M U S I C A
GIÀ LA MENSA È
PREPARATA
Appunti sparsi sul cibo e sulle occasioni
conviviali nel teatro d’opera
Michele Suozzo
Mangiare a teatro
In teatro, un tempo, si mangiava e fino a pochi anni fa,
a Parma, considerato il tempio dell’opera verdiana, negli
antipalchi c’erano prosciutti che venivano affettati, e
cose da consumare soprattutto durante gli intervalli. I
teatri stranieri sono molto più ricchi di cibo rispetto a
quelli italiani: da noi c’è il bar, ma se andiamo al
Metropolitan, o in teatri tedeschi dove l’opera inizia alle
cinque o alle sei del pomeriggio, si cena quasi sempre
durante gli intervalli o dopo l’opera e il teatro prevede
spazi e strutture adibite a tali occasioni conviviali.
Wagner pensava alla sua rappresentazione come a
qualcosa che doveva occupare l’intera giornata e pertanto bisognava pensare anche al mangiare; a Beyreuth
l’intervallo fra un atto e l’altro ha la durata di un’ora, sufficiente per mangiare qualcosa; gli ottoni poi segnalano
la ripresa della rappresentazione.
A Glyndebourne, oggi, è previsto un intervallo lungo per
il pasto: si va in scena di pomeriggio e il pasto contemplato è quello serale, fra il penultimo e l’ultimo atto.
Nei teatri italiani, a partire dall’epoca di Verdi, non si
mangiava più tanto a teatro; se non le famose caramelle che, ancora oggi, tanto ci perseguitano nelle
sale da concerto. Forse non si mangiavano già più i
sorbetti, occasioni di distrazione per eccellenza tanto
che si chiamava aria del sorbetto l’aria meno importante dell’Opera. La grande rivoluzione dell’opera verdiana consiste proprio nel rendere importante ogni cosa,
ogni dettaglio: Verdi naturalmente si preoccupava di
creare un gioco di pieni e di vuoti, di creare una tensione e poi di scioglierla; mai, però, lo spettatore poteva
distrarsi: l’aria del sorbetto non poteva più continuare
ad esistere.
Vorrei ricordare un aneddoto citato in quel divertentissimo libro che è “I Teatri di Napoli” di Benedetto Croce: fu
la sua tesi di laurea. Il filosofo riporta l’episodio di una
dama incinta che, a teatro, venne presa da una voglia di
pizza: vista la fisiologia della situazione e l’assoluta
necessità di soddisfare urgentemente l’espresso desiderio, fu fatto portare in tutta fretta nella platea del teatro, al tempo privo di poltrone (gli spettatori assistevano
in piedi allo spettacolo), il carretto della pizza (la pizza,
al tempo, si faceva in strada sui carretti) e la signora fu
accontentata, con sua grande soddisfazione e senza
conseguenze per il frutto del suo grembo.
I personaggi delle opere
I personaggi delle opere vanno a cena quasi sempre
prima o dopo la rappresentazione della vicenda. In
opere più moderne, a volte si va a cena durante:
soprattutto nel teatro francese vi è spesso un elenco
preciso dei cibi e delle pietanze che verrano servite in
scena.
Sfamarsi e gustare
Nella società occidentale (ma non solo occidentale),
nel teatro d’Opera (ma non solo nel teatro d’Opera),
sul cibo convergono due principali atteggiamenti:
mangiare per sfamarsi e concedersi il piacere della
buona tavola.
La prima opera in cui si parla di cibo, di banchetti e di
assenza di cibo è “Il Ritorno di Ulisse in Patria”, del
primo grande geniale operista, Claudio Monteverdi; in
quest’opera il cibo è soprattutto il mezzo per sfamarsi.
Iro, personaggio già presente nell’Odissea di Omero,
non è un Proco ma è amico dei Proci e partecipa, da
parassita, ai loro banchetti, mangiando e bevendo
smoderatamente. Nell’Odissea fa da mezzano fra i
Proci e Penelope. Quando Ulisse, tornato a Itaca, si
presenta alla reggia in vesti di mendicante, apparentemente debole e fragile, Iro, pensando di poterne
approfittare, lo sfida a un comico duello alla fine del
quale Ulisse lo abbatte. Nell’Odissea, Ulisse lo uccide
con un pugno, non con le frecce come per i Proci, e
ciò rimanda alla statura vile del personaggio.
Nell’opera di Monteverdi, Iro è il gran mangiatore che
si sfama spinto da una drammatica necessità di nutrirsi. Quando i Proci vengono uccisi e finisce il loro dominio nella reggia di Itaca egli si dispera e in un grande
lamento burlesco, in una scena comica ma anche tragica, alla fine si dà la morte.
Io vidi i proci estinti;
i proci furo uccisi. Ah, ch’io perdei
le delizie del ventre e della gola!
Chi soccorre il digiun, chi lo consola?
Nel ritornello, “Chi soccorre il digiun, chi lo consola”, in
forma di recitativo (che pian piano storicamente evolverà nel teatro d’Opera verso la forma di “aria”), Iro
lamenta la perdita del cibo
M U S I C A
Chi più della tua fame
satollerà le brame?
Non troverai chi goda
empir del vasto ventre
l’affamate caverne;
non troverai chi rida
del ghiotto trionfar della tua gola.
Chi soccorre il digiun, chi lo consola?
Infausto giorno a mie ruine armato:
poco dianzi mi vinse un vecchio ardito,
or m’abbatte la fame,
dal cibo abbandonato.
L’ebbi già per nemica,
l’ho distrutta, l’ho vinta; or troppo fora
vederla vincitrice.
Voglio uccider me stesso e non vo’ mai
ch’ella porti di me trionfo e gloria!
Chi si toglie al nemico ha gran vittoria.
Coraggioso mio core,
vinci il dolore! E pria
ch’alla fame nemica egli soccomba
vada il mio corpo a disfamar la tomba.
Vista la fine della sua fonte di sostentamento, Iro
“corre” in modo tragicomico “a disfamar la tomba”.
gi mangiano, in cui spesso non mangiano niente, o in
cui sono pochi a mangiare.
I cori delle opere attuali sono spesso costituiti da un
numero doppio o triplo di coristi rispetto a quelli delle
opere ottocentesche: per questo motivo, nelle scene
corali, quasi nessuno si siede a tavola, o lo fa solo una
minoranza. Nel teatro d’Opera dell’ottocento i cori
erano per lo più costituiti da una ventina o una trentina
di persone, numeri che consentivano a tutti o quasi di
sedersi se invitati a farlo. Violetta diceva “miei cari
sedete” e probabilmente tutti o quasi si sedevano;
nelle opere temporalmente più vicine a noi spesso
gran parte dei coristi resta in piedi a guardare.
Mangiare e cantare
Nel teatro d’opera molto spesso non si mangia, per lo
più si beve, perchè non è possibile mangiare e insieme cantare. Mozart per due volte, nel suo teatro, ha
voluto sottolineare tale impossibilità e anzi l’ha sfruttata in senso comico: in Don Giovanni e nel Flauto magico. Nel tragico banchetto che precede la dannazione
di Don Giovanni (banchetto in cui si mangia fagiano e
si beve Marzemino) Leporello di soppiatto addenta
una coscia del fagiano (cosa non lecita ad un servo):
Don Govanni se ne accorge e per metterlo in difficoltà
e fargli capire che ha visto tutto gli chiede di fischiare,
cosa impossibile a bocca piena.
Nel Flauto magico Tamino e Papageno affrontano il
voto del silenzio, una delle tre prove iniziatiche imposte nel palazzo di Sarastro; quando i Geni portano una
ricca tavola imbandita Tamino non tocca cibo mentre
Papageno si avventa sulle pietanze. Pamina arriva e
chiede a Tamino di parlare ma vede che lui non le
parla; pensa che non l’ami più e canta quella meravigliosa aria che, come diceva Fedele D’Amico, è il centro del mondo. Pamina interroga anche Papageno il
quale non può rispondere perchè ha la bocca piena.
Cantare o parlare (come in quest’ultimo caso) e insieme mangiare non si può.
Cene annunziate
Nell’Opera ci sono spesso cene annunziate: nel finale
primo della Cenerentola, l’annuncio della cena imminente mette di buon umore un Dandini cronicamente
affamato e travestito da principe (“oggi farò da principe, per quattro vo’ a mangiar”) e lo stesso Don
Magnifico e le sue figlie, nobilastri in decadenza, una
bella mangiata al palazzo del principe se la fanno
molto volentieri: l’invito di don Magnifico ad andare
rapidamente a tavola è sicuramente dettato da un
desiderio di nutrirsi e di gustare le delizie attese e proposte dalla tavola principesca.
Anche in Falstaff viene annunciata una cena finale:
cena che ci sarà e dove chissà cosa si mangerà.
La tavola come luogo d’incontro
La tavola, nell’Opera, è innanzitutto luogo d’incontro,
di conversazione sociale, occasione per i personaggi
di manifestare i rispettivi caratteri: si trovano spesso
cene e pranzi in cui non ci è rivelato cosa i personag-
E’ interessante vedere come forse per ragioni di unità
scenica, uno dei più famosi banchetti della nostra civiltà, della nostra cultura, il banchetto di Erode nella
Salome di Wilde che diventerà l’opera di Strauss, la
cena avviene fuori scena; probabilmente perchè l’azione si svolge tutta in un unico luogo, una terrazza del
palazzo di Erode, sotto cui c’è la cisterna con il profeta rinchiuso. Salome entra in scena correndo via dal
banchetto e dai suoi invitati che non vuole vedere.
Ancora in Strauss c’è una cena nel finale di
“Capriccio”, il suo ultimo capolavoro. La contessa ha
visto che il fratello è corso a Parigi dietro alla bella attrice, alla Clairon, e sa che dovrà cenare da sola. Canta
la sua bellissima scena finale dopo la quale il cameriere pronuncia la storica frase “La cena è servita, signora Contessa”. Nel testo originale: “Frau Gràfin, das
souper ist serviert”.
E lei va, tristemente, da sola.
“La cena è pronta” è anche in Traviata e anche questa
è una cena che non vediamo. E’ il domestico a darne
l’annuncio in un’atmosfera di forte tensione che i personaggi vivono, sottolineata musicalmente da una
sorta di moto perpetuo delle parti orchestrali.
All’annuncio, tutti gli invitati escono e i personaggi principali possono affrontarsi nelle loro drammatiche situazioni.
I banchetti si svolgono spesso all’aperto; le tavole
sono imbandite con i prodotti della campagna: frutta,
pane, biscotti, dolci ma anche salami, prosciutti, carni,
salsicce si disputano l’attenzione dei nostri occhi sulla
scena di Don Giovanni per Von Karajan nell’edizione
salisburghese del 1987.
Anche nel pranzo di nozze di Butterfly, scena sempre
più prosciugata da Puccini nei vari rifacimenti, vi sono
personaggi abbastanza affamati: la famiglia di
Butterfly, si dice in più punti, è ridotta abbastanza male
e approfitta di questo matrimonio per mangiare e bere
in abbondanza.
In Verdi l’unica scena in cui il cibo è presente e viene,
inoltre, commentato è il rancio che Militone dà ai poveri nel quarto atto della “Forza del destino”: è una scena
comica, anomala in Verdi, in cui Militone elargisce con
un grande mestolo il “fondaccio” dal pentolone.
Banchetti di nozze
Molti i banchetti di nozze nel teatro d’Opera: le nozze
di Masetto e Zerlina in Don Giovanni, la festa di nozze
in Sonnambula, e così via. Molto curioso quello
dell’Elisir d’amore: un banchetto per le nozze fra Adina
e Belcore che non si sono celebrate e mai si celebreranno; tutti mangiano molto allegramente, compreso
Dulcamara che si nutre degli avanzi prima di incontrare il povero Nemorino con i suoi problemi e i suoi guai.
Nella messa in scena di Dario Michieletto per l’Opera
di Valencia (marzo 2011), l’azione dell’Elisir d’amore
Cibo e veleno
Vi sono cene tragiche o tragicomiche: in Shostacovich,
Lady Macbeth avvelena il detestato suocero con funghi velenosi; nel Dottor Miracle, la famosa operetta
che rivelò Bizet, Silvio serve al padre dell’amata, il
quale non vuole concedergli la mano della figlia, un’orribile omelette che egli crede avvelenata: sarà lui stesso, dopo un po’, a presentarsi come dottore, guarendolo dal presunto inesistente avvelenamento e ottenendo in cambio il consenso alle nozze.
ha luogo in uno stabilimento balneare odierno e più
che un banchetto di nozze, la festa di Adina sembra
una cena di addio al nubilato con tre boys marinai, di
cui uno di colore.
bohèmiens per pagare la cena devono ricorrere a un
sotterfugio: l’intraprendente Musetta farà sì che il
conto venga pagato dal suo vecchio Ganimede.
In Puccini c’è poi la famosa povera cena di Scarpia:
anche qui non sappiamo cosa si mangia; sappiamo
che si beve vin di Spagna perchè Scarpia lo offre a
Tosca. La cena è un’espressione sadica, interrotta
com’è dalle torture che si commettono nella stanza
accanto, dalle crudeltà morali del barone: alla fine
Scarpia dirà “la povera mia cena fu interrotta”.
L’ultimo grande banchetto operistico è quello del
Satiricon di Maderna, opera rappresentata nel 1973 in
cui è intorno a una tavola circolare, in una situazione
conviviale, che vengono raccontate varie novelle contenute nel Satirycon. Nell’opera di Petronio i piatti sono
descritti dettagliatamente.
La tavola in scena
In Cenerentola con regia di Ponnelle e direzione di
Claudio Abbado la tavola è portata in scena a sipario
aperto. In una produzione dell’Onegin con regia di
Dimitri Cerniakov, andata in scena nel 2008 all’Opera
Garnier di Parigi, tutta l’azione si svolge a tavola; la
tavola è anche al centro della scena del duello fra
Onegin e Lenshij, in cui quest’ultimo rimane ucciso.
Gastronomia all’opera
Con l’Opera francese e francesizzante entriamo in un
campo gastronomico molto più preciso. Quando la
Manon di Massenet la si faceva alla maniera italiana si
tagliava la scena dove c’è Guyot, un personaggio, con
al seguito tre ragazze brillanti e morte di fame che
implorano l’oste di portare la cena. Viene servito il
pasto e vengono elencati i piatti: antipasti a scelta,
pesce, pollo, gamberi con grande gioia di tutti i partecipanti, del vecchio vino e infine “patè de canard”, il
massimo della ghiottoneria: “è un’opera d’arte” dice
l’oste offrendolo ai suoi clienti. Questa ricca mangiata
che apre Manon fa triste e doloroso pendant con la
scena del nido, con il triste “à table” che precede l’ar-
rivo dei servi del padre di Desgrieux, da questi inviati
per sottrarlo a quell’amore considerato rovinoso da
entrambe le famiglie. C’è una mensa nella famosa
“Petite table” che Manon canta poco prima: c’è poco
da mangiare e un unico bicchiere in cui gli amanti
bevono cercando l’uno l’impronta delle labbra dell’altro; anche in questa tavola ci si siede e non si sa se si
mangia e cosa si mangia; Desgrieux canterà la sua
aria del sogno e poi verrà rapito.
Nella Bohème di Puccini i protagonisti vanno tutti a
cena al Quartiere latino, la notte della vigilia di Natale;
Mimì ordina per sé una crema; i bohèmiens ordinano
cervo arrosto, tacchino, aragosta senza crosta. Ci
sono piatti precisi, una cena molto costosa. Forse
l’aragosta era cara anche a quell’epoca tanto che i
Tavole raffinate e tavole rozze
Ricco e prezioso è il piccolo tavolo per la prima colazione della principessa Thérèse Werdenberg, la
Marescialla del Rosenkavalier di Richard Strauss.
Potere e ricchezza sono evidenti negli ambienti e nei
personaggi; c’è la raffinatezza, la discrezione e la dolcezza che il sole mattutino, diffondendo nella stanza,
sparge sull’intimità dei due al risveglio da una notte
d’amore. C’è un’atmosfera di familiarità affettuosa nel
libretto di von Hoffmansthal e nella musica di Strauss
e un che di crepuscolare riferito agli amanti e, allusivamente, alle sorti della felix Austria.
Nella stessa opera troviamo un’altra tavola imbandita:
quella che il barone di Lerchenau fa preparare per due
nella sala di una locanda, al fine di sedurre la presunta cameriera della Marescialla. E’ sua intenzione intrattenersi con lei dopo cena (che peraltro non verrà mai
servita) in un letto che, guarda caso, è posto nella
stessa stanza, nascosto da veli che il Barone farà
cadere al momento opportuno. Lerchenau è campione di rozzezza; i suoi modi sono volgari, il suo comportamento plebeo: spegne personalmente le candele
che i servi hanno acceso per evitare che ci sia troppa
luce e che il conto sia troppo salato; caccia i camerieri per mescersi da sé il vino tramite il quale vuol vincere le resistenze della presunta ragazza.
Nell’Opera da Tre Soldi il bandito Mackie Messer, capo
di una banda di malviventi, sposa Polly, figlia di
Peachum, proprietario della ditta “L’amico del mendicante” che noleggia a finti accattoni tutto quanto può
servire ad eccitare la pietà umana (protesi, stampelle,
carriole). La festa di nozze si svolge in una stalla con
invitati che sono la feccia dei bassifondi. Il cibo è in
linea con l’ambiente.
Cibo mortale e cibo celeste
Ai Cavalieri del Graal erano preclusi cibo e sesso.
In Wagner, alla Cena dei Cavalieri non si mangia cibo
mortale: la sola vista del Graal è sufficiente a nutrire i
Cavalieri. Vi è un parallelismo con alcune regole conventuali: il monaco incaricato di leggere durante il
pasto si asteneva quel giorno dal cibo; la lettura dei
testi sacri era il cibo spirituale destinato a sfamarlo.
In Mozart, nel finale di Don Giovanni, la cena è l’occasione nella quale s’incontrano e si scontrano il mondo
fisico di Don Giovanni e quello ultraterreno del
Commendatore. E’ a cena che Don Giovanni incontra
il suo destino; “Non si pasce di cibo mortale/ chi si
pasce di cibo celeste” afferma il Commendatore
davanti alla tavola imbandita. Attorno alla mensa ruotano vita e morte, mondo fisico e metafisico, passioni
brucianti e ultraterrene certezze.
Nella commedia di Tirso de Molina le cene sono due:
Don Giovanni accetta l’invito del Commendatore ed è
là, con una cena a base di scorpioni e di animali inferi, che trova la sua dannazione.
Scrive Massimo Mila che il teatro d’opera è quella
complessa rappresentazione di sentimenti in cui
“l’ispirazione musicale opera una miracolosa trasfigurazione sulla vicenda scenica.., riscattandone le convenzioni, le assurdità, le inverosimiglianze e conferisce
al melodramma...la verità, trasportandolo nel piano
superiore della realtà artistica”.
Nell’opera, le situazioni conviviali sono spesso lo spazio in cui tutto ciò si esprime.