con la riduzione dose dipendente
della frequenza cardiaca. Il più recente studio internazionale che ha
valutato efficacia e tollerabilità dell’ivabradina nei pazienti con
insufficienza cardiaca cronica è lo SHIFT. L’esito di questo trial dimostra
una riduzione significativa del numero di morti per cause cardiovascolari
e ricoveri per scompenso cardiaco.
POSTER
Scopo dello studio. Valutare l’efficacia e la tollerabilità della
somministrazione di ivabradina nei pazienti con scompenso cardiaco acuto
post-IMA.
Materiali e metodi. Sono stati arruolati 20 pazienti (gruppo A) con SCA
complicata da scompenso cardiaco acuto. Per 3 mesi hanno assunto
ivabradina (da 2.5 mg a 7.5 mg x 2). L’efficacia del trattamento è stata
confrontata con un altro gruppo (B) di 20 pazienti con scompenso cardiaco
acuto trattati con terapia convenzionale. Sono stati valutati i parametri
emodinamici (PA e FC), i giorni di trattamento con inotropi positivi ed
eseguiti ecocardiogramma e dosaggio del pro-BNP ai tempi 0 (T0), 7 giorni
(T1), 1 mese (T2), 3 mesi (T3) dall’IMA.
Risultati. Nel gruppo A la riduzione della frequenza cardiaca al di sotto di
70 bpm è stata raggiunta in una settimana, un target non raggiunto nel
gruppo B. La FE risultava ridotta in entrambi i gruppi al tempo T0 (A 38%
vs B 36%). L’uso di inotropi positivi si è reso necessario, in media, per 5
giorni nel gruppo A rispetto ai 10 del B. Il recupero della FE a 7 giorni
dall’evento (T1) è stato maggiore nel gruppo A rispetto al B (40 vs 38%),
a 3 mesi (T3) la FE risultava del 45% nel gruppo A, rispetto al 39% del
gruppo B. I valori sierici del pro-BNP al tempo T0 erano simili nei due
gruppi (T0 3597 vs 3660 pg/ml), mentre nei tempi successivi c’è stata una
riduzione più marcata nel gruppo A rispetto al gruppo B (T1 1368 vs 2316;
T2 806 vs 1930; T3 303 vs 973 pg/ml).
Conclusioni. I dati dello studio mostrano che il trattamento con ivabradina
nei pazienti con scompenso cardiaco acuto è ben tollerato ed efficace nel
ridurre la FC. Inoltre, favorisce il recupero della funzione ventricolare
sinistra.
P322
ARITMIE VENTRICOLARI MALIGNE DURANTE TERAPIA CON IVABRADINA
IN PAZIENTE CON SCOMPENSO CARDIACO REFRATTARIO IN TERAPIA
ENDOVENOSA CON AMINE
Lorenzo Costantini1, Veronica Dusi1, Simona Damiano1, Keren Zildman1,
Gaetano M. De Ferrari2
1
Dipartimento di Cardiologia, Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo e
Università degli Studi, Pavia, 2Dipartimento di Cardiologia, Fondazione
IRCCS Policlinico San Matteo, Pavia
Introduzione. L’ivabradina è un inibitore specifico di If che riduce la
frequenza cardiaca senza agire sui beta-recettori. Gli studi clinici hanno
dimostrato un effetto favorevole nei pazienti con scompenso cardiaco
cronico. Queste due considerazioni hanno portato a proporre l’uso di
ivabradina anche in pazienti con scompenso cardiaco severo trattati con
amine. Non esistono tuttavia dati di sicurezza del farmaco in pazienti con
scompenso cardiaco in classe NYHA IV ricoverati in terapia intensiva.
Caso. Donna di 40 anni, 45 kg di peso, con cardiomiopatia dilatativa non
ischemica (FE 20%) e insufficienza renale cronica da glomerulosclerosi
focale da connettivite indifferenziata. Portatrice di ICD in prevenzione
primaria, mai rilevate aritmie ventricolari sostenute.
In seguito a sindrome nefrosica complicata da marcata instabilizzazione
del compenso con severa disfunzione biventricolare ed anuria, ricoverata
il 21/09/2010 in Unità Coronarica. Si tratta con dopamina 3 gamma/kg/min,
dobutamina 5 gamma/kg/min, e ultrafiltrazione a giorni alterni, con
progressivo miglioramento del compenso. Il 29/9 si inizia terapia con
fluconazolo 150 mg/24h per vulvovaginite micotica. In seguito
peggioramento delle condizioni generali, con puntate febbrili,
emocolture negative e quadro TAC polmonare suggestivo per focolai
broncopneumonici multipli; si inizia terapia con imipenem 500 mg/24h e
vancomicina 500 mg/24h. Peggioramento della funzione renale con
necessità di dialisi a giorni alterni. Accentuazione della tachicardia sinusale
a 128-130 bpm con segni di bassa portata cardiaca e marcata
sintomatologia per palpitazioni. Al monitoraggio continuo mai extrasistoli
ventricolari, neppure isolate.
Il 30/9 si decide di somministrare ivabradina 5 mg/die; il 2/10 sospende
fluconazolo. La frequenza cardiaca si riduce, con marcato beneficio
soggettivo, fino al minimo di 87 bpm alle ore 2 del 3 ottobre. A ciò si
associa la comparsa e l’accentuazione progressiva di extrasistolia
ventricolare polimorfa sino alla comparsa nei giorni 2 e 3/10 di 5 episodi
di torsione di punta sintomatici per sincope, in due casi degenerati in FV
trattata efficacemente dall’ICD I. L’intervallo QRS era di 150 ms, il QT di
420 ms a 100 bpm (rispetto ad un valore pre-farmaco di 320 ms a 125
bpm). Gli elettroliti erano normali. Viene quindi sospesa ivabradina
osservando la scomparsa in 24-36 ore delle aritmie ventricolari. Nei
successivi 15 giorni di monitoraggio neppure un’extrasistole ventricolare
isolata.
Conclusioni. L’uso “off-label” di ivabradina (associata a uso di fluconazolo)
in una paziente con scompenso refrattario in terapia con amine ha
causato l’insorgenza di aritmie ventricolari maligne. Alte dosi di
catecolamine (circolanti od infuse) hanno effetti sia sul miocardio
ventricolare che sul nodo del seno. È ipotizzabile che ivabradina bloccando
la tachicardizzazione ma lasciando inalterati gli effetti ventricolari
aumenti significativamente il rischio di aritmie ventricolari polimorfe.
Questo caso invita, in attesa di necessari dati clinici accurati in questa
casistica, ad una grande cautela nell’uso di ivabradina in pazienti con
scompenso severo, in particolare se trattati con amine.
P323
RUOLO DELLA SINDROME METABOLICA COME EQUIVALENTE DEL
DIABETE MELLITO IN TERMINI DI RIDUZIONE DELLA PERFORMANCE
VENTRICOLARE DESTRA
Mario Gregori1, Francesco Paneni1, Giuliano Tocci1, Giovanna Viola1,
Giuliana Capretti1, Michela D’Agostino1, Giuseppino Massimo Ciavarella1,
Andrea Ferrucci1, Luciano De Biase1, Massimo Volpe1,2
1
U.O.C. di Cardiologia, II Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università
“Sapienza”, Ospedale Sant’Andrea, Roma, 2IRCCS Neuromed,
Polo Molisano, Pozzilli
Introduzione. Il diabete mellito di tipo II (DM II) è risultato associato a
modificazioni della geometria ventricolare sinistra con conseguente
compromissione degli indici di funzione sistolica ed aumento del rischio di
sviluppare scompenso cardiaco. Negli ultimi anni, anche nel paziente con
sindrome metabolica (SM) si è osservata una disfunzione subclinica del
ventricolo sinistro. Scopo del presente studio è stato quello di valutare
l’impatto della SM, del DM II, o della loro associazione, sullo sviluppo di
disfunzione ventricolare destra (DVD).
Metodi. 225 pazienti ipertesi, di età compresa tra i 30 e i 70 anni (età
media 54.79±10.71), sono stati inclusi nello studio e sottoposti a
misurazione standard della pressione arteriosa (PA), routine ematochimica
con dosaggio della PCR-hs ed ecocardiogramma transtoracico sia con
metodica convenzionale che Doppler tissutale (TDI). In base ai criteri ATP
III ed alla presenza del DM II abbiamo suddiviso la popolazione in 4 gruppi:
1)controlli sani [n=120] 2)SM senza DM II [n=84], 3)DM II senza SM [n=49],
4)SM e DM II [n=92]. La disfunzione ventricolare destra è stata definita
come un valore di average myocardial performance index (aMPI) superiore
a 2 deviazioni standard rispetto al valore medio derivato dal gruppo di
controllo.
Risultati. I 4 gruppi non differivano significativamente per età e sesso,
mentre differivano per i valori di PA sistolica (PAS) e diastolica (PAD) e di
BMI. La velocità Em, misurata sulla parete libera del ventricolo destro, era
significativamente ridotta nel gruppo SM + DM (gruppi 1-4: 0.19±0.05 vs
0.16±0.02 vs 0.17±0.03 vs 0.13±0.03; p<0.001), al contrario la velocità Am
era progressivamente aumentata (gruppi 1-4: 0.15±0.03 vs 0.18±0.04 vs
0.18±0.04 vs 0.22±0.04; p<0.001). L’aMPI risultava significativamente più
elevato nei pazienti con SM e DM II (gruppi 1-4: 0.47±0.04 vs 0.55±0.17 vs
0.54±0.07 vs 0.62±0.11; p<0.001), mentre la prevalenza di DVD risultava
progressivamente maggiore nei 4 gruppi considerati (5 vs 25.4 vs 32.4 vs
73.9%; p<0.001). All’analisi multivariata, la glicemia (beta=0.19; p=0.03) e
la circonferenza addominale (beta= 0.28; p=0.03) correlavano
direttamente con l’aMPI, mentre una correlazione inversa è stata
osservata con i livelli di HDL (beta=-0.14; p=0.02). In regressione logistica,
corretta per età, sesso, BMI, PAS e PAD, sia la presenza di SM o DM II che
la loro associazione è risultata significativamente ed indipendentemente
correlata con lo sviluppo di DVD [rispettivamente OR 5.08 (95% IC 2.69.7); 3.34 (95% IC 1.56-7.17); 5.83 (95% IC 2.1-8.76); p<0.01].
Conclusioni. La prevalenza di DVD nei pazienti con SM è risultata simile a
quella dei pazienti con DM II e maggiore nei pazienti diabetici con SM
rispetto a quelli con DM II senza SM. I nostri dati suggeriscono che il
paziente con SM presenta alterazioni subcliniche della funzione sistodiastolica del VD pari a quelle osservate nel soggetto diabetico. Inoltre, nel
paziente diabetico con SM, tali alterazioni risultano maggiormente
evidenti.
P324
PREVALENZA DI DIABETE MELLITO TIPO 2 TRA I PAZIENTI RICOVERATI PER
SCOMPENSO CARDIACO ACUTO IN UNA CARDIOLOGIA DELLA
SARDEGNA. QUALI DIFFERENZE CLINICO-TERAPEUTICHE RISPETTO AI NON
DIABETICI
Francesco Uras, Antonella Brundu, Pierfranco Terrosu
Divisione di Cardiologia, Ospedale Civile “SS. Annunziata”, Sassari
Background. In Sardegna il diabete mellito tipo 2 rappresenta il 90% di
tutti i casi diagnosticati. Tra le complicanze diabetiche figura lo scompenso
cardiaco che, al pari del diabete, è in continua espansione epidemiologica.
Scopo. Valutare la prevalenza di diabete tipo 2 in 161 pazienti (pz)
consecutivi ricoverati nel 2009 presso il reparto di cardiologia per
scompenso cardiaco acuto (AHF), senza storia nota di cardiopatia
ischemica e confrontare i diabetici con i “non” per tutta una serie di
parametri.
Materiali e metodi. Esaminare le relazioni di degenza di 161 pz ricoverati
per AHF, selezionando quelli con diabete tipo 2, confrontarli con i 130 non
affetti (gruppo di controllo) e valutare: parametri demografici (età, sesso,
giorni di degenza), strumentali (FE%, coronarografia), laboratoristici
(dosaggio di troponina e BNP), presenza di fattori di rischio (ipertensione,
fumo, ipercolesterolemia,) e l’uso, alla dimissione, della posologia dei
farmaci anti-scompenso per evidenziare differenze significative. I test
statistici utilizzati sono: il t di Student per le medie ed il Chi quadro per i
valori percentuali(significatività statistica: p≤0.05).
Risultati. 31pz (M/F 21/10) affetti da diabete tipo 2 sono stati confrontati
con 130 “non” (M/F 87/43) ed è emerso che i diabetici sono più anziani
(età media di 67.4±11.28 vs 59.2±8.8 anni, p=0.000), ipertesi (80 vs 54%,
p=0,002), dislipidemici (65 vs 15%, p=0.002), fumatori (85 vs 14%,
p=0.000), con valori pressori meno controllati (PA sistolica media di
138.5±29.3 vs 121.1±14.5 mmHg con p=0.000 e PA diastolica media di
87.0±15.3 vs 76.6±8.0 mmHg con p=0.000). Su 11 diabetici che hanno
eseguito la coronarografia, 9 (82%) avevano stenosi emodinamicamente
significative (≥50%) mentre su 62 controlli solo 9 (15%) presentavano
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
121S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
coronaropatia significativa (p=0.000). Nessuna differenza (p≥0.05) per
troponina (0.39±1.24 vs 0.27±1.29 ng/ml), BNP (563.7±482 vs 812.5±892.3
pg/ml), giorni di degenza (7.1±4.0 vs 7.6±5.3) e FE% (40.3±13.4 vs
39.5±15.6%) ed un uso pressoché analogo della posologia dei farmaci:
infatti a 19 diabetici (61.5%) vs 84 “non”(65%) erano stati prescritti i betabloccanti (dosaggio medio di 7.0±8.4 vs 8.7±10.8 mg). 23 diabetici (75%)
assumevano ACE-I vs 78 controlli (60%) con una media di 8.2±6.6 vs
10.3±8.4 mg; 28 diabetici (90.5%) diuretici vs 114 controlli (87.5%),
soprattutto furosemide con una media quasi equivalente: 52.6±33.3 vs
54.2±40.0 mg. 16 diabetici (52%) risparmiatori di K+ contro 75 “non”
(58%) con media di 51.5±26.2 vs 52.6±27.4 mg. 11 diabetici (36%) la
digitale vs 41 “non” (32%), con media di 0.181±0.06 vs 0.187±0.065 mg
(p=NS).
Conclusioni. Nella nostra casistica, si conferma lo stretto legame tra
diabete e coronaropatia, pur trattandosi di pz non ischemici. La scarsa
“aggressività terapeutica” nel diabetico per alcuni farmaci potrebbe
essere dettata dal timore delle possibili ripercussioni sul profilo glicidico.
Uno degli obiettivi da raggiungere potrebbe essere quello di prevedere
una gestione personalizzata (esempio: adeguamento terapeutico in base
all’andamento metabolico) mediante il coinvolgimento di un pool di
esperti (cardiologo, diabetologo, nefrologo) per cercare di prevenire
riacutizzazioni di malattia.
P325
EFFETTI DEL PERNOTTAMENTO IN ALTITUDINE (2880 m) IN CARDIOPATICI
CON DISFUNZIONE VENTRICOLARE SINISTRA
Giorgio Mazzuero1, Antonio Mazzuero2, Liliana Perini1, Lara Baduena3,
Pantaleo Giannuzzi1
1
Divisione di Cardiologia Riabilitativa, Fondazione S. Maugeri, IRCCS,
Veruno (NO), 2Cardiologia e Unità Coronarica, Ospedale S. Biagio,
Domodossola (VB), 3Clinica Cardiologica, A.O.U. Maggiore della Carità,
P326
Università del Piemonte Orientale, Novara
RUOLO DEL TUMOR NECROSIS FACTOR-α NEL PREDIRE IL
L’esposizione all’altitudine genera ipertensione polmonare, di grado
RIMODELLAMENTO VENTRICOLARE SINISTRO E LA PROGNOSI NEI
variabile fra individui. L’architettura del sonno è alterata in altitudine in
PAZIENTI
SOTTOPOSTI A TERAPIA DI RESINCRONIZZAZIONE CARDIACA
P326
soggetti sani non acclimatati, presentando sia periodismo respiratorio, sia
1
1
1
Laura
Striuli
, Roberto
Rordorf
, Antonio
Sanzo1, Simone
RUOLO
DEL
TUMOR
NECROSIS
FACTORNEL Savastano
PREDIRE , IL RIMODELLAM
P325 ostruttive. Il cardiopatico con disfunzione ventricolare sinistra e
apnee
Mara De Amici2, Cristina Torre2, Alessandro Vicentini1, Barbara Petracci1,
EFFETTItolleranza
DEL PERNOTTAMENTO
IN ALTITUDINE
(2880
m) IN CARDIOPATICI
DISFUNZIONE
SINISTRO
E 1, LA
PROGNOSI
SOTTOPOSTI
A TERAPIA DI
buona
allo sforzo è già
stato studiato
in esposizione
acuta a CON
Enrico
Chieffo
Edoardo
Gandolfi1,NEI
LucaPAZIENTI
Ballerini1, Luca
Poggio1,
VENTRICOLARE
SINISTRA
quote
fino a 3000m,
a riposo e durante attività fisica, senza complicanze.
CARDIACA
Maurizio
Landolina1, Luigi Oltrona Visconti1
Non ci sono dati riguardo agli effetti del trascorrere la notte in altitudine
1
Dipartimento di Cardiologia, 2Clinica Pediatrica, Fondazione IRCCS
in tali pazienti (pz).
Policlinico San Matteo, Pavia
Abbiamo selezionato 10 pz con disfunzione ventricolare sinistra (frazione
Background. L’attivazione neuroumorale e immunitaria è implicata nella
di eiezione [FE] <45%), pressione arteriosa polmonare sistolica (PAPs) <50
fisiopatologia dello scompenso cardiaco. La concentrazione delle citochine
mmHg, indice di apnee/ipopnee (apnea hypopnea index, AHI) <30/h,
proinfiammatorie è inversamente correlata con la prognosi ed in particolare
saturazione arteriosa di ossigeno (SaO2) media notturna >90%,
ilBackground.
tumor necrosis factor-α (TNF-α) ha un ruolo nella progressione della
clinicamente stabili. I pz sono stati studiati a bassa quota (350m) e in
malattia poiché è coinvolto nella cascata apoptotica e nei processi di
altitudine (2880m) mediante ecocardiogramma e polisonnografia, allo
rimodellamento cardiaco. Scopo del presente studio è quello di valutare
scopo di evidenziare alterazioni legate all’ipossia.
la correlazione tra la concentrazione basale di TNF-α plasmatico e la
Contrariamente a quanto atteso, i valori di PAPs erano più bassi all’arrivo
risposta alla terapia di resincronizzazione cardiaca (CRT) in termini di
in altitudine e dopo pernottamento, rispetto ai valori misurati a bassa
rimodellamento ventricolare sinistro e di follow-up clinico a lungo termine.
quota, nonostante la prevedibile riduzione della SaO2 sia diurna sia
Metodi. 91 pz con scompenso cardiaco cronico (età 63±9. classe NYHA
notturna (Fig. 1). La FE del ventricolo sinistro è significativamente
2.6±0.5, QRS 161±28 msec, FE 25±6%, BNP 388±380pg/ml) sono stati
aumentata all’esposizione acuta all’ipossia, con modesto ritorno verso i
sottoposti
Metodi. a dosaggio del TNF-α e dell’IL-6 plasmatici prima della CRT. Un
valori basali il giorno successivo.
ecocardiogramma per la valutazione del volume telediastolico (VTD), del
L’architettura del sonno in altitudine ha mantenuto il modello osservato
volume telesistolico (VTS) e della frazione di eiezione (FE) è stato
a bassa quota (7 pz con prevalenza di apnee centrali e 3 con prevalenza
effettuato in tutti i pz in basale e a 6 mesi. I pazienti sono stati seguiti per
di ostruttive), ma è peggiorata: l’AHI (Fig. 2) e l’indice di desaturazione
un follow-up mediano di 27 mesi (min 7, max 52 mesi). Endpoint dello
di ossigeno (oxygen desaturation index >4% dal basale, ODI) sono
studio è stato considerato l’insieme della mortalità cardiaca, delle
aumentati e la minima desaturazione media (MDM) è diminuita in tutti
ospedalizzazioni per scompenso cardiaco e dei trapianti di cuore.
i pz; in particolare i valori più elevati di AHI sono stati osservati negli
Risultati. È stata dimostrata una correlazione inversa statisticamente
unici due pz la cui PAPs è aumentata in quota. È stata osservata
significativa
tra il TNF-α basale e la percentuale di riduzione del VTS a 6
Risultati.
correlazione diretta fra valori di AHI a bassa e ad alta quota (r2=0.56;
mesi
dopo CRT (r=-0.3, p<0.01). La popolazione è stata suddivisa in terzili
p<0.05). Nessun paziente ha avuto complicanze cardiorespiratorie, né
in base al valore di TNF-α pre-CRT: TNF-α basso (<0.67 pg/ml, n=30), TNF-α
ha sofferto di mal di montagna.
intermedio (0.67-2.17 pg/ml, n=31) e TNF-α alto (>2.17 pg/ml, n=30). Si è
osservata una differenza significativa nei 3 gruppi per quanto riguarda la
Valori mediani (range)
350m
2880m –
2880m –
p
riduzione percentuale del VTS e del VTD e l’incremento assoluto di FE
giorno 1
giorno 2
dopo 6 mesi di CRT (vedi tabella). Durante il periodo di follow-up 4 pz
PAPs (mmHg)*
37 (24-47)
28 (23-41)
27 (22-39)
0.01
hanno avuto una morte cardiaca, 20 un’ospedalizzazione per scompenso
SaO2 diurna (%)
97 (94-98)
89 (82-91)
89 (85-95)
<0.0001
cardiaco e 3 un trapianto cardiaco. L’incidenza dell’endpoint principale è
FE (%)
38 (30-42)
43.5 (36-47.5)
42.5 (34-51)
0.002
Frequenza cardiaca (b/min)*
66 (59-79)
76.5 (61-91)
70 (56-82)
0.05
risultata significativamente più alta nel terzile alto rispetto a quello
Pressione arteriosa sistolica (mmHg)
120 (110-140)
130 (110-150)
125 (100-140)
0.03
intermedio e basso (rispettivamente 50% vs 16% vs 13%, p<0.01). La
*n=9 pz.
sopravvivenza libera da eventi nei pazienti del terzile alto è risultata
significativamente inferiore rispetto al resto della popolazione (p=0.03).
Valori mediani (range)
350m
2880m
p
AHI (eventi/h)
16 (3-34)
28 (10-78)
0.005
All’analisi multivariata il TNF-α alto (>2,17 pg/ml) e il QRS basale sono
ODI (eventi/h)
6.5 (0,3-23)
18 (6,5-83)
0.045
risultati predittori indipendenti dell’endpoint principale (TNF-α: RR 3.98,
MDM (%)
90.5 (84-93)
83.5 (73-91)
0.002
IC95% 1.4-11, p=0.01; QRS: RR 0.98 IC95% 0.96-0.99, p=0.01).
94 (92-96)
87.5 (82-93)
0.0001
SaO2 media notturna (%)
Conclusioni.
Valori plasmatici elevati di TNF-α identificano i pazienti a
Conclusioni.
maggior rischio di eventi cardiovascolari dopo la CRT. I livelli di TNF-α
Il pernottamento a 2880m non sembra costituire rischio aggiuntivo in
plasmatici influenzano l’entità del rimodellamento ventricolare sinistro
pazienti con disfunzione ventricolare sinistra, pressioni polmonari <50
inverso nei pz trattati con CRT e potrebbero indicare uno stato avanzato
mmHg, clinicamente stabili. In tale gruppo di pazienti l’esposizione acuta
di malattia con scarsa probabilità di risposta alla terapia.
diurna e notturna all’altitudine non ha provocato incremento delle
pressioni polmonari. Il numero di episodi di apnee ed ipopnee è
TNF-Į basso
TNF-Į intermedio
TNF-Į alto
significativamente aumentato in tutti i pazienti, proporzionalmente al
(n=30)
(n=31)
(n=30)
numero di eventi documentato a bassa quota.
Riduzione VTS a 6 mesi (%)
31±28*#
18±17
9±22
Riduzione VTD a 6 mesi (%)
Incremento FE
22±24*
9±8*†
14±15°
3±6
4±18
4±8
*p<0.01 vs TNF-α alto;°p<0.05 vs TNF-α alto; †p<0.01 vs TNF-α intermedio, #p<0.05 vs
TNF-α intermedio.
122S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
POSTER
P327
MORTALITÀ ED OSPEDALIZZAZIONI NELLO SCOMPENSO CARDIACO
TRATTATO CON CARDIORESINCRONIZZAZIONE: CONFRONTO TRA
SOGGETTI CON INDICAZIONE IA ALL’IMPIANTO VS IMPIANTI CON
INDICAZIONE DI CLASSE II O NON CONVENZIONALE
Salvatore Pezzullo1, Vittorio Palmieri2, Fernando Coltorti2,
Vincenzo Tavoletta2, Piero Scarnera2, Antonello Langella2,
Donato Tartaglione2, Giovanvirgilio Cimmino2, Antonietta Buonomo2,
Aldo Celentano2
1
Dipartimento di Medicina Clinica e Sperimentale, Università
“Federico II”, Napoli, 2U.O.C. di Cardiologia, P.O. dei Pellegrini,
ASL Napoli 1, Napoli
In termini di indicazione alla resincronizzazione cardiaca/defibrillatore
automatico (CRT-D), la pratica clinica affronta spesso contesti non
pienamente contemplati negli studi sperimentali. Abbiamo ipotizzato che
in contesto clinico di scompenso cardiaco, i soggetti con indicazione alla
CRT-D in classe IA possano trovare maggior beneficio rispetto a coloro che
ricevono impianto con indicazione non IA, tra cui in particolare soggetti
in fibrillazione atriale (FA), e pazienti che presentano dissincronia
elettomeccanica all’ecocardiogramma ma QRS stretto.
Metodi. Abbiamo eseguito un’analisi retrospettiva degli eventi fatali per
tutte le cause, delle ospedalizzazioni per scompenso cardiaco, della % di
responder a CRT secondo criteri clinici (incremento della classe NYHA), e
delle complicanze post-procedurali, in un campione di pazienti consecutivi
affetti da scompenso cardiaco cronico sottoposti ad impianto di CRT-D
entro un periodo di 3 anni (2006-2008) con follow-up medio di 3 anni (fino
a dicembre 2010). I pazienti sono stati suddivisi sulla base dell’indicazione
all’impianto: G0=classe IA: NYHA III-IV, ritmo sinusale, QRS>120 msec, FE
≤35%; G1=classe II: NYHA III-IV, QRS ≥120 msec, FE ≤35% ma in FA; G2=non
convenzionale: NYHA III-IV, ritmo sinusale, FE ≤35%, ma QRS <120 msec e
dissincronia intraventricolare all’ecocardiogramma.
Risultati. Nel periodo in esame, sono stati selezionati 108 pazienti di cui 65
in G0, 27 in G1, 12 in G2. L’età media era maggiore in G1 vs. G0:
(media±DS): G0: 67±10; G1: 72±10; G2: 71±10 (p<0,05 per G0 vs. G1). La
prevalenza di donne (G0: 26%; G1: 17%; G2: 8%) e quella di eziologia
ischemica (G0: 66%; G1: 59%; G4: 92%) erano simili tra i gruppi (p=ns). La
proporzione di eventi fatali (G0: 22%; G1: 23%; G2: 20%, p=ns), quella di
ricoverati per scompenso cardiaco (G0: 30%; G1: 33%; G3: 22%, p = ns), e
quella di responder (G0: 78,3%; G1: 77,8; G2: 77,8%, p=ns) sono risultati
comparabili tra i gruppi. Problemi di dislocazione degli elettrocateteri, di
stimolazione frenica o di infezione hanno reso necessario un intervento di
revisione dell’impianto in: G0: 15,3%; G1: 18,5%; G2: 25% dei pazienti
(p=ns). In particolare, la prevalenza di infezioni correlate all’impianto di
CRT-D è stata pari a: G0: 4,6%; G1: 11,1%; G2: 8,3% (p=ns). Tutte le
complicanze osservate non hanno avuto alcun impatto clinico rilevante
sulla popolazione in studio.
Conclusioni. Le categorie di pazienti in cui è stato effettuato un impianto
di CRT-D non in classe IA, ovvero per FA o per QRS stretto ma presenza di
dissincronia elettromeccanica all’eco, hanno mostrato un beneficio clinico
(mortalità, reospedalizzazione, risposta clinica) non inferiore a quello
riscontrato in pazienti sottoposti ad impianto di CRT-D con indicazione di
classe IA. Tuttavia, la possibilità di una revisione dell’impianto necessaria
in follow-up pone problemi non trascurabili di ordine economico,
particolarmente in soggetti con indicazioni “non convenzionali” ad
impianto di CRT-D.
P328
FISTOLA AORTA-ATRIO DESTRO: RARA CAUSA DI SCOMPENSO CARDIACO
Angelo Sasso, Luigi Raffaele Elia, Antonio Ruocco, Celestino Sardu,
Crescenzo Materazzi, Ciro Mauro
Cardiologia-UTIC, AORN A. Cardarelli, Napoli
Introduzione. La fistola aorta-atrio destro è una rara patologia le cui cause
sono rappresentate più frequentemente da un aneurisma del seno di
Valsalva, congenito o causato da endocardite, da una dissezione aortica,
da esiti di interventi di cardiochirurgia. L’evoluzione di tale patologia, se
non trattata chirurgicamente, è verso lo scompenso cardiaco irreversibile.
Il caso da noi presentato si riferisce a un uomo, senza precedenti patologie
significative, che si presenta alla nostra osservazione con i segni clinici di
uno scompenso cardiaco.
Caso clinico. Un uomo di anni 40, con anamnesi personale negativa per
precedenti patologie degne di nota, giunge alla nostra osservazione per
dispnea progressivamente ingravescente, tosse secca e stizzosa ed edemi
declivi arti inferiori. Al torace presenza di rumori umidi in campo mediobasale bilaterale. All’ascoltazione cardiaca presenza di un soffio continuo
4/6 su tutti i focolai cardiaci, più intenso sul II spazio intercostale di sinistra.
All’ECG presenza di segni di sovraccarico ventricolare destro. L’esame
ecocardiografico evidenziava al 2D dilatazione delle cavità destre e del
tronco dell’arteria polmonare, con presenza di dilatazione aneurismatica
del seno di Valsalva omolaterale, e, al color Doppler, un flusso continuo tra
aorta e atrio destro come da tragitto fistoloso.
Discussione. La fistola aorta-atrio destro è una patologia molto rara e
proprio per questo non sempre facilmente diagnosticabile. La presenza
di un soffio intenso, continuo, sul II spazio intercostale di sinistra può
orientare la nostra diagnosi, ma è solo l’esame ecocardiografico,
transtoracico, o più frequentemente transesofageo, a darci la conferma
del sospetto della presenza della comunicazione atrio-aorta. Nel caso da
noi presentato l’estrema chiarezza delle immagini dell’esame
transtoracico ci ha consentito di fare la diagnosi senza necessità di ulteriori
esami, permettendoci di indirizzare rapidamente il paziente alla
valutazione cardiochirurgica.
Conclusioni. L’esame clinico, con la presenza di un soffio continuo sui
focolai della base cardiaca, in un paziente con i sintomi di uno scompenso
cardiaco, può orientare la nostra diagnosi verso la presenza di una
comunicazione aorto-atriale. La conferma di tale diagnosi può essere
effettuata solo con l’esame ecocardiografico, transtoracico o
transesofageo, che ci permette di indirizzare il paziente all’unico
trattamento definitivo di tale patologia, la terapia chirurgica.
Insufficienza cardiaca 2
P329
THE T.O.S.CA. PROJECT
Francesco Ferrara1, Emanuele Bobbio2, Andrea Salzano2,
Graziella Malizia3, Vincenzo Cirrincione4, Giuseppe Limongelli5,
Olga Vriz6, Armando Mazzeo7, Vincenzo De Paola8, Rodolfo Citro9,
Luigi Caliendo10, Alberto Marra2, Michele Arcopinto2,
Tommaso Generali11, Alessandro Frigiola11, Andrea Ballotta12,
Eduardo Bossone13, Antonio Cittadini2
1
Divisione di Cardiologia, Ospedale di Ariano Irpino, Ariano Irpino (AV),
2
Dipartimento di Medicina Clinica, Scienze Cardiovascolari ed
Immunologiche, Università “Federico II”, Napoli, 3Divisione di
Endocrinologia, A.O. Ospedali Riuniti Villa Sofia-Cervello, Palermo,
4
Divisione di Cardiologia, A.O. Ospedali Riuniti Villa Sofia-Cervello,
Palermo, 5Dipartimento di Cardiologia, Seconda Università degli Studi,
Napoli, 6Divisione di Cardiologia, Ospedale di San Daniele, San Daniele
del Friuli (UD), 7T.O.S.CA Project Team, Napoli, 8Direzione Sanitaria,
Ospedale di Cava de’ Tirreni-Costa d’Amalfi, Cava de’ Tirreni (SA),
9
Dipartimento Medico-Chirurgico-Torre Cuore, Azienda Ospedaliera
Universitaria “San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”, Salerno,
10
Divisione di Cardiologia, Ospedale San Leonardo, Castellammare di
Stabia (NA), 11Divisione di Cardiochirurgia, IRCCS Policlinico San Donato,
San Donato Milanese (MI), 12Unità di Terapia Intensiva PostCardiochirurgica, IRCCS Policlinico San Donato, San Donato Milanese
(MI), 13Divisione di Cardiologia, Ospedale di Cava de’ Tirreni-Costa
d’Amalfi, Cava de’ Tirreni (SA)
Despite recent and exponential improvements in diagnostic-therapeutic
pathways, an existing “GAP” has been revealed from the “real world care”
and the “optimal care” of patients with heart failure (HF). We present the
T.O.S.CA Project (Trattamento Ormonale dello Scompenso CArdiaco), an
Italian multicenter initiative aiming to explore the HF “metabolic
pathophysiological model” and to improve the quality of care in HF.
Research/Aims. a) To give reference values for the diagnosis of Low IGF-1
syndrome in HF patients and to evaluate the prevalence of low GH/IGF-1
activity in this population; b) To monitor HF progression with respect to
change in IGF-1 activity in a 2-years multicenter longitudinal study, in order
to evaluate IGF-1 as a possible prognosis marker for HF; c) To identify the
correlations between IGF-1 and other hormonal values (thyroid hormones,
androgen axis, insulin-resistance), as well as the correlations between IGF1 and morphological (ventricular volumes, ventricular mass) and functional
indexes (ergospirometric parameters) in HF patients; d) To study the relation
between histological parameters, myocardial gene expression profile, and
the anabolic/catabolic balance in endomyocardial biopsies of HF patients
undergoing cardiac surgery; e) To evaluate GH therapy in HF patients with
low IGF-1 levels and a good response to IGF-1 generation test, in a
multicenter, randomized, placebo-controlled trial; f) To investigate possible
multiple replacement therapies (GH, testosterone) and to test clinically the
multiple hormonal and metabolic deficiency syndrome (MHD) model.
Education/Aims. To improve the quality of care of HF patients (timeliness,
efficiency and effectiveness) in different clinical settings. It consists of a
specialized education continuing medical (ECM) meta-model designed by
a dedicated multidisciplinary team and applied through an intensive
educational year.
Care/Aims. To develop a structured HF Management Program (HFMP) on
the area of Amalfi Coast in Southern Italy as a continuum between the
community hospital and the territorial health system serving 110.000
habitants among 13 cities. The HF out-patient clinic represents the
platform of the Amalfi Coast HFMP, directed by clinical cardiologist and
coordinated by registered nurse, along with multidisciplinary team (Fig. 1).
Conclusions. The mission of the T.O.S.CA Project is to expand the bridge
between research, education and care sharing best practices and resources
in HF.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
123S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
P330
P332
GESTIONE DEI PAZIENTI CON SCOMPENSO CARDIACO CRONICO
MEDIANTE IL COUNSELLING TELEFONICO IN UN AMBULATORIO DEDICATO
Alessandro Sbardellini, Mara Mozzone, Mariagrazia Parola, Patrizia Pirra,
Enrico Lombardo, Camillo Taglieri, Salvatore Piccolo, Mauro Feola
Cardiovascular Rehabilitation-Heart Failure Unit, Ospedale SS. Trinità,
Fossano
I pazienti con scompenso cardiaco cronico (SCC) sono spesso costretti a
continue ospedalizzazioni. Il presente studio si propone di valutare
l’efficacia del nostro modello di counselling telefonico su un campione di
pazienti di moderato/elevato rischio attraverso telefonate periodiche e
l’analisi dei parametri d’allarme.
Materiali e metodi. 39 soggetti (22 maschi) di età 75 anni, affetti da SCC
a rischio moderato/elevato, sono stati reclutati per il counselling
telefonico dopo dimissione da RBC (15%); dimissione da USC (57%),
visita cardiologica nell’ambulatorio (28%). I soggetti sono stati
monitorati costantemente per un periodo di 13 mesi tramite contatti
telefonici prefissati da parte del personale infermieristico, con cadenza
quindicinale o mensile. Il paziente poteva contattare la struttura. La
gravità dei pazienti con SCC e quindi la convocazione ad una visita
ambulatoriale entro le 24 ore, è stata valutata con i seguenti parametri:
peggioramento classe NYHA di almeno una classe; polso aritmico o
frequenze cardiache <40 o >110 b/min; sospetta angina pectoris o
sincope; aumento ponderale di 2-3 kg; incremento degli edemi declivi e
oliguria (<500 ml/die).
Risultati. Sono state effettuate 201 telefonate. I pazienti nei quali si
riportavano parametri d’allarme e quindi convocati ad una visita
ambulatoriale sono stati 9 (23%), 3 dei quali ricoverati in Unità
Scompenso. Invece le telefonate spontanee da pazienti giunte
all’ambulatorio per peggioramento delle condizioni cliniche sono state
16 e la successiva rivalutazione del paziente ha portato 12 ricoveri di cui
3 in regime di DH (23%). L’11% dei soggetti ha chiamato in media 1.9
volte con altrettanti ricoveri. A completamento del follow-up (13 mesi)
è stato registrato 1 decesso (2.8%) e 2 pazienti allontanatosi dal
counselling. Considerando i parametri di allarme l’incremento ponderale
e l’oliguria posseggono la migliore sensibilità e specificità (85.7% e
100% per aumento ponderale; 100% e 75% per oliguria) mentre la
classe NYHA e frequenza cardiaca posseggono la peggiore sensibilità e
specificità (50% e 60% per la classe NYHA; 66.6% e 57.1% per la
frequenza cardiaca).
Conclusioni. Il counselling telefonico tra i pazienti affetti da SCC ha creato
un filo diretto con la struttura ospedaliera, dato sicurezza al paziente che
ha individuato precocemente i problemi, riducendo le ospedalizzazioni
per instabilizzazione clinica (6/39 in 13 mesi di follow-up).
SVILUPPO DI MASSA VENTRICOLARE INAPPROPRIATA E DISFUNZIONE
VENTRICOLARE SINISTRA NEL PAZIENTE IN TRATTAMENTO DIALITICO
Mario Gregori1, Francesco Paneni1, Giuliano Tocci1, Giovanna Viola1,
Giuliana Capretti1, Michela D’Agostino1, Giuseppino Massimo Ciavarella1,
Andrea Ferrucci1, Giorgio Punzo2, Paolo Menè2, Luciano De Biase1,
Massimo Volpe1,3
1
U.O.C. di Cardiologia, II Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università
“Sapienza”, Ospedale Sant’Andrea, Roma, 2U.O.C. di Nefrologia,
II Facoltà di Medicina e Chirurgia, Università “Sapienza”, Ospedale
Sant’Andrea, Roma, 3IRCCS Neuromed, Polo Molisano, Pozzilli
Introduzione. L’insufficienza cardiaca è responsabile di un’importante
riduzione della sopravvivenza nei pazienti con insufficienza renale cronica
in trattamento dialitico. Infatti, in questi pazienti, la funzione ventricolare
sinistra risulta alterata e tale reperto rappresenta un predittore
indipendente di mortalità a lungo termine. Negli ultimi anni la massa
ventricolare inappropriata (MVSI) è risultata associata allo sviluppo di
disfunzione ventricolare sinistra (DVS). Scopo dello studio è stato quello
di valutare la prevalenza di MVSI e la sua relazione con la funzione
sistolica del ventricolo sinistro in una popolazione di pazienti in dialisi.
Materiali e metodi. Sono stati arruolati consecutivamente 184 soggetti
suddivisi in 3 gruppi: 1) controlli sani [n=90]; 2) dialisi peritoneale (DP)
[n=31]; 3) emodialisi (ED) [n=63]. Tutti i pazienti sono stati sottoposti ad
ecocardiogramma transtoracico sia con metodica Doppler convenzionale
che tissutale miocardica (TDI). La massa ventricolare sinistra inappropriata
è stata espressa come rapporto tra massa osservata/massa predetta x 100
(%MVSP). La presenza di massa ventricolare sinistra inappropriata (MVSI)
è stata definita come un valore di %MVSP >128%. Sono stati inoltre
calcolati l’accorciamento circonferenziale centroparietale (MFS) e lo stress
circonferenziale telesistolico (cESS).
Risultati. La velocità Sm, misurata sulla parete libera del ventricolo sinistro,
risultava progressivamente ridotta nei 3 gruppi considerati (0.17±0.03 vs
0.15±0.04 vs 0.13±0.03; p<0.001), cosi come il MFS (19.4±2.8 vs 16.4±3.0 vs
13.7±2.7; p<0.001) e la ratio cESS/ESVi (6.1±1.4 vs 5.3±1.6 vs 4.3±1.2;
p<0.001). I pazienti in emodialisi presentavano una più alta prevalenza di
MVSI rispetto al gruppo dei pazienti in dialisi peritoneale e a quello di
controllo (rispettivamente 93.7 vs 71 vs 16.7%; p<0.001). All’analisi
multivariata, la MVSI correlava inversamente con FE (beta=-0.29, p<0.05),
FS (beta=-0.39, p<0.001); velocità Sm (beta=-0.22, p<0.05) stress-corrected
MFS (beta=-0.48, p<0.0001) e ratio cESS/ESVi (beta=-0.51, p<0.001),
indipendentemente dalla geometria ventricolare sinistra. In regressione
logistica l’emodialisi era indipendentemente associata allo sviluppo di
MVSI [OR 5.3 (95% CI 1.10-25.0; p<0.05)].
Conclusioni. Gli indici di funzione sistolica del ventricolo sinistro, calcolati
a livello centroparietale, risultano maggiormente ridotti nei pazienti in
ED, paragonati a quelli in DP. La prevalenza di MVSI è maggiore nei
pazienti in emodialisi rispetto a quelli in dialisi peritoneale e risulta
associata ad una riduzione della performance ventricolare sinistra.
L’eccessivo aumento della massa ventricolare determina una riduzione
diretta della contrattilità centroparietale del ventricolo sinistro nel
paziente in trattamento dialitico.
P331
HOME MONITORING IN PAZIENTI PORTATORI DI DEVICE E SCOMPENSO
CARDIOCIRCOLATORIO: UN’ESPERIENZA DI ORGANIZZAZIONE MEDICOINFERMIERISTICA
Vittorio Giudici1, Alessandro Locatelli1, Bruno Casiraghi1, Paola Neri1,
Serena Gilardi2, Patrizia Rocca3, Luigina Viscardi3, Claudio Malinverni3,
Maria Teresa Villa3, Mirna Pisoni3, Sandra Peccati1, Domenica Bettinelli1
1
U.O. di Cardiologia, A.O. Bolognini, Seriate, 2Medtronic, Sesto
S. Giovanni, 3U.O. di Riabilitazione Cardiologica, A.O. Bolognini, Seriate
Scopo. Riportiamo la nostra esperienza che ha coinvolto medici aritmologi,
clinici dello scompenso e infermieri dei rispettivi ambulatori nella gestione
mediante home monitoring (HM) di pazienti (pz) con scompenso
cardiocircolatorio e portatori di ICD-CRTD.
Metodi. Nel febbraio 2009 abbiamo iniziato a utilizzare un sistema di HM
(Medtronic CareLink Network) nei pz portatori di device e abbiamo
riorganizzato la nostra attività ambulatoriale. Le Infermiere
dell’ambulatorio di Aritmologia hanno avuto il compito di insegnare ai
pz l’uso dei monitor di trasmissione, di confermare la regolarità delle
trasmissioni e di controllare quotidianamente i possibili allarmi CareAlert,
coinvolgendo nel processo di revisione delle trasmissioni il team
dell’aritmologia e dello scompenso. Se necessario, i pz erano chiamati
telefonicamente dal medico/infermiera aritmologo/scompensologo per la
valutazione dei sintomi, delle variazioni di peso, della PA e della
compliance terapeutica. Se necessario veniva cambiata telefonicamente
la terapia o programmata una visita ambulatoriale.
Risultati. L’ambulatorio scompenso dal febbraio 2009 ha arruolato 352
pz (77% M, 66.31±17 aa, 24% NYHA III-IV, EF 33.48%), dei quali 102
(28.9%) con un device (ICD/CRTD); 75 in HM con CareLink Network. Dopo
un follow-up medio di 18.4±7.2 mesi, abbiamo ricevuto 398 trasmissioni:
62 (in 28 pz) di tipo automatico e dovute all’Optivol Alert (possibile
accumulo di liquidi) e 12 (in 5 pz) secondarie a episodi di fibrillazione
atriale (FA) di nuovo riscontro. Gli allarmi Optivol nel 48% dei casi sono
stati gestiti mediante un contatto telefonico con l’infermiera
dell’Ambulatorio scompenso; nei restanti casi sono stati coinvolti i
medici. Nel 28% dei casi è stata programmata una visita ambulatoriale.
Gli episodi di FA sono stati gestiti dagli aritmologi. Sono state registrate
aritmie ventricolari in 7 pz ma non sono stati erogati shock (9 episodi
risolti con burst).
Conclusioni. L’introduzione di un sistema di monitoraggio remoto offre
una opportunità di adottare nuove strategie di organizzazione del lavoro
con una migliore collaborazione tra l’Ambulatorio Scompenso e di
Aritmologia, con la possibilità di ottenere migliori risultati nella gestione
dei pz.
124S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
P333
ACCURATEZZA DELL’ANALISI CORPOREA BIOMPEDENZIOMETRICA
(BIAVECTOR) NELLA DIAGNOSI DI CONGESTIONE PERIFERICA NELLO
SCOMPENSO CARDIACO
Francesco Massari1, Giovanna Rodio1, Angela Potenza1, Nicola Laterza1,
Diletta Torres1, Michele Clemente2, Massimo Iacoviello3,
Gaspare Parrinello4
1
Cardiologia-UTIC, Altamura (BA), 2Cardiologia-UTIC, Matera, 3Istituto di
Cardiologia, Bari, 4Medicina Interna, Palermo
Background. La congestione clinica gioca un ruolo centrale nella diagnosi,
prognosi e terapia dello scompenso cardiaco (SC) acuto e nella forma
subclinica può preludere a riacutizzazione dello SC cronico. Pertanto,
risulta strategico graduare e oggettivare lo stato dei fluidi nei pazienti
con SC e la bioimpedenziometria corporea a tal fine sta emergendo come
un utile e facile strumento diagnostico.
Scopo dello studio. È stato quello di valutare l’utilità dell’analisi corporea
bioimpedenziometrica mediante analisi vettoriale (BIVA) nella diagnosi
di congestione periferica (edemi declivi) in pazienti con scompenso
cardiaco.
Materiale e metodo. Abbiamo valutato lo stato idrico in maniera
semiquantitava (BIVA) e quantitativa mediante sistema tetrapolare
(Cardio-EFG, Akern, Firenze) in 500 pazienti (pz) consecutivi ricoverati per
SC acuto (n=214) o cronico (n=286) con età 75±11 anni, classe NYHA
2.8±0.9, FEVS 42±12%, creatininemia 1.3±0.8 mg/dl e BNP 951±1592 pg/ml;
medie±SD). La congestione bioimpedenziometrica è stata graduata
analizzando l’elissoide di confidenza nel polo inferiore come severa (<95°
percentile), moderata (95°-75°) e lieve (75°-50°), mentre l’assenza di
congestione è stata definita per valori compresi nell’ellisoide del 50°
percentile o oltre il suo polo superiore. Lo stato idrico, inoltre, è stato
valutato in modo quantitativo come percentuale di idratazione della
massa magra.
Risultati. Gli edemi declivi (31% della popolazione), sono risultati presenti
rispettivamente nel 85% (34/40 pz), 56% (52/93 pz) e 40% (26/65 pz) dei
pazienti con congestione severa, moderata e lieve, e nel 18% (43/302 pz)
dei pazienti senza congestione al BIVA. Utilizzando i cut-off di congestione
BIVA inferiori al 95°, 75° e 50° percentile, i valori predittivi positivi e
POSTER
negativi sono risultati rispettivamente del 85 e 74%, 65 e 81%, 57 e 86%
(AUC=0.78; 95% CI 0.74-0.81; p=0.0001). Valori di percentuale di
idratazione maggiore del 75.6% diagnosticava la congestione periferica
con un potere predittivo positivo del 65% e negativo del 82% (AUC=0.79;
95% CI 0.75-0.82; p=0.0001). La performance delle due valutazioni
(semiquantitativa vs quantitativa) è risultata sovrapponibile, poiché le loro
curve ROC risultavano senza differenze statisticamente significative
(p=0.5).
Conclusioni. L’analisi bioimpedenziometrica corporea consente una
rapida e facile determinazione della congestione periferica nei pazienti
con scompenso cardiaco sia attraverso una valutazione semiquantitativa
che quantitativa. Tale metodica potrebbe rappresentare una nuova
possibilità di valutazione della congestione senza l’intervento medico
diretto.
P334
ELEVATA CORRELAZIONE FRA IMPEDENZA INTRA- E TRANSTORACICA IN
PAZIENTI CON SCOMPENSO CARDIACO AVANZATO: IMPLICAZIONI PER LA
GESTIONE DOMICILIARE
Gabriella Malfatto1, Alessandra Villani1, Francesco Della Rosa1,
Roberto Brambilla1, Eva Balla1, Mario Facchini1, Giovanni B. Perego1,
Gianfranco Parati2
1
Divisione di Cardiologia, Ospedale San Luca, Istituto Auxologico
Italiano IRCCS, Milano, 2Dipartimento di Medicina Clinica, Prevenzione e
Biotecnologie Sanitarie, Università Milano-Bicocca, Milano
Razionale. Nei programmi di telesorveglianza dei pazienti (pz) con
scompenso cardiaco (SCC) è prevista la trasmissione di parametri vitali o
segnali biologici (ECG, PA, ecc.). Recentemente uno studio randomizzato
ha messo in dubbio la reale utilità della telesorveglianza con
trasmissione di dati nel modificare la prognosi. Una possibile causa di
tale risultato sconfortante potrebbe risiedere nella scelta di
teletrasmettere dati non realmente utili alla gestione di pz con SCC.
Infatti, i parametri usati in telemedicina (peso, diuresi, PA, FC) non
mirano a segnalare la presenza di congestione polmonare, che spesso
determina le instabilizzazioni cliniche. In pz con ICD e/o PM
biventricolare di ultima generazione, la riduzione di impedenza rilevata
dai cateteri intratoracici può associarsi a congestione polmonare prima
che compaiano sintomi. La telesorveglianza dell’impedenza intratoracica
potrebbe consentire la gestione a lungo termine dei pz con SCC
avanzato, ma non tutti sono portatori di un device di ultima
generazione, ed in molti l’impianto di PM-ICD non è indicato. Esistono
in commercio apparecchi per il monitoraggio emodinamico non invasivo
che misurano l’impedenza transtoracica. In alcuni studi, la misura di
impedenza transtoracica (Z0) o del suo reciproco conduttanza (TFC) ha
permesso la diagnosi precoce di episodi di SCC, anche se è discussa la
relazione fra impedenza/conduttanza toracica e pressioni di
riempimento ventricolare misurate invasivamente.
Metodi. Sia in condizioni di stabilità clinica che nel corso di allarmi del
sistema, abbiamo valutato la correlazione tra valori di impedenza (Z0 IT = Ω)
e conduttanza intratoracica (TFCIT = 1/Z0 IT = 1/Ω) da un lato, e valori di
impedenza (Z0 TT = Ω) e conduttanza transtoracica (TFCTT = 1/Z0 TT = 1/Ω)
dall’altro (apparecchio NiccomoLDT). Abbiamo studiato 35 pz (73±9 anni;
classe NYHA 2.6±0.4, FE 29±6%, BNP plasmatico 561±192 pg/ml; terapia
ottimizzata secondo le linee guida); 6 pz sono stati valutati durante un
allarme Optivol e dopo la sua risoluzione con terapia diuretica. In ogni pz
è stato anche misurato il BNP plasmatico (Triage, BioSite).
Risultati. Si è rilevata elevata correlazione tra impedenza transtoracica ed
intratoracica (R2 = 0.62, p<0.0001) e tra conduttanza transtoracica ed
intratoracica (R2 = 0.64, p<0.0001). Inoltre, dopo terapia diuretica le
variazioni nei parametri esaminati erano dello stesso ordine di grandezza
e consensuali (Z0: R2 = 0.59, p<0.0001; TFC: R2 = 0.60, p<0.0001).
Conclusioni. La misura domiciliare di impedenza/conduttanza transtoracica
(come indice di probabile congestione polmonare) potrebbe integrare o
sostituire altre variabili nel percorso di telesorveglianza dello SCC.
P335
TREND DELLE PRINCIPALI CARATTERISTICHE CLINICHE IN PAZIENTI
TRATTATI CON TERAPIA DI RESINCRONIZZAZIONE CARDIACA IN UN
SINGOLO CENTRO NEL QUADRIENNIO 2004-2008
Mauro Toniolo, Gabriele Zanotto, Andrea Rossi, Corrado Vassanelli
Divisione di Cardiologia, Università degli Studi, Verona
Background. La terapia di resincronizzazione cardiaca (CRT) è attualmente
considerata un’importante crocevia nel trattamento di pazienti selezionati
con scompenso cardiaco refrattario in terapia farmacologica ottimale.
Tuttavia i predittori di morbilità e mortalità ed il tempo di recupero della
funzione contrattile ventricolare sinistra rimangono parametri
scarsamente studiati.
Materiali e metodi. Abbiamo studiato le caratteristiche cliniche di 157
pazienti consecutivi con scompenso cardiaco refrattario sottoposti a CRT
presso la nostra Divisione tra l’agosto 2004 ed il febbraio 2008. Il followup medio è stato di 39±11 mesi. Le caratteristiche cliniche studiate sono
state l’età, il sesso, il ritmo sinusale, la frazione di eiezione (FE) ventricolare
sinistra, la durata del QRS, l’eziologia, la classe funzionale NYHA, la terapia
farmacologica e la posizione degli elettrocateteri. Potendo disporre di un
follow-up così lungo, abbiamo inoltre confrontato i benefici della CRT nei
primi 3 anni dall’impianto rispetto ai benefici della CRT dopo 3 anni
dall’impianto. Abbiamo considerato come NYHA responders i pazienti che
incrementavano almeno di 1 punto la loro classe NYHA e come FE
responders i pazienti che incrementavano la FE di almeno il 5%.
Risultati. Nel nostro registro, l’eziologia ischemica è risultata il solo
fattore predittivo indipendente di mancata risposta ecocardiografica alla
CRT (42% dei responders vs 78% dei non responders; p<0.005). La
sopravvivenza libera da trapianto cardiaco e da riospedalizzazione per
scompenso cardiaco è risultata invece significativamente correlata con
l’incremento della FE ventricolare sinistra dopo CRT (95% degli FE
responders vs 38% degli FE non responders; p<0.005). Nei primi 3 anni
dalla CRT abbiamo ottenuto una buona risposta clinica (46% di NYHA
responders) contro una scarsa risposta ecocardiografica (36% di FE
responders); viceversa dopo tre anni dalla CRT abbiamo ottenuto
un’ottima risposta ecocardiografica (55% di FE responders) contro un
peggioramento della risposta clinica (23% di NYHA responders)
(p<0.005).
Conclusioni. In questo registro, l’eziologia ischemica risulta il solo
parametro predittivo indicativo di pessima risposta alla CRT prima
dell’impianto. Dopo l’impianto, il mancato incremento della FE è
correlato con una pessima prognosi. I pazienti con scompenso cardiaco
sottoposti a CRT traggono i maggiori benefici clinici nei primi 3 anni
dall’impianto, ma la quota maggiore di rimodellamento inverso
ventricolare sinistro si manifesta dopo 3 anni dall’impianto.
P336
LA DIETA IPOSODICA NELLO SCOMPENSO CARDIACO CRONICO:
OSSERVAZIONI SU UN CAMPIONE MULTICENTRICO DI PAZIENTI AFFERENTI
AGLI AMBULATORI DELLO SC
Carlo Ammendolea1, Sara Giacomelli2, Paola Russo1,
Emanuele Carbonieri3, Giovanni Cioffi4, Stefania De Feo5, Luigi Tarantini1
1
U.O.C. di Cardiologia, Ospedale S. Martino, Belluno, 2U.O.C. di
Cardiologia, Ospedale di Treviso, Treviso, 3U.O. di Cardiologia,
Bussolengo, 4U.O. di Cardiologia, Casa di Cura Villa Bianca, Trento,
5
U.O. di Cardiologia, Casa di Cura Pedersoli, Peschiera del Garda
Background. Le linee guida (LG) internazionali considerano la terapia non
farmacologica dello scompenso cardiaco (SC) essenziale per la cura
ottimale del paziente. In tale prospettiva, la dieta iposodica è un aspetto
fondamentale spesso utilizzato come indicatore di qualità della cura dello
SC. È risaputo, tuttavia che, le raccomandazioni delle LG nella pratica
clinica dello SC sono soventemente disattese.
Obiettivo. Valutare: 1) il grado di consapevolezza ed aderenza alla dieta
iposodica, 2) le abitudini relative al consumo di liquidi, 3) lo spettro delle
comorbilità rilevanti da un punto di vista clinico e “dietologico”, in un
campione casuale multicentrico di pazienti affetti da SC, inviati dal proprio
curante per valutazione cardiologica presso gli ambulatori dello SC.
Metodi. Somministrazione di un questionario di auto-valutazione a
pazienti con SC ed ai loro “caregivers” relativo a: Grado di conoscenza
sull’importanza ed il ruolo del sodio nello SC e Grado di conoscenza
sull’importanza ed il ruolo del consumo dei liquidi nello SC.
Risultati. Il campione di 216 pazienti (età media 73±9 anni, 30.5% età >80
anni, 70% maschi) presentava un notevole carico di comorbilità (42%
diabete mellito, 21% obesità intesa come BMI >30, 22% alterazioni renali,
57% affetti da ipertensione arteriosa, 34% affetti da ipercolesterolemia)
e con lunga durata di malattia (solo il 24% <1 anno) e con ricoveri
precedenti per SC nell’82% del campione. Su una importante percentuale
di pazienti è stata rilevata una scarsa informazione sull’uso dei diuretici
(Fig. 1), la maggior parte erano convinti che la dieta fosse importante per
la loro patologia ma pochi erano stati educati sul tipo di dieta dai sanitari,
una buona percentuale non sapeva quali alimenti fossero ricchi di sale e
la metà del campione aggiungeva sale alle pietanze (Fig. 2) infine il 40%
del campione beveva più di 1.5 litri di acqua anche in presenza di poca
sete (Fig. 3).
Conclusioni. Relativamente agli aspetti dietetici della terapia non
farmacologica dello SC, dalla nostra esperienza preliminare, emerge che
in comunità il quadro è desolante. Vi è una diffusa sottostima del
problema relativo alla dieta ed alla “complessità” dei pazienti con SC
anche da parte dei “caregivers” e degli operatori sanitari. Anche dal punto
di vista del consumo di liquidi e dell’utilizzo di diuretici la situazione non
è migliore soprattutto riguardo all’utilità nella propria patologia.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
125S
CONVERTING ENZYME INHIBITORS AND/OR BETA-BLOCKERS DURING ADJUV
CHEMOTHERAPY IN EARLY BREAST CANCER: DATA FROM THE “REAL WORD”
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
P338
Background.
Aims.
Methods.
Results.
P337
A NOCTURNAL NON DIPPING HEART RATE IDENTIFIES DEVELOPING HEART
FAILURE IN PATIENTS WITH ATRIAL FIBRILLATION
Maria Vittoria Matassini1, Federico Guerra1, Laura Cipolletta1,
Simone Maffei1, Stefano De Luca2, Giuseppe Pupita1,
Alessandro Capucci1
1
Clinica di Cardiologia, Università Politecnica delle Marche, Ancona,
2
U.O. Pneumologia, Ospedale di Osimo, Osimo
Aim. Sleep-disordered breathing (SDB) is a frequent finding in patients
(pts) with atrial fibrillation (AF). SDB could influence the natural history of
AF through the alteration in sympatho-vagal balance due to hypoxemia,
acidosis and arousals. The aim of theConclusions.
study is to assess the impact of SDB
in AF pts, with or without tachycardiomyopathy (TCM).
Methods. 30 consecutive pts with persistent/permanent AF were
investigated at baseline with clinical and echocardiographic evaluation,
polysomnography, 24h-ECG-recording with HRV analysis. At 3 months
follow-up visit clinical and echocardiographic assessment was repeated.
Among all patients, 18 of them had TCM whereas 12 had not.
Results. At baseline evaluation, pts with TCM compared with people with
only AF have lower EF (40 vs 59%), greater LVESd (44.8±12.2 vs 34.9±4.1)
and higher PAPs and BNP (all p<0.05). On 24h-ECG-recordings, patients
with TCM have higher mean HRs (86.3±18.1 vs 70.2±15.1) and narrower
mean SDaNN (146±50 vs 196±74) especially significant during night-time
period (p≤0.02). Patients with TCM do not have the physiologic nocturnal
dipping of HRs, instead present in AF patients, showing persistent
sustained HRs all long the day. The prevalence of central sleep-apnea (CSA)
is higher in pts with TCM (CSA 50%, OSA 6%) whereas pts with only AF
have more frequently obstructive sleep-apnea (OSA 42%, CSA 17%).
Patients with OSAS has higher EF (57.3±10.6 vs 42.9±14.2), lower PAPs as
well as higher OHI (all p≤0.03). Patients with CSA have higher HRs (92±2
vs 76±2; p=0.013) as well as higher AHI and CAI (all p≤0.01). At 3 months
follow-up visits pts with TCM and CSA show an improvement of EF
(increase of 10%) and lower HRs (reduction of 37 bpm) compared with
baseline values while pts with only AF do not have significant changes in
EF and HRs.
Conclusions. Patients with AF and TCM compared with patients with AF
only have different patterns of SDB: the formers show a higher prevalence
of CSA, the latters of OSA. Patients with CSA and TCM have a worse profile
characterized by higher BNP, lower EF, higher HRs, lack of nocturnal HRs
dipping; nonetheless, they show a significant improvement after three
month follow-up thanks to appropriate and effective rate or rhythm
control.
126S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
RELATIONSHIP BETWEEN CHANGES IN LEFT VENTRICULAR EJECTION AND
USE OF ANGIOTENSIN-CONVERTING ENZYME INHIBITORS AND/OR BETABLOCKERS DURING ADJUVANT TRASTUZUMAB CHEMOTHERAPY IN
EARLY BREAST CANCER: DATA FROM THE “REAL WORD”
Stefano Oliva1, Lidia Boccardi2, Silvia Frattini3, Francesco Giotta4,
Chiara Lestuzzi5, Nicola Maurea6, Giuseppe Di Tano7, Stefania Gori8,
Giovanni Cioffi9, Andrea Di Lenarda10, Luigi Tarantini11
1
U.O. di Cardiologia, Istituto Tumori “Giovanni Paolo II”, Bari, 2Divisione
di Cardiologia I, Ospedale San Camillo, Roma, 3Dipartimento di
Cardiologia, Spedali Civili, Brescia, 4U.O. di Oncologia Medica e
Sperimentale, Istituto Tumori “Giovanni Paolo II”, Bari, 5Divisione di
Cardiologia, Centro Riferimento Oncologico, Aviano, 6S.C. di
Cardiologia, Istituto Pascale, Napoli, 7Divisione di Cardiologia, Azienda
Istituti Ospitalieri, Cremona, 8Dipartimento di Oncologia, Ospedale
S. Maria della Misericordia, Azienda Ospedaliera di Perugia, 9Divisione
di Cardiologia, Casa di Cura “Villa Bianca”, Trento, 10Centro
Cardiovascolare, ASS1 “Triestina”, Trieste, 11Dipartimento di Cardiologia,
Ospedale San Martino, Belluno
Background. Adjuvant trastuzumab chemotherapy (aTrastC) improves
disease free survival of patients with breast cancer and overexpression
of epidermal growth factor receptor 2. However, due to potential
aTrastC-induced cardiotoxicity, cardiovascular complication (CV) such as
heart failure (HF) or significant left ventricular ejection fraction (LVEF)
reduction may appear especially in those patients at increased CV risk.
Aims. To evaluate the relationship between the use of angiotensinconverting enzyme inhibitors/receptor blockers (ACEi/ARB) and/or betablockers (BB), appearance of HF symptoms and/or changes in LVEF during
1-year aTrastC.
Methods. 253 women who had undergone aTrastC for early breast cancer
in 7 italian oncologic centers during the period 2008-2009 entered in a
multicenter registry and were retrospectively studied. They were divided
in 4 subgroups according to the treatment with ACEi and/or BB.
Occurrence of symptoms of HF and/or decrease in 10 points % of LVEF
were recorded during the follow up. LVEF was measured at baseline and
3-6-9-12 months.
Results. Symptoms of HF occurred in 2% of patients who did not take
either ACEi/ARB or BB. HF event-rate was similarly increased in patients
receiving one or both medications, partially justified by the increased
CV risk in these subgroups. Prevalence of decrease in LVEF >10 points %
was similar in all study subgroups. Trends in LVEF were characteristics
for each study subgroup (See Figure): at 3-month evaluation a significant
decrease in LVEF was detected in ACEi/ARB and ACEi/ARB + BB group.
Multiple logistic regression analysis showed that combined ACEi/ARB +
BB therapy depended on history of hypertension (OR 36.7, CI 4.3-315.5)
and reduction of LVEF from baseline to 3-month evaluation (OR 0.88, CI
0.78-0.97) (best prediction - 3.5 points %, AUC 0.78, IC 0.65-0.91).
Conversely, no association was found between changes in LVEF and
ACEi/ARB or BB therapy alone, which use was predicted for both
medications only by history of hypertension. LVEF recovery from 3 to 12month evaluation was inversely related to the changes in LVEF from
baseline to 3-month evaluation and the restart of trastuzumab therapy
was significantly higher in the group of pts with ACEi/ARB + BB although
the significant reduction of LVEF in the first 3 months of therapy.
Conclusions. In clinical practice, a history of hypertension and changes in
LVEF during the first 3 months of aTrastC for early breast cancer
influence the use of ACEi/ARB and BB. The recovery of LVEF and the
possibility to restart trastuzumab seem to suggest a protective effect of
ACEi/ARB+BB.
POSTER
p=0.003) and LVEF at baseline (69±6 vs 63±5%; p<0.001) and received
P339
more frequently doxorubicin (18 vs 9%; p=0.01) than patients who did
HYPONATREMIA THIAZIDE-RELATED DUE TO OVERZEALOUS SEQUENTIAL
not experienced cardiotoxicity. Sixty% of the cardiotoxic events occurred
SALURETIC THERAPY: AN EMERGENT PROBLEM IN THE MANAGEMENT OF
during the first 3 months of follow up. At univariate analysis RD was
DIURETIC-RESISTANT CHRONIC HEART FAILURE
strongly associated with events. ROC analysis showed the best cut-off
Renato De Vecchis1, Giuseppina Di Biase2, Antonio Ciccarelli2,
1
1
1
1
point of GFR for predicting cardiotoxicity = 82 (AUC 0.68 [95%IC 0.57Carmela Cioppa , Anna Giasi , Adelaide Fusco , Carmelina Ariano ,
1
0.79]. Multiple logistic regression analysis revealed that a GRF lower than
Salvatore Cantatrione
1
82 ml/min/1.73m2 was the strongest predictor of cardiotoxicity (OR 3.19
Cardiology Unit, Presidio Sanitario Intermedio “Elena d’Aosta”, Napoli,
2
[CI
1.04-9.74]), independent of doxorubicin treatment (OR 3.16 [CI 1.06Neurorehabilitation Unit, Casa di Cura “S. Maria del Pozzo”,
9.39]). Lowered LVEF from baseline to 3-month follow up was predicted
Somma Vesuviana (NA)
by a reduced GFR (beta=0.23, p=0.003), doxorubicin treatment (beta=0.16,
Background. Chronic hyponatremia is frequently found in some
p=0.03) and lack of combined treatment ACEi + betablocker (beta=0.29,
syndromes characterized by widespread edema coupled to impairment in
p<0.001).
arterial effective circulating volume, such as congestive chronic heart
Conclusion. In patients with EBC and indication to aTrastC the presence
failure (CHF). In this setting, it is unclear whether the hyponatremia itself
of RD represents a condition at higher risk for developing cardiotoxicity
makes this condition worse or whether it represents a simply marker of
at 12-month follow up together with doxorubicin treatment and
decompensation. The factors responsible for development of
combined therapy with ACEi + beta-blockers seems to confer a
hyponatremia in CHF have not exhaustivelyP341
been elucidated yet.
protective effect.
Purpose. To ascertain whether some laboratory, clinical and therapeutical
FEASIBILITY
OF
TRASTUZUMAB-BASED
ADJUVANT CHEMOTHERAPY FOR EARLY BREAS
factors are able to predict occurrence of hyponatremia in CHF patients
INout
WOMEN
WITH
INCREASED CARDIOVASCULAR RISK: ECHOES FROM “REAL WORLD”
Methods. A case-control study was carried
by recruiting
57 CHF
patients, whose 19 characterized by hyponatremia (serum Na+ <135
P341
mEq/l) and 38 controls, matched for age, sex, etiology of CHF, time elapsed
FEASIBILITY OF TRASTUZUMAB-BASED ADJUVANT CHEMOTHERAPY FOR
since beginning of both symptoms and diuretic therapy. Eligibility criteria
EARLY BREAST CANCER IN WOMEN WITH INCREASED CARDIOVASCULAR
included right or biventricular heart failure in NYHA class III, absence of
RISK: ECHOES FROM “REAL WORLD”
hyponatremia at the first visit and therapy at enrollment with oral dose
Georgette Khoury1, Giulia Russo2, Fausto Tuccia3, Giuseppe Catania4,
not less than 175 mg per week of furosemide or equivalent weekly dose
Chiara Lestuzzi5, Agnese Maria Fioretti6, Daniella Bovelli1,
of torsemide. Exclusion criteria were electrostimulation therapies
Edda Simoncini7, Pompilio Faggiano8, Gianfranco Alunni9,
(pacemaker or cardiac resynchronization therapy), documented episodesStefania Gori10, Giovanni Cioffi11, Luigi Tarantini4
one or more- of infective gastroenteritis or diarrhea and use of any drug
1
Department of Cardiology, Santa Maria Hospital, Terni, 2Centro
influencing neuroendocrine mechanisms of arginin-vasopressin (AVP)
Cardiovascolare, ASS1 “Triestina”, Trieste, 3Divisione di Oncologia,
secretion, such as opiates, tetracyclines, phenothiazines, lithium, serotonin
Ospedale San Martino, Belluno, 4Dipartimento di Cardiologia, Ospedale
selective reuptake inhibitors (SSRIs) et cetera.
San Martino, Belluno, 5Divisione di Cardiologia, Centro Riferimento
Results. At univariate analysis, intensive intravenous (iv) therapy with
Oncologico, Aviano, 6U.O. di Cardiologia, Istituto Tumori “Giovanni
furosemide (one or more courses), ascites, mixed regimen with thiazide
Paolo II”, Bari, 7Dipartimento di Oncologia, Spedali Riuniti, Brescia,
diuretic plus furosemide, high (<3 ng/ml/h) plasma renin activity, serum
8
Dipartimento di Cardiologia, Spedali Civili, Brescia, 9Dipartimento di
creatinine ≥2.2 mg/dl and oligoanuria were shown to be associated with
Malattie Cardiovascolari, Ospedale S. Maria della Misericordia, Azienda
hyponatremia. At multivariate analysis a role of predictor of hyponatremia
Ospedaliera di Perugia, 10Dipartimento di Oncologia, Ospedale S. Maria
Background.
was maintained by combined therapy with
thiazide diuretic plus
della Misericordia, Azienda Ospedaliera di Perugia, 11Divisione di
furosemide (OR 35.68 95%CI: 2.83-449.37, p=0.0057) as well as by intensive
Cardiologia, Casa di Cura “Villa Bianca”, Trento
iv furosemide therapy (OR 12.44 95%CI: 1.207-128.27, p=0.0342).
Background. Adjuvant trastuzumab chemotherapy (aTrastC) for human
Conclusions. Inhibition of free water clearance by thiazides may account
HER2++ breast cancer exposes patients (pts) to develop heart failure; high
for association found between their use and hyponatremia development
CV risk pts are under-represented in randomized clinical trials. Aims of the
in congestive CHF setting. Even though loop diuretics are known to
present investigation is to verify: 1) the feasibility of aTrastC in high CV risk
Methods.
promote free water excretion, in our experience
hyponatremia might
pts; 2) if the management of CV risk factors may influence the aTrastChave been favored by iv furosemide high doses, because drop in effective
induced cardiotoxicity.
circulating volume and further impairment in arterial underfilling due to
Methods. 499 women consecutively admitted to aTrastC for early breast
overzealous iv loop diuretic administration are able to foster AVP non
cancer in 10 Italian hospitals during 2008-2009. A probability > 5% of
osmotic release, thereby leading to hemodilution hyponatremia.
cardiac events in the following 10 years according to the score of ESC was
Results.
P340
ROLE OF RENAL FUNCTION ON DEVELOPMENT OF CARDIOTOXICITY
ASSOCIATED WITH TRASTUZUMAB-BASED ADJUVANT CHEMOTHERAPY
FOR EARLY BREAST CANCER
Matteo Casavecchia1, Giovanni Cioffi2, Francesco Laveder3,
Paola Russo4, Paolo De Bonis1, Erberto Carluccio5, Silvia Frattini6,
Maria Cristina Lombari7, Michele De Laurentiis8, Donatella Severini9,
Domenico Gabrielli10, Giulia Russo11, Luigi Tarantini4
1
Department of Cardiology, Santa Maria Hospital, Terni, 2Divisione di
Cardiologia, Casa di Cura “Villa Bianca”, Trento, 3Divisione di Oncologia,
Conclusion.
Ospedale San Martino, Belluno, 4Dipartimento
di Cardiologia, Ospedale
San Martino, Belluno, 5Dipartimento di Malattie Cardiovascolari,
Ospedale S. Maria della Misericordia, Azienda Ospedaliera di Perugia,
6
Dipartimento di Cardiologia, Spedali Civili, Brescia, 7S.C. di Cardiologia,
Istituto Pascale, Napoli, 8S.C. di Oncologia Medica Senologica, Istituto
Pascale, Napoli, 9U.O. di Cardiologia. Città di Castello (PG), 10U.O. di
Cardiologia-UTIC, Ospedale A. Murri ZTL11, Fermo, 11Centro
Cardiovascolare, ASS1 “Triestina”, Trieste
Background. The addition of trastuzumab to adjuvant early breast cancer
(EBC) in combination with or following chemotherapy including
doxorubicin and taxanes consistently resulted in significant increases of
both disease-free and overall survival in patients whose tumor overexpresses human epithelial receptor (HER-2/neu). These drugs do not
present with potential nephrotoxicity and do not require dose reduction
in patients with renal dysfunction (RD). However, RD may make the
myocardium more sensible to the insult of these chemotherapic agents.
Aim. To verify the role of RD on the development of cardiotoxicity
associated with transtuzumab-based adjuvant therapy (aTrastC) for early
breast cancer.
Methods. Clinical and echocardiographic data of 499 women who had
undergone to aTrastC for EBC in 10 Italian oncologic centers during the
period 2008-2009 were retrospectively analyzed. At 12-month evaluation
were recorded the following events: a) a decrease in 10 points % of left
ventricle ejection fraction (LVEF) (grade I cardiotoxicity), b) a decrease of
LVEF ≥20% or below the lower limit of normality (grade II cardiotoxicity),
c) occurrence of signs and symptoms of HF (grade III cardiotoxicity).
Results. Cardiotoxicity was recognized in 130 patients (26%; grade I=20%;
II=3%; III=3%). These patients were older (57±11 vs 55±11 years; p=0.03),
had lower glomerular filtration rate (GFR) (76±15 vs 83±19 ml/min/1.73m2;
the definition of high CV risk. At 12-month evaluation, any occurrence of
symptoms of HF and/or decrease in 10 points % of left ventricular ejection
fraction (LVEF) were recorded.
Results. Out of 499 pts 77 (15.4%) patients presented an high CV risk, they
were older (63±8 vs 54±11 years), more frequently with hypertension (79
vs 17%), diabetes (35 vs 0%), dyslipidemia (66 vs 5%), current smokers (34
vs 12%) and with an history of coronary artery disease (10 vs 0%) than
those with low CV risk (all p<0.01). The former received more frequently
ACE-inhibitors/ARBs (53 vs 12%), beta-blockers (38 vs 7%), and statins (32
vs 3%) than the latter. Chemotherapy did not differed between two
groups although pts presented similar LVEF at baseline (65±7 vs 65±6%)
and at 12-month evaluation (63±6 vs 63±6%, both p=ns), high CV risk pts
presented a significant early reduction of EF (see figure).
Conclusion. Women at increased CV risk represent a sizeable portion of pts
with indication to aTrastC and present more frequently early
cardiotoxicity. A proper pharmacological management of traditional CV
risk factors seems to confer a protective effect and consent to complete
the chemotherapy.
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
127S
42° CONGRESSO NAZIONALE DI CARDIOLOGIA DELL’ANMCO
Cardiologia clinica
P342
PREVALENCE OF VENTRICULAR REPOLARIZATION ABNORMALITIES IN
TRAINED YOUNG ATHLETES
F. Guarracini1, F. Sperandii2, E. De Ruvo1, F. Quaranta3, L. Sciarra1,
A. Spataro3, L. De Luca1, E. De Marchis3, M. Rebecchi1, Z. Lazarevic3,
L.M. Zuccaro1, A.M. Martino1, A. Fagagnini1, M. Minati1, L. Mattioli4,
E. Lioy1, F. Pigozzi3, L. Calò1
1
Department of Cardiology, Policlinico Casilino, Rome, 2Sport Medicine
Institute, Villa Stuart, Rome, 3University of Rome, Foro Italico, Rome,
4
Division of Cardiology, University “La Sapienza”, Rome
Background. Recent data showed a high prevalence of ventricular
repolarization abnormalities in inferior and lateral ECG leads in the
general population and even more frequent in trained young athletes.
An association between early repolarization with QRS slurring or notching
in the inferior or lateral ECG leads and the increased risk of idiopathic
ventricular fibrillation was demonstrated by several authors.
Methods. We retrospectively analyzed a database of 418 young males
trained athletes (12±3 years). We defined early repolarization as an
elevation of QRS-ST junction of at least 0.1 mV from baseline in two
consecutive inferior or lateral leads assessing the prevalence of slurring
or notching on the terminal QRS.
Results. Isolated early repolarization was condition present in 59 (14%)
athletes. The association with the presence of QRS slurring or notching is
present in 60 (14%) subjects. Inferior, lateral, and inferior-lateral QRS
notching was associate to J-point elevation in 17 (4%), 15 (3%) and 28
(7%) subjects respectively. In our database we identified 1 prolonged QTc
interval and 12 subjects with echocardiographic pathological alteration
with marked ECG abnormalities in a case (hypertrophic cardiomyopathy).
Conclusion. The evidence of J point elevation and QRS slurring or notching
was frequent in trained young subjects. If these “abnormalities” are the
sign of increased risk of dangerous ventricular arrhythmias will be
evaluated during the follow-up.
P343
VALUTAZIONE NON INVASIVA DEL RISCHIO DI ATEROSCLEROSI
CORONARICA SIGNIFICATIVA ATTRAVERSO L’ANALISI MATEMATICA DELLE
COMPONENTI SPETTRALI DEL SEGNALE ECG CON COMPARAZIONE AI DATI
CORONAROGRAFICI IN PAZIENTI SINTOMATICI: PRIMA ESPERIENZA
ITALIANA
Guido Canali1, Giulio Molon1, Daniele Marangoni2, Enrico Barbieri1
1
U.O. di Cardiologia, Ospedale Sacro Cuore, Negrar, Verona,
2
Ingegnere Consulente, Verona
La tecnica di Analisi Matematica MultiFunzione delle Componenti
Spettrali del segnale ECG (Multifunction CardioGraphy, MCG) permette di
estrarre dal segnale ECG tutto il contenuto di informazioni presente anche
a livello di microVolt, rilevando la presenza di microischemia miocardica
anche a riposo, non valutabile sul tracciato ECG standard. La nostra
esperienza (prima in Italia) è di circa 8 mesi su oltre 110 pazienti già
selezionati per la coronarografia (CGF) ed ha l’unicità della sequenzialità
dei test, l’analisi della presenza di circoli collaterali alla CGF e l’analisi in
dettaglio delle patologie inerenti la maggior parte dei pazienti risultati
falsi positivi/negativi in modo da stabilire i limiti del test.
L’analisi MCG consiste nel rilevamento a riposo di alcuni segnali
elettrocardiografici per un tempo di circa 5 minuti: un segnale viene
utilizzato come segnale di riferimento (Input/Reference) ed uno come
segnale di uscita (Output). Secondo la teoria dei Sistemi la crosscorrelazione nel dominio della frequenza tra questi 2 segnali fornisce
informazioni relative al Sistema (Modello Cardiovascolare) analizzato. I
segnali registrati vengono inviati ad un Server matematico (Premier Heart,
USA) che esegue 5 analisi matematiche in parallelo. I risultati vengono
comparati con un database di 40 000 pazienti analizzati con la stessa
metodica e confrontati con la CGF. I risultati sono accessibili tramite Web
criptato.
Risultati relativi ai 111 pazienti con CGF di confronto
Sono stati esclusi:
- pazienti con altre patologie concomitanti (valvolari, CMPD grave, ecc.): 9
- pazienti borderline (nei quali il valore di occlusione è al limite in assenza
di altre indagini tipo IVUS): 5
- pazienti con tracciato MCG di qualità scadente: 3.
Pazienti totali inclusi: 93
Pazienti con test MCG positivo/negativo: 58/35
Sensibilità: 92.1%
Specificità: 73.8%
Il valore di sensibilità è più elevato in raffronto con lavori pubblicati
precedenti (sensibilità 88-90%) perché abbiamo usato un criterio più
sensibile (valore soglia di positività/negatività - score 3 invece di 4) come
suggerito recentemente a Medicare ma mai testato. Il valore di specificità
è mediamente più basso (rispetto agli altri dati MCG pubblicati - 80%) ma
abbiamo rilevato che i pazienti risultati falsi positivi sono pazienti per la
maggior parte diabetici e quindi con verosimili problemi microcircolatori
(in cui la MCG segnala microischemia).
È stata anche analizzata la presenza di circoli collaterali in pazienti che
risultavano positivi alla CGF (>70% occlusione coronarie o >50% tronco
comune) ma negativi alla MCG (che quindi non rilevava problemi di flusso
alla microcircolazione). Molti dei pazienti con risultati contradditori tra
CGF e MCG presentavano circoli collaterali visibili.
128S
G ITAL CARDIOL | VOL 12 | SUPPL 1 AL N 5 2011
Il metodo Multifunction CardioGraphy (MCG) è un metodo rapido,
semplice da usare, senza rischi per il paziente e a costi molto contenuti.
I dati di sensibilità consentono di ritardare la coronarografia (e/o di
eseguire altri esami non invasivi per una decisione finale) per una migliore
gestione del paziente sintomatico senza segni elettrocardiografici o
biochimici di infarto.
P344
ROLE OF ELECTROCARDIOGRAPHY IN EARLY DIAGNOSIS OF LOEFFLER’S
ENDOCARDITIS
Gaia Tallerini1, Maria Chiara Gatto2, Igino Genuini2, Massimo Delfino1
1
Dipartimento di Medicina Clinica, 2Dipartimento di Scienze
Cardiovascolari, Respiratorie, Nefrologiche e Geriatriche, Policlinico
Umberto I, Roma
Objective. To report a case of Loeffler’s endocarditis without clinical
evidence of heart disease and outcome.
Material and methods. A 73-year-old man, retired wood carpenter, exsmoker, with hypertension and history of asthma was referred to our
institution from surgical department where was programmed a total
thyrodectomy for thyroid multinodular goiter manifested as mediastinal
syndrome. The reason for the transfer was the persistent elevation of
leucocyte eosinophil count in pre-operative routine’s analysis. Preoperative electrocardiogram (EKG) was normal. Further diagnostic studies
were performed.
Results. Leucocyte count was: WBC 19.070/mcL with 4.950/mcL eosinophils
on the first day, and WBC 30.160/mcL with 14.830/mcL eosinophils on the
second day. Physical examination showed blood pressure 130/70, pulse
was 65 beats/min, regular; temperature was normal; the patient was
asymptomatic for chest pain and other signs of heart failure; peripheral
pulses were normal. Chest auscultation revealed no rales or wheezes. The
first and second heart sounds were normal and the patient had no
murmur. Were ruled out all causes of hypereosinophilia. A following
control of 12-lead ECG, showed normal PR and QRS configuration,
inverted T waves in II, aVF and from V3 to V6 without any cardiac
symptoms. Markers of myocardial damage and serum electrolytes were
normal. Blood tests showed HB 13.5 mg/dl, platelets: 248 000/mcL,
fibrinogen 431 mg/dl, CRP 800 mmol/L, D-dimer 830 ng/dl, total serum IgE
(PRIST) was 1061 IU/ml and specific serum IgE (RAST) did not reveal any
additional information. Serum autoantibodies as ASMA, ANA, ENA and
p-ANCA were negative. Functional respiratory test showed a moderate
obstructive ventilatory deficit. Transthoracic echocardiography showed
increased left ventricular size; no regional wall motion abnormalities,
normal systolic function, mild mitral and tricuspid insufficiency. Due to
recent and persisting inverted T waves at ECG a coronary angiography
was performed: no significant coronary artery disease was found.
Ventriculography examination revealed an apical minus image. Cardiac
magnetic resonance (CMR) showed apical stratified parietal small
thrombus; administration of gadolinium showed a delayed enhancement
due to inflammation with involvement of endocardial tissue. Two weeks
later, after corticosteroid therapy and low molecular weight heparin
administration, laboratory tests showed a normal eosinophil count. At 5
weeks after starting treatment, ECG showed T-waves normalization, but
ventricular bigeminism probably due to endocardial involvement arose.
Three months later ECG was normalized and a control CMR showed
cardiac damage improvement with thrombus size reduction. Patient
continued oral corticosteroid treatment for another three months.
Conclusion. This unusual case report and outcome, suggests that Loeffler’s
endocarditis can develop in a first stage as asymptomatic disease and that,
as in this case, electrocardiogram was the spot light that allow an early
diagnosis and treatment, determining an improvement of cardiac
damage. The 12-lead ECG continues to provide vital information and still
remains the cardiologist’s best friend.
P345
FOLLOW-UP A BREVE TERMINE DOPO CARDIOVERSIONE DI FIBRILLAZIONE
ATRIALE: VALORE PROGNOSTICO DELL’ECTOPIA SOPRAVENTRICOLARE E
RUOLO DELLA DIAGNOSTICA STRUMENTALE
Gennaro Ratti1, Gregorio Covino1, Cristina Capogrosso2,
Mario Iannaccone1, Diletta Castaldo2, Paolo Tammaro1,
Cosimo Fulgione2, Carlo Tedeschi2, Paolo Capogrosso1
1
U.O.C. di Cardiologia-UTIC, Ospedale San Giovanni Bosco, Napoli,
2
U.O.C. di Cardiologia, Ospedale San Gennaro, Napoli
Background. I pazienti sottoposti a cardioversione (CV) per il primo
episodio di fibrillazione atriale (FA) persistente, in assenza di cardiopatia
organica, non vengono sottoposti a terapia antiaritmica preventiva,
perché sono in genere considerati a basso rischio.. Tuttavia, la recidiva di
FA in questi soggetti è in genere bassa, ma non assente. Risulta però,
difficile identificare il setting clinico in cui potrebbe essere, comunque,
utile un trattamento farmacologico. È stato già osservato come vi possano
essere delle relazioni fra ectopia sopraventricolare ed eventuali recidive di
FA precedentemente cardiovertite.
Scopo. Abbiamo voluto valutare non solo se la presenza ed il numero di
battiti ectopici sopraventricolari (BESV) possa essere indice di recidiva me
se le metodiche comunemente usate nel follow up a breve termine, quali
ECG dinamico secondo Holter (ECG-H) e test ergometrico (TE), possano
aiutarci ad identificare quei pazienti che possono essere più a rischio.
Materiali e metodi. Abbiamo selezionato ed analizzato retrospettivamente,
POSTER
51 pazienti sottoposti a CV per primo episodio di FA (28M e 23F) (età media
47±11 anni). Sono stati considerati criteri di esclusione la presenza di:
diabete, ipertensione arteriosa, evidenza di vasculopatia o cardiopatia
organica. Tutti i pazienti in base alla presenza di una recidiva nei 3 mesi
successivi alla CV, sono stati divisi in 2 gruppi: Gruppo A (15 pazienti che
avevano presentato una recidiva) e Gruppo B (36 pazienti che non avevano
presentato recidiva). Di questi sono state quindi, valutate le registrazioni
ECG-H ed i tracciati del TE (praticati nel follow-up post-dimissione, a 4
settimane). All’ECG-H sono stati considerati il numero totale di BESV isolati
oppure il numerso e la durata massima di eventuali runs (SVT) nelle 24 ore,
mentre al TE sono stati considerati il numero/minuto di BESV ed il numero
totale e la durata massima di SVT durante l’esercizio e nella fase di recupero.
I dati sono stati espressi come medie ± DS. Per l’analisi statistica è stato usato
il test T di student per dati non appaiati. Valori di p<0.05 sono stati assunti
come limite di significatività statistica.
Risultati. All’ECG-H non sono state rilevate differenze statisticamente
significative nei due gruppi per quanto riguarda il numero di BESV isolati
(Gruppo A 138±179 vs Gruppo B 101±121; p=NS), differenze invece sono
state osservate per quanto riguarda il numero (Gruppo A 10±12 vs Gruppo
B 3±4; p <0,05) e la durata (Gruppo A 9±7 battiti vs Gruppo B 4±6 battiti;
p<0.05) degli episodi di SVT. Al TE invece sono state osservate differenze
statisticamente significative sia per quanto riguarda il numero di BESV
(Gruppo A 11±13 vs Gruppo B 3±9; p<0.05) sia per quanto riguarda il
numero (Gruppo A 1.4±1.9 vs Gruppo B 0.25±0.65; p<0.05) e la durata
(Gruppo A 2.2±2.8 battiti vs Gruppo B 0.68±1.5 battiti; p<0.05) di episodi
di SVT insorti durante lo sforzo.
Discussione. È molto importante per il cardiologo clinico identificare i
soggetti a rischio di recidiva di FA. La presenza e il numero di BESV
costituiscono elementi di importante significato prognostico. Tuttavia,
sembra che per tipizzare le sottopopolazioni a rischio di recidiva, la
metodica che risulta più utile sia il TE, mentre poco affidabile si rivela
l’ECG-H. Per quanto riguarda l’evidenza di SVT, sembra che questa abbia
un peso prognostico comunque sia rilevata (con ECG-H o con TE).
Conclusioni. I risultati dimostrano che le tecniche strumentali di comune
impiego nel follow-up di questi pazienti, possono aiutarci ad identificare,
anche se con diversi gradi di affidabilità, quei soggetti che potrebbero
beneficiare di un trattamento antiaritmico preventivo da assumere
almeno per i primi mesi dopo la CV.
P346
CARDIAC ADAPTATIONS IN SPINAL CORD INJURY PATIENTS
Olga Vriz1, Arianna Ius1, Daniela Pavan2, Emiliana Bizzarrini3,
Eduardo Bossone4, Francesco Antonini-Canterin5
1
Cardiologia, San Daniele del Friuli, 2Cardiologia, San Vito al
Tagliamento, 3Riabilitazione Gervasutta, Udine, 4Cardiochirurgia,
Polclinico San Donato, Milano, 5Patologia Cardiovascolare e
Aterosclerosi, Pordenone
Background. Modifications in physical activity lead to marked changes in
cardiac structure, ranging from the “physiologic” hypertrophy of the
endurance trained athletes to the “physiologic” atrophy of chronically
deconditioned patients. Aim of our study was to assess the effect of
chronic deconditioning on cardiac dimensions and function in subjects
with spinal cord injury (SCI), who represent a human in-vivo model of
extreme inactivity.
Methods. The study population consisted of 130 male subjects free of
over cardiovascular disease: 47 SCI cases (mean age 43.89± 11.9 years,
permanently on manual wheelchair, mean time since injury 22.12±14.5
years) and 83 able bodied persons (ABP) (mean age 45.44±12.2 years; p=
ns). No subjects were on dugs except for bladder control medications in
the SCI group. By transthoracic echocardiography the following
parameters were measured: left ventricle end-diastolic and end-systolic
diameters, diastolic thickness of intraventricular septum, and posterior
wall, LV mass index (LVMI), relative wall thickness (RWT), end-systolic
(ESV) and end-diastolic volumes, ejection fraction (EF), stroke volume
(SV), cardiac output (CO), Sm by TDI on mitral annulus, LV end-systolic
elastance (Ees: ESP/ESV, where ESP is 0.9xSBP) and Ea/Ees ratio index of
ventricular-arterial coupling where Ea, arterial elastance, was calculated
as ESP/SV.
Results. LVMI was similar in the two groups (108±26 vs 107±24 g/m2; p=ns,
SCI vs ABP respectively) but RWT was higher in the SCI group (36±8 vs
33±5; p=0.01). LV function was characterized by similar EF and SV, but SCI
subjects had higher Sm (9±2 vs 10±2 cm/s, p=0.002), and lower Ea/Ees
(0.51±0.16 vs 0.64±0.28, p=0.002).
Conclusions. SCI is associated with a concentric remodeling of the left
ventricle. Resting longitudinal systolic function appeared increased in SCI
group while Ea/Ees was reduced. The knowledge of these findings could
be useful for understanding the pathophysiology of the cardiac
adaptation to physical inactivity.
P347
UN CASO ATIPICO DI CARDIOMIOPATIA TAKO-TSUBO RECIDIVANTE
Nicola D’Amato, Maria Grazia Campagna, Francesca Bux,
Carlo D’Agostino
U.O.C. di Cardiologia, Ospedale “Di Venere”, Bari
Background. La cardiomiopatia tako-tsubo (CTT) è una rara sindrome
solitamente indotta da stress, che esordisce spesso con caratteristiche simili
alla sindrome coronarica acuta (SCA), ed è caratterizzata da disfunzione
transitoria della contrattilità del ventricolo sinistro (VS) e coronarie
angiograficamente normali. La prognosi nella maggior parte dei casi è
favorevole, ma la CTT può recidivare. Sono segnalati, però, anche sporadici
casi di CTT atipici per modalità di presentazione.
Descrizione del caso. Descriviamo un caso di CTT in una donna di 81 anni,
che si ricovera in UTIC per sospetto STEMI complicato da shock cardiogeno,
esordito con dispnea a riposo non accompagnata da dolore toracico. È
presente febbre (37.8°C). L’elettrocardiogramma (ECG) all’ingresso mostra
tachicardia sinusale a 124/min, sopralivellamento del tratto ST di 2 mm in
sede anteriore estesa. L’ecocardiogramma bidimensionale (ECO) mette in
evidenza: FE 25%, acinesia dei segmenti medio-apicali del VS ed
ipercinesia compensatoria dei segmenti basali (apical ballooning). L’analisi
ECO 2D-strain (XStrain Esaote) documenta in modo quantitativo i
parametri della deformazione contrattile del VS, che risulta alt