Relazione al Seminario ADI – Associazione Docenti Italiani “Il dito e la luna” Puntiamo lo sguardo sulle competenze. Nuovi tempi, spazi e modi di fare scuola Bologna, 25-26 febbraio 2011 di Mariagrazia Marcarini Titolo molto simbolico, per un seminario internazionale che ha cercato di porre lo sguardo sulle competenze e sui nuovi modi di “fare scuola”. Il dito che indica la luna, che campeggia sulla locandina del seminario, si riferisce ad un proverbio cinese, ripreso poi da Angelo Branduardi in una sua canzone, che dice: “Quando il dito indica la luna, lo sciocco guarda il dito”. Mantenere il nostro sguardo sul dito e non sulla luna significa essere incapaci di guardare alle cose importanti, alla loro essenza. Non volgere lo sguardo alla complessità fa sì che non si riesca a percepire la realtà. E’ questo lo scopo del seminario internazionale organizzato dall’Associazione docenti italiani (Adi) in collaborazione con la Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo e il Centro studi Erickson. Negli ultimi anni è andato aumentando sempre più, da parte degli studenti, il rifiuto della scuola, o meglio di un certo modo di “fare scuola” che si sta rivelando obsoleto e inadeguato alle esigenze dei tempi. Infatti, è difficile per gli insegnanti pensare ad una scuola diversa da quella che hanno frequentato loro da ragazzi, e i ragazzi di oggi diventano sempre più insofferenti ad una didattica che li vede quasi sempre come “contenitori” da riempire e quasi mai soggetti attivi e consapevoli del proprio apprendimento. Apprendimento in cui devono essere, appunto, sviluppate l'identità del soggetto e la coscienza di sé, che derivano dallo sperimentarsi come soggetti pensanti, protagonisti del proprio processo formativo, responsabili del proprio futuro e non esecutori passivi di proposte provenienti da altri. E’ una scuola che difficilmente riesce a coniugare, come richiede il paradigma delle competenze, “qualità e riuscita per tutti”. L’apprendimento per competenze è distinto dall’apprendimento per contenuti e conoscenze che ha caratterizzato e che tuttora caratterizza la nostra scuola. Analizzando i modelli didattici presenti nella scuola, al di là da isolati tentativi di cambiamento, emerge che le istituzioni scolastiche rimangono un luogo dell'isolamento dal reale, un luogo nel quale ogni problema è riferito alla sua dimensione puramente culturale ed astratta. Nella scuola tradizionale l'apprendimento è volto a memorizzare informazioni e, quindi, l'oggetto prodotto dallo sforzo di apprendere è l'elaborato culturale e non l'esperienza dei ragazzi stessi che, attraverso gli strumenti culturali forniti dalla scuola, devono imparare a sviluppare, codificare, organizzare e controllare i propri saperi. Nella risoluzione del Consiglio d’Europa di Lisbona del 2000, è stata esplicitata la necessità di investire sul capitale umano come promotore di sviluppo e sull’educazione, sulla formazione e istruzione che costituiscono le modalità principali di sviluppo del capitale umano. Il Consiglio d’Europa ha indicato come obiettivi prioritari l’aumento dell’istruzione dei giovani, l’apprendimento lungo tutto l’arco della vita, l’attenzione alle nuove tecnologie dell’informazione ed una ridefinizione dei curricoli scolastici verso un apprendimento per competenze, in cui sia necessario riflettere su quali competenze sviluppare. Pertanto, l’apprendimento per competenze, ha come obiettivo primario quello di garantire a tutti le competenze essenziali per diventare cittadini in grado di costruire la propria vita, con responsabilità e autonomia e di inserirsi attivamente nella società e nel lavoro. Gli insegnanti sono oggi chiamati a questo compito, è una sfida che devono affrontare se vogliono essere una risorsa per gli studenti. Il seminario di quest’anno si riannoda, senza soluzione di continuità, a quello dello scorso anno: “Perché mi bocci? La sfida dell’apprendimento personalizzato”. Infatti, l’apprendimento per competenze, che si collega alla personalizzazione è, per così dire, l’altra faccia, e insieme si sviluppano per costruire una scuola nuova. E’ molto difficile definire cosa sono le competenze, non sono solo conoscenze, somme di saperi, saper fare o saperi procedurali e non sono neanche la somma di abilità e conoscenze. Le competenze sono indicate nel quadro Europeo delle Qualifiche e dei Titoli come “la capacità di usare conoscenze, abilità, capacità personali, sociali e/o metodologiche, in situazioni di lavoro o di studio e nello sviluppo professionale e/o personale”. In sostanza, le competenze sono descritte in termini di responsabilità e autonomia, capacità di adattamento e problem solving, flessibilità, impegno e disponibilità al cambiamento, quindi un “saper essere” che si riverbera in tutti gli ambiti della vita. “Si impara fin che si vive e si comincia a morire quando si smette di imparare” è questa logica che sottende le competenze: il longlifelearning. Infatti, l’apprendimento formale, non formale e informale, sono parte delle competenze proprio perché non bastano più solo i saperi didattici per dire che una persona è “competente”. L’apprendimento per competenze ha messo in crisi i curricoli e la suddivisone disciplinare, la rigida scansione degli orari scolastici ed, infine, i luoghi e gli spazi dove avviene l’apprendimento. Il seminario si è sviluppato in tre sessioni tra loro collegate, per avere uno sguardo complessivo sui possibili nuovi modi di “fare scuola” dal punto di vista di un apprendimento per competenze: • Nuovi modi di insegnare e nuovi tempi per imparare; • Nuove architetture per apprendere; • Italia: nuovi scenari per apprendere competenze nelle scuole autonome. Durante la sessione di venerdì mattina, coordinata da Norberto Bottani, Analista di sistemi d’istruzione e Consigliere della Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, sono state inquadrate le tematiche che si riferiscono ai nuovi modi di apprendere ed organizzare i “tempi” della scuola in un panorama comparato internazionale. Si è aperta la sessione con la relazione del prestigioso e importante sociologo dell’educazione François Dubet, Professore all'Università di Bordeaux II e Direttore dell'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales (EHESS). Dubet ha dedicato molta parte del suo lavoro alla sociologia dell'educazione e all'emarginazione dei giovani. Ha coordinato rapporti per il ministero dell'educazione francese, per esempio sulla scuola media nel XXI secolo, ha fatto parte della commissione Thelot per la riforma dell'istruzione in Francia, che è sfociata nell'approvazione dello “zoccolo comune di conoscenze e competenze”. Con la sua relazione dal titolo: “Nuove rotte per insegnare e apprendere competenze” ha analizzato quali possono essere le cause che tuttora impediscono a tanti ragazzi di apprendere e che determinano il loro fallimento scolastico. Uno tra i motivi che maggiormente può essere considerato come causa è il danno provocato dai curricoli che pongono obiettivi troppo vasti e troppo alti, e che sono in contrasto con una definizione di un nucleo essenziale di competenze. C’è in pratica una richiesta “di eccellenza” per tutti che però impedisce ai più deboli di apprendere e che al contrario, per quanto paradossale possa sembrare, non aiuta gli alunni migliori a raggiungere livelli elevati di apprendimento. Terminando la sua relazione Dubet si è rivolto agli insegnanti e li ha invitati a porre la loro attenzione verso la modernità che non deve più essere considerata elemento “distruttore”, ma forza positiva per tentare un rinnovamento della scuola. Ha concluso dicendo che “La scommessa, sta nel convincere gli insegnanti che nel cambiamento ci guadagneranno molto di più, piuttosto che continuare a considerarsi difensori di un tempio già invaso”. Il secondo relatore è stato il ventottenne finlandese Teemu Arina, estroso futurologo finlandese che è il fondatore di Dicole OY. All’età di 16 anni è diventato “imprenditore” di una propria compagnia. È anche oratore e scrittore orientato sulle trasformazioni che la società digitale sta producendo e produrrà nel campo della conoscenza, dell'apprendimento, del management ecc… Come direttore di Dicole Ltd. ha implementato, consigliato e guidato nuovi approcci nell'uso dei social media. Arina con la sua relazione dal titolo “Cloud learning: da un apprendimento statico a uno dinamico” ha portato tutti nel mondo del “Cloud learning”, letteralmente nuvola d’apprendimento, che è una recente innovazione e che riguarda “apprendimento mediante web”. In sostanza, si utilizzano le risorse didattiche direttamente sul web. Arina dà molta importanza a termini come apprendimento informale e apprendimento mobile. L’apprendimento informale, quello che avviene fuori dalla scuola e dalle strutture formali preposte all’insegnamento, ha un significato più sociale e molto facilmente può trasformarsi in apprendimento formale. L’apprendimento mobile si riferisce ad un apprendimento esploratorio e in tempo reale, attraverso e-learning e dispositivi mobili, che si integra con gli spazi dell’apprendimento informale: essere mobili significa che il contesto ci attornia, applicare il contesto al contesto stesso, attraverso l’apprendimento mobile, permette di utilizzare il contesto in modo migliore, che è più appropriato per le abilità di problem solving, perché permette di capire le cause e di immaginare possibili soluzioni. Inoltre, i dispositivi di apprendimento mobile sono anche eccezionali strumenti di comunicazione interpersonale perché creano un apprendimento di co-scoperta (le persone cooperano insieme per risolvere i problemi) e sviluppano ricerche cooperative, approcci di collaborazione ed abilità efficaci di comunicazione. Un apprendimento che è un’avventura collettiva di esplorazione collaborativa della quale tener conto. Ha chiuso la sessione di venerdì mattina l’inglese Max Wind-Cowie che dirige il Progressive Conservatism Project a Demos a Londra. Demos è il noto think-tank inglese guidato per molti anni da Tom Bentley. Il Progressive Conservatism Project è un progetto che esplora in che modo finalità progressiste possono essere perseguite con strumenti conservatori. Max Wind-Cowie, che si interessa particolarmente di qualità della vita, equità e disuguaglianze sociali, nella sua relazione “Libertà e innovazioni nell’uso del tempo scuola” ha affrontato temi dell’orario e del calendario scolastico e della necessità di renderli più flessibili per poter impostare una didattica impostata sulle competenze. Ha dimostrato che l’organizzazione del tempo scuola e la distribuzione delle vacanze scolastiche, non soddisfano più le esigenze e i modi di apprendere del XXI secolo. E’ necessaria una maggiore flessibilità. L’abolizione della campanella, che è l’elemento emblematico e simbolico dell’attuale rigida divisone del tempo, delle discipline e delle classi che rappresenta la scuola uniforme e rigidamente strutturata, è stata la sua proposta provocatoria. Max Wind-Cowie ritiene sia necessario cambiare l’organizzazione del tempo nella scuola, sia l’orario, sia la distribuzione delle vacanze scolastiche, perché tale organizzazione non soddisfa più le esigenze dei modi di apprendere del XXI secolo. Quindi, un diverso calendario scolastico e l’abolizione delle vacanze estive troppo lunghe e deleterie per l’apprendimento, senza tuttavia necessariamente aumentare i giorni di scuola. Inoltre, per Max Wind-Cowie la scuola pubblica deve saper conquistare “più libertà” e gli insegnanti dovrebbero essere i promotori di una rivoluzione organizzativa che sia più adatta alle attuali esigenze di apprendimento. Nel pomeriggio si è svolta la seconda sessione coordinata da Paolo Ferri, Professore di Tecnologie Didattiche e Teoria e Tecnica dei Nuovi Media, Università Milano Bicocca. Lo sguardo si è posato su nuove architetture scolastiche, con una dovizia di immagini che hanno visivamente illustrato le possibili scuole del XXI secolo, già in parte realizzate in vari paesi del mondo e i relatori hanno ragionato su come sia possibile che la scuola, in termini di struttura progettata con flessibilità, diventi “terzo educatore”. Il primo relatore è stato l’architetto austriaco Christian Kühn, Preside della Facoltà di Architettura e Scienze delle costruzioni all'Università di Vienna dal 2008 e professore ordinario nella stessa facoltà dal 2001. Con la sua relazione “Giù i muri. Le scuole senza classi” ha attraversato quattro secoli di storia dell’edilizia scolastica, ed ha collegato la pedagogia all’architettura dimostrando che i nuovi obiettivi pedagogici e culturali del XXI secolo, come quelli posti dall’OCSE DESECO: agire in modo autonomo, servirsi di strumenti in maniera interattiva, interagire in gruppi eterogenei, contrastano con la tipologia degli edifici scolastici del XX secolo. Mostrando molte immagini di scuole innovative e illustrando la Piattaforma SchulUMbau, 2010, una Carta in 11 punti per la progettazione di strutture e infrastrutture educative per il XXI secolo, ha evidenziato che non servono più scuole-caserme, in cui si trovano lunghi corridoi e aule tutte uguali in fila, ma spazi aperti con isole per le diverse tipologie di apprendimento. Successivamente, Marino Bonaiuto, Professore Ordinario alla Facoltà di Medicina e Psicologia all'Università Sapienza di Roma e vicedirettore del CIRPA (Centro Interuniversitario di Ricerca in Psicologia Ambientale che dal 2005 si propone di promuovere e sviluppare in Italia il campo della Psicologia Ambientale), con la sua relazione “L'impatto dell'ambiente scolastico su apprendimenti e comportamenti: il punto di vista della psicologia ambientale” ha mostrato come gli edifici scolastici abbiano un ruolo fondamentale, ma spesso sottovalutato, per il buon funzionamento delle istituzioni educative, dato dalle caratteristiche fisiche e spaziali degli ambienti e dei luoghi in cui si svolgono le attività scolastiche. L'ambiente scolastico, a tutti i livelli, può quindi essere considerato come un “terzo educatore”, oltre ai pari e agli insegnanti stessi. Le scuole se ben progettate sono quindi un prerequisito per lo sviluppo di modelli di apprendimento efficaci. Bonaiuto ha mostrato con molti esempi come gli ambienti in cui si vive e si studia influenzino l’apprendimento e la socializzazione. Ha, inoltre, analizzato le caratteristiche delle classi aperte, elencandone i vantaggi (minor costo, spazi flessibili, sviluppo di autonomia e spirito d’iniziativa degli studenti) e gli svantaggi (incremento di rumore e distrazioni, irritabilità, ansia, nervosismo, scarso coinvolgimento). Infine, l’ultimo relatore della sessione è stato l’architetto Giorgio Ponti, membro del Governing Board dell’OECD/OCSE CELE (Centre for Effective Learning Environment) di Parigi e Coordinatore dell’Area Architettura Educativa del CISEM (Centro per l’Innovazione e la Sperimentazione Educativa Milano) che ha proiettato molte immagini di modelli architettonici per una nuova architettura educativa, spaziando dall’Australia al Bangladesh, dal Regno Unito alla Svizzera, dall’Islanda al Giappone. In sostanza, ha tracciato le principali caratteristiche della nuova architettura scolastica, che possono essere sintetizzate in efficienza degli spazi, flessibilità e multifunzionalità, simbolismo, estetica, architettura come terzo educatore, nuove opportunità educative, qualità del progetto e delle procedure, nuove tecnologie e domotica, sicurezza e Disaster Management e, infine, sostenibilità ambientale. Nella mattina di sabato si è sviluppata la terza sessione del seminario. La sessione coordinata da Mario Quaranta, Docente di Filosofia, autore di innumerevoli opere, tra cui alcuni capitoli della Enciclopedia della Storia del Pensiero Filosofico e Scientifico curata da L. Geymonat, era suddivisa in due parti. Una prima parte in cui Quaranta, dopo aver rapidamente ripercorso le tappe della storia della scuola in Italia, ha introdotto la rappresentazione di sei giovani attori dell’Accademia di Arte Drammatica diretti dalla regista Rossella Dassu su un affascinante testo di Rosario Drago che è esperto conoscitore della realtà scolastica italiana, è stato docente, dirigente scolastico, ispettore, consigliere di vari ministri, ruoli che gli hanno permesso di sviluppare una vastissima e approfondita cultura teorica e pratica della scuola. La rappresentazione “Elenchi delle cose da fare e da non fare nella scuola delle competenze”, contemporaneamente satirica e drammatica ha posto l’attenzione su dieci questioni importanti e controverse della scuola in Italia, dai curricoli per competenze, all’istruzione e formazione professionale, dall’integrazione handicap alla valutazione, dall’orario all’edilizia scolastica. La rappresentazione, molto intensa è stata accolta da molti applausi a scena aperta. Successivamente, si è svolta la Tavola Rotonda sul tema “Insegnanti di fronte alla sfida dell’insegnamento per competenze” cui hanno partecipato Anna Maria Poggi Presidente della Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo e Professore Ordinario di Istituzioni di Diritto Pubblico alla Facoltà di Scienze della Formazione dell'Università di Torino, Carlo Marzuoli Professore Ordinario di Diritto Amministrativo alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università di Firenze, Andrea Ichino Professore Ordinario di Economia delle risorse umane presso l'Università degli Studi di Bologna, Antonino Petrolino Dirigente scolastico, profondo conoscitore del mondo della scuola e chiamato dal ministero come consulente, che hanno discusso sulla valutazione degli insegnanti considerando, pur in un contesto più generale, lo stato giuridico e la decentralizzazione. Dal dibattito che ne è seguito, sono emerse, ancora una volta, posizioni molto differenziate e a volte distanti sulle finalità e modalità della valutazione dei docenti. Pur essendoci da parte di tutti un atteggiamento favorevole alla valutazione, è emerso quanto sia difficile trovare un accordo e una visione comune su questo tema. Le domande sono tante sul "come premiare" e sul "chi premiare". Premiare il buon insegnante? Premiare chi ha fatto innovazione? C’è un generale accordo sul fatto che gli insegnanti rappresentano un nodo fondamentale nelle strategie di riforma della scuola, ma emerge che questo lavoro, così delicato e strategico, non è ancora riuscito a trovare i modi e la strada per rinnovarsi. Molti sono stati i temi indagati nel seminario dell’ADI e si è cercato di approfondire alcuni aspetti correlati alle competenze, alla parcellizzazione delle discipline e dei loro contenuti, all’acquisizione di competenze che sono, come si è visto, olistiche. Se il modo di proporre la lezione, quasi sempre frontale, sia ancora adatto e coerente con i nuovi modi di apprendere delle ultime generazioni. E ancora, se sia adeguata, ad uno sviluppo delle competenze di autonomia e responsabilità, la rigida organizzazione delle classi, degli orari giornalieri e dei tempi scuola, con vacanze estive lunghissime, tempi scanditi ancora da suoni di campanelle uguali per tutti e con lezioni quasi sempre concentrate al mattino e scuole deserte al pomeriggio. Ed infine gli insegnanti: il loro stato giuridico, la valutazione, la differenziazione della carriera, sono temi che si rincorrono da anni. Restano comunque aperte molte questioni e sembra sempre più necessario ripensare al governo del sistema scolastico. Quindi che fare? Come modificare la condizione degli insegnanti e degli studenti che sono di fronte alla sfida di un cambiamento che non ha uguali nella storia della scuola? Sicuramente è importante continuare lo scambio di idee, la costruzione di un’elaborazione collettiva e collaborativa dei temi cruciali affrontati nel seminario a partire da quello della valutazione dei docenti.